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giovedì 30 giugno 2016

Dizionario del mare per lupi di terra

BOA: serpente galleggiante, a volte anche luminoso

I primi investimenti nordamericani dopo oltre un cinquantennio

Completamente ristrutturato, è stato riaperto l’ex Hotel Quinta Avenida, dell’impresa cubana Gaviota, con il nuovo nome di Four Points by Sheraton, è il primo caso di investimento nordamericano a Cuba dopo il 1959. Evidentemente tra le pieghe dei “decreti Obama”, una delle più grandi catene alberghiere del mondo, di proprietà statunitense è riuscita a realizzare questo investimento in qualità di gestore. Prossimo obbiettivo della Starwood Hotels and Resorts Worldwide è il centralissimo Hotel Inglaterra che aprirà in agosto col nuovo nome di Luxury Collection by Starwood.

mercoledì 29 giugno 2016

Ricordando Bud Spencer e la sua città preferita (dopo Napoli)

Mi  è giunta la notizia della scomparsa di Bud Spencer, al secolo Carlo Pedersoli da Napoli, ex campione e primatista italiano di nuoto che fu componente della nostra squadra olimpica negli anni ’50 del secolo scorso. Il “gigante buono” del cinema di cassetta, protagonista di improbabili quanto divertenti, risse e scazzottate contro miriadi di “cattivi” condotte da solo o spesso in compagnia di Terence Hill, al secolo Mario Girotti che hanno fatto divertire giovani e meno giovani.
Carlo o Bud, a seconda di come si preferisce ricordarlo, era un grande frequentatore della Florida, in particolare di Miami, dove ha girato diversi film e serie televisive rendendo ‘popolari’ diversi scorci di questa località. Ci mancherà, come mancherà a Miami.
Pur senza avere elementi culturali di spicco, Miami, è indubbiamente una città che attira sempre più gli italiani. Particolarmente Miami Beach che è municipio indipendente e non fa parte amministrativa di Miami City.
Nei tempi che si stanno avvicinando potrebbe aumentare il suo traffico turistico con la possibilità di trasferimenti da o per l’Avana in settembre, infatti, dovrebbero iniziare i voli commerciali tra gli Stati Uniti e Cuba aperti a chiunque. Per il momento i voli diretti sono solo per cittadini in possesso di passaporto cubano o statunitensi autorizzati, compresi in dodici categorie previste da un recente decreto del presidente Obama.
Oggi per gli stranieri il viaggio non è dei più agevoli, ma non impossibile. Le due località sono unite da voli (con scalo) da Copa Airlines (Panama), Interjet e Cubana de Aviaciòn (Messico), Bahamas Air (Nassau) o Air Cayman. Per esperienza personale quest’ultima è la combinazione migliore per qualità/prezzo. Purtroppo il volo che se fosse diretto durerebbe circa 40 minuti diventa di 3 ore da Miami all’Avana e di 4 in senso inverso, per via della sosta a Gran Cayman. 
Se la città in sé non offre molte attrattive se non il clima e la spiaggia, bisogna ricordare che è la capitale delle crociere per i Caraibi a cui si è aggiunta anche quella, quindicinale che tocca anche Cuba, dopo oltre 50 anni di divieto imposto dalle autorità degli U.S.A. oltre a questa attrattiva si possono raggiungere località suggestive come le Everglades, territori in gran parte sede delle riserve “indiane” dei Mikkosukee e dei Seminole con la loro incredibile ricchezza di fauna, oppure la caratteristica Key West,  ultima delle isolette da cui parte la mitica U.S.1 che raggiunge il confine canadese, lungo la costa est degli U.S.A e punto più meridionale degli Stati Uniti continentali a solo 160 chilometri da Cuba e in cui, fra le altre attrattive si trova una delle case caraibiche che furono di proprietà dello scrittore Ernest Hemingway, molto simile, come caratteristiche, a quella che ebbe all’Avana. Entrambe oggi musei riguardanti la vita e le opere di Hemingway.

Per chi volesse avere maggiori informazioni su Miami e le sue possibilità può trovarle sul blog www.italianiamiami.it  redatto in modo scanzonato da due ragazze italiane che come Paolo Maldini e il compianto Bud, fra gli altri, sono o furono amanti di questa località.

martedì 28 giugno 2016

Da oggi funziona Mastercard

Da oggi è possibile utilizzare la carta di credito Mastercard nei "cajeros automáticos" (bancomat) dell'Avana. Non ancora nel resto del Paese. a Cuba si aspetta che Istituti Bancari nordamericani autorizzino ad usare le loro carte di credito sull'Isola, come ha già fatto una banca dell Florida che permette ai suoi clienti di usare le sue carte di credito a Cuba.

Washington versus Madrid, pagine di guerra (II), di Ciro Bianchi Ross

Pubblicato su Juventud Rebelde del 26/6/16

Fin da prima di rompere le ostilità, Washington aveva ordinato il blocco navale dell’Isola cosa che impediva alla Spagna, da una parte, di portare truppe fresche, armamenti e munizioni e dall’altra, muovere risorse tra i diversi porti del territorio. Navi da guerra statunitensi stazionate di fronte ai porti di Mariel, Cabañas, Matanzas, Cárdenas, Cienfuegos e l’Avana erano visibili dalla costa e impedivano l’entrata e l’uscita di imbarcazioni di qualunque bandiera. Non meno di dieci mercantili spagnoli furono sequestrati e portati a Key West. La misura aveva anche altri obbiettivi strategici: aspettare che le truppe regolari nordamericane destinate a sbarcare completassero le loro manovre durante l’estate, a New Orleans, Mobile e Tampa e lasciare che le forze cubane continuassero a dissanguare gli spagnoli.
Fu così che il capitano generale Ramón Blanco y Erenas, Marchese di Peña Plata, sollecitò a Madrid l’invio della truppa spagnola dell’Atlantico che in quel momento aspettava gli ordini di fronte alle isole di Cabo Verde, nell’Africa Occidentale.
Questa era comandata dall’ammiraglio Pascual Cervera, un marinaio di quasi 60 anni d’età – nato a Jerez de la Frontera il 18 febbraio del 1839 – che dopo essere uscito dalla scuola navale di San Fernando ascese grado a grado, grazie alla sua partecipazione ai fatti più importanti della storia del suo Paese nella seconda metà del XIX secolo, un’epoca il cui finale tragico sarebbe stato simbolizzato con l’affondamento della squadra che gli toccò comandare.
Cervera prese parte a, campagna del Marocco (1853), nella spedizione spagnola contro la Cocincina (1862) e già come capitano di vascello assunse, nel 1866, il pattugliamento delle coste del Perù. Durante la guerra dei dieci anni fu di vigilanza alle coste cubane. Partecipò inoltre alla guerra carlista distinguendosi nella difesa dell’arsenale de La Carraca. Nel 1891 presiedette la delegazione del suo Paese alla Conferenza Navale di Londra e l’anno seguente lo nominarono ministro della Marina nel  Governo di Madrid nel gabinetto del presidente Sagasta, incarico a cui rinunciò per protesta per la scrsa dotazione economica destinata al suo ministero come se prevedesse, come dicono gli storici, la tragedia che avrebbe sofferto la flotta spagnola quando le sarebbe toccato afffrontare forze superiori, più moderne e meglio equipaggiate.
Facevano parte della flotta dell’Atlantico quattro incrociatori corazzati e tre destroyer che stazzavano un complesso di 28.600 tonnellate e disponevano, almeno in teoria, di 120 cannoni, otto mitragliatrici pesanti e 24 tubi lancia siluri, installati nei piccoli destroyer.
Cervera fece quanto alla sua portata al fine di convincere il ministro della Marina e il Governo di Madrid che non mandassero la flotta a Cuba o a Portorico. Suggeriva che facesse base alle Canarie per proteggere, da quella posizione, le isole e il territorio della Penisola. Il fatto, secondo lui, era di evitare uno scontro frontale con i nordamericani nei Caraibi.

