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domenica 13 ottobre 2013

Dizionario demenziale

CAMICIA: abitazione di piccola felina

sabato 12 ottobre 2013

Dizionario demenziale

CAMBUSA: videocamera forata (It. del nord)

venerdì 11 ottobre 2013

Dizionario demenziale

CALPESTARE: pestare i duroni

giovedì 10 ottobre 2013

Dizionario demenziale

CALMANTE: amante tranquilla/o

mercoledì 9 ottobre 2013

Nuove norme nella legislatura cubana

Chi fosse interessato a ricevere informazioni sulle nuove norme cubane, in particolare per la contrattatzione di atleti e allenatori, può rivolgersi a: http://www.latitudcuba.net

La Latitudcuba è a disposizione degli eventuali interessati a fornire notizie sulle delibere del Governo cubano relative alle nuove ‘’aperture’’ : costituzione di Cooperative in vari settori non riguardanti la sola agricoltura. Particolarmente attesa ed importante è la concessione agli atleti e allenatori ‘’di alto rendimento’’ nelle diverse discipline sportive, di poter stipulare accordi e contratti con Società straniere. Le clausole dei contratti di cui sopra, verranno comunicate agli interessati.

A rilento i lavori al campo Polar

Dopo aver iniziato celermente i lavori per il rifacimento del fondo, in attesa della copertura col manto sintetico che sarà l'ultima operazione, i lavori di demolizione e rifacimento delle infrastrutture (tribune e spogliatoi) invece va molto a rilento. Difficile prevedere quando il terreno sarà disponibile per la ripresa delle partite.



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CALLIGRAFIA: scrittura su o con escrescenze dure

martedì 8 ottobre 2013

XV Festival Internazionale del Teatro

Dal prossimo 25 ottobre al 3 novembre si svolgerà la XVma edizione del festival Internazionale del teatro dell'Avana, dedicata al 150° anniversario dalla nascita di Kostantin Stanislawsky. A questa edizione prenderanno parte 40 compagnie in rappresentanza di 20 Paesi.

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CALDEGGIARE: riscalda il sovrano

lunedì 7 ottobre 2013

Così cessò il dominio spagnolo, di Ciro Bianchi Ross, pubblicato su Juventud Rebelde del 6/10/13

Truppe nordamericane penetrarono presto nella città e si accantonarono nei parchi Centrale e Isabel la Católica (dove successivamente si eresse il Capitolio). Si appostarono anche nella calle Monserrate e nell’Alameda de Paula. Alle dieci di mattina, centinaia di soldati del Settimo Corpo d’Armata dell’esercito statunitense si dispiegarono lungo la calzada di San Lazaro e vari plotoni presero posizione nella Plaza de Armas chiudendo il passo a chi volesse accedere alla medesima da Obispo o O’ Reilly e altre strade adiacenti. Mentre soldati e ufficiali del battaglione di fanteria di León, dell’esercito spagnolo, montavano in patetico silenzio l’ultima guardia a quella che di li a poco avrebbe cessato di essere la residenza dei Capitani Generali a Cuba.
Era il 1° gennaio 1899; una mattina di domenica chiara e luminosa. Alle 12 del mezzogiorno cessava il dominio spagnolo a Cuba e gli Stati Uniti assumevano il controllo dell’Isola. Al rombo dei cannoni protocollari di rigore, si ammainò la bandiera spagnola e la bandiera delle stelle e strisce si issò al suo posto. Il generale Alfonso Jiménez Castellanos, il grande sconfitto, di fronte a Máximo Gómez, delle battaglie di Saratoga (9-11 giugno del 18969 e Lugones (4 novembre del medesimo anno) i nome di Alfonso XIII, il re bambino e di Maria Cristina, la regina reggente, consegnava il comando al maggior generale John R. Brooke, che lo riceveva in rappresentanza del presidente nordamericano. Cambio di bandiere e di figure che non significava indipendenza.
Per questo, il 29 di dicembre, nel quartier generale dell’Esercito di Liberazione, installato al central Narcisa di Yaguajay, nel centro dell’Isola, il maggior generale Máximo Gómez avvertiva con un proclama: “Il periodo di transizione terminerà. L’esercito nemico abbandona il Paese ed entrerà ad esercitare la sovranità completa dell’Isola, non ancora libera né indipendente, il Governo della grande nazione in virtù di quanto stipulato nel protocollo della Pace”.
Aggiungeva di seguito Gómez. “Il termine del potere straniero nell’Isola, lo sgombero militare non può avvenire mentre non si costituisca un proprio Governo, ed è necessario che ci dedichiamo immediatamente a questo lavoro per dare compimento alle cause dell’intervento e porvi termine nel più breve lasso di tempo possibile”.
La nuova situazione provocava sentimenti contrastanti nel semplice cubano. Alcuni piangevano. Altri, ridevano dice nella sua cronaca il giornalista e scrittore cubano Federico Villoch. Era una commozione nervosa difficile da trattenere. Annota Villoch che chi non visse quei momenti non sa cosa sono le forti emozioni. Non si era lottato per tanti anni perché alla fine fosse la bandiera nordamericana quella che sventolasse sulla casa del Governo, nella Plaza de Armas e sul castello del Morro. Comunque l’uscita della Spagna, dopo quasi 400 anni di dominio, causava sollievo e contentezza.

