lunedì 30 maggio 2016

Dizionario del mare per lupi di terra

BECCHEGGIO: movimento del capo degli uccelli quando mangiano

domenica 29 maggio 2016

Dizionario di mare per lupi di terra

BAVA DI VENTO: la producono i venti anziani

Airberlin all'Avana

Ieri è arrivato alla capitale cubana il volo inaugurale della nuova rotta Dusseldorf/Avana operato due volte la settimana (giovedì e sabato) dalla Airberlin, terza compagnia tedesca a volare a Cuba.

sabato 28 maggio 2016

Amaury e Aznavour

Cenando con Aznavour
Publicado en: Crónicas de Amaury
En este artículo: Amaury PérezCharles AznavourCubaCulturaMúsica
5 marzo 2016 | 96

Hace unos pocos años nos visitó el cantante y compositor francés Charles Aznavour. Vino a Cuba a grabar un disco con el Maestro Chucho Valdés, lamentablemente no a ofrecer conciertos.
Un día antes de su partida fuimos invitados a cenar con él Silvio Rodríguez y su esposa, la imponente flautista Niurka González, José María Vitier y su señora, la escritora y pintora Silvia Rodríguez Rivero, mi esposa Petí, y yo, y para completar el cuadro, la extraordinaria y talentosa artista plástica ZDR.
Participamos de una breve conversación con la distinguida figura a la que todos admiramos, traductora de por medio, pues Aznavour no habla prácticamente el castellano ni nosotros francés y eso dificultaba el diálogo. Cada quien le fue contando las experiencias vividas cuando escuchábamos sus canciones y él, que es un hombre muy serio y de seguro acostumbrado a los halagos, se mostró reservado y, a mi parecer, distante al igual que quienes le acompañaban: su representante, también de origen franco-armenio, y los de su casa disquera.
ZDR se enfrascó, cuando la cena estaba a punto de finalizar, en una extravagante y divertida disertación sobre sus estadías en París y sus paseos por los barrios marginales de la urbe europea, y cuando Silvio le comentó a Aznavour sobre la riqueza musical que subyace en los metros de la capital francesa, ZDR. saltó airada: “¡Ay Silvio, Charly (porque ya a esa hora para la pintora Aznavour era Charly y no Charles) ni siquiera conoce el metro de París. ¡Él va por arriba, por la rue, sobre los puentes, en su Mercedes Benz!”
Más tarde Silvio le contó a Aznavour sobre el talento musical incomprendido y poco valorado de Sudamérica. ZDR arremetió con un: “¡Bah Silvio, de Venezuela pa’ abajo to’ es tristeza!”. Todos nos quedamos con la boca abierta ante tan despeinada afirmación. La traductora no lograba convencerse a sí misma de trasladar al francés lo que escuchaba y yo, de maldito, le insistía entusiasmado en que sí lo hiciera. La cara de Aznavour mostraba signos de desconcierto y desgana.
Aproveché entonces el momento para alcanzarle unos DVDs suyos que atesoro para que me los autografiara y así aligerar lo que ocurría. ZDR vio que había uno filmado en Nueva York, en el Carnegie Hall para ser preciso, y mirando orgullosa a Aznavour le largó: “Yo también he estado en Nueva York, Charly, y cuando me paré en Times Square en medio de nuestro “Período Especial” y vi la cantidad de luces me dije, parafraseando una línea de la canción “Sigüaraya”: ¡Por eso el capitalismo no se ‘pue’ tumbá’”!
La traductora se negó rotundamente a trasladar esto último y ZDR, desesperada por llamar la atención del autor de “Venecia sin ti” a como diera lugar, se puso de pie y comenzó a ejecutar una tabla de Tai Chi que disfrutamos alucinados. Una vez que llegó junto a Aznavour sofocada por las maromas, ante la postura impertérrita y hermética del Maestro, le preguntó: “¿Charly, me rajo?” Y sin esperar respuesta alguna se dejó caer en el suelo, en split, extendiendo sus piernas, una hacía adelante y la otra hacia atrás, con una flexibilidad que cualquier gimnasta quinceañera quisiera para sí. A mí me dio un ataque de risa enloquecido e indigesto que me hizo olvidar ante quién estaba. Los demás invitados se sumaron a la carcajada provocada por la excentricidad de nuestra ilustrada, querida y admirada amiga.
Charles Aznavour, todo un caballero, cortésmente dio por terminada la cena y se marchó escrupuloso, aunque probablemente despavorido.
Su “¿Me rajo, Charly?” ha quedado como una contraseña privada cuando cualquiera de nosotros se encuentra ante una vana interrogante.



Da non molti anni, ci visitò il cantante e compositore francese Charles Aznavour. Venne a Cuba a incidere un disco col Maestro Chucho Valdés, purtroppo non a offrire concerti.
Un giorno prima della sua partenza, fummo invitati a cenare con lui, Silvio Rodríguez,  sua moglie, l’imponente flautista Niurka González, José María Vitier e la sua signora, la scrittrice e pittrice Silvia Rodríguez Rivero, mia moglie Petí e io. Per completare il quadro la straordinaria e talentosa artista plastica ZDR (Zaida del Río, nd.t.).
Partecipammo a una breve conversazione con la distinta figura che ammiriamo tutti, per mezzo della traduttrice, ebbene Aznavour non parla il castigliano né noi il francese e questo difficoltava il dialogo. Ciascuno raccontò le esperienze vissute quando ascoltavamo le sue canzoni elui che è un uomo molto serio e sicuramente abituato ai complimenti, si mostrò riservato e a mi parere, distante come coloro che lo accompagnavano: il suo rappresentante, pure di origine franco-armena e quelli della casa discografica.
ZDR si inoltrò, quando la cena stava terminando, in una stravagante e divertente dissertazione sui suoi soggiorni francesi e le sue passeggiate nei quartieri marginali dell’urbe europea e quando Slvio commentò ad Aznavour sulla ricchezza musicale che soggiace nei metrò della capitale francese, ZDR sbottò spumeggiante: “Oh Silvio, Charly (perché a quell’ora per la pittrice Aznavour era Charly e non Charles) non conosce nemmeno il metrò di Parigi. Lui va sopra, per la “rue”, sui ponti, nella sua Mercedes Benz!
Più tardi silvio raccontò ad Azanavour sul talento musicale incompreso e poco valutato del Sudamerica. ZDR ribatté con un: “Bah Silvio! Dal Venezuela in giù è tutta una tristezza!”. Restammo tutti a bocca aperta davanti a un’affermazione così scapestrata. La traduttrice non riusciva a convincere se stessa a tradurre in francese quello che sentiva e io, da maledetto, insistevo entusiasmato perché lo facesse. La faccia di Aznavour mostrava segni di sconcerto e malavoglia.
Allora aprofittai per dargli uno dei suoi DVD che conservo come un tesoro, perché me lo firmasse, in modo di alleggerire quello che succedeva. ZDR vide che ce n’era uno filmato a New York, al Carnegie Hall, per la precisione e guardando Aznavour gli gettò: “ Anch’io sono stata a New York, Charly e quando mi sono fermata in Times Square, in mezzo al nostro “Periodo Speciale” e vidi la quantità di luci mi dissi, prafrasando la canzone “Siguaraya”: per questo il capitalismo non si può abbattere!”
La traduttrice rifiutò categoricamente di tradurre quest’ultimo e ZDR, disperata per richiamare l’attenzione dell’autore di “Venezia senza te”, in qualunque modo, si alzó in piedi e cominciò a eseguire movimenti di Tai Chi che gustammo allucinati. Una volta giunta ad Aznavour, soffocata dall’ansimare, davanti alla posizione  imperterrita ed ermetica del Maestro, gli disse: “Charly, mi spacco?” E senza aspettare nessuna risposta si lasciò cadere al suolo in spaccata stendendo le sue gambe, una avanti e l’altra indietro, con una flessibilità che qualunque ginnasta quindicenne vorrebbe avere. A me dette un attacco di risa pazzesco e indigesto che mi fece dimenticare davanti a chi ero. Gli altri invitati si aggiunsero alla sghignazzata provocata dall’eccentricità della nostra illustre e amata amica.
Charles Aznavour, tutto un signore, dette cortesemente per terminata la cena e se ne andò tranquillamente anche se, probabilmente, stupito.
Il suo “Mi spacco, Charly?” è rimasto come una parola d’ordine privata quando qualcuno di noi si trova davanti a una domanda vana.



venerdì 27 maggio 2016

Dizionario del mare per lupi di terra

BATTIGIA: percuotiadesso

Cuba e l'informazione

In questi ultimi anni, anche l’informazione cubana ha fatto notevoli progressi, purtroppo mi sembra che restino antichi retaggi di “incompletezza professionale” dei giornalisti. Si danno spesso e volentieri notizie incomprensibilmente incomplete.
Al di la che personalmente non credo alla “stampa libera” in nessuna parte del mondo , tutt’al più “pluralista” che non è lo stesso, ma mi sembra che dare informazioni su fatti culturali non dovrebbe avere “censure” nella loro completezza. Faccio degli esempi: grande (giusto) orgoglio per il prossimo riconoscimento (7 giugno) dell’Avana come una delle “Sette città Meraviglia del mondo”. Perfetto e ne sono contento, se lo merita, ma le altre 6 quali sono? Qua nessuno lo ha detto.