“Vado al sacrificio”

La flotta nordamericana dell’Atlantico, al comando dell’ammiraglio William T. Sampson, era molto superiore alla spagnola. Disponeva di nove incrociatori corazzati che stazzavano oltre 65.000 tonnellate e aveva installati quasi 300 cannoni, 22 mitragliatrici pesanti e 37 tubi lancia siluri. Non solo superava la spagnole per numero di imbarcazioni, tonnellaggio e potenza di fuoco, le navi erano più moderne, possedevano una blindatura più forte e la loro abilitazione era più completa. Inoltre c’era la questione del combustibile. L’armata statunitense poteva rifornirsi di tutto il carbone che ci fosse stato nelle sue basi che si trovavano a poche ore di distanza mentre gli spagnoli, con seri problemi in questo senso, avevano le loro basi di rifornimento a migliaia di chilometri dai Caraibi.
L’ammiraglio Cervera insistette invano. Conosceva la superiorità del suo nemico. Per questo, alla vigilia della sua partenza per Cuba, informò nuovamente il Ministro della Marina circa le condizioni delle sue navi che lasciavano molto a desiderare. La sua artiglieria era incompleta o difettosa, non contava con munizioni adeguate né sufficienti e non disponeva nemmeno di quantità di carbone di qualità. Nel suo rapporto, il marinaio diceva che la sua squadra si sarebbe messa in un vicolo cieco. Una situazione dalla quale non poteva aspettarsi altro che la distruzione delle sue navi o la demoralizzazione dei suoi uomini.
Alle porte del terribile inverno del 1898, le alte sfere spagnole sembravano vivere, senza dubbio, un’euforia trionfalista che raggiungeva anche la popolazione. Molti avaneri comuni non restavano indietro, nei caffè evocavano le battaglie di Lepanto o del Callao e incensavano fino allo sfinimento la superiorità dell’armata spagnola, mentre nel vestibolo del teatro Albisu, l’illustre comandante della marina spagnola don Pedro Peral, fratello di Isaac, l’inventore del sommergibile, si impegnava a dimostrare giustamente il contrario.
In una pagina deliziosa delle sue Viejas postales descoloridas, l’osservatore dei costumi Federico Villoch dice che a Cuba, in quel momento, si parlò di Cabo Verde come mai prima né dopo e che c’era chi osservava le mappe per vaticinare da che parti le due squadre si sarebbero distrutte a cannonate. “Gli yankee hanno paura del terribile abbordaggio spagnolo”, dicevano alcuni. Le immaginazioni surriscaldate tracciavano quadri raccapriccianti di pirateria, col sollevare le maniche dei marinai armati di grandi e affilati coltelli, il sangue scorrendo a bordo.
Lo stesso Ministro della Marina spagnolo, con la testa fra le nuvole, dava a Cervera prima di partire verso i Caraibi, la seguente missione: Andare negli Stati Uniti, difendere le isole di Cuba e Portorico, bloccare i porti americani del Golfo del Messico, distruggere la base navale di Key West, sede della flotta dell’Atlantico e se possibile bloccare porti nell’est...”
Alcuni vaporetti riuscirono, dal porto avanero, burlare l’accerchiamento nordamericano o, entravano e uscivano col permesso degli assedianti. Con autorizzazione lo fece Lafayette, della Compagnia Transatlantica Francese, traboccante di passeggeri che abbandonavano la città per paura delle future contingenze, gli seguì il brigantino messicano Arturo, carico di fuggitivi. Gli speculatori di sempre fecero i soldi con l’affare improvvisato di convertire golette scalcagnate in navi per passeggeri che per 50 o 100 pesos a biglietto, trasportavano dall’Avana a Vera Cruz.
Ma le corazzate Brooklyn, Texas, Iowa, Luisiana..., dice Villoch, continuavano imperturbabili all’orizzonte, fermi come se avessero messo le radici nelle rocce del fondo, forando le notti coi loro potenti fari elettrici. Questa vigilanza non fu sufficiente perché il vapore spagnolo Monserrat, con tutte le luci spente burlasse il blocco, arrivando due giorni dopo, a un vicino porto del Messico per poter, a sua volta, rifornire di viveri l’Avana. Una nave da guerra spagnbole chiamata Conde de Venadito, un pomeriggio si arrischiò a uscire dal porto per provocare l’aggressione delle navi nordamericane e obbligarle ad avvicinarsi alla costa perché fossero cannoneggiate dal Morro, cosa che risultò vana in quanto quello che fecero gli yankee fu di scaricargli poderose bordate e rimanere impavidi sulle lo ricevette gli ordini di  ro linee. Fra le altre cose si verificò l’ingresso spettacolare della goletta Santiago che uscì una mattina a tutta vela da Bahía Honda e penetrò  salva nel nostro porto, sotto le cannonate che si incrociavano tra una delle corazzate americane e la batteria di Santa Clara, piazzata dove si costruì l’Hotel Nacional de Cuba.
Il 24 di aprile, Cervera ricevette l’ordine di muoversi verso i Caraibi e si dispose a compierli non senza avvertire i suoi superiori che andava al sacrificio con la coscienza tranquilla. Il giorno seguente, gli Stati Uniti dichiararono formalmente la guerra alla Spagna. Una settimana più tardi, nella baia di Cavite, Filippine, la flotta nordamericana del Pacifico distruggeva, in poche ore, la squadra spagnola lì concentrata. La notizia provocò la commozione che c’era da aspettarsi in Spagna. Il 12 maggio, il Ministro della Marina inviò un telegramma a Fort de France, in Martinica, autorizzando Cervera a tornare in Spagna. Ma Cervera non vide mai questo messaggio. Il giorno prima, lasciava indietro Fort de France dirigendo la prora verso Cuba.