Una nazione desolata

Il Trattato di Parigi che sottoscrissero il 10 dicembre del 1898 Spagna e Stati Uniti, gettò le basi per il passaggio dei poteri e l’uscita delle truppe spagnole dall’Isola. Il primo articolo del documento definisce che la Spagna rinuncia alla sovranità e proprietà su Cuba e che mentre duri l’occupazione nordamericana, Washington assumerà gli obblighi conseguenti.
Più avanti. L’articolo 16, riferisce che terminando l’occupazione, si consiglierà il Governo che si stabilisca a Cuba che accetti gli stessi obblighi. Nel trattato non c’è nessuna allusione circa il futuro del Paese e il termine “indipendenza” non si lascia nemmeno intravvedere fra le sue righe.
Cuba non ebbe nessuna rappresentanza che dettero luogo al Trattato di Parigi. Nessun cubano vi potè partecipare. La Commissione per l’Evacuazione, che ebbe sede nell’Avanero palazzo di Villalba, nella calle Egido, di fronte alla piazza delle Orsoline, venne composta da tre alti ufficiali spagnoli e uno stesso numero di militari nordamericani, anch’essi di alto rango, oltre all’auditore (controllore dell’economia, n.d.t.) dell’esercito statunitense che si disimpegnò come segretario. A differenza di quello che successe nella capitale francese, questa volta ci fu un cubano nel conclave. Non si pensi che fu un ufficiale, per modesto che fosse, dell’Esercito di Liberazione, né di un soggetto che simpatizzasse con l’indipendenza. Tutto il contrario. Fu l’autonomista Rafael Montoro, senza dubbio un uomo brillante, che fu presente a quelle riunioni a nome di un effimero e irreale Governo cubano che per colmo aveva cessato le sue funzioni, se per caso ne avesse avute in qualche momento.
Filò liscia quella Commissione, ciò nonostante non si poterono evitare incidenti sgradevoli, anche cruenti, come lo scontro fra simpatizzanti dell’indipendenza e incondizionali della Spagna che ebbe origine nel café El Guanche, in Nettuno e Belascoaín che ridusse in cenere il locale. Un’altro di questi fatti del quale già alluse questo scriba (Notizie di una calle, 22 gennaio 2012) ebbe luogo al café El Louvre, in Prado e San Rafael e il narratore, giornalista e attore Gustavo Robreño lo classificò come l’ultimo combattimento fra cubani e spagnoli. L’11 dicembre, qualche giorno prima del cambio dei poteri, in questo caffé si affrontarono con armi da fuoco mambises e militari coloniali. Lo scontro lasciò due morti, Jesús Sotolongo Lunch “l’ultimo ragazzo del marciapiedi del Louvre - diceva Robreño -, che dette la sua vita per la santa causa dell’indipendenza”, e uno sfortunato passante, morto a colpi di calcio di fucile, perché, sordo com’era, non aveva ubbidito alle grida di “Alt!” che gli stavano dando le autorità.
Comunque, in senso generale, primeggiò la calma man mano che i nordamericani occupavano, lentamente, gli spazi lasciati dagli spagnoli. Usciva la Spagna da Cuba lasciando un “regaluccio” dei volontari e i gruppi paramilitari, i cosiddetti “partigiani” che assecondarono l’esercito coloniale nelle sue azioni. Erano circa 40.000 che rimasero negli stessi luoghi dove combatterono con ardore contro l’indipendenza del loro Paese. Al rispetto Horacio Ferrer scrive nel suo libro Col fucile in spalla: “Non avevano diritto a godere di questa indipendenza che odiarono e combatterono con astio. Al più presto si mischierebbero alla politica e li si vedrebbe occupare importanti incarichi nella Repubblica per sporcarla e corromperla. Il perdono assoluto che fu loro concesso è servito per coprire tutte le malefatte e tutte le azioni abominevoli commesse poi da governanti impudici e dai loro servi, rifacendosi sempre all’espressione che se perdonammo i “partigiani”, non si dovrebbe essere più esigenti con altri delinquenti”.
La guarre lasciava un Paese in rovina. La produzione di zucchero e tabacco calarono durante la contesa bellica, il commercio si indebolì per la mancanza di attività economiche produttive e i capi di bestiame equino e bovino calò considerevolmente. Una nazione desolata, per dirlo con una sola parola, dove la guerra, la fame, le malattie e la politica di riconcentramento ordinata da Weyler causarono centinia di migliai di vittime; circa 400.000, secondo la stima dell storico Fernando Portuondo, su una popolazione totale di due milioni di abitanti.

Viva Cuba Libre

Poco prima delle 12 del mezzogiorno giunse, vestito con l’uniforme di gala, il maggior generale Brooke, per assumere il controllo del Governo di occupazione. Lo accompagnavano i generali Lee, Ludlow,Davis e Chaffe, anche loro in alta uniforme con i loro aiutanti. Arrivarono anche alti ufficiali cubani: i maggior generali José Miguel GArrivarono anche alti ufficiali cubani: i maggior generali José Miguel Gómez, Mario García Menocal e José María (“Mayía”) Rodríguez. I generali di divisione José Lacret, Rafael de Cárdenas e Alberto Nodarse e i generali di brigata Eugenio Sánchez Agramonte, Francisco de Paula Valiente e Francisco Leyte Vidal, tutti invitati speciali di Brooke. Máximo Gómez non era presente. Si rifiutò di entrare all’Avana cone le truppe statunitensi, come pretendevano a Washington e nonostante gli sforzi di Estrada Palma, dice l’accademica Uva de Aragón, “di far capire ai nordamericani, quanto ferisse i creoli tale proposta”. Il Gdeneralissimo arrivò il 24 febbraio. In questo giorno, ricorda Horacio Ferrér “in mezzo a un entusiasmo indescrivibile, con una splendida apoteosi, attraversò la città fino alla sede del Municipio su un vivace puledro, col cappello nella mano destra, sorridendo alla folla che lo acclamava delirante, gli sembrava un sogno vedere così vicino il vincitore di cento combattimenti, forgiatore della patria libera”.
Componenti la Commissione e invitati si riunirono nel Salone del Trono del Palazzo, dove poco prima con compunti baciamano e brillanti complimenti, il capitano generale riceveva gli omaggi dei sudditi del monarca di Spagna.Alle 12 in punto, al suono del primo colpo di cannone delle armi spagnole in saluto alla loro bandiera che si ammainava, il generale Jiménez Castellanos salutò militarmente i suoi rivali, e con gli occhi inumiditi dalle lacrime e la voce rotta dall’emozione disse, dirigendosi a Brooke:
“Signore, a compimento di quanto stipulato nel Trattato di Pace, di quanto convenuto tra le commissioni militari di evacuazione e degli ordini del mio Re, cesse di esistere, da questo momento...la sovranità della Spagna sull’Isola di Cuba e comincia quella degli Stati Uniti. Dichiaro pertanto Lei, al comando dell’Isola, con la perfetta libertà di esercitarlo, aggiungendo che sarò io il primo a rispettare ciò che lei determinerà. È ristabilita così la pace fra i nostri rispettivi Governi, Le prometto che osserverò a quello degli Stati Uniti con tutto il rispetto dovuto e spero che le buone relazioni esistenti tra i nostri eserciti continuino nella stessa maniera fino a che abbia termine, definitivamente, l’evaquazione di questo territorio da parte di coloro che sono ai miei ordini”.
Brooke rispose: “Signore, a nome del Governo e del presidente degli Stati Uniti, accetto questo oneroso incarico, e auguro a Lei e ai valorosi che l’accompagnano che tornino felicemente ai patrii focolari. Volesse il cielo che la prosperità vi accompagni ovunque!”.
Concluse le parole di Brooke, il generale Jiménez Castellanos, si accomiatò dai presenti. Mentre scendeva le scale si sentivano i colpi di cannone con cui le truppe americane, eccitate, salutavano l’alza bandiera sul Morro. A la Cabaña, la bandiera del loro Paese venne issata dai giovani Lee e Harrison, il primo figlio del famoso generale e l’altro figlio di un ex presidente degli Stati Uniti. La corda con cui si ammainò la bandiera spagnola la tenne Harrison come ricordo. L’operazione si ripeté sul tetto del Palazzo dei Capitani Generali. A quell’ora si allontanavano dalle coste cubane le navi da guerra Rápido, Patriota, Marqués de la Ensenada, Galicia e Pinzón con truppe spagnole a bordo. Una buona parte di esse era già partita col vapore Buenos Aires. Il 12 dicembre, a bordo dell’incrociatore Conde de venadito, erano trasportai in Spagna i presunti resti di Cristoforo Colombo, depositati nella Cattedrale dell’Avana. Con una cerimonia modestissima furono trasportati al porto nel carro n° 22 della Sanità Militare, bardato e tirato da 4 coppie di muli.
Nella Plaza de Armas si trovavano due bande musicali. Una interpretò la Marcia Reale spagnola, l’altra l’inno nordamericano. Il popolo trattenuto all’imbocco delle strade adiacenti, udendoli gridò. “Viva Cuba libre!”. Intanto, sostenuta da due palloni, una bandiera cubana sventolava nel cielo a grande altezza.




