lunedì 31 agosto 2015

Destini (I) di Ciro Bianchi Ross

Pubblicato su Juventud Rebelde del 30/8/15


Quale fu il destino di personaggi che in un momento anteriore al 1959 occuparono posti di attualità nella vita cubana? Il tempo non passa invano e naturalmente, a questa data già la maggioranza di loro è morta. Ad ogni modo investigarli e seguire le loro piste non è sempre facile perché questa “celebrità” della quale godettero passò, in molti casi, al più assoluto degli anonimati.
In altre occasioni ho affrontato questo tema e lo faccio adesso, con molta dedicazione, spinto dalla richiesta di un lettore. Sarà, per forza, una relazione incompleta. Non sempre uno riesce a sapere dove sta o che successe a gente che occupò uno spazio nella cronaca sociale o nelle notizie degli avvenimenti politici.
Cominciamo dai presidenti.

Fra due città

Il colonnello Carlos Mendieta Montefur, presidente della Repubblica tra il gennaio 1934 e il dicembre 1935, morì all’Avana nel 1960. Risiedeva in Tercera, 1202 angolo 12, a Miramar, divenne famoso per il suo allevamento di galli da combattimento, i molto celebrati galli Mendieta.
Carlos M. Piedra, pensionato nel 1959 dal Potere Giudiziario morì, già novantenne, nella sua casa al n. 661 della calle D tra 27 e 29 nel Vedado. Non giunse alla prima magistratura, fu al punto di raggiungerla  il 1° gennaio dell’anno menzionato, ma la Sala di Governo del Tribunale Supremo si rifiutò di prendergli il giuramento e accettò la designazione, fatta dalla Sierra Maestra, del pure magistrato Manuel Urrutia Lleó. Mesi dopo, in luglio, Urrutia si dimetteva. Cercò asilo nell’Ambasciata del Venezuela e cambiò per quella del Messico quando il Paese sudamericano ruppe le relazioni con Cuba. Morì negli Stati Uniti.
Carlos Prío Socarrás (74 anni) si suicidò nel 1977 nella sua casa in Florida. Fu inumato nel cimitero di Woodland Park, di Miami, dove riposano i resti degli ex presidenti cubani Carlos Hevia e Gerardo Machado. Sua moglie, Mary Tarrero che viveva ritirata dalla morte di Prío, morì nel settembre 2010.
Ramón Grau San Martín (87 anni), morì all’Avana il 28 giugno del 1969. Poco prima della sua morte, in questo stesso quotidiano, il giornalista Mario Kuchílan scriveva: “Ancora oggi vive nel suo ‘guscio’ della Quinta Avenida e si mantiene lucido e ostinato. Grau continua ad essere uguale. Lo stesso vecchio indeciso di sempre; non si riabilita né se ne va”.

Militari e ministri

Il dittatore Fulgencio Batista che usurpò il potere con un colpo di Stato nel 1952, impiantando un regime sanguinario, morì a Marbella in Spagna nel 1973, a 72 anni d’età. Si trovava riunito con la sua famiglia quando soffrí di un infarto fulminante. È sepolto a Madrid, nella stessa fossa dove inumarono suo figlio Carlos Manuel che morì diciannovenne. Nella nicchia attigua furono inumati Emelina Miranda, sua suocera e il colonnello Hernández Volta, uno dei suoi aiutanti. Marta Fernández Miranda, la sua vedova, morì nel 2006. Molto prima, il 19 giugno del 1993, era morta Elisa Godínez, la prima moglie di Batista.
Il generale di brigata Roberto Fernández Miranda, capo del Reggimento 7, Máximo Gómez, con sede alla Cabaña e direttore generale degli Sport, dette a conoscere le sue memorie col titolo di ‘Le mie relazioni col generale Batista’. Era fratello di Marta. “Panchin” Batista, fratello del dittatore e governatore dell’Avana fino al 31 dicembre del 1958, si vide obbligato a guadagnarsi la vita a Miami come custode. Andrés Rivero Agüero, il presidente eletto nelle elezioni del novembre 1958, perse in un cattivo investimento quello che riuscì a portare fuori da Cuba e viveva delle entrate di sua moglie che lavorava come parrucchiera. Anselmo Alliegro, presidente del Senato, possedeva a Miami, dal suo esilio del 1944, case d’appartamento e altri beni che gli permisero di vivere con una certa agiatezza. Morì il 22 novembre del 1961.
Anche il senatore César Camacho Covani, perisidente del Partito Liberale nell’antica provincia di oriente aveva lì una casa propria. Ministro della Giustizia del batistato, “Lulú” Camacho, come veniva chiamato, si credette obbligato a prendere il cammino dell’esilio. Cercò riparo nell’ambasciata spagnola e dopo aver passato diversi giorni in un’installazione di questa sede diplomatica, dovette affrontare la circostanza che la Spagna non gli concedeva l’asilo politico. Tornò quindi a casa sua, un appartamento contrassegnato dal numero 255 della calle N. Ebbe fortuna. Una mattina si svegliò con la notizia che un appartamento ai piani superiori era stato affittato come annesso all’ambasciata del Brasile. Fece la valigia e dovette solo salire le scale per trovare asilo. Justo Luis del Pozo, il sindaco dell’Avana, fece la stessa operazione, ma al contrario. Saputo della fuga di Batista prese l’ascensore al nono piano dell’edificio dove abitava. Giunse al secondo piano e si trovava già nell’ambasciata del Paraguay.