Spesso e volentieri, direi ogni giorno, si annunciano mostre, esposizioni, avvenimenti culturali di vario genere, ma...salvo rarissime eccezioni,  si da l’indirizzo esatto di dove si svolgono, come se tutti fossero obbligati a sapere dove si trova la galleria tale, il museo talaltro o il centro culturale pinco pallino...Non credo che sia un grande sforzo dare le notizie complete...

giovedì 26 maggio 2016

Amaury e la Massiel

En casa de Massiel
Publicado en: Crónicas de Amaury
27 febrero 2016 | 81

En el 76 viajamos a Polonia, Bulgaria y España, Pablo Milanés, Sara González, el Grupo de Experimentación Sonora del ICAIC y un servidor. Siempre se recuerda con agrado y nostalgia, por los tiempos idos, la primera salida al exterior desde la Isla.
En España se habían editado ese año los fonogramas iniciáticos de Silvio “Días y Flores”, mi disco “Acuérdate de Abril” y el de Pablo, “La vida no vale nada”, que incluye su bella canción “Para vivir”, pero en la edición europea apareció en la carátula de los tres LPs un dibujo a plumilla de Silvio, una foto verde y difusa de Pablo y en el mío la reproducción de una obra plástica de nuestro patrimonio cultural. Ni una fotico.
Los cantantes ibéricos Massiel y Pablo Abraira habían grabado con gran éxito sendas versiones de la canción de Milanés y lo invitaron, a través de nuestros empresarios catalanes de la época, a una suntuosa cena en casa de la primera. Allí se encontraban Massiel; por supuesto, Abraira; la gran actriz Ángela Molina, y otras celebridades del mundo artístico español que ya no recuerdo. Nuestro Pablo, a su vez, nos invitó, con la gentileza que lo caracteriza, a todos sus compañeros. Llegamos puntuales al apartamento en un piso alto del centro de Madrid y nos pasaron a una terraza donde algunos manjares de pequeño calado nos esperaban…, pero a mí me llevaron, con rendida admiración, a sentarme con las ilustres celebridades en la mesa principal del amplio comedor.
Como quiera que en aquella época el viático que nos daban no excedía los 12 dólares para desayuno, almuerzo y comida, y el hambre era infinita y abrumadora, no lo pensé mucho, ni lo medí, y me senté entre los comensales, entre agradecido, confundido, y angustiado por la suerte de mis camaradas de viaje, a zamparme la media res que sirvieron, mientras la conversación giraba en torno a mi “extraordinaria capacidad como compositor y maravillosas cualidades vocales”. Aquello me parecía cada vez más sospechoso sobre todo porque mi carrera era débil, y decidí poner los jugos gástricos en función de engullir la mayor cantidad de carne que el estómago soportara antes de que empezaran a celebrar, como creí anticipar, “mi” canción “Para vivir”.
En ese entonces tenía una buena imagen. Era delgado, llevaba el cabello por los hombros, y todos pensaron que Pablo Milanés era yo, y no el moreno aquel con pinta de africano que languidecía allá a lo lejos entre croquetas, aceitunas, y otros comestibles ligeros; ¡ligerísimos!
Cuando hube saciado el apetito y les revelé apenado mi verdadera identidad, aquello se volvió un pandemónium, las ofensas sobre mi impostura alcanzaron los decibeles del irrespeto, y aún con las últimas papas fritas frisando mis encías pedí disculpas cabizbajo pero lleno, y me alejé a la fría terraza donde mis compañeros rugían su desaliento digestivo.
La Gorda Sara, que al hacerle el cuento se indignó por las cosas que me dijeron (siempre me quiso con una mezcla de hermano-hijo) comenzó, en un acto de represalia adolescente, a incrustar sus cigarros —por esa época fumaba— en una colección de cactus que poblaba los canteros de Massiel y que hubiera puesto a enmudecer el jardín botánico más exuberante.
Pablo ocupó entonces el lugar que le correspondía por obra y derecho en la mesa y yo di cuenta, como postre, de las últimas aceitunas que tintineaban en las bandejas semivacías, mientras los cactus, como “Rosas en el mar”, apagaban su firmeza en aquella “divertida” y confusa noche madrileña.


Nel ’76 fummo in Polonia, Bulgaria e Spagna, Pablo Milanés, Sara González, il Gruppo di Sperimentazione Sonora del ICAIC e il vostro servitore. Si ricorda sempre gradevolmente e nostalgia, per i tempi passati, la prima uscita all’estero dall’Isola.
In Spagna era uscito quell’anno il disco iniziatico di Silvio “Días y Flores”, il mio disco “Recuerdate de Abril” e quello di Pablo, “La vida no vale nada” che comprende la sua bella canzone “Para vivir”, ma nell’edizione europea apparve sulla copertina dei tre LP un disegno a pennarello di Silvio, una foto verde sfumata di Pablo e nel mio la riproduzione di un’opera plastica del nostro patrimonio culturale. Nemmeno una piccola foto.
I cantanti iberici Massiel e Pablo Abraira avevano inciso con grande successo la canzone di Milanés e lo invitarono, tramite i nostri impresari catalani dell’epoca, a una sontuosa cena a casa della prima. Li si trovavano, naturalmente Massiel, Abraira; la grande attrice Ángela Molina e altre celebrità del mondo artistico spagnolo che non ricordo. Il nostro Pablo a sua volta, invitò con la gentilezza che lo distingue, tutti i suoi compagni. Arrivammo puntuali all’appartamento in un attico del centro di Madrid e ci fecero uscire sulla terrazza dove alcuni manicaretti di poca importanza ci aspettavano..., ma a me spinsero con sincera ammirazione a sedermi con le illustre celebrità alla tavola principale dell’ampia sala da pranzo.
Siccome la “diaria” che ci davano a quei tempi non eccedeva i 12 dollari per colazione pranzo e cena e la fame era infinita e schiacciante, non ci pensai molto, né presi le misure, mi sedetti fra i commensali, tra il grato e il confuso e angustiato per la sorte dei miei compagni di viaggio, azzannando la mezza vacca che servirono, mentre la conversazione girava attorno “alla mia straordinaria capacità come compositore e meravigliose qualità vocali”. Quello mi sembrava sempre più sospetto sopratutto perché la mia carriera era debole e decisi di mettere i succhi gastrici in funzione di ingurgitare più carne di quella che sopportasse lo stomaco, prima che cominciassero a celebrare, come credetti di anticipare, la “mia” canzone “Para vivir”.
In quei momenti avevo una buona immagine. Ero magro, portavo i capelli lunghi e tutti pensavano che fossi io Pablo Milanés e non quell’abbronzato con aspetto di africano che illanguidiva la, lontano, tra polpettine, olive e altri alimenti leggeri; leggerissimi!
Quando ebbi saziato l’appetito e rivelai, vergognoso, la mia vera identità, quello diventò un pandemonio, le offese sulla mia finzione raggiunsero i decibel dell’offesa e ancora con le ultime patatine fritte attaccate alla gengive chiesi scusa a testa bassa, ma sazio e mi allontanai verso la fredda terrazza dove i miei compagni ruggivano per la digestione del loro spuntino.
La Grassa Sara che facendole il racconto si indignò per le cose che mi avevano detto (mi ha sempre amato come un misto di figlio-fratello) comiciò, in un atto di rappresaglia adolescenziale, a incrostare i suoi mozziconi – all’epoca fumava – in una collezione di cactus che popolava i vasi di Massiel e che avrebbe zittito il più esuberante giardino botanico.

Pablo, allora, occupò il posto che gli corrispondeva per opera e diritto alla tavola e io presi come dessert le ultime olive che ballonzolavano nei vassoi semivuoti, mentre i cactus “Come rose nel mare”, spegnevano la loro fermezza in quella “divertente” e confusa serata madrilena.

mercoledì 25 maggio 2016

Community del 25 maggio 2016

Con la collaborazione di amiche che gestiscono il centro di estetica di un grande albergo nel centro dell’Avana e che hanno il televisore collegato alla rete alberghiera, sono riuscito a vedere il lavoro di Fiorella Cappelli che devo elogiare per la professionalità e la capacità di sintetizzare, in pochi minuti, la mia vita a Cuba. Naturalmente moltissimi sono i “colpi rimasti in canna” anche sull’essenziale compreso nel servizio, ma non potevo certo pretendere di avere una trasmissione solo per me ed essere l’unico ad esprimere opinioni su Cuba. Grazie quindi per questa occasione per penalizzare gli spettatori di Rai Italia con la mia “diversa bellezza, fono e telegenía”. Chi fosse interessato a vedere il programma e non ha potuto farlo direttamente, in Italia non è visibile se non in streaming sul web, può sempre cercarlo, volendo, sul link di Raitalia alla voce “programmi/community/25maggio”. Prima del servizio su Cuba è andato in onda uno sulla camera di Commercio Italo-Argentina di Buenos Aires e poi un colloquio sul Museo delle Belle Arti di Perugia, per cui mi sento anche un po’ “colpevole” per un “traino” di quel livello.

Ringrazio anche Giuseppe Sansonna da cui è partita l’iniziativa per questo servizio. Un arf arf, bau, bau anche da Cane chi mi ha fatto da spalla.