Il tragico eroe

Il 14 maggio, navi nordamericane bombardarono, con totale impunità, San Juan di Portorico. Cinque giorni dopo, il 19, la flotta di Cervera entrava nella baia di Santiago de Cuba. All’inizio di giugno, la squadra dell’ammiraglio Sampson bombardava questa città. Con oggetto di imbottigliare Cervera, i suoi avversari affondarono il pontone Merrimac nella bocca santiaghera. A partire da lì se le navi spagnole volevano uscire, dovevano farlo una alla volta, trasformate in una sorta di tiro al bersaglio per i nordamericani.
Si intervistarono col maggior generale Calixto García, luogotenente generale dell’ Esercito di Liberazione, l’ammiraglio Sampson, capo della flotta, il generale Shafter, capo dell’ Esrcito di terra. Le truppe nordamericanesbarcarono avanzando verso Santiago. Il generale Linares, capo di quella piazza militare, non si fece illusioni sulla vittoria spagnola e sapeva che la sconfitta avrebbe messo in grave rischio la flotta ancorata nella baia. Il capitano generale Ramón Blanco che ricevette da madrid la potestà di decidere su tutte le forze militari staccate sull’Isola, inclusa la squadra e che sapeva come pensava Cervera, telegrafò all’ammiraglio: “Lei dice che la caduta di Santiago è certa, in quel caso lei dovrà distruggere le sue navi e questa è una ragione di più per tentare una sortita, già che è preferibile, per l’onore delle armi, soccombere combattendo...”. Allora Cervera scrisse a Linares: “...affermo con la magior enfasi che non sarò mai chi decida l’orribile e inutile ecatombe...Compete a Blanco decidere se devo andare al suicidio trascinando con me questi 2.000 spagnoli”.
Prima dell’attacco imminente, i marinai di Cervera si aggiunsero alla difesa terrestre di Santiago. Il 1° di luglio occorsero le battaglie di El Caney e di San Juan dove, in un tentativo disperato di recuperare le posizioni, il generale Linares risultò gravemente ferito. Il giorno 2, dall’Avana, il Capitano Generale ordinò a Cervera di uscire dalla baia santiaghera con le sue navi. Il giorno dopo, alle 9.45 del mattino, sparando all’impazzata da entrambi i lati, la squadra spagnola cominciò a uscire in direzione est. Un’ora più tardi, la flotta dell’Atlantico soccombeva davanti alla potenza nordamericana e lo stesso ammiraglio Pascual Cervera, il tragico eroe, raggiungeva a nuoto la costa dove venne fatto prigioniero. In Spagna dovette affrontare un consiglio di guerra accusato per la perdita della squadra. Fu assolto e rimase in servizio attivo ancora diversi anni. Morì il 3 aprile del1909.
La battaglia navale di Santiago ebbe, per la Spagna, il saldo di 326 morti, 215 feriti e 1.720 prigionieri. I nordamericani ebbero un morto e un ferito. “Non sempre al valore si accompagna la fortuna” diceva il Capitano Generale nel suo messaggio agli abitanti dell’Isola e “fermi e risoluti davanti al pericolo” li chiamava a confidare in Dio “e nel nostro diritto a lasciare incolumi l’onore e l’integrità della patria”. Il generale Shafter, da parte sua, presentava un ultimatum: Se Santiago de Cuba non si fosse arresa, sarebbe stata bombardata. Ma questo lo vedremo domenica prossima.


Washington vs. Madrid: páginas de la guerra (II) Ciro Bianchi Ross • digital@juventudrebelde.cu
25 de Junio del 2016 19:51:56 CDT

Desde antes de romperse las hostilidades, Washington había ordenado el bloqueo naval de la Isla, lo que impedía a España, por una parte, traer tropas frescas, pertrechos y municiones, y por otra, mover recursos entre diferentes puertos del territorio. Barcos de guerra estadounidenses surtos frente a los puertos de Mariel, Cabañas, Matanzas, Cárdenas, Cienfuegos y La Habana se hacían visibles desde la costa e impedían la entrada y la salida de embarcaciones de cualquier bandera. No menos de diez mercantes españoles fueron apresados y conducidos a Cayo Hueso. La medida tenía otros objetivos estratégicos:
esperar a que las tropas regulares norteamericanas destinadas a desembarcar completaran durante el verano su entrenamiento en Nueva Orleans, Mobile y Tampa, y dejar que las fuerzas cubanas continuaran desangrado a las españolas.
Fue así que el capitán general Ramón Blanco y Erenas, Marqués de Peña Plata, solicitó a Madrid el envío a Cuba de la flota española del Atlántico, que en esos momentos esperaba órdenes frente a las islas de Cabo Verde, en África occidental.
Esta era mandada por el almirante Pascual Cervera, un marino de casi
60 años de edad —nacido en Jerez de la Frontera, el 18 de febrero de 1839— y que luego de egresar de la escuela naval de San Fernando ascendió grado a grado, gracias a su participación en los más importantes sucesos de la historia de su país durante la segunda mitad del siglo XIX, una época cuyo trágico final sería simbolizado justamente con el hundimiento de la escuadra que le tocó comandar.
Tomó parte Cervera en la campaña de Marruecos (1853), en la expedición española contra la Conchinchina (1862) y ya como capitán de navío asumió en 1866 el patrullaje de las costas de Perú. Durante la Guerra de los Diez Años estuvo en la vigilancia de las costas cubanas.
Participó además en la guerra carlista, distinguiéndose en la defensa del arsenal de La Carraca. Presidió en 1891 la delegación de su país a la Conferencia Naval de Londres y, al año siguiente, lo nombraron ministro de Marina en el gabinete del presidente Sagasta, cargo al que renunció en protesta por la escasa dotación económica destinada a su ministerio, como si previera desde entonces, dicen historiadores, la tragedia que sufriría la flota española cuando le tocara enfrentarse a fuerzas superiores, más modernas y mejor dotadas.
Conformaban la flota del Atlántico cuatro cruceros acorazados y tres destructores, que desplazaban en conjunto 28 600 toneladas, y disponían, en teoría al menos, de 120 cañones, ocho ametralladoras pesadas y 24 tubos lanzatorpedos, además de unos pocos cañones de tiro rápido y algunos tubos lanzatorpedos instalados en los pequeños destructores.
Hizo Cervera cuanto estuvo a su alcance a fin de convencer al Ministro de Marina y al Gobierno de Madrid de que no mandaran la flota a Cuba o a Puerto Rico. Sugería que la basaran en Canarias, para proteger desde esa posición las islas y el territorio de la Península. El asunto, a su juicio, era evitar un encuentro frontal con los norteamericanos en el Caribe.