Il gran colpevole

Il sinistro Julio Laurent, del Servizio di Intelligenza Navale – l’uomo che assassinò Jorge Agostini in piena strada, di fronte all’ospedale Angloamericano del Vedado e davanti agli abitanti della zona e ultimò anche Lydia e Clodomira – lavorò a Miami come addetto al ricevimento in un albergo di quarta categoria. Il non meno terribile tenente colonnello Irenaldo García Báez, secondo capo del Servizio di Intelligenza Militare, assassino di Oscar Lucero e di decine di giovani rivoluzionari, ancora nel 1980 lavorava come insegnante in una scuola media di West Palm Beach.
Il brigadiere Dámaso Sogo Hernández, uscì da Cuba il 1° gennaio del 1959 e si stabilì a Miami, dove morì, come barbiere. Era l’ufficiale superiore di Columbia – aveva allora i gradi da capitano – quando ci fu il colpo di Stato del 10 marzo 1952 e fu l’uomo che aprì a Batista le porte del campo, cosa che gli valse la promozione a colonnello. Un altro dei grandi colpevoli del “golpe’ che aiutò a consolidare col suo nome, prestigio e autorità, il maggior generale Eulogio A. Cantillo Porras fu condannato, nel 1959, per la sua partecipazione in quel fatto. Negli Stati Uniti si vincolò a piani controrivoluzionari, in particolare al cosiddetto Piano Torriente. Morì dimenticato da amici e nemici.
Farncisco Tabernilla Dolz, generale a 5 stelle e capo dello Stato maggiore Congiunto, non vinse una sola scaramuccia ai barbudos. Però usci ugualmente da Cuba, nel 1959. Non si stancò di incolpare Batista di tutte le disgrazie dell’Esercito, oltre alle proprie. Lui e suo figlio giunsero a pagare il giornalista José Suárez Nuñez, batistiano fino all’ultima ora, un libro contro Batista, Il gran colpevole. Una tribù completa si arricchì grazie ai propri alti gradi nelle forze armate e agli affari di contrabbando che operavano con arei dell’aviazione militare cubana. Uno dei rimproveri che il vecchio Pancho fa al suo antico capo è per i soldi che non è riuscito a far uscire da Cuba. Lo stesso reclamo che gli farà l’ex vice presidente Guas Inclán che lo accusa di aver condotto all’indigenza, con la sua fuga la “classe politica” cubana.
Lo scriba non crede completamente ai ‘soldini’ lasciati a Cuba, ebbene, il generale Francisco Tabernilla Palmero - alias Silito, figlio del vecchio Pancho – come segretario militare di Batista, seppe della fuga con sufficiente anticipo. Egli copiò in foglietti color viola i nomi che il dittatore gli dettò perché fossero pronti all’ora della partenza.
Capo del Reggimento Misto di Carri Armati 10 di Marzo e della Divisione di fanteria Alejandro Rodríguez, con sede nella Città Militare di Columbia, il generale Silito, diresse una scuola militare in Florida.
Il colonnello Irenaldo García Báez dice in un’intervista pubblicata sulla rivista Réplica di Miami, nel febbraio 1972: “Però gli si è stretta la cintura e lavora alla pelota basca e come bookkeper (contabile) in una fabbrica di mobili”.
Nella stessa intervista Irenaldo rivela che alla fine della notte del 31 dicembre del 1958, per ordine di Batista, tornò alla sede del Servizio di Intelligenza Militare e bruciò tutte le carte compromettenti, sopratutto quelle che lasciavano costanza dei nomi degli agenti batistiani infiltrati in partiti d’opposizione e organizzazioni rivoluzionarie. Tornò alla Città Militare e nell’ufficio di Silito coincise col generale Cantillo.
Asserisce: “Quando mi vide, mi dette un abbraccio e mi disse: ‘La guerra è finita. Finalmente...Grazie a Dio ci sarà tranquillità’. Mi interessai per sapere la nostra situazione ed egli spiegò: ‘Voi partite per l’estero e fra qualche mese tornate. Vi saranno rispettate le proprietà e quando tornerete vi ritirerete a vivere felici’ “.
Il colonnello Florentino Rosell y Leyva era il capo del genio dell’Esercito e pertanto del treno blindato. Morì a Miami enormemente ricco. Il generale Alberto Ríos Chaviano, il macellaio della caserma Moncada nel 1953 e cognato del vecchio Tabernilla, uscì da Cuba giorni prima della caduta della tirannia, quando Batista lo destituì del suo comando militare a Las Villas e lo designò come addetto militare nella Repubblica Dominicana. Sconfitta la dittatura, vi si stabilì come agricoltore. Ramón Tabunda, un cubano che se ne andò dopo, di Caibarién, e che giunse a convertirsi in “re della carne” in questo Paese caraibico, aveva una pessima opinione del militare. Diceva: “Imbroglione. Cattiva persona, cattivo amico, cattivo commerciante. Gli compravi 500 capi e se poteva te ne rubava dieci. Pensai in boicottarlo perché non potesse disfarsi delle sue bestie nemmeno regalandole, ma per fortuna, morì”.
Il colonnello Rego Rubido, l’uomo che arrese la piazza militare di Santiago de Cuba all’Esercito di Liberazione e funse, riconosciuto dalla guerriglia, come ultimo capo dell’Esercito, uscì da Cuba nel 1959 per occupare, su designazione del Governo Rivoluzionario, un incarico diplomatico in Brasile. Disertò e installato a Portorico, vendette guarapo (succo di canna da zucchero, n.d.t.) con una macchina per spremere ambulante per le strade di San Juan, fino a che il colonnello Ramón Barquín lo riscattò e lo portò a lavorare nella sua scuola.

Coda


La lista non finisce qua, ma lo spazio sì. In una prossima edizione lo scriba affronterà il finale del colonnello Orlando Piedra, capo del Buró di investigazioni, morto in conseguenza dei colpi che gli dettero nell’ospizio dei vecchi dove si trovava recluso. Tratterà di altre figure civili e militari del batistato, come Santiago Rey e Guillermo de Zéndegui e dei brigadieri generali Hernando Hernández e Julio Sánchez Gómez, fra gli altri. E anche di persone che non ebbero niente a che vedere con Batista: politici come l’ex candidato presidenziale Carlos Màrquez Sterling e l’ex senatore Emilio (Millo) Ochoa che poté essere presidente di Cuba e fu tassista e fattorino a Miami; un uomo d’azione come Mario Salabarría protagonista, nel 1947, del massacro di Orfilia: una donna di società come la contessa di Revilla Camargo e uomini d’impresa come Julio Lobo. (Continua) 

Destinos (I)
Ciro Bianchi Ross 
digital@juventudrebelde.cu
29 de Agosto del 2015 20:41:55 CDT

¿Cuál fue el destino de personajes que en un momento anterior a 1959
ocuparon planos de actualidad en la vida cubana? El tiempo no
transcurre en balde y, por supuesto, a estas alturas ya murió la
mayoría de ellos. De todas formas, rastrearlos y seguir sus pistas no
siempre es fácil porque esa “celebridad” de la que disfrutaron pasó,
en muchos casos, al más absoluto de los anonimatos.
En otras ocasiones he abordado este tema y lo hago ahora, con muchas
adiciones, compulsado por la solicitud de un lector. Será, por fuerza,
una relación incompleta. No siempre logra uno enterarse de dónde está
o qué se hizo gente que un día ocupó espacio en la crónica social o en
las noticias del acontecer político.
Empecemos por los presidentes.

Entre dos ciudades

El coronel Carlos Mendieta Montefur, presidente de la República entre

enero de 1934 y diciembre de 1935, murió en La Habana, en 1960.
Residía en Tercera, 1202 equina a 12, en Miramar, y se hizo famoso por
su cría de gallos de pelea, los muy celebrados gallos Mendieta.
Carlos M. Piedra, jubilado en 1959 del Poder Judicial, falleció, ya
nonagenario, en su casa No. 661 de la calle D, entre 27 y 29, en el
Vedado. No llegó a la primera magistratura; estuvo, sí, a punto de
alcanzarla el 1ro. de enero del año mencionado, pero la Sala de
Gobierno del Tribunal Supremo se negó a tomarle juramento y aceptó la
designación hecha en la Sierra Maestra del también magistrado Manuel
Urrutia Lleó. Meses después, en julio, renunciaba Urrutia. Buscó asilo
en la Embajada de Venezuela y pasó a la de México cuando el país
sudamericano rompió relaciones con Cuba. Murió en Estados Unidos.
Carlos Prío Socarrás (74 años) se suicidó en 1977 en su casa de la
Florida. Fue inhumado en el cementerio de Woodland Park, de Miami,
donde también reposan los restos de los ex presidentes cubanos Carlos
Hevia y Gerardo Machado. Su esposa, Mary Tarrero, quien vivía retirada
desde la muerte de Prío, murió en septiembre de 2010.
Ramón Grau San Martín (87 años) falleció en La Habana el 28 de junio
de 1969. Poco antes de su muerte escribía en este mismo diario el
periodista Mario Kuchilán: “Aún hoy vive en su “choza” de la Quinta
Avenida y se mantiene lúcido y empecinado. Grau sigue igual. El mismo
viejo socarrón de siempre; no se rehabilita ni se va».