Siccità preoccupante

Sono ormai due anni che a Cuba le precipitazioni sono molto al di sotto della media e le previsioni non sono rosee per il futuro immediato. Paradossalmente si "spera" in una stagione ciclonica particolarmente attiva, come quella pronosticata, per rimpinguare bacini e falda che in molti casi sono inutilizzabili, a livello critico o nel migliore dei casi in fase di allerta.
Purtroppo altre risorse di rifornimento di acqua dolce non ce ne sono, se non sperare in una (giusta) caduta dal cielo. E il caldo è cominciato presto...

Dizionario del mare per lupi di terra

BATTICULO: caduta sulle terga

martedì 24 maggio 2016

lunedì 23 maggio 2016

Community, errata córrige o corríge....

La replica va in onda alle 23,30 italiane non alle 11.30....
 Comunque meglio verificare sul palinsesto di Rai Italia...

Aguiar, di Ciro Bianchi Ross

Pubblicato su Juventud Rebelde del 22/5/16

 Aguiar è la strada avanera che comincia nell’Avenida del Las Misiones e si introduce per 15 isolati nella città vecchie per morire in Sol, vicino alle mura del convento di Santa Clara, deve il suo nome a Luis José Aguiar, uno dei reggenti del municipio dell’Avana che si distinse in modo straordinario nella difesa della città di fronte all’aggressione inglese nel 1762. Uno dei ristoranti più emblematici dell’urbe all’Hotel nacional, porta anch’esso il suo nome, la sala da pranzo Aguiar.
Questa strada – che conta con una magnifica sala da concerto nell’antico Oratorio di San Filippo Neri, angolo con Obrapía, e dove tra poco avrá la sua sede il Tribunale Supremo, al numero 367, antica sede della Royal Bank of Canada e l’Istituto di Storia di cuba, nel tratto di via che corre tra Obispo e O’Reilly lato numeri dispari – fu, a parere dello scriba, fino al 1958 e anche un po’ dopo, la via dei soldi.
Lì avavno le case madri o le succursali nove banche e un elevato numero di di compagnie e agenzie di assicurazioni e numerose associazioni commerciali come la Camera di Commercio Britannica, l’Associazione delle Banche di Cuba e la Camera Nazionale di Commercianti e Industriali.
Come se ciò fosse poco, nella calle Aguiar aprivano le loro porte gli studi di oltre 105 avvocati, alcuni di loro pescecani del regime batistiano come Rafael Guas Inclán, vice presidente della Repubblica, al numero 574 della via; Jorge García Montes, primo ministro, al 310. Gastón Godoy, presidente della Camera dei Rappresentanti, al numero 360 e al 305, Marino Lòpez Blanco, ministro dell’Industria. Anche alcuni avvocati oppositori alla dittatura,, dalle file dell’Ortodossia, come Francisco Carone ed Ernesto Dihigo, entrambi con ufficio nell’edificio contrassegnato dal numero 556.
Naturalmente non mancavano le case di abitazione e i locali che davano spazio a esercizi commerciali come i Magazzini di Seteria e Chincaglieria,al 560, la sartoria e camiceria di Ramón Gómez al numero 408 e il negozio di abiti da uomo di José Wladawsky, al 609. Al 402 si trovava il Club dello Sport e Sviluppo del Turismo all’Avana e all’angolo di O’ Reilly, il bar dell’hotel Lafayette dove, si dice, si impose “il cubanito”, il delizioso cocktail che si elabora con rum bianco, succo di pomodoro, salsa inglese e pepe e che si guarnisce con sale. L’azionista principale della fabbrica di cappelli di Barquín e Compagnia, numero 602, era membro della Camera di Commercio della Repubblica.
In Aguiar 569, si confezionavana le lenzuola Palacio. Un slogan commerciale viene dalla notte dei tempi. Forse lo ricordano i maggiori dei 70 anni. Dice: “Lenzuola Palacio, morbide come la seta e forti come il lino. Garntite per 360 lavaggi”.
Lo scriba ignora se qualcuno si è messo di buzzo a contarle, qualche volta.

Il Distretto Bancario

José María de la Torre scrive nel suo libro Los que fuimos y lo que somos; La Habana antigua y moderna, pubblicato in questa città nel 1857 che don Luis José Aguiar, il quale finì per dare nome a questa strada, abitava all’angolo di Tejadillo. Aggiunge che il tratto di Aguiar fra Teniente Rey e Muralla si chiamò Carnicería perché lì vi si trovava seconda casa a destra entrando da Teniente Rey – la macelleria reale, mentre all’angolo di Amargura la si chiamò De los Terceros per la cappella di Terzo Ordine di Sant’Agostino e quella di O’ Reilly fu quella dell’Anticristo. Ad Aguiar, in certi scritti, si da il nome di Contias, ma de la Torre dice che non ne conosce il motivo.
Il cosiddetto Distretto Bancario avanero, la nostra piccola Wall Street, si trovava fra O’ Reilly, Amargura, Mercaderes e Compostela. In questo spazio si trovavano le sedi dell banche principali; edifici maestosi, con facciate di colonne monumentali che non lasciavano dubbi sulla loro solidità, la ricchezza el’eternità delle istituzioni che vi albergavano anche se alcune crollavano appena c’era un venticello che le sfiorava. Lì c’erano la Borsa dell’Avana, la Loggia del Commercio, la Camera di Commercio della Repubblica – in quello che sarà l’Hotel Raquel – e le camere di commercio spagnola, italiana, francese, britannica e tedesca oltre alla Camera di Commercio Americana di Cuba. Uffici di assicurazioni e prestiti, imprese dello zucchero e non...La Camera di Commercio Cinese si trovava in Reina, numero 601, ai piani superiori, quella ebraica alla fine della calle Muralla.
Aguiar era uno degli assi di questo distretto. A parte dellla citata Banca del Canada, vi aveva sede una succursale della Trust Company de Cuba, installata in quella che fu sede della Banca del Commercio, all’angolo di Obrapía. Nell’edificio dell’Oratorio di San Filippo Neri e di fronte, una succursale della Banca Nuñez. La Banca Gelats, la più antica fra le case bancarie nazionali, occupava il bellissimo edificio contrassegnato dal numero 456 della strada, oggi sede della Tele Banca. Al numero 306 si trovava la Banca di Coloni, un immobile attualmente in restauro. L’edificio del Chase Manhattan Bank – numero 310 – appartiene al Banco de Credito y Comercio e la locale Banca Hispano Cubana, al numero 305, si suddivise in due o tre appartamenti. L’edificio della banca di Boston, al 411, angolo Lamparilla, è una dipendenza della Banca Centrale di Cuba e la Banca Pedroso, all’angolo di Empedrado, è una mensa per lavoratori.
Lo scriba ignora a quanto ascendessero i depositi del Chase e della banca di Boston. Né quanto accumulava la Banca Pedroso, sebbene alla fine degli anni ’50 riportasse utilità superiori ai 100.000 pesos annuali. I depositi del resto delle sei entità citate ascendevano a circa 530 milioni di pesos, secondo i dati che apporta Guillermo Jímenez nella sua opera Las empresas de Cuba en 1958.

Banche e banchieri

Il Trust, nonostante il suo nome, era una banca cubana, la principale, con depositi per 232 milioni di pesos, 26 agenzie e 800 impiegati.
Era l’anello bancario del più importante finanaziario e zuccheriero del Paese, la Sucesión Falla Gutiérrez, proprietaria di sette centrali e il secondo maggiore fra i gruppi zuccherieri installati sull’Isola.
Il Trust comprò varie banche. Acquisì, fra gli altri il Banco de Comercio, in quella che si considera la maggior transazione bancaria dal crack degli anni ’20, operazione che gli permise di ascendere al primo posto. Jiménez scrive che contava di un’amministrazione molto efficiente e capace, la sua situazione economica e finanziaria risultava molto buona e la sua espansione era straordinaria, captava affari e depositi di continuo. Era una della ziende cubane più redditizie, con utili che superavano il milione e mezzo di pesos annuali.
La Banca Nuñez, con 22 agenzie, era per l’importo dei suoi depositi -97 milioni – la quarta tra le entità bancarie. Carlos Nuñez, suo unico proprietario, nato nel 1885 a Holguin, non aveva acquisito la sua fortuna per eredità, matrimonio o sostegni politici. Figlio di un umile spagnolo, frequentò solo le elementari. All’inizio comprò varie carrette per il trasporto della canna e poi comprò terreni coltivati a canna. Il 21 marzo 1921, in pieno crack bancario, inaugurò in un locale prestato, la sua banca di successo, una della ziende cubane più redditizie con più di un milone di pesos di utile. Nel 1939 la portò all’Avana e tre anni più tardi la strutturò come una società anonima i cui azinisti erano lui e i suoi sette figli.
La Banca Gelats era la nona nel Paese a ragione della quantità dei suoi depositi: 46 milioni di pesos nel 1956 ed era molto relazionata con gli interessi dela Spagna, dove possedeva investimenti sostanziali in valori. Operava con conti in dollari nel Convegno di Pagamento dei due Paesi. Gelats era la maggior personalità degli interessi economici della Chiesa Cattolica, consigliere economico dell’Arcivescovado dell’Avana e banchiere a Cuba di Sua Santità il Papa.
Gelats controllava in modo unipersolnale la politica della sua banca e gli si addossavano metodi di direzione obsoleti, Jiménez nel citato libro dice: “La sua rinuncia ad agenzie gli causò la perdita di clienti; ne aprì solo una all’inizio della calle Linea, già nel 1958. Nonostante la sua banca perdesse posizioni, continuava ad essere uno dei più importanti, con solide radici tra i capitali più tradizionali del Paese”.
La Banca del Canada, con 23 agenzie, aveva depositi per 127 milioni di pesos. La Banca dei Coloni – 22 milioni in depoositi – fu fondata nel 1942 da un gruppo di coloni oriundi delle Canarie, con il proposito di finanziare piccoli agricoltori, ma in meno di dieci anni abbandonò questa politica per convertirsi in finanzieri dei proprietari dei grandi zuccherifici. Il suo ultimo presidente fu il già citato Gastón Godoy, molto legato al regime batistiano: fuggì con batista, nel suo stesso aereo, il 1° gennaio del 1959 e alla sua morte, nell’agosto del 1973, si fece carico delle onoranze funebri. Presiedette l’Associazione Nazionale dei Coloni di Cuba che aveva sede nell’edificio della banca.
Di quelli ubicati nella calle Aguiar, la banca con il minor saldo in depositi era l ‘Hispano Cubana. La sua fondazione fu idea di quattro investitori italiani presieduti da Guido Pereda, ma alla sua morte prima che si inaugurasse la banca, l’affare passò nelle mani di due prestanome di Batista: Manuel Pérez Benitoa e José López Vilavoy che controllavano quasi in parti uguali l’80% delle azioni del dittatore. Si immagini, il lettore, come andavano le cose fino a che Il Banco Nacional de Cuba lo ipotecò a partire dal settembre 1957 e nel luglio dell’anno seguente immpose ai suoi proprietari a che lo vendessero per insolvenza a salsare debiti in sospeso, per cinque milioni di pesos.