«Voy al sacrificio»

La flota norteamericana del Atlántico, al mando del almirante William T. Sampson, era muy superior a la española. Disponía de nueve cruceros acorazados, que desplazaban más de 65 000 toneladas y tenía instalados casi 300 cañones, 22 ametralladoras pesadas y 37 tubos lanzatorpedos.
No solo superaba a la española en número de embarcaciones, tonelaje y potencia de fuego, sino que los buques eran más modernos, poseían un blindaje más fuerte y su habilitación era más completa. Estaba además la cuestión del combustible. La armada estadounidense podía contar con cuanto carbón quisiera estando sus bases como estaban a pocas horas de distancia, mientras que los españoles, con serios problemas en este campo, tenían sus fuentes de abasto a miles de kilómetros del Caribe.
En vano insistió el almirante Pascual Cervera. Conocía la superioridad de su enemigo. Por eso, en la víspera de su partida hacia Cuba, informó nuevamente al Ministro de Marina acerca de las condiciones de sus barcos, que dejaban mucho que desear. Su artillería estaba incompleta o defectuosa, no contaba con municiones adecuadas ni suficientes y tampoco disponía de carbón de calidad. En su informe, el marino decía que su escuadra se colocaría en un callejón sin salida; una situación de la que no podía esperarse más que la destrucción de sus barcos o la desmoralización de sus hombres.
A las puertas del terrible verano de 1898, las altas autoridades españolas parecían vivir, sin embargo, en una borrachera triunfalista que alcanzaba también a la población. No se quedaban atrás muchos habaneros de a pie que en los cafés evocaban las batallas de Lepanto y El Callao y pregonaban hasta el cansancio la superioridad de la armada española, mientras que en el vestíbulo del teatro Albisu, el ilustrado comandante de la marina española don Pedro Peral, hermano de Isaac, el inventor del submarino, se empeñaba en demostrar justamente lo contrario.
En una página deliciosa de sus Viejas postales descoloridas, el costumbrista Federico Villoch dice que en Cuba por aquel entonces se habló de Cabo Verde como nunca antes ni después y que había quien escrutaba los mapas para vaticinar en qué paraje ambas escuadras se desbaratarían a cañonazos. «Los yanquis le tienen un miedo terrible al abordaje español», decían algunos. Y las imaginaciones calenturientas trazaban cuadros espeluznantes de piratería, remangados los puños de los marineros armados de grandes y afilados cuchillos, y la sangre corriendo a bordo.
El propio Ministro de Marina español, con la cabeza en las nubes, daba a Cervera, antes de su partida hacia el Caribe, la misión siguiente:
«Ir a EE. UU., defender las islas de Cuba y Puerto Rico, bloquear los puertos norteamericanos del golfo de México, destruir la base naval de Cayo Hueso, sede de la flota del Atlántico, y de ser posible bloquear puertos del este…».
Algunos vapores lograron burlar, desde el puerto habanero, el cerco norteamericano, o salían y entraban con permiso de los sitiadores. Con autorización lo hizo el Lafayette, de la Compañía Trasatlántica Francesa, atestado de viajeros que abandonaban la ciudad por miedo a las futuras contingencias, y le siguió el bergantín mexicano Arturo, cargado de fugitivos. Los especuladores de siempre hicieron dinero con el improvisado negocio de convertir goletas desvencijadas en barcos de pasajeros que, por 50 o 100 pesos el boleto, transportaban pasaje desde La Habana a Veracruz.
Pero los acorazados Brooklyn, Texas, Iowa, Louisana…, dice Villoch, continuaban imperturbables en el horizonte, firmes como si hubiesen echado raíces en las rocas del fondo, bañando las noches con sus potentes focos eléctricos. Esa vigilancia no fue obstáculo para que el vapor español Monserrat, con todas sus luces apagadas, burlase una noche el bloqueo y arribase sin novedad, dos días después, a un cercano puerto de México para, a su vuelta, abastecer de víveres a La Habana. Un barco de guerra español llamado Conde de Venadito se arriesgó una tarde a salir del puerto para provocar la agresión de los acorazados americanos y obligarlos a acercarse a la costa para que fueran cañoneados desde el Morro, lo que resultó en vano, pues el yanqui lo que hizo fue largarle una andanada de tiros y permanecer impávido en su línea. Se dio también, entre otros casos, la entrada espectacular de la goleta Santiago, que a todo trapo salió una mañana de buen viento de Bahía Honda y penetró sana y salva en nuestro puerto, bajo los cañonazos que se cruzaban uno de los acorazados norteamericanos y la batería de Santa Clara, emplazada donde se edificó el Hotel Nacional de Cuba.
El 24 de abril recibía Cervera la orden de moverse hacia el Caribe y se dispuso a cumplirla no sin antes advertir a sus superiores que iba al sacrificio con la conciencia tranquila. Al día siguiente, Estados Unidos declaró formalmente la guerra a España. Una semana más tarde, en la bahía de Cavite, Filipinas, la flota norteamericana del Pacífico destruía, en cuestión de horas, la escuadra española concentrada allí.
La noticia provocó en España la conmoción que era de esperar. El 12 de mayo, el Ministro de Marina dirigió un telegrama a Fort de France, en Martinica, autorizando a Cervera a regresar a España. Pero Cervera jamás vio ese mensaje. El día anterior dejaba atrás Fort de France y ponía proa a Cuba.

El héroe trágico

El 14 de mayo barcos norteamericanos bombardearon con total impunidad San Juan de Puerto Rico. Cinco días después, el 19, la flota de Cervera entraba en la bahía de Santiago de Cuba. A comienzos de junio la escuadra del almirante Sampson bombardeaba esa ciudad. Con objeto de embotellar a Cervera, sus adversarios hundieron el pontón Merrimac en la boca de la rada santiaguera. A partir de ahí, si los barcos españoles querían salir, debían hacerlo de uno en uno, convertidos en una suerte de tiro al blanco para los norteamericanos.
Se entrevistan con el mayor general Calixto García, lugarteniente general del Ejército Libertador, el almirante Sampson, jefe de la flota, y el general Shafter, jefe del Ejército de tierra. Desembarcan las tropas norteamericanas y avanzan hacia Santiago. El general Linares, jefe de esa plaza militar, no se hace ilusiones respecto a la victoria española y sabe que la derrota pondría en grave riesgo a la flota anclada en la bahía. El capitán general Ramón Blanco, que recibió de Madrid la potestad de decidir sobre todas las fuerzas militares destacadas en la Isla, incluso la escuadra, y que sabe cómo piensa Cervera, telegrafía al Almirante: «Dice usted que la caída de Santiago es segura, en cuyo caso tendrá usted que destruir sus barcos, y esta es una razón más para intentar una salida, ya que es preferible para el honor de las armas sucumbir combatiendo…».
Cervera escribe entonces a Linares: «… afirmo con el mayor énfasis que nunca seré quien decida la horrible e inútil hecatombe… A Blanco incumbe decidir si debo ir al suicidio, arrastrando conmigo a estos 2
000 españoles».
Ante el ataque inminente, los marinos de Cervera se suman a la defensa terrestre de Santiago. Ocurren el 1ro. de julio de 1898 las batallas de El Caney y de San Juan, donde, en un intento desesperado por recuperar la posición, resulta gravemente herido el general Linares.
El día 2, desde La Habana, el Capitán General ordena a Cervera que salga con sus barcos de la bahía santiaguera. Al día siguiente, a las
9:45 de la mañana, disparando sin cesar por ambas bandas, empezó a salir, con rumbo este, la escuadra española. Una hora más tarde la flota del Atlántico sucumbía ante el poderío norteamericano, y el propio almirante Pascual Cervera, el héroe trágico, alcanzaba la costa a nado y era hecho prisionero. Debió enfrentar en España un consejo de guerra acusado de la pérdida de la escuadra. Fue absuelto y permaneció durante unos cuantos años más en servicio activo. Murió el 3 de abril de 1909.
La batalla naval de Santiago tuvo para España el saldo de 326 muertos,
215 heridos y 1 720 prisioneros. Los norteamericanos tuvieron un muerto y un herido. «No siempre al valor acompaña la fortuna», decía el Capitán General en su mensaje a los habitantes de la Isla, y «firmes y resueltos ante el peligro», los llamaba a confiar en Dios «y en nuestro derecho a dejar incólumes el honor y la integridad de la patria». El general Shafter, por su parte, presentaba un ultimátum:
Si Santiago de Cuba no se rendía, sería bombardeada. Pero eso lo veremos el próximo domingo.