Militares y ministros

El dictador Fulgencio Batista, quien usurpó el poder mediante un golpe

de Estado en 1952 e implantaría un régimen sanguinario, murió en
Marbella, España, en 1973, a los 72 años de edad. Se hallaba reunido
con su familia cuando sufrió un infarto masivo. Está enterrado en
Madrid, en la misma fosa donde inhumaron a su hijo Carlos Manuel, que
falleció con 19. En la bóveda contigua fueron inhumados Emelina
Miranda, su suegra, y el coronel Hernández Volta, uno de sus
ayudantes. Marta Fernández Miranda, su viuda, murió en el 2006. Mucho
antes, el 19 de junio de 1993, había muerto Elisa Godínez, la primera
esposa de Batista.
El general de brigada Roberto Fernández Miranda, jefe del Regimiento
7, Máximo Gómez, con sede en La Cabaña, y director general de
Deportes, dio a conocer sus memorias bajo el título de Mis relaciones
con el general Batista. Era hermano de Marta. “Panchín” Batista,
hermano del dictador y gobernador de La Habana hasta el 31 de
diciembre de 1958, se vio obligado a ganarse la vida en Miami como
sereno. Andrés Rivero Agüero, el presidente electo en los comicios de
noviembre del 58, perdió en una mala inversión lo que logró sacar de
Cuba, y vivía de las entradas de su esposa, quien trabajaba como
peluquera. Anselmo Alliegro, presidente del Senado, poseía en Miami,
desde su exilio de 1944, casas de apartamentos y otros bienes que le
permitieron vivir con cierta holgura. Murió el 22 de noviembre de
1961.
Casa propia también tenía allí el senador César Camacho Covani,
presidente del Partido Liberal en la antigua provincia de Oriente.
Ministro de Justicia en el batistato, “Lulú”  Camacho, como le
llamaban, se creyó obligado a tomar el camino del exilio. Buscó amparo
en la Embajada española y luego de pasar varios días en una
instalación de esa sede diplomática, tuvo que enfrentar la
circunstancia de que España no concedía asilo político. Volvió
entonces a su casa, un apartamento del edificio marcado con el número
255 de la calle N. Tuvo suerte. Una mañana amaneció con la noticia de
que el apartamento de los altos había sido alquilado como un anexo de
la Embajada de Brasil.  Hizo su maleta y solo tuvo que subir la
escalera para encontrar asilo. Justo Luis del Pozo, el alcalde de La
Habana, hizo la misma operación, pero al revés. Enterado de la fuga de
Batista, tomó el ascensor en el noveno piso del edificio que habitaba.
Llegó al segundo piso y estaba ya en la Embajada de Paraguay.

El gran culpable

El siniestro Julio Laurent, del Servicio de Inteligencia Naval —el
hombre que asesinó a Jorge Agostini en plena calle, frente al hospital
Angloamericano del Vedado y a la vista de los vecinos, y ultimó,
asimismo, a Lydia y Clodomira—, trabajó en Miami como carpetero de un
hotel de cuarta categoría. Y el no menos terrible teniente coronel
Irenaldo García Báez, segundo jefe del Servicio de Inteligencia
Militar y asesino de Oscar Lucero y de decenas de jóvenes
revolucionarios, todavía en los años 80 laboraba como profesor en una
escuela de segunda enseñanza, en West Palm Beach.
El brigadier Dámaso Sogo Hernández salió de Cuba el 1ro. de enero de
1959 y se estableció en Miami, donde murió, como barbero. Era el
oficial superior de Columbia —tenía entonces grados de capitán— cuando
el golpe de Estado del 10 de marzo de 1952 y fue el hombre que abrió a
Batista las puertas del campamento, lo que le valió el ascenso a
coronel. Otro de los grandes culpables del zarpazo, que ayudó a
consolidar con su nombre, prestigio y autoridad, el mayor general
Eulogio A. Cantillo Porras, fue condenado, en 1959, por su
participación en ese suceso. En Estados Unidos se vinculó a planes
contrarrevolucionarios, en particular al llamado Plan Torriente. Murió
olvidado por amigos y enemigos.
Francisco Tabernilla Dolz, general de cinco estrellas y jefe del
Estado Mayor Conjunto, no le ganó una sola escaramuza  a los barbudos.
Pero no más salió de Cuba, en 1959, no se cansó de culpar a Batista de
todas las desgracias del Ejército, además de las propias. Él y sus
hijos llegaron a pagar al periodista José Suárez Núñez, batistiano
hasta la víspera, un libro contra Batista, El gran culpable. Toda una
tribu que se enriqueció gracias a sus altos grados en las fuerzas
armadas y al negocio de contrabando que operaban en naves de la fuerza
aérea cubana. Uno de los reproches que el viejo Pancho hace a su
antiguo jefe es el dinero que no pudo sacar de Cuba. El mismo reclamo
que le hará el ex vicepresidente Guas Inclán, quien lo acusa de haber
llevado a la indigencia, con su fuga, a la “clase política” cubana.
El escribidor no cree del todo lo de la platica dejada en Cuba, pues
el general de brigada Francisco Tabernilla Palmero  —alias Silito,
hijo del viejo Pancho—, como secretario militar de Batista, supo de la
fuga con suficiente antelación. Él copió en unas hojitas color violeta
los nombres que el dictador le dictó para que estuvieran listos a la
hora de la partida.
Jefe del Regimiento Mixto de Tanques 10 de Marzo y de la División de
Infantería Alejandro Rodríguez, con sede en la Ciudad Militar de
Columbia, el general Silito dirigió una escuela militar en la Florida.
Dice el coronel Irenaldo García Báez en una entrevista publicada en la
revista Réplica, de Miami, en febrero de 1972: “Pero se le apretó el
cuadro y trabaja en el jai alai y como bookkeeper (contador) en una
fábrica de muebles”.
En la misma entrevista, Irenaldo revela que ya en los finales de la
noche del 31 de diciembre de 1958, por orden de Batista, volvió a la
sede del Servicio de Inteligencia Militar y quemó todos los papeles
comprometedores, sobre todo aquellos que dejaban constancia de los
nombres de los agentes batistianos infiltrados en partidos
oposicionistas y  organizaciones revolucionarias. Regresó a la Ciudad
Militar y en la oficina de Silito coincidió con el general Cantillo.
Asegura: “Cuando me vio, me dio un abrazo y me dijo: “La guerra
terminó. Al fin… Gracias a Dios habrá tranquilidad”. Me interesé por
conocer nuestra situación, y él explicó: “Ustedes marchan al
extranjero y en meses regresan. Se les respetarán propiedades y cuando
regresen se retiran y a vivir felices”.
El coronel Florentino Rosell y Leyva era el jefe de la Ingeniería del
Ejército y, por tanto, del tren blindado. Murió en Miami enormemente
rico. El general Alberto Ríos Chaviano, el carnicero del cuartel
Moncada en 1953 y concuño del viejo Tabernilla, salió de Cuba días
antes de la caída de la tiranía, cuando Batista lo destituyó de su
mando militar en Las Villas y lo designó agregado militar en la
República Dominicana. Derrocada la dictadura, se estableció allí como
ganadero. Ramón Tabunda, un cubano que se fue después, de Caibarién, y
que llegó a convertirse en el “zar de la carne” en ese país caribeño,
tenía una opinión pésima acerca del ex militar. Decía: Tramposo. Mala
persona, mal amigo, mal negociante. Le comprabas 500 cabezas y si
podía te robaba diez. Pensé en boicotearlo para que no pudiera salir
de sus reses ni regalándolas, pero, por suerte, murió».
El coronel Rego Rubido, el hombre que rindió la plaza militar de
Santiago de Cuba al Ejército Rebelde y fungió, reconocido por la
guerrilla, como último jefe del Ejército, salió de Cuba en 1959 para
ocupar, por designación del Gobierno Revolucionario, un cargo
diplomático en Brasil. Desertó e instalado en Puerto Rico, vendió
guarapo con un trapiche ambulante por las calles de San Juan, hasta
que el coronel  Ramón Barquín lo rescató y lo llevó a trabajar a su
escuela.