Pranzo a Wall Street

In quel distretto bancario ci fu un ristorante che si chiamò, naturalmente, Wall Street al numero 370 della calle Aguiar. Il 14 marzo del 1945, il Dottor Eugenio Llanillo un avvocato grosso, di statura bassa con sorriso e sigaro in permanenza, pranzò nel ristorante Wall Street e accompagnò il cibo con vino Marqués de Riscal. Poi salì nel suo ufficio nell’edificio dalla Banca del Canada e poco dopo tornò al ristorante per bere un bicchiere di sidro. Alcune ore dopo apparve assassinato nella strada che va da Punta Brava alla spiaggia di Santa Fe. Il letterato era stato oggetto di una detenzione illegale della polizia che eccedette nel dargli un trattamento troppo severo per fulminarlo con due colpi alla testa.
Perché uccisero Llanillo? Perché, come altri crimini dell’epoca non si chiarì mai del tutto? Fu un regolamento di conti i cosiddetti “uomini d’azione” per essere stato, fino alla sua morte avvocato di Batista e Marta o come supposto complice dell’ingresso clandestino all’Isola dell’ex colonnello José Eleuterio Pedraza, col proposito di rovesciare il Governo del presidente Grau San Martín? Furono gli uomini di Pedraza che lo ultimarono per aver dlatato il loro capo?
Lo vedremo in un’altra occasione. 

Aguiar, la calle del dinero

Ciro Bianchi Ross • digital@juventudrebelde.cu
21 de Mayo del 2016 21:51:24 CDT

Aguiar, esa calle habanera que comienza en la Avenida de las Misiones y se interna a lo largo de unas 15 cuadras en la ciudad vieja para morir en Sol, junto a los muros del convento de Santa Clara, debe su nombre a Luis José Aguiar, uno de los regidores del Ayuntamiento de La Habana, que se destacó de manera extraordinaria en la defensa de la ciudad ante la agresión inglesa de 1762. Uno de los restaurantes más emblemáticos de la urbe, en el Hotel Nacional, lleva también su nombre, El Comedor de Aguiar.
Esta calle —que cuenta con una magnífica sala de conciertos en el antiguo Oratorio de San Felipe Neri, en la esquina con Obrapía, y donde pronto tendrán su sede el Tribunal Supremo, en el número 367, antigua sede de The Royal Bank of Canada, y el Instituto de Historia de Cuba, en el tramo de la vía que corre entre Obispo y O’Reilly, acera de los nones— fue, en opinión del escribidor, hasta 1958 e incluso un poco después, la calle del dinero.
Allí tenían casas matrices o sucursales nueve bancos y un elevado número de compañías, agencias de seguro y numerosas asociaciones comerciales como la Cámara de Comercio Británica, la Asociación de Bancos de Cuba y la Cámara Nacional de Comerciantes e Industriales.
Como si eso fuese poco, sobre la calle Aguiar abrían sus puertas los bufetes de más de 105 abogados, entre ellos algunos pejes gordos del régimen batistiano como Rafael Guas Inclán, vicepresidente de la República, en el número 574 de la calle; Jorge García Montes, primer ministro, en el 310. Gastón Godoy, presidente de la Cámara de Representantes, en el número 360, y en el 305, Marino López Blanco, ministro de Hacienda. Y también algunos abogados opuestos a la dictadura, desde las filas de la Ortodoxia, como Francisco Carone y Ernesto Dihigo, ambos con oficinas en el edificio marcado con el número 556.
No faltaban, desde luego, las casas de vivienda y los locales que daban cabida a establecimientos comerciales, como los Almacenes de Sedería y Quincallería, en el 560, la sastrería y camisería de Ramón Gómez, en el número 408, y la tienda de ropa hecha para caballeros de José Wladawsky, en el 609. En el 402 se hallaba el Club de Sport y Fomento del Turismo de La Habana, y, en la esquina de O’Reilly, el bar del hotel Lafayette donde, se dice, se impuso el «cubanito», el sabroso coctel que se elabora con ron blanco, zumo de tomate, salsa inglesa y pimienta, y que se puntea con sal. El propietario principal de la fábrica de sombreros de Barquín y Compañía, número 602, era miembro de la Cámara de Comercio de la República.
En Aguiar 569 se confeccionaban las sábanas Palacio. Un eslogan comercial viene desde el fondo de los tiempos. Acaso lo recuerden los mayores de 70 años. Dice: «Sábanas Palacio. Suaves como la seda y fuertes como el lino. Garantizadas por 360 lavadas».
Desconoce el escribidor si alguien se animó a contarlas alguna vez.

El distrito bancario

Escribe José María de la Torre en su libro Lo que fuimos y lo que somos; La Habana antigua y moderna, publicado en esta ciudad en 1857, que don Luis José Aguiar, que terminó dando nombre a esta calle, vivía en la esquina de Tejadillo. Añade que al tramo de Aguiar entre Teniente Rey y Muralla se le llamó Carnicería por hallarse allí —segunda casa a la derecha según se entraba por Teniente Rey— la carnicería real, mientras que a la esquina de Amargura se le llamó De los Terceros por la capilla de la Tercera Orden de San Agustín, y la de O’Reilly fue la del Anticristo. A Aguiar se da el nombre de Contias en algunas escrituras, pero dice De la Torre que desconoce los motivos.
El llamado Distrito Bancario habanero, nuestro pequeño Wall Street, se enmarcaba entre O’Reilly y Amargura, y Mercaderes y Compostela. En ese espacio se hallaban las sedes de los bancos principales; edificios majestuosos y con fachadas de columnas monumentales que no dejaban duda sobre la solidez, la riqueza y la eternidad de las instituciones que albergaban, aunque a veces algunos se desmoronaban cuando les soplaba un vientecito platanero. Estaban allí la Bolsa de La Habana, la Lonja del Comercio, la Cámara de Comercio de la República —en lo que sería el Hotel Raquel— y las cámaras de comercio española, italiana, francesa, británica y alemana, y también la Cámara de Comercio Americana de Cuba. Oficinas de agencias de seguro y fianzas y de empresas azucareras y no azucareras… La Cámara de Comercio China radicaba en Reina número 161, altos, y la hebrea, al final de la calle Muralla.
Aguiar era uno de los ejes de ese Distrito. Aparte del ya mencionado Banco de Canadá, radicaba allí una sucursal del Trust Company de Cuba, instalada en lo que fuera la sede del Banco del Comercio, en la esquina con Obrapía, en el edificio del Oratorio de San Felipe Neri, y enfrente, una sucursal del Banco Núñez. El Banco Gelats, el más antiguo entre las casas bancarias nacionales, ocupaba el bellísimo edificio marcado con el 456 de la calle, sede hoy de la Tele Banca. En el número 360 se hallaba el edificio del Banco de los Colonos, un inmueble ahora en remodelación. El edificio del Chase Manhattan Bank —número 310— pertenece al Banco de Crédito y Comercio, y el local del Banco Hispano Cubano, en el número 305, se subdividió en dos o tres apartamentos. El edificio del Banco de Boston, en el 411 esquina a Lamparilla, es una dependencia del Banco Central de Cuba, y el Banco Pedroso, en la esquina de Empedrado, es un comedor obrero.
Desconoce el escribidor a cuánto ascendían los depósitos del Chase y del Banco de Boston. Ni cuánto acumulaba el Banco Pedroso, si bien a fines de los años 50 reportaba utilidades superiores a los 100 000 pesos anuales. Los depósitos del resto de las seis entidades mencionadas ascendían a unos 530 millones de pesos, según datos que aporta Guillermo Jiménez en su obra Las empresas de Cuba 1958.