Así cesó la soberanía española

Ciro Bianchi Ross • digital@juventudrebelde.cu
5 de Octubre del 2013 22:03:48 CDT

Tropas norteamericanas penetraron temprano en la ciudad y se
acantonaron en los parques Central y de Isabel la Católica (donde
después se emplazó el Capitolio). Se apostaron asimismo en la calle
Monserrate y en la Alameda de Paula. A las diez de la mañana, cientos
de soldados del Séptimo Cuerpo del ejército estadounidense se
desplegaron a lo largo de la Calzada de San Lázaro, y varios pelotones
tomaron posición en la Plaza de Armas y cerraron el paso a los que
querían acceder a esta desde Obispo, O’Reilly y otras calles aledañas.
Mientras, soldados y oficiales del batallón de infantería de León, del
ejército español, montaban, en patético silencio, la última guardia en
lo que pronto dejaría de ser la mansión oficial de los Capitanes
Generales en Cuba.
Era el 1ro. de enero de 1899; una mañana de domingo clara y luminosa.
A las 12 meridiano cesaba la soberanía de España en Cuba, y Estados
Unidos asumía el control de la Isla. Al compás de los cañonazos
protocolares de rigor se arriaría el pabellón español, y la bandera de
las barras y las estrellas se izaría en su lugar. El general Adolfo
Jiménez Castellanos, el gran perdedor, frente a Máximo Gómez, de las
batallas de Saratoga (9-11 de junio de 1896) y Lugones (4 de noviembre
del mismo año) en nombre de Alfonso XIII, el rey niño, y de María
Cristina, la reina regente, entregaba el mando al mayor general John
R. Brooke, que lo recibía en representación del Presidente
norteamericano. Cambio de banderas y de figuras que no significaba la
independencia.
Por eso el 29 de diciembre, en el cuartel general del Ejército
Libertador, instalado en el central Narcisa, de Yaguajay, en el centro
de la Isla, el mayor general Máximo Gómez advertía en una proclama:
«El período de transición va a terminar. El ejército enemigo abandona
el país y entrará a ejercer la soberanía entera de la Isla, ni libre
ni independiente todavía, el Gobierno de la gran nación en virtud de
lo estipulado en el Protocolo de la Paz».
Añadía Gómez a renglón seguido: «La cesación en la Isla del poder
extranjero, la desocupación militar no puede suceder entre tanto no se
constituya el Gobierno propio, y a esa labor es necesario que nos
dediquemos inmediatamente para dar cumplimiento a las causas
determinantes de la intervención y poner término a esta en el más
breve plazo posible».
La nueva situación provocaba sentimientos encontrados en el cubano de
a pie. Unos lloraban. Otros, reían, dice en su crónica el periodista y
escritor cubano Federico Villoch. Era una conmoción nerviosa difícil
de contener. Apunta Villoch que quien no vivió aquellos momentos
desconoce lo que son emociones fuertes. No se había luchado durante
tantos años para que al final fuera la bandera norteamericana la que
tremolara en la casa de Gobierno, en la Plaza de Armas, y en el
castillo del Morro. Pero la salida de España, luego de 400 años de
dominio, ocasionaba alivio y alegría.

Una nación desolada

El Tratado de París que España y Estados Unidos suscribieron el 10 de
diciembre de 1898 sentó las bases para la transmisión de poderes y la
salida de las tropas españolas de la Isla. El primer artículo del
documento consigna que España renuncia a la soberanía y propiedad
sobre Cuba y que mientras dure la ocupación norteamericana, Washington
asumirá las obligaciones consiguientes. Más adelante, el artículo 16
refiere que al terminar la ocupación, se aconsejaría al Gobierno que
se establezca en Cuba que acepte las mismas obligaciones. No hay en el
tratado alusión alguna al futuro del país, y el término independencia
no se deja entrever siquiera entre sus renglones.
Cuba no tuvo representación alguna en las conversaciones que dieron
lugar al Tratado de París. Ningún cubano pudo participar. La Comisión
de Evacuación, que sesionó en el habanero palacio de Villalba, en la
calle Egido, frente a la Plaza de las Ursulinas, la conformaron tres
altos oficiales españoles e igual número de militares norteamericanos,
también de alta graduación, más el auditor del ejército estadounidense
que se desempeñó como secretario. A diferencia de lo que ocurrió en la
capital francesa, esta vez hubo un cubano en el cónclave. No se
piense, sin embargo, que se trató de un oficial, por modesto que
fuera, del Ejército Libertador ni de un sujeto que simpatizara con la
independencia. Todo lo contrario. Fue el autonomista Rafael Montoro,
hombre brillante, sin duda alguna, que estuvo presente en aquellas
reuniones en nombre de un efímero e irreal Gobierno cubano que para
colmo ya había cesado en sus funciones si es que alguna vez funcionó
del todo.
Hiló fino aquella Comisión. Pese a eso no pudo evitar incidentes
desagradables, cruentos incluso, como el choque entre simpatizantes de
la independencia e incondicionales de España que se originó en el café
El Guanche, en Neptuno y Belascoaín, y que redujo a polvo dicho
establecimiento. Otro de esos sucesos, al que ya aludió este
escribidor (Noticias de una calle, 22 de enero, 2012) se escenificó en
el café El Louvre, en Prado y San Rafael, y el narrador, periodista y
actor Gustavo Robreño lo calificó como el último combate entre cubanos
y españoles. El 11 de diciembre, días antes del cambio de poderes, en
ese café se enfrentaron a tiros mambises y militares coloniales. La
refriega dejó dos muertos, Jesús Sotolongo Lunch, «el último muchacho
de la Acera del Louvre —decía Robreño—, que dio su vida por la santa
causa de la independencia», y un infeliz transeúnte muerto a culatazos
porque, sordo como era, no respondió a las voces de «¡Alto!» que le
daba la autoridad.
Con todo, en sentido general primó la calma a medida que los
norteamericanos ocupaban los espacios que, con lentitud, dejaban los
españoles. Salía España de Cuba y dejaba el «regalito» de los
voluntarios y los grupos paramilitares, los llamados «guerrilleros»
que secundaron al ejército colonial en sus acciones. Eran unos 40 000,
que permanecieron en los mismos lugares donde pelearon con ardor
contra la independencia de su país. Escribe al respecto Horacio Ferrer
en su libro Con el rifle al hombro: «No tenían derecho a gozar de esa
independencia que odiaban y combatieron con saña. Pronto iban a
mezclarse en la política y se les vería ocupar cargos importantes en
la República para mancillarla y corromperla. El perdón absoluto que se
les concedió ha servido para cubrir todas las lacras y todas las
acciones vituperables cometidas después por gobernantes impúdicos y
sus servidores, acudiéndose siempre a la expresión de que si
perdonamos a los “guerrilleros”, no se debía ser exigentes con otros
delincuentes».
La guerra dejaba un país en ruinas. Las producciones de azúcar y
tabaco decrecieron durante la contienda bélica, languideció el
comercio por falta de actividad económica productiva y el número de
cabezas de ganado caballar y vacuno mermó sensiblemente. Una nación
desolada, para decirlo en una sola palabra y donde la guerra, el
hambre, las enfermedades y la política de reconcentración ordenada por
Weyler cobraron cientos de miles de víctimas; unas 400 000 según
estimados del historiador Fernando Portuondo, en una población total
de dos millones de habitantes.




