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giovedì 31 luglio 2014

I sogni nel cassetto. Esperienze.

Fonte: nuke.mollotutto.com

TRASFERIRSI A VIVERE E LAVORARE A CUBA
Martina dalla provincia di Venezia ai ritmi cubani:
“Il futuro? Me ne preoccuperò quando diverrà presente”

Di Emiliana Pistillo 15/05/2013                                                
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Martina è una ragazza piena di vita, di sogni e magnificamente determinata, originaria della provincia di Venezia. Già da piccola si rende conto di vivere in una cittadina che le sta troppo stretta e allora comincia a guardare lontano, comincia a sognare una terra magica. Per dieci anni ha avuto un sogno, Cuba, che con grinta e volontà è riuscita a raggiungere senza mai perdersi d’animo. Ora lavora presso il distributore di auto KIA Motors e materiali per l'industria, Finauto International e sta cercando un dottorato a Cuba per non abbandonare il percorso accademico e formativo portato avanti fino ad ora. 









“…Scoprii la vera Cuba, dotata di enormi contraddizioni ma, forse proprio per questo, sempre in grado di stupirmi: povertà ma sanità e istruzione gratuite, città e campagna, generosità e avidità, due valute (CUC ed MN), stranieri e cubani, con o contro il governo, le differenze sociali, etc. Insomma, dopo 30 giorni ritornai con più domande che risposte…”

Dal natio borgo selvaggio
Mi chiamo Martina e sono nata a San Donà di Piave, una cittadina in provincia di Venezia che per molte ragioni non ho mai esitato a considerare il mio "natio borgo selvaggio".  Fin da piccola ho sempre bruciato le tappe, imparando a leggere a soli 3 anni e a scrivere il mio primo racconto breve a 9. Coi miei coetanei sandonatesi non mi sono mai trovata bene, e ricordo le litigate coi compagni di asilo e di scuola come se fosse ieri. Di persone care del paesello potrei soltanto citare mio fratello Riccardo e la mia migliore amica Simona.
 Io , Mao e i ritmi cubani
Vivo all'Avana, nel Vedado, ex quartiere della mafia e dei night ed ora sede della movida avanera: ristoranti, cinema, cabaret e universitari a passeggio. Vivo con 100 CUC al mese (circa 80 euro), ovvero come una cubana benestante.. cioè bene ma senza eccessi. La discoteca è cara, idem i locali, ma a me non piacciono; in compenso, le mie vere passioni sono reperibili a basso costo: lbri, teatro, balletto classico, cinema e opera lirica. Di recente ho visto i balletti Coppelia e Schiaccianoci, nonché la Boheme di Puccini, tutti spettacoli di ottimo livello e il cui costo non superava 1 CUC (0,80 centesimi di euro). I cubani adorano i cani, ma io ho di recente preso in adozione un gatto, Mao (Tse-Tung), un diavoletto di tre mesi che rallegra le mattine e i rientri serali dal lavoro. Quando non lavoro, guardo la Tv, assisto a più eventi pubblici, politici e culturali possibile, faccio pubbliche relazioni e, ovviamente, bado alla casa e faccio le spese. Qui i ritmi sono lenti, molto più lenti dell'Italia, ma a una persona ansiosa come me non possono che giovare.

L’amore per Cuba
Nelle mie solitudini adolescenziali, cominciai a interessarmi, per caso, dell'America latina e soprattutto del "caso cubano", tanto che me ne innamorai. Iniziai a studiare tutto quel che trovavo sull'argomento Cuba:  cultura, storia, stile di vita e addirittura imparai lo spagnolo da privatista fino ad arrivare al livello C2. Tuttavia, dato lo scarso appoggio dei miei genitori alla causa, la giovane età e la mancanza cronica di denaro, non potevo, all'epoca, effettuare il tanto agognato viaggio verso la Isla Grande.
La svolta alla mia esistenza ribelle arrivò con l'università, vincendo il concorso della Scuola Galileiana di Studi Superiori (www.scuolagalileiana.unipd.it) dell'Ateneo di Padova, una scuola di eccellenza aperta a tutti i folli studiosi come me. In quei cinque anni trascorsi al Collegio Morgagni ho stretto buone amicizie e frequentato un ambiente ben più stimolante di quello della mia città natale.
Il concorso di ammissione alla Galileiana mi fece conoscere il mio primo e attuale ragazzo, Andrea, che entrò poi alla Normale di Pisa, costringendo entrambi a una rocambolesca storia a distanza Padova-Pisa. Grazie ad Andrea imparai a viaggiare, sia in Italia che all'estero, nonché a riordinare i miei pensieri in una forma più sistematica, al di là delle simpatie istintive.