Bancos y banqueros

El Trust, pese a su nombre, era un banco cubano, el principal, con depósitos por 232 millones de pesos, 26 sucursales y 800 empleados.
Era el eslabón bancario del más importante grupo financiero-azucarero del país, la Sucesión Falla Gutiérrez, propietaria de siete centrales y el segundo mayor entre los grupos azucareros asentados en la Isla.
El Trust compró varios bancos. Adquirió entre otros el Banco del Comercio, en lo que se considera la más importante transacción bancaria desde el crack de los años 20, operación que le permitió ascender al primer lugar. Escribe Jiménez que contaba con una administración muy eficiente y capaz. Su situación económica y financiera resultaba muy buena y su expansión era extraordinaria, captaba negocios y depósitos continuamente. Era una de las empresas cubanas más rentables, con utilidades que superaban el millón y medio de pesos anuales.
El Banco Núñez, con 22 sucursales, era, por el monto de sus depósitos
—97 millones—, el cuarto entre las entidades bancarias. Carlos Núñez, su propietario único, nacido en Holguín, en 1885, no había adquirido su fortuna por herencia, matrimonio ni prebendas políticas. Hijo de un español humilde, apenas cursó estudios primarios. Compró en un inicio varias carretas para el transporte de caña y adquirió luego colonias cañeras. El 21 de marzo de 1921, en pleno crack bancario, inauguró en un local prestado su exitoso banco, una de las empresas cubanas más rentables con utilidades superiores al millón de pesos. En 1939 lo trasladó para La Habana y tres años más tarde lo reestructuró como una sociedad anónima cuyos accionistas eran él y sus siete hijos.
El Banco Gelats era el noveno del país en razón del monto de sus
depósitos: 46 millones de pesos en 1956, y estaba muy relacionado con los intereses de España, donde poseía inversiones sustanciales en valores. Operaba la cuenta en dólares del Convenio de Pago entre los dos países. Gelats era la más alta personalidad de los intereses económicos de la Iglesia Católica, consejero económico del Arzobispado de La Habana y banquero en Cuba de Su Santidad el Papa.
Gelats controlaba de manera unipersonal la política de su banco y se le achacaban métodos de dirección obsoletos, dice Jiménez en el libro citado. Su renuncia a las sucursales le causó pérdida de clientes; solo abrió una, al comienzo de la calle Línea, ya en 1958. Aunque su banco descendía en posición, seguía siendo de los más importantes, sólidamente arraigado entre los capitales más tradicionales del país.
El Banco de Canadá, con 23 sucursales, tenía depósitos por 127 millones de pesos. El Banco de los Colonos —22 millones en depósitos— fue fundado en 1942 por un grupo de colonos oriundos de Canarias, con el propósito de refaccionar a pequeños cosecheros, pero en menos de diez años abandonó esa política para convertirse en prestamista de propietarios de grandes centrales azucareros. Su último presidente fue el ya mencionado Gastón Godoy, muy vinculado al régimen batistiano: huyó con Batista en su mismo avión el 1ro. de enero de 1959, y a su muerte, en agosto de 1973, asumiría la despedida de duelo. Presidió la Asociación Nacional de Colonos de Cuba, que radicaba en el edificio del banco.
De los ubicados en la calle Aguiar, el banco con menor monto de depósitos era el Hispano Cubano. Su fundación fue idea de cuatro inversionistas italianos presididos por Guido Pereda, pero al fallecer este antes de que el banco se inaugurara, el negocio fue a parar a manos de dos testaferros de Batista: Manuel Pérez Benitoa y José López Vilavoy, quien controlaba casi a partes iguales el 80% de las acciones con la esposa del dictador. Imagine el lector cómo andarían las cosas allí, que el Banco Nacional de Cuba lo intervino a partir de septiembre de 1957 y en julio del año siguiente apremió a sus propietarios a que lo vendieran por incumplimiento del compromiso de saldar deudas pendientes por cinco millones de pesos.

Almuerzo en Wall Street

En aquel distrito bancario hubo un restaurante que se llamó, por supuesto, Wall Street, en el 370 de la calle Aguiar. El 14 de marzo de 1945 el Doctor Eugenio Llanillo, un abogado grueso, de baja estatura, con sonrisa y tabaco perpetuos, almorzó en el restaurante Wall Street y acompañó la comida con vino Marqués de Riscal. Luego subió a su oficina en el edificio del Banco de Canadá y poco después volvió al restaurante para beber una copa de sidra. Horas después aparecía asesinado en la carretera que va de Punta Brava a la playa de Santa Fe. El letrado había sido objeto de una detención ilegal por la policía, que se excedió al propinarle un trato demasiado severo y fulminarlo con dos balazos en la cabeza.
¿Por qué mataron a Llanillo? Como otros crímenes de la época, este suceso no se dilucidó del todo. ¿Le pasaron la cuenta los llamados «hombres de acción» por haber sido hasta su muerte, abogado de Batista y Marta, o por suponerlo cómplice de la entrada clandestina en la Isla del excoronel José Eleuterio Pedraza, con el propósito de derrocar al gobierno del presidente Grau San Martín? ¿Fueron los hombres de Pedraza los que lo ultimaron, al suponer que había delatado a su jefe?
Ya lo veremos en otra ocasión.

Ciro Bianchi Ross



Amaury e le domande indiscrete

La pregunta


Publicado en: Crónicas de Amaury
En este artículo: Amaury Pérez, Cuba, Cultura, Música
20 febrero 2016 | 92

Me fascina la franqueza de los cubanos, la a veces impertinente, e irreverente manera que tenemos de conducirnos, preguntar, reclamar con razón, sin ella, y a como de lugar. Alguna leve insolencia nos protege de “coces y de inquinas y las torpes promesas de las rosas”.
Un día de finales de los años setenta estaba en casa con mi amigo Javier Iglesias —que hoy vive en Brasil o en la Florida, no lo tengo claro—, y de repente recordé que tenía que presentarme en televisión. Le pedí que me acompañara.
Por ese tiempo yo vivía con mi madre y mis hermanos en 25 y B, en el Vedado. Así que bajamos hasta la calle 23 y nos fuimos hasta la parada de la ruta 32 que recorría, cuando le daba la gana y sin horario fijo, un rumbo que llegaba hasta el ICR todavía no tenía la T (el ICRT es el Instituto Cubano de Radio y Televisión que permanece, como una suerte de desafío al destino, en M entre 23 y 21)
Fuimos afortunados, el ómnibus llegó puntual y nos subimos sudorosos y apurados. La “Bestia” estaba llena, decidimos atravesar la aglomeración y llegar a la puerta trasera, pues nuestro trayecto era relativamente corto.
En una parada intermedia, frente al Preuniversitario del Vedado, Saúl Delgado, se subió una señora gorda, muy gorda, gordísima, cargando múltiples paquetes y bolsas. Levantó la vista y me descubrió con la guitarra al hombro y prontamente vociferó:
“¡¡¡Ay, Dios mío, miren quien está allí, Amaury Pérez!!!” Javier y yo nos miramos asustados olfateando el desastre mientras la señora, golpeando con las bolsas a los demás pasajeros, se abría paso entre todos hasta llegar junto a mí.
—¡Amaury, Amaury! —repetía animada, más bien descontrolada.
—¿En qué puedo ayudarla? —le dije cortésmente, con muy bajo volumen y la esperanza de que ella disminuyera el suyo, detalle que pasó por alto soberanamente.
—¡Le tengo que preguntar algo! —me espetó ensalivándome el rostro. Ya el ómnibus entero estaba al tanto de lo que ocurría y la señora casi me besaba de tanto que se había acercado.
—¿Sí? —le respondí casi en silencio y avergonzado.
La señora ajustó su volumen más o menos en 10 decibeles por encima del que traía y gritó:
—Ay, Amaury: ¡¡¡dígame que usted no es pájaro!!!
Me quedé frío, sin respuesta. Al constatar que yo había entrado en pánico, continuó:
-El problema, niño, es que mi hija está enamorada de usted y cuando lo ve por televisión mi marido, su padre, le dice que olvide eso porque usted es pájaro. ¿Qué le digo a mi hijita cuando llegue a casa ahora que lo vi?
En ese momento algunos pasajeros, mesuradamente, aconsejaron: “¡Amaury, no digas nada!”, pero el resto —y eran muchos—, promovieron una cantaleta, dando palmas, que jamás olvidaré: “¡Que lo diga, que lo diga…!!!”
Miré a la señora con expresión desafiante y le alegué también subidito de tono:
-Señora, dígale a su hija… ¡LO QUE LE DE LA GANA!
Javier y yo nos bajamos en la siguiente parada, mientras nos desternillábamos de la risa, ambos colorados como tomates. A partir de ese día, cada vez que tenía que ir al ICR, todavía no tenía la T, lo hacía a pie. Total, eran solo diez cuadras y con el tiempo la gente ya no andaba preguntando tanto.