Poco antes de las 12 meridiano, llegó, vestido de gran uniforme, el
mayor general Brooke, que asumiría la jefatura del Gobierno de
ocupación. Lo acompañaban los generales Lee, Ludlow, Davis y Chaffe,
vestidos igualmente con uniforme de gala, y toda la ayudantía.
Llegaron también altos oficiales cubanos: los mayores generales José
Miguel Gómez, Mario García Menocal y José María («Mayía») Rodríguez.
Los generales de división José Lacret, Rafael de Cárdenas y Alberto
Nodarse, y los generales de brigada Eugenio Sánchez Agramonte,
Francisco de Paula Valiente y Francisco Leyte Vidal, todos invitados
especialmente por Brooke. Máximo Gómez no estuvo presente. Se negó a
entrar en La Habana con las tropas estadounidenses, como pretendían en
Washington, y pese a los esfuerzos de Estrada Palma, dice la académica
Uva de Aragón, «de hacerles entender a los norteamericanos lo hiriente
que resultaba para los criollos tal propuesta». El Generalísimo
arribaría al fin el 24 de febrero. Ese día, recuerda Horacio Ferrer,
«en medio de indescriptible entusiasmo, en apoteosis magnífica,
atravesó la ciudad hasta el Ayuntamiento sobre brioso corcel, con el
sombrero en la diestra, sonriendo a la multitud que le aclamaba
delirante, pareciéndole un sueño ver tan de cerca al vencedor de cien
combates, forjador de la patria libre».
Comisionados e invitados fueron congregándose en el Salón del Trono
del Palacio, donde hasta poco antes, en graves besamanos y brillantes
saraos, recibía el capitán general el homenaje de los súbditos del
monarca español. A las 12 en punto, al sonar el primer cañonazo de las
armas españolas en saludo a su bandera, que se arriaba, el general
Jiménez Castellanos saludó militarmente a sus contrarios, y con los
ojos arrasados en lágrimas y la voz ahogada por la emoción, expresó
dirigiéndose a Brooke:
«Señor: En cumplimiento de lo estipulado en el Tratado de Paz, de lo
convenido por las comisiones militares de evacuación, y de las órdenes
de mi Rey, cesa de existir en este momento… la soberanía de España en
la Isla de Cuba, y empieza la de los Estados Unidos. Declaro a Ud.,
por lo tanto, en el mando de la Isla y en perfecta libertad de
ejercerlo, agregando que seré yo el primero en respetar lo que Ud.
determine. Restablecida como está la paz entre nuestros respectivos
gobiernos, prometo a Ud. que guardaré al de los Estados Unidos todo el
respeto debido, y espero que las buenas relaciones ya existentes entre
nuestros ejércitos continuarán en el mismo pie hasta que termine
definitivamente la evacuación de este territorio por los que estén
bajo mis órdenes».
Repuso Brooke: «Señor: En nombre del Gobierno y del Presidente de los
Estados Unidos acepto este grande encargo, y deseo a Ud. y a los
valientes que lo acompañan que regresen felizmente a los hogares
patrios. ¡Quiera el cielo que la prosperidad los acompañe a ustedes
por todas partes!».
Concluidas las palabras de Brooke, el general Jiménez Castellanos se
despidió de los presentes. Mientras descendía las escaleras se
escuchaban los cañonazos con que las tropas norteamericanas,
alborozadas, saludaban el ascenso de su bandera en el Morro. En la
Cabaña izaron la bandera de su país los jóvenes Lee y Harrison, hijo
el primero del general del mismo apellido, y el otro, de un ex
presidente de EE.UU. La cuerda con la que se arrió la enseña española,
la guardó Harrison como recuerdo. La operación se repitió en la azotea
del Palacio de los Capitanes Generales. A esa hora se alejaban de las
costas cubanas los buques de guerra Rápido, Patriota, Marqués de la
Ensenada, Galicia y Pinzón con tropas españolas a bordo. Una buena
parte de estas había partido ya en el vapor Buenos Aires. El 12 de
diciembre, a bordo del crucero Conde de Venadito, eran llevados a
España los supuestos restos de Cristóbal Colón depositados en la
Catedral de La Habana. En una ceremonia modestísima fueron trasladados
al puerto en el carro número 22 de la Sanidad Militar, engalanado y
tirado por cuatro parejas de mulos.
En la Plaza de Armas se hallaban dos bandas de música. Una interpretó
la Marcha Real española; la otra, el himno norteamericano. El pueblo,
contenido en las bocacalles inmediatas, gritó al oírlos: «¡Viva Cuba
Libre!». Sostenida por medio de dos heliógrafos, una bandera cubana
flotaba en el espacio a una altura inmensa.


Ciro Bianchi Ross
ciro@jrebelde.cip.cu
http://wwwcirobianchi.blogia.com/
http://cbianchiross.blogia.com/




Conclusa la XIV Fiera del vino all'Avana

Con la presenza, anche, di alcuni produttori italiani (Piemonte e Toscana) si è conclusa anche questa edizione della Fiera dei Vini, che si è tenuta nel salone 1830 dell'hotel Nacional.