Ciro Bianchi Ross




venerdì 24 giugno 2016

Emendamenti all'embargo

Al Senato degli Stati Uniti (a maggioranza repubblicana) sono già passati due emendamenti alla legge sull’embargo a Cuba: quello sulla libertà di tutti gli statunitensi che lo vogliano di visitarel’Isola in qualità di turisti e quello sui crediti per gli acquisti di generi agroalimentari. Adesso tocca alla Camera dei Rappresentanti (a maggioranza democratica) dove si prevede che il 5 luglio prossimo, vengano approvati in via definitiva. Si spera che prima della fine dell’anno vengano approvati altri emendamenti e che in un futuro ormai abbastanza prossimo si elimini completamente questa legge assurda e anacronistica.

Amaury e la pausa di riflessione

Con questo post, Amaury Pérez Vidal si accomiata temporaneamente dai suoi lettori e fans. Speriamo che il suo periodo sabbatico non duri molto, i suoi racconti sono molto gradevoli e ricchi d’ironia, in primo luogo verso se stesso...se qualcuno si è sentito toccato nell’amor proprio, peggio per lei/lui. Non mi sembrava il caso e spero proprio, come centinaia di lettori di Amaury su Cubadebate, torni presto con nuove chicche da non giornalista e comunque qualche racconto da tradurre e pubblicare ce l’ho ancora.

Da parte mia gli ho trasmesso un commento:

 


Egregio Amaury, leggo non poco fra le righe, un po’ di amarezza nel tuo commiato ina attesa della prossima stagione. Non conosco la causa diretta, posso solo immaginare una parola che si chiama invidia. Personalmente ammiro il tuo talento di creatore come muusicista, scrittore e conduttore, Te lo dissi una volta che ci incontrammo casualmente e con molta amabilità ti ricordasti di me dopo molti anni, anche se non siamo “vecchi amici”, ma solo semplici vecchi conoscenti, nonostante le 7 anatre che hai mangiato a casa mia quando hai accompagnato la tua indimenticabile madre a visitarci, con la mia compagna di allora.
Ho scoperto per caso i tuoi racconti, meno casualmente il tuo programma in TV e ti ho chiesto il permesso di tradurre i racconti per inserirli nel mio molto modesto blog, certamente come numero di lettori.  Come prevedevo, buona parte dei lettori delle mie note seguono i tuoi racconti, immagino, con simpatia e interesse.
Non è facile mettersi al nudo come fai tu, ricordando fatti più o meno lontani o vicini nel tempo, allegri o malinconici, burlandoti spesso di te stesso, riconoscendo le tu imperfezioni umane e avendo l’onestà intellettuale, come personaggio pubblico, di riconoscere che sia possibile che possa piacere a tutti e per tutto. Da parte mia, come ti avevo detto, come cantante...mi unisco alla villaclareña, per il resto con i tuoi racconti ho scoperto un Amaury inatteso.
Se qualcuno sente qualche fastidio perché, se non lo hai denudato gli hai almeno tolto qualche capo di abbigliamento...al mio Paese (Italia) si dice: che si fotta!!!
Mando un saluto da un altro giornalista che non sono o lo sono stato marginalmente, ma a chi nessuno toglie il diritto di scrivere le sue fesserie.
Aldo Abuaf.

Estimado Amaury, leo y no demasiado entre líneas, un poco de amargura en tu despedida hasta la próxima temporada. Desconozco la causa directa, solo puedo imaginar una palabra que se llama envidia. Personalmente admiro tu talento de creador, en música, letras y conducción. Te lo dije una vez que nos encontramos casualmente y muy amablemente te recordaste de mí al cabo de muchos años, aunque no somos “viejos amigos”, sino simples conocidos, a pesar de los 7 patos que te comiste en mi casa cuando acompañaste tu inolvidable madre a visitarnos con mi compañera de entonces.
He descubierto casualmente tus relatos, menos casualmente tu programa de TV, y te pedí el permiso de traducir los cuentos para insertarlos en mi muy modesto, seguramente como número de lectores, blog. Como preveía buena parte de los seguidores de mis notas siguen tus cuentos, imagino con simpatía e interés.
No es fácil ponerse al desnudo como tú haces, recopilando recuerdos más o menos vecinos o lejanos, alegres o melancólicos, burlándote muchas veces de ti mismo, reconociendo tus humanas imperfecciones y teniendo la honestidad intelectual, como personaje público, de reconocer que es posible que puedas no gustar a todos y en todo. Por parte mía, como cantante, me uno a la villaclareña…por lo demás, con tus cuentos he conocido un Amaury inesperado.
Y si alguien se siente picado porque, si no al desnudo, le quitaste alguna ropa…en mi País (Italia) se dice: ¡¡¡que se joda!!!!
Recibas un saludo de otro periodista que no es o lo fue marginalmente, pero a quien nadie le quita el derecho de escribir sus barbaridades.
Aldo Abuaf.

 

El periodista que no soy (a modo de despedida provisional)