La domanda
 Mi affascina la franchezza dei cubani:  quello che è, a volte impertinente e irriverente modo di avere che abbiamo nel comportarci; domandare, reclamare con ragione o no e a come da luogo. Alcuna lieve insolenza ci protegge dalla “cottura di rancori e le fatue promesse delle rose”.
Un giorno alla fine degli anni settanta ero a casa col mio amico Javier Iglesias – che oggi vive in Brasile o in Florida, non ne sono sicuro – e improvvisamente mi sono ricordato che dovevo presentarmi in televisione. Gli chiesi che mi accompagnasse.
A qui tempi vivevo con mia madre e i miei fratelli in 25 e B, nel Vedado. Così che scendemmo per la calle 23 e giungemmo alla fermata del bus 32 che percorreva, quando ne aveva voglia, e senza orario fisso un percorso che arrivavava fino al’ICR che non aveva ancora la T (l’ICRT è l”Instituto Cubano de Radio y Televisión che rimane come per una sorte di sfida al destino, in M tra 23 e 21).
Fummo fortunati, l’autobus giunse puntuale e vi montammo sudati e frettolosi. La “Bestia” era piena, decidemmo di attraversare il conglomerato e arrivare alla porta posteriore, dato che il nostro tragitto era relativamente corto.
In una fermata intermedia, di fronte al Preuniversitario del Vedado, Saúl Delgado, montò una signora grassa, molto grassa, grassissima, carica di molteplici pacchetti e borse. Alzò la vista e mi scoprì con la chitarra asulla spala e subito disse:
“Ah mio Dio, guardate chi c’è lì, Amaury Pérez!!!” Javier e io ci guardammo spaventati subodorando il disastro mentre la signora colpendo con le borse gli altri passeggeri, si apriva il passo per arrivare vicino a me.
- Amaury, Amaury! – ripeteva animada, anzi fuori controllo.
- Come posso aiutarla? – le dissi cortesemente, con basso volume e la speranza che lei diminuisse il suo, dettaglio che desestimò sovranamente.
- Devo chiederle una cosa! – sputò bagnandomi la faccia di saliva. Già tutto il bus era al corrente di quello che succedeva e la signora, quasi, mi baciava da tanto che si era avvicinata.
- Si? – le risposi sottovoce e vergognoso.
La signora aggiustà il volume più o meno a 10 decibel sopra di quello che aveva e gridò:
- Ahi Amaury, mi dica che lei non è frocio!!!
Rimasi freddo, senza risposta. Constatando che ero entrato in panico proseguì:
- Ragazzo, il problema è che mia figlia è innamorata di lei e quando la vede in televisione, mio marito, suo padre, le diche di lasciar perdere perché lei è frocio. Cosa dico alla mia piccola quando torno a casa adesso che l’ho vista?”
In quel momento alcuni passeggeri, misuratamente, consigliarono: _ Amaury non dire niente!’, ma il resto ed - erano tanti – intonarono un coro batendo le mani e che non scordero mai: - Che lo dica, che lo dica...!!!”
- Signora, dica a sua figlia...QUELLO CHE PREFERISCE!

Javier e io scendemmo ala fermata successiva, mentre ci sbellicavamo dalle risate, entrambi rossi come pomodori. A partire da quel giorno, ogni volta che dovavo andare all’ICR, che non aveva ancora la T, lo facevo a piedi. Tanto erano solo dieci isolati e col tempo la gente già non faceva troppe domande.

domenica 22 maggio 2016

Programma "Community" su Rai Italia

Per chi fosse interessato a vedere la puntata di "Community" su Cuba, di mercoledì 25 prossimo e visibile solo fuori dall'Europa via satellite per televisione, CREDO che sia possibile vederla in "streaming" su internet alle 7.45 e in replica alle 11.30 ora italiana. Si sbalio mi corigerete e se avete tempo e voglia...guardate.

sabato 21 maggio 2016

Dizionario del mare per lupi di terra

BATTENTE: pioggia forte

Maggio, mese delle rose e...dei "passaggi" del Piave e in TV

Il prossimo 25 maggio (mercoledì), su Raitalia ex RAI International che si vede solo all’estero o da chi è bravo a manovrare le parabole...) ci sarà il “passaggio” di una intervista che mi è stata fatta nei mesi scorsi dalla realizzatrice e giornalista Fiorella Cappelli. Il “pezzo è inserito in “Community”, un programma dedicato agli italiani dispersi nel mondo. Per gli USA (orario dell’est) va in onda a notte inoltrata, ma viene ripetuto alle 17.30. Per gli altri Paesi e/o Continenti basta guardare su “palinsesto Raitalia del 25 maggio”.
Un giorno prima, di 101 anni or sono invece, passavano, molto più gloriosamente e fisicamente di me, i Fanti sul Piave...


giovedì 19 maggio 2016

Scuse a Ciro e ai lettori

Per pubblicare il post "Disastri", mi ci sono voluti più di due giorni. I potenti mezzi di ETECSA non me lo hanno permesso prima, nonostante i molti tentativi...

Disastri, di Ciro Bianchi Ross

Pubblicato su Juventud Rebelde del 15/6/16


L’uragano del 20 ottobre 1926, il cosiddetto “ciclone del ‘26”, è uno dei fenomeni atmosferici più distruttivi che abbia fustigato l’Isola. Il giorno 17, i primi pronostici si riferivano a una perturbazione ciclonica a cento miglia dalla costa orientale del Nicaragua e già il 18, nel pomeriggio, si era trasformato in uragano poderoso il cui occhio, si calcolava nella sua possibile traiettoria, avrebbe attraversato la provincia dell’Avana.
E cisì fu. Il vortice dell’uragano, dopo aver attraversato l’Isola dei Pini e devastato Nueva Gerona, penetrò per la foce di Batabanó, passò per Melena del Sur eproseguì nella sua marcia distruttiva per Quivicán, managua, Santa María del Rosario...fin che uscì in mare per la costa nord, vicino a Bacuranao. Ebbe venti massimi, si dice, di 250 km all’ora, ma per la verità è solo una supposizione, non si poté misurare la forza del vento. Le raffiche distrussero gli anemometri enll’Osservatorio di Belén si registrò un massimo di 103 miglia (circa 165,7 km l’ora), prima che i contatori venissero inutilizzati.
Castigò l’Avana per 10 ore e i suoi effetti si fecero sentire a Pinar del Río, Matanzas e Las Villas. Occasionò danni in 5.000 immobili, lasciò affondate 300 imbarcazioni e 120.000 alberi al suolo. Una zattera di cento tonnellate fu ritrovata a 10 km dalla costa. C’è un’immagine che è rimasta come il ricordo di questo uragano. L’asse di legno che attraversò il tronco di una palma reale. Ispirato da ciò, Sindo Garay compose L’uragano e la Palma. Il ciclone del 1926 lasciò un saldo di 650 morti e perdite per oltre cento milioni di pesos.
L’ “uragano di San Marco”, dell’ottobre 1870 provocò un vero disastro nella provincia di Matanzas, dovuto che in questo fenomeno si combinarono la sua lenta traslazione, i suoi venti da uragano,  piogge intense e un sollevamento del livello del mare che occasionò una drammatica inondazione nella capitale del territorio. Le vittime mortali si stimarono in 800.'

Traiettorie curiose

Alcuni uragani ebbero traiettorie molto curiose. Quello del 10 ottobre del 1910 che penetrò per la porzione più occidentale di Pinar del Río descrisse, già sul mare, ma ancora vicino alla costa un cicrcolo perfetto prima di seguire per la Florida.
L’unico ciclone che completò un circolo perfetto sul territorio insulare fu il Flora, nell’ottobre 1963. Noi che non abbiamo vissuto i cicloni né del 1944 né del 1926, abbiamo nel Flora il riferimento più triste su ciò che si riferisce a disastri naturali. Causò disastri senza pari nell’agricoltura, l’allevamento, le case, strade e sentieri e le infrastrutture in generale. Causò un numero enorme di danneggiati. Morirono annegate 1.126 persone. Prime di entrare a Cuba,il Flora aveva lasciato 4.000 vittime fatali ad Haiti.
Entrò al Paese dall’est della baia di Guantánamo e con traiettoria nord est incrociò sopra Yateras, Mayarí e la città di Holguin. Quindi cercò il sud est e fece un giro sopra Jiguaní per uscire a Campechuela e al golfo di Guacanayabo con rotta ovest e penetrare ancora sull’Isola nelle vicinanaze di Santa Cruz del Sur, salire, ariivare alla città di Camagüey, girare al sud est, passare vicino a Manzanillo e Bayamo e già, con rotta nord, sfiorare di nuovo la città di Holguin e uscire da Gibara.
Nel 1810, la furia di un uragano affondò 70 navi nella baia dell’Avana. Nel 1844 sarebbero naufragate 158 e 239 nel 1846, nel mezzo di un uragano che inoltre causò 114 morti e danneggiò 4.000 case.
Durante il secolo scorso, uragaani memorabili per l’intensità dei loro venti, valori delle precipitazioni e di conseguenza per i danni causati furono, fra gli altri, quelli del 1910, 1915, 1917 e 1924 che come Gustav e Ike, ataccarono tutti la provincia di Pinar del Río.
L’uragano del 18 ottobre del 1944, il comunemente chimatao “ciclone del ‘44”, fustigò per prima l’Isola dei Pini e poi penetrò per la zona orientale di Pinar del Río causando  gravissimi danni nella capitale.
Persistette sulla città per 14 ore con venti che raggiungevano raffiche anche di 262 km all’ora, lasciando 300 morti.
Fra tutte, la maggior tragedia naturale che si registra nella nostra storia successe a Santa Cruz del Sur in provincia di Camagüey, nel novembre del 1932. Il giorno 9 un uragano penetrò per la costa meridionale della provincia e con lo spazzare coi venti della sua ala destra le acque del mare, le spinse su questo paese costiero e provocò la morte di oltre 3.000 persone e lesioni ad altrettante. Solo un edificio rimase in piedi nel luogo.
Gli abitanti del porto di Júcaro, situato alla sinistra della traiettoria dell’uragano riferirono, poi che videro come il mare si ritirava diversi metri dalla costa per tornare con forza ad essa e divorarsi Santa Cruz. A Júcaro i venti più intensi furono da terra verso fuori. Testimonianza impressionante di questo sinistro è la foto in cui si vedono ardere, in una gigantesca pira, i cadaveri oltre metà della popolazione di Santa Cruz del Sur.