Dizionario demenziale

CALCIO: oppio dei popoli

domenica 6 ottobre 2013

La Cina, nuovo mercato per il turismo a Cuba

Nonostante le sempre più strette relazioni politiche e commerciali fra i due Paesi, il mercato del turismo non si era ancora aperto. Con l'arrivo di un primo gruppo "sperimentale" di cinesi amanti della musica ballabile cubana, si è aperto un nuovo fronte per il mercato cinese e Havanatur, organizzatrice di questo primo gruppo di assaggio sta già pensando di aprire una struttura nel gigante asiatico per la vendita del prodotto turistico cubano, non solo riguardante musica e ballo.

sabato 5 ottobre 2013

37° anniversario dell'atto terrorista di Barbados

Il volo CU455 era decollato da Caracas con 57 cittadini cubani a bordo, tra equipaggio, atleti delle varie specialità della scherma, in particolare la Nazionale Giovanile al completo che tornava dai giochi centroamericani svoltisi in Venezuela e i loro accompagnatori. A bordo c'erano anche 11 studenti della Guyana, diretti all'Università dell'Avana per terminare i loro studi e 5 funzionari nordcoreani.
Mentre sorvolavano l'isola di Barbados l'aereo esplose e inutile fu il "may day" lanciato dai piloti, la catastrofe fu immediata.
L'esplosione fu causata da una bomba messa all'interno della nave aerea durante il suo scalo nella capitale venezuelana e i responsabili, peraltro confessi e "orgogliosi" del loro operato, Luis Posada Carriles e Orlando Bosch, due cubani anticastristi al soldo della CIA e che hanno goduto (Bosch fino alla sua morte) e godono ancora a Miami dove Posada continua nell'ordire piani terroristici contro obbiettivi civili cubani, senza preoccuparsi se possono coinvolgere, come è successo, cittadini di altri Paesi.
Domani, 6 ottobre, a Cuba sarà giornata di lutto e le bandiere nazionali ondeggeranno a mezz'asta.

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CALCESTRUZZO: riproduzione di uccello esotico

venerdì 4 ottobre 2013

Filatelia cubana

Il francobollo emesso, l'anno scorso, in occasione della visita di Benedetto XVI° e tutt'ora disponibile presso le poste per la corrispondenza ordinaria.

Le origini "spagnole" del calcio a Cuba, presentate in un libro

Nei locali del Centro Asturiano del'Avana in Prado y Virtudes è stato presentato il libro di Santiago Prado Pérez Peñamil, "El fútbol y los clubes españoles de La Habana 1911-1937" - Asociacionismo y espacios de sociabilidad. Hanno assistito alla presentazione diplomatici della nazione iberica e di altri Paesi, ed il presidente dell'Associazione Culturale Fernando Ortíz, nonché presidente dell'UNEAC (Unione Scrittori e Artisti di Cuba), il famoso scrittore Miguel Barnet. Nella sede asturiana e nella sua "dipendence" giovanile sono conservati numerosi trofei del passato calcistico ibero-cubano. Lo scrittore ha detto di star pensando a un seguito che dal 1938 arrivi a nostri giorni, e che riguarda il calcio cubano, però con particolare riferimento agli anni '50 dove la presenza spagnola ha avuto un ritorno importante con la visita, all'Avana di importanti club peninsulari.






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CALAMINA: cura dimagrante per la Tigre di Cremona

giovedì 3 ottobre 2013

Dizionario demenziale

CAIMANO: arto superiore anfibio

mercoledì 2 ottobre 2013

Ma...il bipolarismo non doveva dare stabilità?

C'era una volta il multipartitismo: due grandi partiti, DC e PCI altri medi e piccoli "guidati" dal PSI. Questo sistema venne, giustamente, definito corrotto con prove alla mano e si disse che non dava garanzie alla stabilità di Governo. Si è cambiato il sistema con il cosiddetto "bipolarismo", scimmiottando inglesi e americani, come se gli italiani avessero la stessa mentalità. La stabilità, aiutata dal "premio di maggioranza", doveva essere garantita. Risultato? La corruzione è aumentata e la stabilità diminuita, il numero dei partiti aumentato a dismisura. Non credo si siano presentate tante liste nel sistema multipartitico come nelle tornate elettorali (teoricamente) a due poli. Liti, scissioni, "vendite", "tradimenti" non si sono mai susseguiti come ultimamente con buona pace dei due poli che perlomeno, dopo le ultime elezioni sono diventati tre...allora? Arridatece i puzzoni: DC, PCI, PSI, PSDI, PRI e magari anche il MSI và...con qualche outsider del momento. Si stava meglio, quando si stava peggio. O no?

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CAGLIARE: capoluogo delle Sardegne

martedì 1 ottobre 2013

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CADETTO: cosa ha detto (Roma)

lunedì 30 settembre 2013

Mosaico della domenica, di Ciro Bianchi Ross, pubblicato su Juventud Rebelde del 29/09/13

Mosaico della domenica

Il cine Fedora si trovava all’angolo di Belascoaín e San Miguel, in Centro Avana. Ma non è proprio la sua programmazione quello che fa interessante e degna di memoria questa sala cinematografica. Se la rievochiamo adesso è perché li ci lavorò, per un certo tempo, il pianista e compositore Ernesto Lecuona.
Si dice che, dopo la morte di suo padre, il musicista si vide obbligato a guadagnarsi la vita suonando in questo cine dove, inoltre, dirigeva l’orchestra e tra una pellicola e l’altra faceva qualche “a solo” di piano. La faccenda più interessante è che questo succedeva quando l’artista aveva solo 12 anni.
Lecuona non suonò solo nel Fedora. Lo fece anche in altre sale cinematografiche come Parisién, Norma, Turín Téstar...tutte all’Avana. Era il periodo in cui cominciava a farsi conoscere con piccole messe in scena che debuttavano nel teatro Martí.
Ebbene, Hubert de Blanck, che fu suo professore, cominciò a preoccuparsi per quelle attività di Lecuona. Pensava, giustamente, che sprecasse il suo talento. Aveva paura che l’adolescente, dotato di doti straordinarie per la musica e che poteva avere una grande carriera pianistica, si sminuisse e svilisse in quei lavoretti. Hubert de Blanck parlò con la madre di Lecuona. Le disse che era necessario distoglierlo da quelle attività triviali. La madre comprese la situazione e, a costo di grandi sacrifici, accettò il suggerimento del famoso compositore e pianista.
Dicono che molti anni dopo, già al vertice della sua fama, Lecuona ricordava emozionato la fede di sua madre e insisteva ad affermare che tutto ciò che lui era, lo doveva a lei.