Coda

No acaba aquí la lista, pero sí el espacio. En una entrega posterior,
el escribidor abordará el final del coronel Orlando Piedra, jefe del
Buró de investigaciones, muerto a consecuencia de la golpiza que le
propinaron en el asilo de ancianos donde se hallaba recluido. Tratará
de otras figuras civiles y militares del batistato, como Santiago Rey
y Guillermo de Zéndegui, y los brigadieres generales Hernando
Hernández y Julio Sánchez Gómez, entre otros. Y también de personas
que nada tuvieron que ver con Batista: políticos como el ex candidato
presidencial Carlos Márquez Sterling y el ex senador Emilio (Millo)
Ochoa, que pudo haber sido presidente de Cuba y fue taxista y
mensajero en Miami; un hombre de acción como Mario Salabarría,
protagonista, en 1947, de la masacre de Orfila; una mujer de sociedad,
como la condesa de Revilla Camargo, y hombres de empresa como Julio
Lobo.
(Continuará)

Ciro Bianchi Ross
cbianchi@enet.cu
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http://cbianchiross.blogia.com/

Terso

TERSO: viene dopo il secondo (Veneto)

domenica 30 agosto 2015

Terrina

TERRINA: appezzamento di Rina

venerdì 28 agosto 2015

Viaggerà direttamente chiunque, tra Cuba e gli Stati Uniti e viceversa?

Secondo quanto annunciato dal Dipartimento di Stato nordamericano, molte compagnie aeree statunitensi sono pronte a ristabilire voli "commerciali regolari" con Cuba.
Nel significato delle parole, questo dovrebbe indicare che chiunque, naturalmente avendone i requisiti, potrebbe volare direttamente tra due città dei Paesi in questione.
Oggi esistono solo voli charter che sono stati sempre più ampliati per frequenze e destinazioni, ma ai quali possono accedere solo i cittadini statunitensi appartenenti alle "famose" 12 categorie del programma People to People che almeno teoricamente comporta delle limitazioni, oppure i cittadini cubani che ottengono il visto dall'Ambasciata americana (prima Ufficio d'Interessi) per visita famigliare o come immigrante, previsto dalla quota annuale assegnata. Qualunque altro cittadino di Paese terzo, non può effettuare il viaggio diretto (compresi i cubani in possesso di doppio passaporto), ma deve effettuarlo attraverso un altro Paese. Prima la via più utilizzata era Cancún, in Messico, oggi è la meno sfruttata, si preferisce via Bahamas (Nassau o Freeport) o le Isole Cayman. In questo modo, un viaggio di un pugno di minuti, trattandosi di Miami, diventa di diverse ore e partendo da Cuba, se la destinazione finale negli USA non è la Florida, non si possono programmare le connessioni coi voli interni, cosa che risulterebbe più comoda e rassicurante specialmente per chi non è abituato a viaggiare.
Adesso, secondo voci anche abbastanza fondate, sembra che si avvicini il momento (gennaio 2016) in cui cadrà questa barriera che oltre a consentire a qualunque cittadino nordamericano di poter venire a Cuba senza nessuna formalità particolare da espletare nel suo Paese, aprirebbe la possibilità di viaggi diretti anche a cittadini europei o altri che abbiano i requisiti per l'ingresso negli USA.
A questo scopo, le agenzie di viaggio che operano negli Stati Uniti non dormono e si stanno iscrivendo in una lista speciale (OFAC - Office of Foreign Assets Control) abilitata dal Ministero del Tesoro, alla quale è impossibile accedere per la sua totalità. Si riesce, a volte, ad ottenere una breve lista delle "new entry", come questa:


NUEVAS AGENCIAS
1- Apple Vacations, Newtown Square, Pensylvania (04/15/2011)
2- Odysseys Unlimited, Newton, Massachusetts (04/27/2011)
3- Buenos Travels, Ranchos de Taos, Nuevo México (05/20/2011)

NUEVAS SUCURSALES
1- Arkadys Travel Logistics, Hialeah (04/26/2011)
2- Atenas de Cuba Travel, Miami (04/26/2011)
3- D N J Agencia de Viajes a Cuba, Miami (04/29/2011)
4- American Travel & Services, Miami (04/26/2011)
5- Miami Intex Travel, Hialeah (05/03/2011)
6- The Cuba Travel Express Solution Group, Miami (05/03/2011)
7- Zenaida’s Tours, Miami (05/03/2011)
8- Aspa Travel, Hialeah (05/06/2011)
9- Caribe Express Associates, Tampa (05/06/2011)
10- Cubava Traven & Services, Springtown, Texas (05/06/2011)
11- A Aires D’Cuba Inc, Miami (05/09/2011)
12- Hialeah-Habana Travel, Doral (05/20/2011)
13- Cabina Telefónica Cuba 80, Hialeah (05/31/2011)
14- Golden Air Charters, Hialeah (05/31/2011)

Molto dipende anche dalla disponibilità del Governo cubano che però, sempre secondo indiscrezioni, pare sia disposto a sottoscrivere l'accordo dopo la riunione della Sessione Plenaria del Poder Popular prevista per il prossimo dicembre.

giovedì 27 agosto 2015

Termoionico

TERMOIONICO: riscalda il mar Ionio

mercoledì 26 agosto 2015

Turismo ecologico a Cuba



Per maggiori informazioni:

http://www.latitudcuba.net

latitudcuba@mtc.co.cu

latitudcuba@gmail.com

Centro de Negocios de Miramar
Ave 3ra entre 76 y 78 - Edificio Santa Clara
Of. 120 B
Playa - La Habana
+53 72144882

Tentacolare

TENTACOLARE: cerca di fare il caffè

martedì 25 agosto 2015

Il dilemma di Obama

Fonte: El Nuevo Herald


Estados Unidos

AGOSTO 23, 2015
El dilema de Obama sobre el embargo a Cuba
El mandatario cubano Raúl Castro y el presidente Barack Obama durante su encuentro oficial en la Cumbre de las Américas en Ciudad de Panamá. MANDEL NGAN AFP/Getty Images
LUCÍA LEAL
EFE
WASHINGTON 