Nasce la Difesa Civile

Dei fenomeni naturali che flagellano l’umanità, nessuno, come gli uragani è portatore di tanta morte e distruzione (e i terremoti? N.d.t.), secondo le statistiche causano una media di 5.000 morti all’anno. I cicloni prendono il nome di uraganoqueno i loro venti massimi sostenuti sono uguali o superiori ai 118 km all’ora
 E d’accordo all’intensità del vento che genera, gli si da una categoria in scala che va da uno a cinque. Però di fatto, tifone, uragano e ciclone tropicale sono lo stesso fenomeno che nei Caraibi si chiama uragano e nel nord est del Pacifico tifone.
Per la sua ubicazione geografica, Cuba è sottoposta a diverse minacce di origine idrometeorologica. Lo scriba ha fatto riferimento ad alcuni dei fenomeni naturali che causano al Paese un maggior impatto negativo nel corso della storia, sopratutto a quelli che restano registrati nella memoria della gente, ma ci sono solo pochi dati su incidenti e catastrofi di minore conseguenze perché, nella decade del ’60 nel secolo scorso mancava, nell’Isola, un’istituzione di carattere nazionale o locale che mantenesee i registri pertinenti.
Ed è così che a Cuba, prima del 1959, non esisteva un sistema che permettesse un’effettiva riduzione dei disastri naturali. Solo la Croce Rossa, il Corpo dei Pompieri e la Polizia Nazionale attuavano in determinate situazioni di salvataggio davanti a tanta pioggia, allagamenti, crolli e altre sequele di cicloni e uragani.
La Difesa Civile nasce il 31 luglio del 1962. Il suo obbiettivo era di difendere la popolazione e l’economia dalle aggressioni di nemici esterni e interni e debbe un precedente con la cosiddetta Difesa Popolare. Successivamente riceva anche la missione di difendere la popolazione dai disastri naturali, tecnologici e sanitari.
“L’essenza del nosto lavoro è di salvaguardare i cittadini, i loro beni personali e le risorse dell’economia. È strutturato da leggi, decreti, direttive che costituiscono la base giuridica del Sistema di Difesa Civile. Certo, col tempo questo si è perfezionato secondo i piani di riduzione dei disastri in qualunque luogo”, dice il generale di divisione Ramón Pardo Guerra, Eroe della Repubblica di Cuba e capo dello Stato Maggiore Nazionale della Difesa Civile ricalcando che i dieci anni in cui ricopre questo incarico gli hanno permesso di portare a capo il suo compito “più nobile”.
Il leggendario combattente dele colonne 4 e 8 dell’Esercito Ribelle comandate dal Che, precisa che la Difesa Civile lavora in modo permanente anche se molti pensano che si attiva solo in caso di uragani. Risponde anche a spargimenti di idrocarburi, peneterzioni del mare, maremoti, terremoti, incendi forestali e industriali, grandi siccità, malattie che danneggiano la saluta umana e animale, plaghe dell’agricoltura...Cuba inoltre collabora con altri Paesi in questa materia. Si ricordino i terremoti del Perú, Pakistan, Ecuador, il maremoto in Indonesia e frequenti disastri naturali nei Caraibi, per citare solo alcuni esempi.

Ridurre i rischi

Si dice che il ruolo della Difesa Civile, in un Paese si definisce tramite la proiezione del Governo e il grado d’importanza che le autorità conferiscono alla sua gestione per la riduzione del rischio di disastri. Cuba mostra un sistema di Difesa Civile in costante perfezionamento. Pone l’uomo al centro della sua volontà politica e pertanto stabilisce direttive vincolate in prima instanza alla protezione della popolazione. Per questo privilegia la prevenzione come strategia efficace per la riduzione dei rischi.
Ancora nell’ottobre del 1963 il Paese non era ancora sufficientemente preparato per affrontare un pericolo della dimensione del Flora e ridurre il suo impatto.  Ciò nonostante si  procedette con efficacia nell’evacuazione e il riscatto di persone con gli anfibi dell’Esercito, al servizio della popolazione, cosa che rese possibile di evitare danni maggiori. Il Comandante in Capo Fidel Castro che assunse, durante il fenomeno, il compito di salvezza e riscatto nella pianura del Cauto e che fu a punto di perdere la vita, dirà poi telegraficamente che “l’acqua scendeva a ondate”.
A partire da lì Fidel dette impulso a un compito di prevenzione che si tradusse nella costruzione di decine di bacini e dighe per regolare le acque ed evitare inondazioni e che sarebbero serviti inoltre come sostegno all’agricoltura e rifornimento alla popolazione. L’incremento dell’educazione, l’estensione della cultura, la potabilizzazione dell’acqua, lo sviluppo stradale e delle vie di comunicazione, l’ampliamento della distribuzione di energia elettrica e del sistema della salute sono, allo stesso modo, baluardi nella protezione della popolazione e dell’economia. Bisognerebbe aggiungere che la creazione dell’Istituto di Meteorologia, il 12 ottobre 1965. L’aver affrontato nel 2008 tre uragani di grande intensità in poco più di due mesi, con un minimo di perdite di vite umane, è il coronamento importante di quanto fatto.
Sandy sorprese Santiago de Cuba nelle prime ore del 25 ottobre del 2012. Si pensava seguisse con direzione nord, quando girò al nord est, incrementò la sua velocità e intensificò i suoi venti penetrando nella provincia come uragano di categoria tre. Giorni prima, quando era solo una tormenta tropicale, lo Stato Maggiore Nazionale della Difesa Civile, aveva avvisato dei suoi effetti distruttivi e i danni furono notevoli, sebbene la popolazione fu adeguatamente protetta. La ptrecezione maggiore di rischio fu in alcuni municipi più che in altri. Il Presidente Raùl Castro percorse le zone colpite, prese nota delle loro necessitàe mantenne contatto diretto con i residenti. Rimase nella provincia fino a che non si ristabilirono le condizioni essenziali per la vita del popolo.

Da lì l’importanza di Meteoro, esercitazione popolare per le azioni nelle situazioni di disastro, Un’esperienza cubana che con carattere annuale, incrementa e comprova la preparazione, pianificazione e organizzazione delle misure della Difesa Civile e mette il Paese in condizioni migliori per affrontare eventi disastrosi e ridurre al minimo i rischi e i danni.

Desastres

Ciro Bianchi Ross • digital@juventudrebelde.cu
14 de Mayo del 2016 20:45:01 CDT

El huracán del 20 de octubre de 1926, el llamado «ciclón del 26», es uno de los meteoros más destructivos que ha azotado la Isla. El día 17, los primeros partes se refirieron a una perturbación ciclónica a cien millas de la costa oriental de Nicaragua, y ya el 18, por la tarde, se había convertido en un poderoso huracán cuyo ojo, se precisaba en su posible trayectoria, atravesaría la provincia de La Habana.
Así fue. El vórtice del huracán, después de cruzar Isla de Pinos y devastar Gerona, penetró por el Surgidero de Batabanó, pasó por Melena del Sur y prosiguió con marcha destructiva por Quivicán, Managua, Santa María del Rosario… hasta que finalmente salió al mar por la costa norte, cerca de Bacuranao. Tuvo vientos máximos, se dice, de 250 kilómetros por hora, pero en verdad eso es solo una suposición, pues no pudo medirse la fuerza del viento. Las ráfagas destruyeron los anemómetros, y en el Observatorio de Belén se registró una máxima de 103 millas por hora (unos 165,7 kilómetros por hora) antes de que los contadores quedaran inutilizados.
Castigó a La Habana durante diez horas y sus efectos se hicieron sentir en Pinar del Río, Matanzas y Las Villas. Ocasionó daños en 5 000 inmuebles, dejó 300 embarcaciones hundidas y 120 000 árboles en el suelo. Una patana de cien toneladas fue encontrada a unos diez kilómetros de la costa. Hay una imagen que ha quedado como la representación de este meteoro. El listón de madera que atravesó el tronco de una palma real. Inspirado en ella, Sindo Garay compuso El huracán y la palma. El ciclón del 26 dejó un saldo de 650 muertos y pérdidas por más de cien millones de pesos.
El «huracán de San Marcos», de octubre de 1870 ocasionó un verdadero desastre en la provincia de Matanzas debido a que en ese fenómeno se combinaron su lento desplazamiento, sus vientos huracanados y lluvias intensas y una sobreelevación del nivel del mar, que ocasionó una dramática inundación en la capital del territorio. Las víctimas mortales se estimaron en unas 800.