Rita e il pepe di Guinea

Lo raccontava il compositore Gilberto Valdés.
Si rappresentava un concerto con la sua musica e invitò Rita Montaner perché intrpretasse qualcuno dei suoi pezzi, però lei si rifiutò dato che nel programma, che era già stato fatto, c’era una figura che le dava fastidio. Scrisse una lettera a Valdés esprimendo il suo rifiuto. Il compositore cercò di convincerla, ma lei mantenne il suo no. Pertanto non rimase come alternativa che contrattare un’altra interprete.
Valdés volle che fosse Hortensia Coalla, ma la Coalla si fece pregare perché, nonostante fosse mulatta, le dava fastidio la pronuncia che esigevano certi passaggi della composizione di Valdés. Per esempio dire “los negros están de fieta...” invece che “los negros están de fiesta...”, ecc. La Coalla, ricordava Valdés, voleva essere bianca, più bianca di chiunque, aveva ossessione di ciò, ma alla fine si convinse e decise di partecipare al concerto interpretando Tambor.
Rita fu alla funzione come spettatrice. Giunse e si sedette in una poltroncina vicina al posto che occupavano Antonio Beruff Mendieta, sindaco dell’Avana, e il musicologo spagnolo Adolfo Salazar che lo accompagnava. E qua viene il bello. Venne il momento di Hortensia Coalla. Uscì sulla scena e l’orchestra, con direzione di Gilberto Valdés iniziò le prime battute di Tambor. Rita, dalla sua poltrona, disse. “Adesso vedrete come si canta questo”. Si dette questa situazione: Valdés con l’orchestra da una parte, Rita cantando dalla platea e la Coalla sulla scena senza poter articolare una parola.
Beruff Mendieta disse a Rita: “Signora, se non si tranquillizza la faccio cacciare dalla sala”.
Rita rispose: “Guarda, se ci provi, mi tolgo la scarpa e vi prendo a colpi di tacco a te, a questo qua - Salazar - e a Maria Santissima”.
La cosa sembrava finita li, ma no. L’orchestra cominciò a insubordinarsi e Gilberto Valdés dovette irrigidirsi e richiamare all’ordine i musicisti. Si ristabilì l’ordine, ma quando Rita uscì dalla sala, i tamburi si rifiutarono di continuare. Dissero che Rita avesse gettato pepe di Guinea perché litigassero fra loro.
Concludeva il suo racconto Gilberto Valdés: “Ed era vero che lo aveva gettato”.

Modestia di Caignet

Negli anni ’40, quando Orlando Quiroga che all’epoca era un bambino passando, preso per mano da suo padre, di fronte all’edifico della CMQ in Monte e Prado, vide due persone che riconobbe immediatamente. Lei con lo sguardo assente e verde, il neo sulla fronte e un turbante originale con l’adorno di perle. Era Rita Montaner. Lui, Carlos Badías, niente più e nientemeno che Albertico Limonta, l’attor giovane di El derecho de nacér.
Quasi 20 anni dopo, Quiroga, già affermato giornalista, visitò Caignet nella sua casa di Santa Maria del Mar e ricordò quell’incontro. Li, in quell’angolo, disse, conversavano Rita Montaner e Carlos Badías. E Caignet con la sua caratteristica “modestia” commentò: “Di sicuro stavano parlando di me”.
Come nacque il “suspence” alla radio
Lo racconta lo stesso Fèlix B. Caignet, suo creatore.
“Nella mia infanzia a Santiago, non c’era la radio, men che meno la televisione e il cine era una cosa appena inventata.
Allora arrivavano i contafavole come qualcosa di magico, ogni bambino pagava un centesimo e i contafavole cominciavano un racconto. Dopo 20 o 30 minuti, nel più bello del racconto, il contafavole interrompeva la narrazione fino al giorno successivo quando, naturalmente, tutti i bambini tornavano col centesimo per ascoltare il seguito.
Molti anni dopo, nella Catena Radio Orientale, ho applicato questa tecnica per la prima volta nei miei capitoli. Nel momento più emozionante o terribile, usciva l’annunciatore e diceva:
Fui il primo a farlo in radio ed ebbe presa, non ti dico quanto, tanto che cominciai a scrivere cose per i bambini: Le avventure di Chelín, Bebita e il naneto Cavolfiore, e dopo mi misi in pieno con questa tecnica dei finali di tensione”.

Il grido di Dolores

La messicana Dolores del Río era un “animale” cinematografico. Però per niente di televisione, niente, nemmeno in Messico. Un giorno la portarono all’Avana e la CMQ le offrì un capitale per una scena di dieci minuti in un programma musicale prodotto da Carballido Rey.
Dolores accettò. Arrivò il giorno fatidico. La TV, allora, era in diretta e l’attrice, nervosissima, passeggiava per lo studio inseguita dall’obbiettivo implacabile del fotografo Osvaldo Salas. Finì il numero musicale che serviva da prologo alla sua attuazione, venne un intermezzo commerciale e apparse un annunciatore che disse meraviglie dell’attrice invitata. La scena era semplice. Seduta su un sofà di raso, una figlia si lamentava con la madre che non accettava il suo fidanzato. Dolores appariva in piedi, senza minimamente accennare a dare la sua opinione per quanto la “figlia” trattasse di aiutarla porgendole la battuta.
“Si, so quello che vuoi dirmi, che sono una figlia disobbediente, che sono una svergognata, che senti odio verso di lui e verso di me...”
Niente. Carballido camminava dietro le telecamere con le mani tra i capelli e Dolores non se ne dava nemmeno per intesa, come se avesse dimenticato quello che doveva dire, senza nemmeno captare i gesti. Non reagì fino a che emise un forte gemito e guardando di sottecchi il mobile cadde svenuta sul sofà. Il coordinatore, su indicazione del regista, ordinò al balletto di proseguire il programma mentre Dolores rimaneva svenuta.
Il giorno seguente, tuuta Cuba parlava dello svenimento dell’attrice. Carballido Reyu e un rappresentante degli sponsor andarono a trovarla in albergo. Li ricevette il marito, con fare vergognoso. Non c’era bisogno di dirlo, l’attrice non avrebbe ricevuto compenso per un lavoro che non aveva svolto.
“Ma per niente - rispose Carballido, sventolando il congruo assegno -. Accettatelo, lo svenimento ha fatto parlare più che se avesse recitato. È stato un grande successo!”

Il sorriso furbesco di Rodney

Quelli che lo conobbero, lo rievocano come un personaggio affascinante. La lebbra che gli deformò le mani, non frenò le sue ambizioni di diventare famoso. Quando la discapacità fisica, accentuata dal passare degli anni si fece sempre più evidente, cambiò l’attuazione per la coreografia.
Roderico Neyra, “Rodney”, fu coreografo del teatro Shanghai, nel quartiere cinese, una sala famosa per i suoi spettacoli di nudo e fu l’organizzatore delle mitiche Mulatas de fuego. Lavorò nel cabaret Sans Soucì e dopo, a partire dal 1° giugno del 1952, fece idiventare il Tropicana all’altezza delle migliori sale di spettacolo del mondo. Andò a Caracas all’inizio degli anni ’60. Passò a Porto Rico e si fece applaudire senza riserve nel Waldorf Astoria di New York. Trionfò ad Acapulco e a Città del Messico. La morte lo sorprese in piena effervescenza creatrice quando tentava di conquistare Hollywood. Nel 1957, la rivista Show affermava, in un servizio che dedicò all’artista, che Rodney aveva dato più visibilità a Cuba che tutti i suoi diplomatici messi assieme.
Era un mulatto di bassa statura, pelle chiara e baffi sottili. Aveva un sorriso furbesco. Negli anni ’40 soleva viaggiare per l’Isola con una valigia piena di immaginete di santi que poi spargeva nelle camere d’albergo in cui si ospitava.