El presidente estadounidense, Barack Obama, debe decidir pronto si renueva por un año más la base legal del embargo a Cuba o la elimina, un paso que estaría cargado de simbolismo, pero que, según los expertos, podría anular su autoridad para relajar las sanciones a la isla mediante decretos ejecutivos.
Obama ha de decidir antes del próximo 14 de septiembre si prolonga las sanciones a Cuba bajo la llamada Ley de Comercio con el Enemigo, un estatuto de 1917 al que John Kennedy recurrió en 1962 para imponer el embargo económico a la isla y que desde entonces han renovado, año tras año, los nueve siguientes presidentes de Estados Unidos.
Cuba es actualmente el único país del mundo sancionado bajo esa ley, que autoriza al dirigente estadounidense a imponer y mantener restricciones económicas a Estados considerados hostiles.
No obstante, el efecto de esa ley en términos de las sanciones a Cuba es más simbólico que real porque el embargo se ha reforzado a lo largo del último medio siglo mediante otros estatutos, incluido uno que estipula que solo el Congreso puede levantarlo por completo.
A primera vista, Obama entraría en una contradicción si, después de ocho meses insistiendo en que el Congreso debe levantar el embargo, decide mantener a Cuba vinculada a la ley que permitió instaurar esa medida hace cinco décadas.
Pero Robert Muse, un abogado considerado por muchos como el mayor experto en la legislación estadounidense respecto a Cuba, cree que Obama estaría haciendo “algo muy peligroso” para su propia política si deja que caduque la base del embargo.
“Es irónico, pero podría ser contraproducente” si lo hace, aseguró Muse.
“La Ley de Comercio con el Enemigo es, con mucho margen, el estatuto principal que activa el embargo. Pero también es el único que confiere la actividad ejecutiva al presidente para relajar el embargo a Cuba”, añadió el abogado, que lleva 25 años asesorando a empresas sobre la legislación estadounidense respecto a Cuba.
Fue en base a esa ley que Estados Unidos adoptó en 1963 las regulaciones para el control de activos cubanos, que prohíben toda transacción financiera con Cuba no autorizada por el Departamento del Tesoro y que suponen “el 95 % del embargo”, indicó Muse.
El embargo quedó codificado como ley en 1996 mediante la legislación Helms-Burton, que estipula que las restricciones económicas deben mantenerse en vigor hasta que Cuba cumpla ciertas condiciones, entre ellas que la familia Castro abandone el poder.
Muse argumentó que, si Obama deja que el 14 de septiembre caduque la disposición sobre Cuba en la Ley de Comercio con el Enemigo, podría perder su “flexibilidad para conceder permisos y cambiar las reglas” de aplicación del embargo, que pasaría a estar en manos del Congreso en todas sus dimensiones.
Esto sería un paso atrás, según Muse, que aseguró que Obama tiene aún mucho margen de maniobra respecto a la aplicación del embargo.
“Si Obama usara su autoridad ejecutiva respecto al embargo, éste se quedaría como un trozo de queso que tiene tantos agujeros que ya no le queda queso. Sería una reliquia”, advirtió.
No obstante, la Administración de Obama ha evitado en los últimos meses hablar sobre cualquier acción ejecutiva respecto al embargo y ha insistido en que su fin depende del Congreso, controlado por la oposición republicana y reticente a actuar en esa área.
En cualquier caso, Obama tendrá que ver también el peso simbólico que podría tener a nivel político la eliminación de Cuba de esa ley, en un momento en que acaban de reanudarse las relaciones diplomáticas y abrirse embajadas en las respectivas capitales.
Amnistía Internacional ha pedido varias veces a Obama que deje caducar las medidas referentes a Cuba bajo la Ley de Comercio con el Enemigo, al considerar que eso enviaría al Congreso un mensaje rotundo sobre la necesidad de levantar el embargo.
“Creo que los activistas que reclaman un mayor acercamiento a Cuba van a ejercer presión al presidente para que desvincule a Cuba de esa ley porque considerarán que simbólicamente es un gesto más importante que el riesgo a lo que Obama pueda hacer con decretos”, dijo otro experto en comercio con Cuba, John Kavulich.
“Si no lo hace, tendrá que explicárselo a la gente y es un tema muy técnico, que probablemente muchos no van a entender”, añadió Kavulich, que preside el Consejo Comercial y Económico EEUU-Cuba, una organización que reúne a empresas de todo el país.
En resumen, Obama tendrá que elegir “entre el simbolismo y la ley”, apuntó Kavulich.
Muse, en cambio, considera que Obama sí podría renovar fácilmente la medida y explicar a la opinión pública que está prorrogando su propia autoridad, “manteniendo vivo” su poder para cambiar las regulaciones relativas al embargo, como ha hecho en los últimos años.
En 2008, el entonces presidente estadounidense, George W. Bush, eliminó a Corea del Norte de la Ley de Comercio con el Enemigo, tras el acuerdo para que Pyonyang divulgara detalles de su programa nuclear.


La contorsione politica degli Stati Uniti

Il presidente Obama si trova, adesso, davanti a una situazione incredibile: per poter continuare il suo lavoro di avvicinamento alle relazioni normali con Cuba, entro il 14 settembre dovrà approvare una norma che consente al Presidente di intervenire, in certi casi, sulle leggi che regolano le relazioni con i Paesi "nemici", pertanto se vuole continuare la sua opera di riduzione di alcuni effetti collaterali della legge federale sull'embargo a Cuba deve continuare a considerarlo "Paese nemico", altrimenti come "Paese amico" non avrebbe nessun potere di intervenire fra le pieghe della legge sull'embargo.
Cose da non credere, come la loro legge elettorale e le regole del Baseball e del Poker...
Eppoi dicono che uno si butta sinistra...diceva il Principe.

lunedì 24 agosto 2015

Esplorando Amargura, di Ciro Bianchi Ross

Pubblicato su Juventud Rebelde del 23/8/15

Amargura è una strada che corre tra due piazze, quella del Cristo e quella di San Francisco. O fra due ristoranti, La Maravilla, famoso negli anni ’50 per le sue bistecche con patate fritte e che già non esiste e il Café Oriente, locale di tendenza gourmet che si pregia di essere uno dei più lussuosi del’Avana e come ben sa lo scriba, anche uno dei più cari. Ma nessuno di loro apre la sua facciata su Amargura. La Maravilla lo fa su Villegas, mentre l’altro guarda la calle Oficios. Anche il palazzo del Marqués de San Felipe e Santiago de Bejucal, guarda su questa strada, oggi è un hotel con aspetto barocco, 27 camere e categoria 5 stelle.
Amargura non fu mai mecca del commercio o della moda. Non era nemmeno fra le strade che la gente scegliava per la passeggiata mattutina o serale, né il luogo ideale per vedere ed essere visti.. Non ci sono stati in essa caffè o bar degni di memoria, i suoi due hotel – Nueva Luz al 303 della via e La Unión, all’angolo con Cuba – non sono passate dall’essere installazioni di seconda categoria e alla lunga si decommercializzarono. Oggi sono due case di abitazione. La Unión fu, nei suoi tempi buoni, quello che si chiama va un albergo “decente”. Un edificio solido di cinque piani, in cemento, con 150 stanze e 150 bagni, dove il poeta spagnolo Federico García Lorca passó, nel 1930, la maggior parte del suo soggiorno cubano.
Amargura era un’altra cosa. Segnavas uno dei limiti del distretto bancario avanero, la nostra piccola Wall Street che si estendeva da O’ Reilly e giungeva fino a Mercaderes, fino a Compostela.