Publicado en: Crónicas de Amaury
En este artículo: Amaury Pérez, Cuba, Cultura, Periodismo
18 junio 2016 | 204
El periodista, que no soy, se mueve hoy por zonas del pensamiento claramente riesgosas, porque el hipercriticismo y la solemnidad que hemos asumido como a los espejos, pretende multiplicar cada opinión que emite en singular con una suerte de barullo coral incontenible, inacabable, ensordecedor y “absoluto”.
Durante varias semanas, treinta para ser exacto contando ésta, me he permitido escribir pequeñas columnas de vivencias, donde recorrí a la par sucesos dramáticos y risibles: Escogí publicar preferiblemente los segundos haciendo uso de las memoriosas facultades que aún me acompañan y del pleno, soberano, y libre ejercicio de narrar, sin que las ataduras de la academia o los convencionalismos de la sociedad me amedrentaran. La mayoría de las crónicas pusieron a muchos de acuerdo cuando la primera persona del ridículo me acompañaba, pero otras fueron blanco de incomprensiones, juicios mojigatos, amargos, de quienes pretenden enmendar los sucesos del pasado como si no hubiesen ocurrido cada vez que estimé legítimo hacer uso de la tercera persona. Yo, que ya soy más viejo que el agua, no debí permitirme ciertas licencias. El tiempo con que sueño, lamentablemente, aún no ha llegado.
El peligro de ser periodista en los días que corren reside en asumir la profesión sin convertirla en nicho de indolencia, atropello, desidia o acoso. C2QSQ, en sus dos temporadas, me ha brindado la oportunidad de entrevistar a grandes profesionales de la información; faltan otros por invitar. Les agradezco la confianza, el respeto y la consideración para conmigo y el programa televisivo que conduzco y dirijo.
Mi intención al escribir en Cubadebate nunca tuvo como propósito emular a mis vecinos del sitio (sí compartir) y mucho menos desacreditar a personajes, profesiones y lugares que nombré en mis apuntes, sino darle a esta página un “toque” de color cubano y choteo criollo. Nada menos pretencioso.
Volveré a estas crónicas cuando los recuerdos lo merezcan, el ingenio vuelva a ser aliado y el debate posterior, si es inevitable, sea asumido con mesura, respeto, sin estridencias, ni protagonismos pueriles o altisonantes. ¿Sucederá esto alguna vez? Confío en que es posible.
Muchas gracias a todas y todos por haberme permitido acompañarles, y sentirme acompañado, cada sábado desde el 18 de noviembre de 2015 hasta el 18 de junio de 2016 ¡Siete meses! Fue una bella y estimulante experiencia.
La soledad del periodista, que no soy, tiene que ser la más terrible de las soledades. A ellos, desde mis crónicas que por lo pronto no continuarán, los reverencio hoy con humildad.
¡Hasta una próxima temporada!

Il giornalista che non sono (a modo di commiato provvisorio)
Il  giornalista che non sono, oggi si muove in zone del pensiero chiaramente rischiose, perché l’ipercriticismo e la solennitá che abbiamo assunto come davanti a uno specchio, pretende moltiplicare ogni opinione che emette un singolo con una specie di agitazione corale incontenibile, infinita, assordante e “assoluta”.
Per diverse settimane, ternta per essere preciso contando questa, mi sono permesso di scrivere piccole colonne di avvenimenti, dove ho percorso in uguale misura avvenimenti drammatici o comici. Ho preferito pubblicare, di preferenza, i secondi facendo uso della memoria, facoltà che mi accompagna ancora e del pieno, sovrano e libero esercizio di narrare, senza che i lacci accademici o le convenzionidella società mi limitassero. La maggior parte delle cronache hanno messo d’accordo molti quando la prima persona del ridicolo mi accompagnava, ma altre furono bersaglio di incomprensioni, giudizi bigotti, amari, di chi pretende emendare i fatti del passato come se non fossero successi, ogni volta che ho ritenuto legittimo far uso della terza persona. Io che sono già più vecchio dell’acqua, non dovevo permettermi certe licenze. Il tempo che sogno, non è ancora arrivato.
Il pericolo di essere giornalista nei tempi che corrono risiede nell’assumere la professione senza convertirla in nicchia di indolenza, sopraffazione, dissidio o insistenza incalzante. C2SQ2 (Con dos que se quieran 2, programma TV, n.d.t.), nelle sue due stagioni, mi ha oferto l’opportunità di intervistare grandi professionisti dell’informazione; ne mancano altri da invitare. Li ringrazio della fiducia, il rispetto e la considerazione avuta con me e il programma televisivo che conduco e dirigo.
La mia intenzione di scrivere su Cubadebate non ha mai avuto il proposito di emulare i mei vicini del sito (ma di condividere) e molto meno di screditare personaggi, professioni o luoghi che ho nominato nei miei appunti, se non dare alla pagina un “tocco” di colore cubano e lazzo creolo. Niente di meno pretenzioso.
Tornerò a queste cronache quando i ricordi lo meritino, l’estro torni ad essere alleato e il dibttito posteriore, se è inevitabile, sia assunto con misura, rispetto, senza stridii né protagonismi puerili o altisonanti. Succederà qualche volta? Spero che sia possibile.
Molte grazie a tutte e tutti per avermi permesso di accompagnarvi e sentirmi accompagnato, ogni sabato dal 18 novembre 2015 fino al 18 giugno del 2016. Sette mesi! È stata una bella e stimolante esperiernza.
La solitudine del giornalista che non sono, viene ad essere la più terribile delle solitudini. A loro, dalle mie cronache che per il momento non continueranno, li riverisco oggi con umiltà.
Arrivederci a una prossima stagione!


Bye bye United Kingdom

L’Inghilterra, Gran Bretagna, Regno Unito o come diavolo si chiama, se n’è andata..., ma ci è mai entrata  in Europa?  Non ha aderito al Patto di Schengen, non ha aderito alla moneta unica, ma che parte aveva nell’Unione? 
Che continui nello splendido isolamento e con le sue ex colonie segno tangibile della loro storia, fatta di conquiste, soprusi e vessazioni di cui hanno lasciato buona eredità in alcuni Paesi loro discendenti e che non sono più “colonie” se non per gli stessi inglesi. Speriamo chiudano anche il tunnel della Manica. E rimangano con le loro parrucche, il the (importato dalle colonie), il cricket, l'eterna regina Elisabetta e le vecchie signore circondate da gatti. Bye bye United Kingdom.

martedì 21 giugno 2016

Amaury a New York (II)

Maniquíes de New York (II)

Publicado en: Crónicas de Amaury
En este artículo: Amaury Pérez, Cuba, Cultura, Estados Unidos, Nueva York
23 abril 2016 | 147

Sucedió al otro día de mi encuentro con Jorgito y mi diálogo telefónico con Richard, después de una noche borrascosa; el clima de New York es así, siempre te sorprende.
Me incorporé temprano, tenía que ir a recibir a un amigo cubano, qué decir amigo, ¡hermano! llamado Joel Valdés, que había viajado desde Seattle en el estado de Washington a vernos haciendo no sé cuantas escalas.

Ya la emoción y la juerga posterior de la noche anterior habían sido suficientes y llegamos