Se diminuisci i tuoi prezzi...

Anni fa, ricordava Enrique Nuñez Rodríguez in questa pagina: Rodney mi incaricò del copione per lo spettacolo del Tropicana. Mi affacciai per la prima volta a quel mondo fantastico. Compii il mio dovere. Rodney mi portò all’ufficio del signor Ardura che era l’amministratore del cabaret. Nel tragitto mi chiese quanto avrei fatto pagare per il mio “libretto”. Gli dissi 500 pesos. Giungendo all’ufficio di Ardura, gli spiegò che ero l’autore del copione dello spettacolo che si stava allestendo e che ero li per riscuotere il compenso del lavoro. Ardura domandò a Rodney quanto avrei dovuto avere. Rodney gli rispose impassibile che erano 5000 pesos. Ardura, anch’egli impassibile, compilò l’assegno. All’uscita, nervosamente, dissi a Rodney che si era sbagliato, che io gli avevo detto 500 pesos.
Brontolò: “Quello che si è sbagliato sei stato tu. Se abbassi i tuoi prezzi penserebbero che io gli costo troppo. Tienti il resto”.


Mosaico dominical

Ciro Bianchi Ross • digital@juventudrebelde.cu
28 de Septiembre del 2013 19:30:08 CDT

El cine Fedora se hallaba en la esquina de Belascoaín y San Miguel, en
Centro Habana. No es precisamente su programación lo que hace
interesante y digna de memoria a esta sala cinematográfica. Si ahora
la evocamos es porque allí laboró durante un tiempo el gran pianista y
compositor Ernesto Lecuona.
Se dice que después de la muerte de su padre, el músico se vio
obligado a ganarse la vida tocando en este cine, donde además dirigía
la orquesta y entre película y película acometía algún solo de piano.
Lo más interesante del asunto es que esto ocurría cuando el artista
apenas tenía 12 años de edad.
No solo en el Fedora tocó Lecuona. Lo hizo también en otras salas
cinematográficas como Parisién, Norma, Turín Téstar… todas en La
Habana. Era la época en que comenzaba a darse a conocer con pequeñas
obras escénicas que estrenaba en el teatro Martí.
Pues bien, Hubert de Blanck, que había sido su profesor, empezó a
preocuparse por aquellas ocupaciones de Lecuona. Pensaba, con razón,
que desperdiciaba su talento. Tenía miedo de que el adolescente,
dotado de condiciones extraordinarias para la música y que podía hacer
una verdadera carrera pianística, se abaratara y malgastara en
aquellos trajines. Hubert de Blanck habló con la madre de Lecuona. Le
dijo que era necesario separarlo de aquellas actividades triviales. La
madre comprendió la situación y, a costa de grandes sacrificios,
aceptó la sugerencia del afamado compositor y pianista.
Dicen que muchos años después, ya en el apogeo de su fama, Lecuona
recordaba emocionado aquella fe de su madre e insistía en afirmar que
todo lo que era se lo debía a ella.

Rita y la pimienta de Guinea

Lo contó el compositor Gilberto Valdés. Se presentaría un concierto
con su música, e invitó a Rita Montaner para que interpretara alguna
que otra pieza, pero ella se negó porque en el programa, que ya estaba
hecho, había una figura que le molestaba. Le escribió una carta a
Valdés en la que expresa su negativa. Trató el compositor de
convencerla, pero ella se mantuvo en su no. De manera que no quedó
otra alternativa que contratar a otra intérprete.
Quiso Valdés que fuera Hortensia Coalla, pero la Coalla se hizo de
rogar porque, pese a ser mulata, le molestaba la pronunciación que
exigían ciertos pasajes de la música de Valdés. Decir, por ejemplo:
«Lo negro están de fieta…» en lugar de Los negros, etc. La Coalla,
recordaba Valdés, quería ser blanca, más blanca que nadie, tenía
delirio de eso, pero se convenció y decidió participar en el concierto
e interpretar Tambor.
Rita fue al concierto como espectadora. Llegó y se sentó en una butaca
próxima al lugar que ocupaban Antonio Beruff Mendieta, alcalde de La
Habana, y el musicólogo español Adolfo Salazar, que lo acompañaba. Y
aquí viene lo interesante. Tocó el turno a Hortensia Coalla. Salió a
escena y la orquesta, bajo la conducción de Gilberto Valdés, acometió
los compases iniciales de Tambor. Dijo Rita desde su butaca: «Ahora
verán ustedes cómo se canta eso». Se dio esta situación: Valdés con la
orquesta por allá, Rita cantando desde el público y la Coalla en el
escenario sin poder articular palabra.
Beruff Mendieta dijo a Rita: «Señora, si usted no se comporta, la
mando a sacar de la sala». Rita respondió: «Mira, si te atreves, me
quito el zapato y les entro a taconazos a ti, a ese —a Salazar— y a
María Santísima».
La cosa parecía que quedaría ahí, pero no. La orquesta empezó a
insubordinarse y Gilberto Valdés tuvo que ponerse duro y llamar a
capítulo a los músicos. Se restableció el orden, pero cuando Rita
salió de la sala, los tamboreros se negaron a seguir. Dijeron que Rita
les había echado pimienta de Guinea para que se fajaran entre ellos.
Concluía Gilberto Valdés su relato: «Y era verdad que se las había echado».

Modestia de Caignet

En los años 40, Orlando Quiroga, que entonces era un niño, pasaba, de
la mano de su padre, frente al edificio de la CMQ, en Monte y Prado,
cuando vio a dos personas a las que reconoció de inmediato. Ella, con
la mirada ausente y verde, el lunar en la frente y un turbante
legítimo sujeto con un pasador de perlas. Era Rita Montaner. Él,
Carlos Badías, nada más y nada menos que Albertico Limonta, el galán
de El derecho de nacer.
Casi 20 años después, Quiroga, ya un periodista reconocido, visitó a
Caignet en su casa de Santa María del Mar y recordó aquel encuentro.
Allí, en la esquina, dijo, conversaban Rita Montaner y Carlos Badías.
Y Caignet, con su «modestia» característica, comentó:
—Seguramente estaban hablando de mí.
Cómo surgió el suspenso en la radio
Lo cuenta el mismo Félix B. Caignet, su creador.
«En mi infancia santiaguera no había radio, mucho menos televisión y
el cine era un invento acabado de inventar.
«Entonces llegaban los cuenteros, como algo mágico, cada niño pagaba
un centavo y empezaba el cuentero a hacer un cuento. Cuando habían
pasado 20, 30 minutos, en lo mejor de la narración, el cuentero
interrumpía su relato hasta el día siguiente, cuando, por supuesto,
todos los niños volvían con su centavo para escuchar el desenlace.
«Muchos años después, en la Cadena Oriental de Radio, apliqué esa
técnica por primera vez en mis capítulos. En lo más emocionante, en lo
más horrible, salía el locutor y decía: “¿Se enterará fulana del
engaño de mengano? ¿Qué pasará con la pobre tía inválida? ¿Cuál será
la reacción de Alfredo cuando sepa la terrible verdad?”.
«Fui el primero en hacerlo en la radio y pegó, no digo yo si pegó,
aunque empecé escribiendo cosas para niños: Las aventuras de Chelín,
Bebita y el enanito Coliflor, y después me fui metiendo con esa
técnica de los finales de tensión».