La prima volta a Cuba
Proprio con Andrea partii alla volta di Cuba, nel luglio del 2009, tre giorni dopo il conseguimento della Laurea Triennale in Lettere Moderne. Fu un viaggio di due settimane, fondamentalmente turistico ma non troppo, alla scoperta dei luoghi storici e naturalistici dell'isola, nonché delle sue principali città: La Habana, la capitale; Santa Clara, la città del Che Guevara; Trinidad e Camaguey, gioielli coloniali; Bayamo, città simbolo del Risorgimento cubano dell'Ottocento, contro gli spagnoli; la Sierra Maestra, in cui si rifugiarono Fidel Castro e i suoi guerriglieri per dare inizio alla Rivoluzione cubana; Santiago di Cuba, seconda città del paese, a 900km dalla capitale e, infine, la Baia dei Porci, luogo che vide lo sbarco delle truppe statunitensi nel '61 e il loro annientamento in sole 72 ore. Tour impegnativo, forse troppo per la prima volta, ma che riuscimmo, tra peripezie e litigate, a portare a termine.

La seconda volta: la Vera Cuba
Il secondo viaggio, effettuato a novembre 2010, durò un mese e lo feci da sola, con uno zaino di 20kg sulle spalle e uno zainetto di 5kg davanti, utilizzando treni, camion, autostop, autobus locali per muovermi. Gli stessi cubani, soprattutto i miei "nonni" che mi affittavano la stanza, mi aiutarono a scegliere le soluzioni meno turistiche e più economiche. In questo modo scoprii la Vera Cuba, dotata di enormi contraddizioni ma, forse proprio per questo, sempre in grado di stupirmi: povertà ma sanità e istruzione gratuite, città e campagna, generosità e avidità, due valute (CUC ed MN), stranieri e cubani, con o contro il governo, le differenze sociali, etc.
Insomma, dopo 30 giorni ritornai con più domande che risposte, ma ben presto la "Cubanite", malattia di chi ha nostalgia della maggiore delle Antille, bussò di nuovo alla porta, e nel mezzo della crisi di nervi mi resi conto che la mia vita futura poteva prendere due strade: 1) Fare carriera in Italia e usare tutte le ferie e i risparmi per andare a Cuba; 2) Cercare di vivere e lavorare li', per acquietare definitivamente la cubanite. E, poiché "tentar non nuoce, ma i rimpianti si'", optai per la seconda soluzione, dato che per mettere in pratica la prima c'è sempre tempo.



Vivere e lavorare a Cuba,
come?


Quel che non avevo ben capito all'inizio fu che mi aspettava un anno di inferno, prima di riuscire a vedere i frutti della mia piccola follia: a Cuba la burocrazia è atroce, e se non si hanno agganci la strada rischia di trasformarsi in un vicolo chiuso, per la semplice ragione che le aziende straniere, fra cui molte italiane, presenti sul territorio cubano difficilmente sono in cerca di personale, e, al contrario, sono sommerse di richieste da parte di persone che vorrebbero trasferirsi a vivere sull'isola.
Vivere e lavorare, lavorare e vivere. Le due cose sono connesse, perché chi trova lavoro a Cuba ha diritto a risiedere nel paese per tutta la durata del contratto di lavoro, che va rinnovato ogni anno. Altre soluzioni per poter ottenere la residenza sono: iscriversi a una Università cubana o sposarsi con cubano/a. Quest'ultima possibilità permette di accedere alla residenza permanente e, di conseguenza, a tutti i diritti/doveri dei cubani.
Nonostante queste reali difficoltà, sono riuscita a trovare lavoro, al primo tentativo, presso il distributore di auto KIA Motors e materiali per l'industria, Finauto International (www.finautointernational.com), azienda con Casa Madre in Liechtenstein ma con una dirigenza tutta italiana; e cosi', dopo 10 anni di sogni e con 26 anni sulle spalle, sono finalmente Residente Temporal a Cuba, come pure dimostra la mia Carta di Identità Cubana. Nel frattempo, mi sono laureata alla Magistrale in Linguistica e ho conseguito il Diploma della Scuola Galileiana con una tesi sull'unico italiano che partecipò alla rivoluzione. 