a la hora convenida a la puerta del hotel donde se hospedaba en la calle Ámsterdam, muy cerca de Times Square.
Por aquella costumbre “adquirida” de no entrar en los hoteles, y además porque vestía un viejo mono deportivo, calzaba tenis sucios, vagaba resacoso y con cara de no haber dormido en semanas, me quedé en la acera, junto a un farol, esperando a que Joelito saliera. Mi esposa, ya dentro, trataba de localizarlo en la carpeta; ella sí no cree en convenciones de ningún tipo. Es la persona más desinhibida que conozco.
Mientras esperaba me dispuse a mirar a los transeúntes. Una de las cosas que adoro de New York es que si estás atento te puede pasar por delante tu vida entera en minutos. No sé como explicar esa cosmopolita sensación.
A lo lejos, vi acercarse a una pareja que parecía sacada de una revista de modas: Ella, perfecta: alta, de ojos verdes, rubia como los maniquíes de la tienda Macy’s de la calle 34, con el peso exacto, bellísima. Traía un sobretodo negro, guantes de cabritilla a juego, tacones altos y el andar de quien se sabe poseedora de todo el tiempo del mundo. Él, también impresionante: pelo entrecano, ojos azules, más o menos de mi altura, 6.1 o 1.90, según mida cada quien la estatura, un cuerpo trabajado en incontables horas de gimnasio, también con sobretodo negro y andar pausado. Iban de la mano y ambos cargaban bolsas Luis Vuitton, Armani, Hugo Boss, Chanel… en fin toda una canasta de “bienestar” y solvencia. Me dije para mí: ¡Me he encontrado a un par de millonarios neoyorquinos!. Yo, vestido como un homeless, los examinaba extasiado. Fue tal la indiscreta insistencia de mi mirada (los que han estado en New York saben que mirar fijamente a alguien te puede ocasionar una demanda por acoso visual) que, cuando estuvieron a mi lado, se detuvieron y entonces él me recorrió de arriba abajo para preguntarme en perfecto español: “¿Tú no eres Amaury Pérez?”. Intenté escapar, pero mis tenis se aferraron al asfalto como si pretendieran formar parte del mismo para siempre. “¿No te acuerdas de nosotros?”, prosiguió risueño, con un sonoro timbre en la voz y mostrando una dentadura perfecta. “¡No!”, fue lo único que alcancé a decir, “¿De dónde?” agregué. “¡Del Vedado compadre, de la secundaria Finlay! ¿Tanto hemos cambiado?”. “¿Pero ustedes son cubanos?”, les pregunté entre torpe y sorprendido. “¡Claro, somos Jaime y Margarita, ahora James y Margaret you know, que estudiábamos dos cursos por detrás del tuyo!”. Ya ahí y observándolos más sosegado les hice la pregunta más idiota que he hecho en mi vida: “¿Y qué hacen ustedes aquí?”. Ellos pudieron haberme contestado con un demoledor: “¿Qué haces tú aquí?”. Eso lo hubiera simplificado todo, pues ellos parecían los dueños de la Gran Manzana.
“Te cuento”, me dijo Jaime ahora James: “Mi padre era abogado y salió de Cuba a finales de los sesentas. Aquí fundó una consultoría que trabaja para el Departamento de Defensa, nosotros vinimos por el Mariel, estudiamos derecho en Harvard y a su muerte ocupamos su puesto en la compañía”.
Todo esto me lo contaba Jaime, digo, James, mientras se acercaba su negra limosina. Me preguntó qué hacía allí, le conté y me invitó a una fiesta al día siguiente haciéndome una grave recomendación: “Así no puedes ir vestido, es una fiesta de etiqueta Bro”. Me alcanzó una cartulina de finos hilos con el nombre de una lujosa sastrería donde podía alquilar un esmoquin, otra con su dirección y me dijo con entusiasmo: “¡Te esperamos!”. A lo que yo respondí con la segunda pregunta idiota en diez minutos: “¿Y por dónde viven ustedes más o menos?”. Los dos se echaron a reír pues supuestamente debía, al menos, haber mirado la tarjeta.
“¿Tu viste la película Meet Joe Black en la que trabajan Brad Pitt y Anthony Hopkins?” “Sí”, le respondí. “Bueno, pues nosotros le rentamos parte del apartamento a los productores del film”. “¿El Penthouse, el de la cúpula azul turquesa?”, “Ese mismo, me dijo. ¡Ya sabes donde encontrarnos!. Dejaremos tu nombre en recepción para que no tengas problemas de ningún tipo. ¡Nos vemos mañana!”. Sucedió un simple apretón de manos y desaparecieron dentro de la limosina que partió velozmente.
Frente a todos el mundo seguía su curso. Joel Valdés, mi amigo cubano de Seattle, ya salía de su hotel vestido sencillamente con jeans y franela de cuello alto del brazo de mi esposa con un disco de Barbra Streisand en la mano como presente y todo el amor del mundo en su mirada.
Yo encendí la mía y nos abrazamos los tres mientras las tarjetas con la dirección de la lujosa sastrería y del imponente edificio de cúpula azul turquesa saltaron de mis manos e iniciaron el piadoso descenso hacia los desagües de la capital del mundo.

Modelle/i di New York (II)

Successe il giorno dopo al mio incontro con Jorgito e il mio dialogo telefonico con Richard, dopo una notte burrascosa; il clima di New York è così, ti sorprende sempre.
Mi alzai presto,dovevo andare a ricevere un amico cubano, ma che dire amico, fratello! Chiamato Joel Valdés che era arrivato da Seattle nello stato di Washington per vederci facendo non so quanti scali.
Già l’emozione la gozzoviglia della sera anteriore erano state sufficienti e arrivammo all’ora prevista alla porta dell’hotel dove si ospitava nella Amsterdam street, molto vicino a Times Square.
Per la vecchia abitudine di non entrare negli alberghi e inoltre perché indossavo una vecchia tuta sportiva, calzavo scarpe da tennis sporche, ero con i postumi di sbornia e con la faccia di non aver dormito per settimane, rimasi sul marciapiedi, appoggiato a un lampione, aspettando che Joelito uscisse. Mia moglie, già dentro, cercava di rintracciarlo alla reception; lei sì non crede in convenzioni di nessun tipo. È la persona più disinibita che conosca.
Mentre aspettavo, mi misi a osservare i passanti. Una delle cose che adoro di New York è che se stai attento puoi vederti passare davanti tutta la tua vita in questione di minuti. Non so come spiegare questa sensazione cosmopolita.
Da lontano, vidi avvicinarsi una coppia che sembrava uscita da una rivista di moda: lei perfetta, alta, occhi verdi, bionda come i manichini del grande magazzino Macy’s della 34 street, col peso giusto, bellissima. Aveva un soprabito nero, guanti di capretto e scarpe col tacco in sintonia, l’andatura di chi sa di avere tutto il tempo del mondo. Anche lui impressionante: Capelli sale e pepe, occhi azzurri, più o meno della mia statura, 6.1 o 1.90 secondo chi la misura, un corpo lavorato in interminabili ore di palestra, pure con soprabito nero e andatura lenta. Si tenevano per mano ed entrambi portavano borse Luis Vuitton, Armani, Hugo Boss, Chanel...infine tutto un insieme di “benessere” e solvenza. Dissi fra me: “ho incontrato un paio di milionari newyorkini!” Io, vestito come un barbone, li esaminavo estasiato. Fu tale l’insistenza del mio sguardo (quelli che sono stati a New York sanno che guardare fissamente qualcuno può occasionare una denuncia per violenza visuale) che quando furono al mio fianco, si fermarono e allora lui mi esplorò dall’alto in basso per domandarmi in perfetto spagnolo: “Tu non sei Amaury Pérez?”. Cercai di fuggire, ma le mie scarpe da tennis si fusero  con l’asfalto come se volessero farne parte per sempre. “Non ti ricordi di noi?” proseguì allegro con un timbro vocale sonoro e mostrando una dentatura perfetta. “No!” fu tutto quello che riuscii a dire. “Di dove?” aggiunsi. “Del Vedado compare, della scuola media Finlay! Siamo cambiati così tanto?”. “Ma voi siete cubani?” domandai tra il torpe e il sorpreso. “certo, siamo Jaime e Margarita, adesso James e Margaret you know che studiavamo due classi dietro la tua!” Già lì e osservandoli con più calma gli feci la domanda più idiota che ho fatto in vita mia: “E cosa ci fate voi qua?” Loro potevano rispondermi con un demolitore: “E che ci fai tu qua?”. Questo lo avrebbe semplificato tutto, loro sembrano i padroni della Grande Mela.
“Ti dirò” mi disse Jaime, adesso James: “Mio padre era avvocato e uscì da Cuba alla fine degli anni sessanta. Qua ha fondato il suo studio che lavora per Il Dipartimento della Difesa, noi siamo venuti da Mariel, abbiamo studiato diritto a Harvard e alla sua morte abbiamo preso il suo posto nella Compagnia”.
Tutto questo me lo raccontava Jaime, dico James. Mentre la sua limousine nera si avvicinava. Mi domandò cosa ci facevo lì e mi invitò a una festa il giorno seguente facendomi una raccomandazione grave: “Non puoi venire vestito così, è una festa d’etichetta. Bro”. Mi allungò un cartoncino ben serigrafato col nome di una sartoria lussuosa dove potevo affittare uno smoking, un’altro col suo indirizzo e mi disse con entusiasmo: “Ti aspettiamo!” Al che risposi con la seconda domanda idiota in dieci minuti: “E dove abitate voi, più o meno?”. I due si misero a ridere, avrei dovuto almeno guardare il biglietto da visita.
“Hai visto il film Meet Joe Black nel quale lavorano Brad Pitt e Antony Hopkins?”. “Sì” gli risposi. “Bene, noi abbiamo affittato parte dell’appartamento ai produttori del film”. “L’attico dalla cupola turchese?”, “Proprio quello”, mi disse. “Sai dove trovarci! Lasceremo il tuo nome alla reception perché non abbia nessun tipo di problema. Ci vediamo domani!”. Seguì una semplice stretta di mano e scomparvero dentro la limousine che partì velocemente.
Davanti a tutto il mondo seguiva il suo corso. Joel Valdés, il mio amico cubano di Seattle, stava già uscendo dal suo hotel vestito semplicemente con jeans e felpa dal collo alto, sottobraccio a mia moglie con un disco di Barbra Streisand in mano, come presente e tutto l’amore del mondo nel suo sguardo.
Io accesi la mia e ci abbracciammo tutti e tre, mentre i biglietti con l’indirizzo della lussuosa sartoria e dell’imponente edificio dalla cupola blu turchese saltarono dalle mie mani e iniziarono la pietosa discesa verso gli scarichi della capitale del mondo.