Banche e studi professionali

Lì avevano sede la Camera di Commercio della Repubblica di Cuba – nell’attuale hotel Raquel, all’angolo della calle San Ignacio – e la Compagnia Cubana di Prestiti – al 203 della via; edificio che adesso è sede dell’Istituto di Antropologia. Al numero 53 si trovava il Banco Continental Cubano che contava con 57 succursali e 1.169 dipendenti in tutta la Repubblica, in questo senso era la maggire delle entità bancarie nazionali e la quinta in quanto alla somma dei depositi che superavano i 92 milioni di pesos, equivalenti a dollari. La General Electric e la Esso Standard Oil figuravano, fra altre aziende, come suoi clienti principali.
All’angolo con Cuba e l’ingresso principale di questa strada, si trovava la Sede Nazionale della Lotteria, adesso ufficio centrale del Bandec e in quello di Aguiar, il Banco Gelats, il più antico fra i cubani – fu fondato nel 1876 – l’azienda bancaria preferita dal capitale spagnolo residente sull’Isola e che operava i conti della Chiesa Cattolica cubana e gli interessi del Vaticano a Cuba, così come il conto in dollari del commercio fra Cuba e la Spagna. Gelats che si impiccò nella sua casa di 17 angolo H nel Vedado, nel 1959, aveva anche come clienti la Compagnia Cubana di Elettricità e la Compagnia Cubana dei Telefoni ed era possessore di buoni del Governo nordamericano. Amargura era una strada di aziende e uffici di avvocati. Un conto frettoloso e possibilmente inesatto, nella guida del telefono del 1958, registra i nomi di 28 letterati residenti nella via; alcuni di lro molto conosciuti come Carlos Márquez Sterling, presidente della Commissione Costituente del 1940 e candidato alla presidenza della Repubblica nelle elezioni del novembre del 1958, al numero 357, e Pelayo Cuervo Navarro al numero 8, già introvabile nella strada.
Pelayo fu detenuto da agenti del Buró di Investigazioni della Polizia di Batista nel pomeriggio del 13 marzo 1957, dopo i fatti dell’assalto al Palazzo Presidenziale e apparve pestato e morto, il giorno seguente, nel Laguito Country Club avanero. Non ebbe nessuna implicazione in quel fatto, né era un elemento che si potesse classificare come sovversvivo. Per lui, la “soluzione cubana” passava dalla politica enon dalla rivoluzione. Era sì, una figura amata e rispettata ei un’enorme popolarità. Delegato alla convenzione costituente del 1940 e senatore della Repubblica da allora fino al 1952 quando Batista, dopo il colpo di Stato del 10 marzo, lasciò in sospeso il Congresso. Come presidente del Partito Ortodosso storico, Pelayo Cuervo era la personalità più distinta dell’opposizione politica cubana e una voce implacabile a difesa dell’economia nazionale e della tasca del cittadino cubano comune.
Dei 28 avvocati indicati, cinque avevano ufficio nell’edificio contrassegnato dal numero 103 della via, mentre altri 10 operavano i loro affari in quello dal numero 205, sede del Buffete Mendoza, uno dei più importanti e il più antico specializzato in questioni commerciali. Era stato fondato nel 1854 e fu pioniere nel dirigere la sua pratica professionale verso il mondo degli affari.

La Croce Verde

Nel suo libro La Habana: Apuntes históricos, Emilio Roig non indica il perché del nome di questa strada. Lo fa invece José María de la Torre nel suo libro Lo que fuimos y lo que somos o La Habana antigua y moderna, pubblicato nel 1857.
De la Torre scrfive che in tutti i pomeriggi di quaresima, usciva dal Terzo Ordine di San Francisco, una processione che nadava per questa strada fino alla chiesa del Cristo che era el Humilladero. Per la stessa ragione, si vedono strade con lo stesso nome in molti centri cristiani, riferisce il cronista, a imitazione di quello della Via Crucis di  Gerusalemme che si chiamò dell’Amarezza. Nella via c’erano croci per tutte le stagioni. Il terzo fratello D. Miguel de Castro Palomino y Borroto aveva devozione particolare e manteneva la dodicesima stagione nell’anno del 1749 e la adornava con un tappeto, due candelieri d’argento e un quadro di Gesù Crocificato.
Aggiunge José Marí de la Torre che Amargura si chiamò anche la strada della Cruz Verde che esisteva (ed esiste) all’angolo di Mercaderes. Da lì partiva la processione della via crucis. Fu residenza dei conti di Lagunillas e oggi ospita il Museo del Cioccolato che propone un percorso nella storia del cacao, la sua coltivazione, produzione e commercializzazione. D’altra parte, questo esercizio garantisce a chi lo visiti la possibilità di degustare una bevanda preparata alla maniera tradizionale e bon bon elaborati artigianalmente.
Il tratto di Amargura compreso fra le strade Villegas e Compostela – due isolati – si chiamò, afferma de la Torre, de las Piadosas Mujeres, perché nella casa all’angolo con Aguacate vivevano le beate Josefa e Petrona Urrutia che i venerdì illuminavano un bellissimo tabernacolo. La croce che esisteva in quest’angolo segnava, nella via crucis la stazione che corrispondeva alle donne pietose che accompagnarono Cristo al Calvario.
L’angolo di Compostela si chiamò Del Mallorquín, per Juan Pascual, un soggettto proveniente da Majorca che vi installò una farmacia, mentre all’angolo dei conti di San Felipe y Santiago fu conosciuta come quella di Menéndez per l’uomo che la fabbricò. Lì morì nel 1807 Joaquin de Santa cruz y Cárdenas, terzo conte di Jaruco e primo conte di Mopox, padre della contessa di Merlin. Fu, ai suoi tempi, l’uomo più ricco dell’Isola. Però era illuso e poco pratico. Sognava con grandi imprese e quasi tutte fracassarono, nonostante mancanse di scrupoli, il suo capitale decresceva e i suoi debiti aumentavano. Quando morì, lasciò a suo figlio l’immensa fortuna – per l’epoca – di nove milioni di pesos, condizionata da un debito di sette milioni che nel testamento era obbligato a onorare.