Trayectorias curiosas

Algunos huracanes tuvieron trayectorias muy curiosas. El de octubre de 1910, que penetró por la porción más occidental de la provincia de Pinar del Río, describió ya sobre el mar, pero todavía pegado a la costa, un lazo perfecto antes de seguir rumbo a la Florida.
El único ciclón que completó un lazo sobre el territorio insular fue Flora, en octubre de 1963. Los que no vivimos los ciclones de 1944 ni de 1926, tenemos en Flora la más triste de las referencias en lo que a desastre natural se refiere. Ocasionó destrozos sin cuento en la agricultura, la ganadería, la vivienda, carreteras y caminos vecinales y la infraestructura en general. Provocó un número enorme de damnificados. Unas 1 126 personas murieron ahogadas. Antes de entrar en Cuba, el Flora había dejado en Haití 4 000 víctimas fatales.
Entró al país por el este de la bahía de Guantánamo y con trayectoria noroeste cruzó sobre Yateras, Mayarí y la ciudad de Holguín. Buscó entonces el sudeste e hizo un lazo sobre Jiguaní para con rumbo oeste salir por Campechuela al golfo de Guacanayabo y penetrar otra vez en la Isla por las inmediaciones de Santa Cruz del Sur, subir, llegar a la ciudad de Camagüey, girar al sudeste, pasar cerca de Manzanillo y Bayamo y, ya con rumbo norte, rozar de nuevo la ciudad de Holguín y salir por Gibara.
En 1810 la furia de un huracán hundió 70 buques en la bahía de La Habana. En 1844 naufragarían 158, y 239 en 1846; en medio de un huracán que además causó 114 muertos y destruyó 4 000 viviendas.
Durante la centuria pasada huracanes memorables por la intensidad de sus vientos, valor de las precipitaciones y, en consecuencia, por los daños causados, fueron, entre otros, los de 1910, 1915, 1917 y 1924 que, al igual que Gustav e Ike, atacaron todos la provincia de Pinar del Río.
El huracán del 18 de octubre de 1944, el comúnmente llamado «ciclón del 44», azotó primero a Isla de Pinos y penetró luego por la zona oriental de Pinar del Río y causó daños cuantiosos en la capital.
Asoló la ciudad durante 14 horas con vientos que alcanzaron rachas de hasta 262 kilómetros por hora y dejó alrededor de 300 muertos.
Con todo, la mayor tragedia natural que se registra en nuestra historia ocurrió en Santa Cruz del Sur, provincia de Camagüey, en noviembre de 1932. El día 9 un huracán penetró por la costa meridional de la provincia y al barrer con los vientos de su ala derecha las aguas del mar, las empujó sobre ese poblado costero y provocó la muerte de más de 3 000 personas y lesiones a otras tantas. Solo una edificación quedó en pie en la localidad.
Los habitantes del puerto de Júcaro, situado a la izquierda de la trayectoria del huracán, refirieron después que vieron cómo el mar se retiraba varios metros de la costa para volver con fuerza sobre ella y tragarse a Santa Cruz. En Júcaro los vientos más intensos fueron de la tierra hacia fuera. Testimonio impactante de ese siniestro es la foto en la que se ve arder, en una pira gigantesca, los cadáveres de más de la mitad de la población de Santa Cruz del Sur.

Surge la defensa civil

De los fenómenos naturales que flagelan a la humanidad, ninguno como el huracán es portador de tanta muerte y destrucción; según las estadísticas causan un promedio de 5 000 muertos al año. Los ciclones reciben el nombre de huracán cuando sus vientos máximos sostenidos son iguales o superiores a los 118 kilómetros por hora, y, de acuerdo con la intensidad de los vientos que genera, se categoriza mediante una escala que va del uno al cinco. Pero de hecho tifón, huracán y ciclón tropical son un mismo fenómeno que en el Caribe se denomina huracán y en el noroeste del Pacífico, tifón.
Por su ubicación geográfica, Cuba está sometida a diversas amenazas de origen hidrometeorológico. El escribidor hizo referencia arriba a algunos de los fenómenos naturales que causaron al país un mayor impacto negativo a lo largo de la historia, sobre todo a aquellos que quedaron grabados en la memoria de la gente, pero apenas hay datos sobre accidentes y catástrofes con menores consecuencias porque hasta la década de los 60 del siglo pasado faltó en la Isla una institución de carácter nacional o sectorial que llevara los registros pertinentes.
Y es que en Cuba, con anterioridad a 1959, no existió un sistema que permitiese una efectiva reducción de los desastres naturales. Solo la Cruz Roja, el Cuerpo de Bomberos y la Policía Nacional actuaban en determinadas labores de salvamento ante intensas lluvias, inundaciones, derrumbes y otras secuelas de ciclones y huracanes.
La Defensa Civil surge el 31 de julio de 1962. Su objetivo fue el de defender al pueblo y la economía de agresiones de enemigos externos e internos, y tuvo antecedentes en la llamada Defensa Popular. Con posterioridad también recibe la misión de proteger a la población de desastres naturales, tecnológicos y sanitarios.
«La esencia de nuestro trabajo es salvaguardar a los ciudadanos, sus bienes personales y los recursos de la economía. Se encuentra estructurado por leyes, decretos, directivas que constituyen el basamento jurídico del Sistema de Defensa Civil. Claro, con el tiempo esto se ha perfeccionado según los planes de reducción de desastres en cada lugar» expresa el general de división Ramón Pardo Guerra, Héroe de la República de Cuba y jefe del Estado Mayor Nacional de la Defensa Civil, quien recalca que los diez años que lleva en ese cargo le han permitido acometer su tarea «más noble».
Precisa el legendario combatiente de las columnas 4 y 8 del Ejército Rebelde comandadas por el Che, que la Defensa Civil trabaja en forma permanente, aunque son muchos los que piensan que solo se activa en caso de huracán. Responde asimismo ante derrames de hidrocarburos, penetraciones del mar, maremotos, terremotos, incendios forestales e industriales, grandes sequías, enfermedades que afecten la salud humana y animal, plagas en la agricultura… Cuba además colabora con otros países en esta materia. Recuérdense los terremotos de Perú, Pakistán y Ecuador, el maremoto de Indonesia y frecuentes desastres naturales en el Caribe, por mencionar solo algunos ejemplos.

Reducir riesgos

Se dice que el rol de la defensa civil en un país se define a través de la proyección del Gobierno y el grado de importancia que las autoridades confieren a la gestión para la reducción de riesgos de desastres. Cuba muestra un Sistema de Defensa Civil en constante perfeccionamiento. Sitúa al hombre en el centro de su voluntad política y, por tanto, establece directivas vinculadas a la protección de la población en primera instancia. Para eso prioriza la prevención como estrategia eficaz en la reducción de riesgos.
Todavía en octubre de 1963 el país no estaba suficientemente preparado para enfrentar un peligro de la magnitud del Flora y reducir su impacto. Aun así se procedió con eficacia y energía en la evacuación y rescate de personas, con los anfibios del Ejército al servicio de la población, lo que posibilitó evitar males mayores. El Comandante en Jefe Fidel Castro, que asumió durante el fenómeno la dirección de las tareas de rescate y salvamento en los llanos del Cauto, y que estuvo a punto de perder la vida, diría después, muy gráficamente, que el agua «bajaba en oleadas».
A partir de ahí Fidel impulsaría una tarea de prevención que se tradujo en la construcción de decenas de presas y embalses para regular las aguas y evitar inundaciones y que servirían además como sostén de la agricultura y abastecimiento de la población. El incremento de la educación, la extensión de la cultura, la potabilización del agua, el desarrollo vial y de las comunicaciones, la ampliación del suministro de energía eléctrica y del sistema de salud son, de la misma manera, baluartes en la protección de la población y la economía. Habría que agregar la creación del Instituto de Meteorología, el 12 de octubre de 1965. El haber enfrentado durante 2008 tres huracanes de gran intensidad en poco más de dos meses, con un mínimo de pérdidas de vidas humanas, es colofón importante de todo el quehacer.
Sandy sorprendió a Santiago de Cuba en las primeras horas del 25 de octubre de 2012. Se esperaba que siguiera con rumbo norte cuando giró al nordeste, incrementó su velocidad e intensificó sus vientos y penetró en el territorio de la provincia como un huracán de categoría tres. Días antes, cuando no era más que una tormenta tropical, el Estado Mayor Nacional de la Defensa Civil había advertido de sus efectos destructivos y los daños fueron cuantiosos, si bien la población fue adecuadamente resguardada. La percepción de riesgo fue mayor en unos municipios que en otros. El Presidente Raúl Castro recorrió las zonas afectadas, particularizó sus necesidades y mantuvo contacto directo con sus residentes. Permaneció en la provincia mientras no se restablecieron las condiciones esenciales para la vida del pueblo.
De ahí la importancia de Meteoro, ejercicio popular de las acciones para situaciones de desastre. Una experiencia cubana que con carácter anual incrementa y comprueba la preparación, planificación y organización de las medidas de la Defensa Civil y pone al país en mejores condiciones para enfrentar eventos de desastre y reducir al mínimo los riesgos y los daños.

Ciro Bianchi Ross