Trasferirsi a CUBA Martina

E l’Italia?

Sinceramente dell'Italia non mi manca niente, fatta eccezione quando mi lamento per l'alto prezzo dell'olio d'oliva e del cibo in scatola.. ma risolvo tutto grazie ad amici italiani che, venendo a Cuba, mi portano questi alimenti voluttuari. Amo i cubani, ma mi fido di pochissimi: le truffe allo straniero sono sempre dietro l'angolo e anche chi vive da anni qui continua a cascarci; tuttavia ho conosciuto persone splendide che mi hanno offerto sostegno morale e materiale fin dall'inizio, appoggiando i miei sogni e i miei progetti. L'Italia è un paese molto amato dal popolo cubano, soprattutto per la moda e il cibo. 


Trasferirsi a CUBA Martina

Sono tornata in Italia a marzo 2013, dopo un anno di assenza dall'Italia, per discutere la tesi della Scuola Galileiana, e ci ritornerò ogni qual volta sia necessario. Non odio l'Italia, semplicemente sto meglio qui, per ora.. e vorrei che il mio fidanzato Andrea mi raggiungesse per metter su famiglia e crescere a Cuba i nostri figli. Può darsi che decida tornare, ma se ciò accadrà sarà soltanto frutto di una decisione meditata a lungo, e soprattutto, non influenzata da genitori, amici o relazioni sentimentali.
Al momento sto cercando un dottorato a Cuba che faccia al caso mio, per non abbandonare il percorso accademico e formativo portato avanti fino ad ora.

Il futuro? 
Me ne preoccuperò quando diverrà presente.