Gli amici del Paese

In Amargura quasi angolo San Ignacio ebbe la sua casa don Francisco de Arango e Parreño, il cosiddetto “statista senza stato”, eminenza grigia della saccarocarzia creola. Fu il primo dei nostri economisti; promosse l’introduzione di un’agricoltura moderna e auspiciò anche la costituzione dell Juna de Comercio e del Tribunal Mercantil.
Direttore della Sociedad Patriótica. Deputato a Cortes. Come Consejero de Indias, nel 1816 ottenne lo sblocco del tabacco e la libertà di commercio. Grazxie alla sua gestione, questa meraviglia che è il ghiaccio, fu introdotto a Cuba. Nel 1824 respinse la nomina di sovraintendente generale dell’Industria e a partire da lì passò i suoi anni finali allontanato dalla vita pubblica. Morì nel 1837.
La casa di questo esimio avanero, opportumente restaurata, la occupa, da poco tempo la Oficina del Historiador de la Ciudad. Al numero 66 della via ebbe sede la Sociedad Económica Amigos del País e in questo stesso luogo e durante una prima tappa, prima di traslocare alla Manzana de Gómez, funzionò la Institución Hispanocubana de Cultura. Fu una proposta di Fernando Ortiz alla giunta di governo degli Amici del Paese incamminata a incrementarele relazioni intellettuali tra Cuba, la Spagna e le nazioni hispanoamericane grazie all’interscambio di scienziati,scrittori, artisti e studenti.
Al numero 63, domicilio di Evaristo Estenoz, - un immobile che non esiste più – si fondò il 7 di agosto del 1998, il Partido Independiente de Color. Altro fatto che non può rimanere fuori da questo racconto. Dalla casermetta dei Pompieri del Commercio, sita nella calle San Ignacio, fecero una chiamata telefonica al secondo capo di questo corpo che risiedeva nella casa contrassegnata, oggi, dal numero 110 A della calle de la Amargura. È la prima chiamata telefonica in spagnolo che si registra nella storia. Nella calle de la Amargura viveva anche la protagonista di un fatto di sangue successo nel 1745, quando l’Avana era piccola. Lo raccoglie la cronaca avanera e forse è il fatto di sangue più antico che includa una donna.
Un’abitante fra le principali della città, María de Rojas, discendente da Rojas il Magnifico che accompagnò Velázquez nella colonizzazione e fu pertanto uno dei primi abitanti dell’Avana aveva relazione, con base matrimoniale, col capitano Diego de Hinojosa, del reggimento di Almanza. Di María, al capitano, interessavano solo i soldi e la posizione. La ragazza aveva ben poco di cui essere grata alla natura e alla sua bruttezza si aggiungeva il carattere: era cida, esplosiva, violenta e per colmo, gelosa. Non aveva giornate buone né notti tranquille da quando cominciò il suo fidanzamento. Immaginava continuamente il suo fidanzato fra le braccia di un’altra. E in ciò non era certo lontana la Rojas. C’era, nella vita del capitano, un’altra donna bella e allegra come la primavera. Aveva 20 anni e anche se ava suinato a lungo i campanelli non nascondeva già la sua passione per don Diego.
Si chiamava Cándida, sebbene non conoscesse la candidezza. Il sotterfugio di suo marito non tardò molto a giungere all’orecchio di María. Conobbe colei che le rubava il suo cavaliere e in una scena burrascosa, gettò in faccia al capitano la sua perfidia. Don Diego buttò tutto in scherzo, senza sapere che non c’è scherzo che tenga per una donna gelosa.
Una mattina, all’uscita della chiesa di San Augustín, la Rojas aspettava Cándida con un revolver carico a sale e punto al viso della ragazza. Nel trascorso dei giorni lo scandalo si placò fino a che le due donne tornarono a incontrarsi di nuovo di fronte alla chiesa. Cándida ringraziò quindi per i nei che la polvere dello sparo lasciò sul suo viso. “Don Diego dice che adesso sembro più bella di prima”, le disse e ribatté: “Entri nel tempio e chieda che don Diego la ami; lo chieda a Santa Rita è l’avvocatessa dell’impossibile...”

Cándida volse le spalle per entrare in chiesa, ma non lo potè fare. Suonò un sparo e cadde morta sul colpo. Questa volta la Rojas le aveva sparato con proiettili veri.


Explorando Amargura

Ciro Bianchi Ross • digital@juventudrebelde.cu
22 de Agosto del 2015

Amargura es una calle que corre entre dos plazas, la del Cristo y la de San Francisco. O entre dos restaurantes, La Maravilla, famoso, en los años 50,  por sus bistec con papas fritas, que ya no existe, y el Café del Oriente, establecimiento de tendencia gourmet que se precia de ser uno de los más lujosos de La Habana, y, bien lo sabe el escribidor, de los más caros también. Pero ninguno de ellos abre su fachada sobre Amargura. La Maravilla lo hace sobre Villegas, mientras que el otro mira hacia la calle Oficios. También mira hacia esa calle el Palacio del Marqués de San Felipe y Santiago de Bejucal, hoy un hotel con portada barroca, 27 habitaciones y categoría de cinco estrellas.
Amargura no fue nunca meca del comercio ni de la moda. Tampoco era de las calles que la gente escogía para el paseo matinal o vespertino, ni el sitio ideal para ver y dejarse ver. No hubo  en ella café ni bares dignos de memoria, y sus dos hoteles —Nueva Luz, en el 303 de la calle,  y La Unión, en la esquina con Cuba— no pasaron de ser instalaciones de segunda y a la larga se descomercializaron: son hoy casas de vecindad. La Unión fue, en sus buenos tiempos, lo que se llamaba un hotel “decente”. Un  edificio sólido, de cinco plantas, en chaflán, con 150 habitaciones y 150 baños, donde el poeta español Federico García Lorca pasó, en 1930, la mayor parte de su estancia cubana.
Amargura era otra cosa. Marcaba uno de los límites del distrito bancario habanero, nuestro pequeño  Wall Street, que se extendía desde O’Reilly y abarcaba desde Mercaderes hasta Compostela.

Bancos y bufetes

Allí encontraban asiento la Cámara de Comercio de la República de Cuba —en el actual Hotel Raquel, en la esquina con San Ignacio— y la Compañía Cubana de Fianzas —en el 203 de la calle; edificio que sirve ahora de sede al Instituto de Antropología. En el número 53 se hallaba el Banco Continental Cubano, que contaba con 57 sucursales y 1 169 empleados en toda la República, en ese sentido la mayor de todas las entidades bancarias nacionales, y la quinta en cuanto al monto de sus depósitos que superaban los 92 millones de pesos equivalentes a dólares. La General Electric y la Esso Satndart Oil figuraban, entre otras empresas, como sus clientes principales.
En la esquina con Cuba, y entrada principal por esta calle, se hallaba la Renta Nacional de Lotería, ahora oficina central del Bandec, y en la de Aguiar, el Banco Gelats, el más antiguo entre los cubanos —fue fundado en 1876—, la firma bancaria preferida por el capital español radicado en la Isla y que operaba las cuentas de la Iglesia Católica cubana y los intereses del Vaticano en Cuba, así como la cuenta en dólares del comercio entre Cuba y España. Gelats, que se ahorcó en su casa de 17 esquina a H, en el Vedado, en 1959, tenía también como  clientes a la Compañía Cubana de Electricidad y a la Compañía Cubana de Teléfonos y era tenedor de bonos del Gobierno norteamericano.
Amargura era una calle de firmas y oficinas de abogados. Un conteo apresurado y posiblemente inexacto, en el Directorio Telefónico de 1958, registra los nombres de 28 letrados asentados en esa calle; algunos de ellos tan conocidos como Carlos Márquez Sterling, presidente de la convención constituyente de 1940 y candidato a la presidencia de la República en las elecciones de   noviembre de 1958, en el número 357, y Pelayo Cuervo Navarro, en un ya inencontrable número 8 de la calle.
Pelayo fue detenido por agentes del Buró de Investigaciones de la Policía de Batista en la tarde del 13 de marzo de 1957, tras los sucesos del asalto al Palacio Presidencial y apareció golpeado y muerto a la mañana siguiente en el Laguito del Country Club habanero. No tuvo implicación alguna en ese hecho, ni era un elemento que pudiera tildarse de subversivo. Para él, la “solución cubana” pasaba por la política y no por la revolución. Era, sí, una figura querida y respetada y de una popularidad enorme. Delegado a la convención constituyente de 1940 y senador de la República desde entonces y hasta 1952 cuando Batista, tras el golpe de Estado del 10 de marzo, dejó en suspenso el Congreso. Como presidente del Partido Ortodoxo histórico, Pelayo Cuervo era la personalidad más distinguida de la oposición política cubana y una voz implacable en defensa de la economía nacional y el bolsillo del ciudadano de a pie.
De los 28 abogados consignados, cinco tenían oficinas en el edificio marcado con el número 103 de la calle, en tanto que otros diez despachaban sus asuntos en el del número 205, sede del Bufete Mendoza, uno de los más importantes y el más antiguo especializado en asuntos mercantiles. Había sido fundado en 1854 y fue pionero en dirigir su práctica profesional hacia el mundo de los negocios.