El grito de Dolores

La mexicana Dolores del Río era un «animal» del cine. Pero de
televisión, nada, ni siquiera en México. Un día la trajeron a La
Habana y CMQ le ofreció un dineral por una escena de diez minutos en
un programa musical que producía Carballido Rey.
Dolores aceptó. Llegó el día en cuestión. La TV era entonces en vivo y
la actriz, muy nerviosa, se paseaba por el estudio perseguida por el
lente implacable del fotógrafo Osvaldo Salas. Terminó el número
musical que servía de preámbulo a su actuación, vino un comercial y
apareció un locutor que dijo maravillas de la artista invitada.
La escena era sencilla. Junto a su sofá forrado de raso, una hija
reprochaba a su madre que no aceptara a su novio. Dolores aparecía de
pie, sin atinar a decir su parlamento por más que la «hija» trataba de
ayudarla dándole el pie.
—Sí, ya sé lo que me vas a decir, que soy una hija desobediente, que
soy una sinvergüenza, que sientes odio hacia él y hacia mí…
Nada. Carballido se paseaba tras las cámaras con las manos en la
cabeza y Dolores ni por aludida se daba, como si hubiese olvidado lo
que debía decir, sin captar la seña siquiera. No reaccionaba hasta que
por fin metió un gritico distinguido y mirando de reojo el mueble cayó
desmayada en el sofá. El coordinador, por indicación del director,
ordenó al ballet que continuara el programa mientras Dolores
permanecía desmayada.
Al día siguiente, toda Cuba hablaba del desvanecimiento de la actriz.
Carballido Rey y un representante de los patrocinadores fueron a verla
al hotel. Los recibió el marido, muy apenado. No faltaba más, la
actriz no cobraría por un trabajo que no había hecho.
—Nada de eso —respondió Carballido enarbolando el jugoso cheque—.
Acéptelo. El desmayo ha dado que hablar más que si hubiese actuado.
¡Ha sido todo un éxito!

La sonrisa pícara de Rodney

Los que lo conocieron, lo evocan como un personaje fascinante. La
lepra, que le deformó las manos, no frenó su ambición de hacerse
famoso. Cuando la discapacidad física, acentuada por el paso de los
años, se fue haciendo cada vez más evidente, cambió la actuación por
la coreografía.
Roderico Neyra, «Rodney», fue coreógrafo del teatro Shanghai, en el
barrio chino habanero, una sala famosa por sus espectáculos de
desnudos, y organizó las míticas Mulatas de fuego. Trabajó en el
cabaré Sans Souci y luego, a partir del 1ro. de junio de 1952, puso a
Tropicana a la altura de las mejores salas de fiesta del mundo. Se va
a Caracas a comienzos de los años 60. Pasa a Puerto Rico y se hace
aplaudir sin reservas en el Waldorf Astoria, de Nueva York. Triunfa en
Acapulco y en la Ciudad de México. La muerte lo sorprende, en plena
efervescencia creadora, cuando intentaba conquistar Hollywood. En
1957, la revista Show afirmaba en un reportaje que dedicó al artista
que Rodney había dado más lustre a Cuba que todos sus diplomáticos
juntos.
Era un mulato de baja estatura, piel clara y bigote fino. Tenía una
sonrisa pícara. En los años 40 solía viajar por la Isla con una maleta
llena de imágenes de santos que desplegaba luego en la habitación del
hotel donde se alojaba.

Si abaratas tu trabajo...

Recordaba hace años Enrique Núñez Rodríguez en esta misma página:
Rodney me encargó el guión para un espectáculo de Tropicana. Me asomé
por primera vez a aquel mundo fantástico. Cumplí con mi trabajo.
Rodney me llevó a la oficina del señor Ardura, que era el
administrador del cabaré. En el trayecto me preguntó cuánto iba a
cobrar por mi libreto. Le dije que 500 pesos. Al llegar al despacho de
Ardura, le explicó que yo era el guionista del show que se estaba
ensayando y que venía a cobrar mi trabajo. Ardura preguntó a Rodney
cuánto iba a cobrar. Rodney le respondió, sin inmutarse, que 5 000
pesos. Ardura hizo el cheque también sin inmutarse. A la salida, todo
nervioso, dije a Rodney que se había equivocado, que yo le había dicho
500. Rezongó:
—El que te equivocaste fuiste tú. Si abaratas tu trabajo van a pensar
que yo les cobro demasiado. Guárdate el resto.


--
Ciro Bianchi Ross
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Dizionario demenziale

CADENTE: alloggio del dente, gengiva

domenica 29 settembre 2013

Dizionario demenziale

CADAUNO: e gli altri stiano in piedi

sabato 28 settembre 2013

Gli atleti cubani potranno gareggiare all'estero

Da tempo avevo anticipato che c'era aria di cambio anche nella sfera dello sport a Cuba (In vista aperture all'economia nello sport cubano, post del 22 agosto 2012). Finalmente, con buona pace di Alberto Juantorena, strenuo difensore del dilettantismo (magari di Stato), è arrivata la disposizione che permette agli atleti cubani, di qualsiasi disciplina, di competere per club stranieri all'estero. Una principio anche questo che, seppur atteso nella speranza, era inaspettato dai più. Le difficoltà maggiori saranno per i potenziali giocatori delle Grandes Ligas del baseball nordamericano, ma anche di qualunque altro sport, che troveranno difficoltà ad essere contrattati legalmente fino a che risiedano a Cuba, in virtù dell'assurda legge sull'embargo. Questo continuerà ad essere un problema, perché se tutti gli atleti potranno essere contrattati in ogni parte del mondo, negli Stati Uniti, no, almeno sotto il profilo legale e quindi il pericolo di fughe, nel settore del baseball non è scongiurato. Si aspettavano "aperture"? Piano piano arrivano.

Dizionario demenziale

CACOFONIA: discorsi di merda