Di Emiliana Pistillo 15/05/2013



Infamato

INFAMATO: privo di appetito

mercoledì 30 luglio 2014

Infamante

INFAMANTE: amante di cui vergognarsi

martedì 29 luglio 2014

Café Corner: ¿otra esquina habanera que se pondrá de moda?
Fonte:  Cuba contemporanea
Por Yizzet Bermello
Fotos Alvite
26 Julio, 2014 - 09:06
Dice el diccionario, el de papel en nuestros estantes y luego la auxiliadora Wikipedia, que las esquinas “son puntos de encuentro, de confluencia”; casi siempre con decoración llamativa cuando hablamos de las ciudades y con ángulos perfectos que incitan al intercambio. No por gusto tantos negocios famosos del mundo se han robado el protagonismo en una esquina donde chocan dos grandes avenidas o dos calles importantes.
Es evidente que conoce bien esta definición el propietario de un snack café abierto hace apenas unos días en la convergencia de 27 y 4, en pleno corazón del habanero barrio de El Vedado, tomando el recodo izquierdo de una de esas casonas majestuosas a las que uno no puede dejar de mirar cuando se pasa por cualquiera de las aceras colindantes.
“El nombre de Café Corner viene por la coincidencia entre un antiguo apellido familiar y la ubicación de este proyecto”, nos cuenta Luis Enrique Alfonso, el titular, en tanto tratamos de adivinar la geografía exacta a la que pertenecen otras esquinas de relieve mundial que se recrean en los enormes posters colgados en las paredes, o en imágenes casi difuminadas que acompañan el diseño de sus cartas-menú.
Pero lo que más llama la atención en la novedosa propuesta de este emprendedor habanero y su equipo de trabajo no es precisamente esa imagen que apenas comienzan a perfilar, y que sin dudas irá tomando forma y acabado en la misma medida en que logren encaminar sus propósitos.
“Abogamos por defender un concepto diferente al de muchos espacios de este tipo que existen hoy en la ciudad, o al que tenía incluso la iniciativa anterior que se desarrolló en este mismo local: nuestra idea fue hacer un café de tapas, pinchos y bocados, además de algunos platos selectos y coctelería muy actualizada, que permitan conformar un momento de placer integral, complementado con un ambiente propicio para disfrutar de buena música, conversar y compartir con allegados y conocidos”, explica Alfonso.
Refiere que este proyecto llega muy ligado con la nostalgia que existe en su generación y la nuestra por aquellas tardes de reuniones que en otros tiempos realizábamos con asiduidad, en la terraza propia o la de los amigos, y ahora postergamos bastante por las crecientes obligaciones laborales, los hijos que espigan y los insondables huecos que nos ha dejado la emigración. “Queremos seguir siendo aquí el anfitrión que éramos en esas terrazas”, enfatiza.
Reclama igualmente el propietario del Café Corner la necesidad de propiciar el resurgimiento de lugares que brinden un entorno favorable de tranquilidad y servicio para la realización en las tardes de pequeñas reuniones y almuerzos de negocios o sencillas celebraciones familiares, para luego en las noches abrirse a quienes gustan de opciones ligeras de comida y alguna bebida y alejar un poco el estrés, mientras se disfruta de una atmósfera de intimidad y absoluto confort.
“También eso pretendemos ser, y sin distinciones de edades, porque contrario a lo que suele decirse, existen muchos jóvenes buscando alternativas con este corte. Nos gustaría atraer, por ejemplo, a los que salen de los conciertos, a las personas que tras el teatro o un espectáculo quieren sentarse a debatir sobre lo que vieron, o a esos bohemios más sanos que hacen vida nocturna y gustan de recorrer varios sitios de su preferencia, con el único objetivo de coincidir con otros amigos”, puntualiza nuestro interlocutor.     
Menciona ese último nicho potencial de clientes y casi nos vemos obligados a hablar de un fenómeno que se da mucho en España y otros países europeos: el de la llamada “marcha”, un fenómeno que en algún momento se desarrollará también en Cuba y llevará a la creación de circuitos de establecimientos que se verán obligados a colaborar entre sí. “Son tendencias muy extendidas para las que hay que estar preparados”, dice Alfonso y considera que se requerirá de un cambio completo de mentalidad en tal dirección.
Aclara, no obstante, que en el Café Corner no quieren públicos transgresores y poco respetuosos, de esos que prefieren la música alta, el bullicio y defienden su diversión a cualquier costo. “Desgraciadamente han trazado patrones de moda, pero no haremos concesiones al respecto”, asegura.
En relación con los planes a corto y mediano plazo, habla de sus aspiraciones inmediatas de sumar a la carta, que muestra hoy opciones diversas de coctelería, tapas y entrantes, tacos, platos principales, postres y bebidas, más de 20 recetas de cafés calientes y fríos que le ayudarán a completar después otra iniciativa: la de ubicar en áreas exteriores del establecimiento una alternativa de terraza con sombrillas que funcione como desayunador.      
“Queremos tener oportunidades para todos los interesados en disfrutar de un ocio sano, pero definitivamente no nos interesa un lugar abarrotado de personas. El sueño que impulsamos tiene que ver con un sitio diferente, interesante, donde el visitante sea bien atendido a toda hora y sobre todo se sienta siempre a gusto”, concluye el propietario.
Con esas metas bajo la manga, un equipo de trabajadores jóvenes que parecen muy dispuestos a colaborar para que el nuevo negocio florezca, más su estratégica locación, Café Corner luce destinado a convertirse en otra de las esquinas habaneras que se pondrá de moda… Creo que solo le resta algo de tiempo y suerte.