La Cruz Verde

En su libro La Habana: Apuntes históricos, Emilio Roig no consigna el porqué del nombre de esta calle. Sí lo hace José María de la Torre en su libro Lo que fuimos y lo que somos o La Habana antigua y moderna, publicado en 1857.
Escribe De la Torre que en todas las tardes de cuaresma salía de la Tercera Orden de San Francisco una procesión que iba por esa calle hasta la iglesia del Cristo, que era el Humilladero. Por la misma razón, se ven calles con igual nombre en muchas poblaciones cristianas, refiere el cronista, a imitación de la del vía crucis de Jerusalén, que se llamó de la Amargura. En la calle había cruces para cada estación. El hermano tercero D. Miguel de Castro Palomino y Borroto tenía particular devoción y costeaba la duodécima estación por los años de 1749, y la adornaba con una alfombra, dos candeleros de plata y un cuadro de Jesús Crucificado.
Añade José María de la Torre que Amargura se llamó también calle de la Cruz Verde, por la que existía (y existe) en la esquina con Mercaderes. De ahí partía la procesión del vía crucis. Fue residencia de los condes de Lagunillas y da albergue hoy al Museo del Chocolate que propone un recorrido por la historia del cacao, su cultivo, producción y comercialización. Por otra parte, este establecimiento asegura a quien lo visite la posibilidad de degustar una bebida preparada a la manera tradicional y bombones elaborados artesanalmente.
El tramo de Amargura comprendido entre las calles de Villegas y Compostela —dos cuadras— se llamó, afirma De la Torre, de las Piadosas Mujeres, porque en la casa de la esquina con Aguacate vivían las beatas Josefa y Petrona Urrutia que alumbraban los viernes un hermoso Custodio. La cruz que existía en esa esquina marcaba en el vía crucis la estación que correspondía a las piadosas mujeres que acompañaron a Cristo en su calvario.
La esquina de Compostela se llamó Del Mallorquín, por Juan Pascual, un sujeto proveniente de Mallorca que instaló allí una botica, mientras que la esquina de la residencia de los condes de San Felipe y Santiago fue conocida como la de Menéndez, por el hombre que la fabricó. Allí murió en 1807 Joaquín de Santa Cruz y Cárdenas, tercer conde de Jaruco y primer conde de Mopox, padre de la condesa de Merlin. Fue, en su tiempo, el hombre más rico de la Isla. Pero era iluso y poco práctico. Soñaba con grandes empresas y casi todas fracasaron; pese a que carecía de escrúpulos, su capital decrecía y sus deudas aumentaban. Cuando falleció, legó a su hijo la inmensa fortuna —para la época— de nueve millones de pesos, condicionada por una deuda de siete millones que en el testamento le obligaba a honrar.

Los Amigos del País

En Amargura casi esquina a San Ignacio tuvo su casa don Francisco de Arango y Parreño, el llamado “estadista sin Estado”, eminencia gris de la sacarocracia criolla. Fue el primero de nuestros economistas; promovió la introducción de una agricultura moderna y auspició asimismo la constitución de la Junta de Comercio y el Tribunal Mercantil. Director de la Sociedad Patriótica. Diputado a Cortes. Como Consejero de Indias, en 1816 logró el desestanco del tabaco y la libertad de comercio. Gracias a su gestión, esa maravilla que es el hielo fue introducido en Cuba. En 1824 rechazó el nombramiento de superintendente general de Hacienda y a partir de ahí pasó sus años finales alejado de la vida pública. Falleció  en 1837.
La casa de este esclarecido habanero, convenientemente restaurada, la ocupa desde hace poco tiempo la Oficina del Historiador de la Ciudad. En el número 66 de la calle radicó la  sede de la Sociedad Económica de Amigos del País, y en ese mismo sitio y durante una primera etapa y antes de trasladarse a la Manzana de Gómez, funcionó la Institución Hispanocubana de Cultura. Fue una propuesta de Fernando Ortiz en la junta de gobierno de los Amigos del País encaminada a incrementar las relaciones intelectuales entre Cuba, España y las naciones hispanoamericanas gracias al intercambio de científicos, escritores, artistas y estudiantes.
En el número 63, domicilio de Evaristo Estenoz, —un inmueble que ya no existe— se fundó el 7 de agosto de 1998, el Partido Independiente de Color. Otro hecho no puede quedar fuera de este recuento. Desde el cuartelillo de los Bomberos del Comercio, sito en la calle San Ignacio, hicieron una llamada telefónica al segundo jefe de ese cuerpo que residía en la casa marcada  hoy con el número 110 A de la calle Amargura. Es la primera llamada telefónica en español que se registra en la historia.
También en la calle Amargura vivía la protagonista de un suceso de sangre ocurrido en 1745, cuando La Habana era chiquita. Lo recoge la crónica habanera y quizá sea el hecho de sangre más antiguo que involucre a una mujer.
Una vecina principal de la villa, María de Rojas, descendiente de Rojas el Magnífico, que acompañó a Velásquez en la colonización y fue, por tanto, uno de los primeros vecinos de La Habana, llevaba relaciones, sobre la base del matrimonio, con el capitán Diego de Hinojosa, del regimiento de Almanza.  De María, al capitán solo le interesaban el dinero y la posición. Tenía la muchacha muy poco que agradecer a la naturaleza, y a su fealdad se añadía el carácter: era ácida, explosiva, violenta y, para colmo, celosa. No tenía día bueno ni noche tranquila desde que empezó su noviazgo. Imaginaba continuamente a su novio en brazos de otra. En eso, en verdad, no andaba desencaminaba la Rojas. Había en la vida del capitán otra mujer, linda y alegre como la primavera. Tenía 20 años de edad y aunque mucho había sonado ya los cascabeles no ocultaba su pasión por don Diego. Se llamaba Cándida, si bien no conocía la candidez.  No tardó en llegar a oídos de María el trapicheo de su prometido. Conoció a la que le robaba a su galán, y, en una escena borrascosa, echó en cara al capitán su perfidia. Don Diego lo tiró todo a broma, sin saber que no hay broma que valga con una mujer celosa.
Una mañana, a la salida de la iglesia de San Agustín, la Rojas esperaba a Cándida con un revólver cargado de sal y apuntó al rostro de la muchacha. El transcurrir de los días aplacó el escándalo antes de que las dos mujeres volvieran a encontrarse otra vez frente a la iglesia. Cándida le dio entonces las gracias por los lunares que la pólvora del pistoletazo dejó en su rostro. ”Dice don Diego que ahora luzco más linda que antes”, le dijo y la machacó: “Entre al templo y pida que don Diego la quiera; pídaselo a Santa Rita, es la abogada de los imposibles…”
Cándida volvió la espalda para entrar a la iglesia, pero no pudo hacerlo. Sonó un disparo y cayó muerta en el acto. Esa vez la Rojas le había disparado con balas de verdad.