lunedì 20 giugno 2016

Ciao Fossili, di Luca Lombroso

Dai primi di luglio in libreria il mio nuovo libro, qui le anticipazioni della scheda dell’Editore:


CIAO FOSSILI - Cambiamenti Climatici, Resilienza e Futuro Post Carbon

Il 2015 è stato un anno di svolta per i cambiamenti climatici. Da un lato le concentrazioni di CO2 in atmosfera hanno per la prima volta nella storia dell’evoluzione umana superato le 400 ppm. Siamo entrati, letteralmente, in un territorio nuovo, sconosciuto, mai vissuto dall’homo sapiens. 
Ondate di caldo, siccità, alluvioni, nubifragi, tornado, uragani sono ormai in una fase di “nuova normalità” con cui volenti o nolenti dobbiamo adattarci e convivere con resilienza.
Dall’altro, sappiamo che oltre una certa soglia non potremmo convivere. Qual è questa soglia e quale strada tracciare dunque per “salvare il mondo”? Siamo ancora in tempo? 
Ormai non ci sono più dubbi: per evitare cambiamenti climatici inauditi dobbiamo limitare il riscaldamento planetario ben al di sotto di 2°C, meglio ancora di 1.5°C, rispetto all’era preindustriale. È giunto il momento di avviarci alla definitiva decarbonizzazione della nostra società nel corso di questo stesso secolo. 
In questo ultimo libro, Luca Lombroso traccia nuovi scenari possibili di un futuro post carbon. A ispirare il suo percorso, due documenti di straordinario valore: l’enciclica Laudato Si’ di Papa Francesco sulla cura della Casa Comune e l’Accordo di Parigi approvato alla storica conferenza sul clima COP 21 tenutasi nella capitale francese a dicembre 2015.


La Terra non ci è stata lasciata in eredità dai nostri padri, ma ci è stata data in prestito dai nostri figli
Proverbio  indiano
Noi siamo la prima generazione a subire l’impatto del cambiamento climatico e l’ultima a poter fare qualcosa” 
Barack Obama,
COP 21, Parigi 2015
Non basta più dire che dobbiamo preoccuparci per le future generazioni. Occorre rendersi conto che quello che c’è in gioco è la dignità di noi stessi. Siamo noi
i primi interessati a trasmettere un pianeta abitabile
per l’umanità che verrà dopo di noi” 
Papa Francesco,
Enciclica Laudato si’, 2015
Le generazioni future e le altre specie, che condividono la biosfera con noi, non hanno voce per chiederci compassione, saggezza e autorità. Dobbiamo ascoltare il loro silenzio, dobbiamo essere la loro voce e agire per loro” 
Dichiarazione Buddhista
sui cambiamenti climatici, 2009
Cosa diranno le future generazioni di noi, che lasciamo loro in eredità un pianeta degradato?
Come ci presenteremo al nostro Signore e Creatore?” 
Dichiarazione islamica
sul cambiamento climatico globale, 2015







“L'uomo, danneggiando l'ambiente, si comporta proprio come le cellule cancerogene quando si espandono danneggiando l'organismo stesso dove vivono, ma quando l'organismo muore, muoiono anche loro” Cosa c’è oggi di più odiato delle cellule cancerogene che tutti direttamente o indirettamente abbiamo avuto modo di conoscere? Possiamo accettare di essere paragonate a loro? Certamente no. Allora non perdiamo tempo e corriamo ai ripari. Questo libro ci può certamente aiutare. Ci apre la mente, ci aggiorna sulla situazione attuale della nostra “casa comune” ma si offre a noi anche come una sorta di “istruzione per l’uso” utile a non distruggere noi stessi e i nostri figli.
(Dalla prefazione di Licia Colò)


Della stessa serie:




luca lombroso

La risposta alle mail potrebbe non essere immediata, la reperibilità telefonica potrebbe non essere continua. Questo per ottimizzare i tempi di vita e lavoro, perché non vengano sacrificati all'invasività delle comunicazioni.   
Ma anche perchè i sistemi tecnologi sono poco affidabili: email importanti possono, indipendentemente dalla nostra volontà, essere marcate come indesiderata dai software automatici, ai cellulari può mancare campo o scaricarsi la batteria... e anch'essi risentiranno, inevitabilmente, dell'impatto dei cambiamenti climatici e delle conseguenze del peak oil