Inespresso

INESPRESSO: nel caffè

lunedì 28 luglio 2014

El Barrio Chino, tra Centro Avana e Avana Vecchia









Appunti d'estate, di Ciro Bianchi Ross

Pubblicato su Juventud Rebelde del 27/7/14

Il primo ricettario cubano di cocktails, si pubblicò all’Avana nel 1930. Sei anni dopo, tra il 16 e il 24 di novembre del 1936, la prima gara nella preparazione dei cocktails celebrata nell’Isola, evidenziava la maturità dei baristi cubani. Fu un incontro che si estese per sette giorni in quanto in ogni giornata si concorreva con una bevanda base diversa: vermouth, rum, cognac, gin, eccetera. Per ciascuna di esse il concorrente doveva elaborare sette cocktails affinché una giuria, non professionista, scegliesse i migliori.
Tanto la pubblicazione del foglietto, come la gara, furono auspiciate dal Club dei Baristi della Repubblica di Cuba, reinscritto ufficialmente nel 1998 come associazione dei baristi. Dalla sua costituzione ufficiale, il 27 giugno del 1924, questa entità si impegnò nel rendere degna la professione dei suoi membri e nel loro perfezionamento. Fino a ben entrata la decade del ’20, tutti i baristi che prestavano servizio nel Casinò Nazionale e nel Country Club dell’Avana – attuale quartiere Cubanacan – erano nordamericani. Ancora nel 1933 e 1934 circa 600 statunitensi si dismpegnavano come baristi nella capitale cubana, si capisce, nei migliori bar. José Cuervo fu il primo cubano che ebbe impiego come barista nel lussuoso ed esclusivo centro citato. Molto cambiò nella realtà a partire da lì. Il martedì 30 dicembre del 1930, alle 21,30, quando si inaugurò l’Hotel Nacional, tutti i baristi di quel complesso alberghiero erano cubani e José Cuervo, il suo capo cantiniere.
Cuervo lavorò anche nel Biltmore, nell’Avana Yacht Club e anche all’Hotel Presidente. Presiedette il Club dei Baristi e creò una scuola tecnico-professionale per i suoi membri con corsi teorici e pratici di 90 giorni con lezioni di inglese. Offrì, negli Stati Uniti, lezioni e dimostrazioni sui cocktails cubani a base di rum e dotò il club del primo Manuale del Barman. Morì nel 1942 a Santiago de Cuba, dove si disimpegnava come rappresentante della birra Polar.

Il Cabaret Regalías

Cristóbal Díaz Ayala, ricorda nel suo libro Musica cubana, dall’areíto al rap cubano – che conta fin dove lo scriba è al corrente, di quattro edizioni a Portorico – che nella categoria dei musicali, il programma più popolare della televisione cubana nella decade del 1950, fu Cabaret Regalías, trasmesso dalla CMQ, canale 6. Lo conduceva, crede di ricordare colui che scrive, l’attore Rolando Ochoa ed era patrocinato dalle sigarette Regalías el Cuño. Quando questa marca tabacchiera cessò di pagare lo spazio, nel 1954, il programma allora sponosrizzato dalle sigarette Edén, cominciò a chiamarsi Casino de la Alegría e continuò a godere dei favori del pubblico. Niente gli strappava la teleaudienza, né la Escuela de Televisión, di Gaspar Pumarejo che andava in onda la sera attraverso Tele Mundo-Canal 2, né il baseball teletrasmesso. Díaz Ayala scrive che i mercoledì, che era quando si trasmetteva il programma, le entrate alle sale cinematografiche scendevano di un 40 per cento e, all’interno del Paese, gli abitanti che non avevano servizio di elettricità si spostavano dove c’era per non perderlo.
A questo stava alle calcagna, in quanto a popolarità, un altro musicale: Jueves de Partagás, pure trasmesso dal 6 ed era animato dl grande attore Enrique Santiesteban. Nel suo libro Televisión: ángel o demonio, Josefa Bracero espone che nel 1952, nella prima inchiesta seria della TV cubana, Cabaret Regalías si pose com eil programma più visto con più del 64 per cento di teleaudienza. Solo una volta Jueves de Partagás lo superò e con poco margine.
Ancora nel 1959, il Casino de la Alegría con un 55,6 per cento capitanava la lista dei 25 programmi di maggior teleaudienza. Lo seguiva Jueves de Partagás col 46,5 per cento. Seguivano Aquí todos hacen de todo, sponsorizzato dal detersivo Ace, animato da German Pinelli; gli umoristici Garrido y Piñero e El show de Pepe Biondi. Martes Miercoles y domingos de amor Palmolive raggiungeva un 34,5 per cento e il Noticiero CMQ della sera appariva al numero 20 delle preferenze.
Allora, le serie nordamericane preferite erano, nell’ordine, Rin-Tin-Tin, Patrulla de caminos, La ley del revólver e El llanero solitario.
Casino de la Alegría, cessò di uscire nel 1961. Josefa Bracero afferma che il 22 febbraio di quell’anno il circuito CMQ e le sue imprese, previa consultazione popolare, cominciarono a ritirare i loro annunci commerciali e che il 27 marzo successivo ci furono i funerali della radio e televisione commerciale in tutto il Paese.

Il tempo in onda di Crusellas

Il Circuito Nazionale Cubano con le sue 12 emittenti nazionali, fu espropriato il 12 gennaio del 1959; la quasi totalità delle sue azioni erano a nome di Fulgencio Batista.
Non tardò a passare in mano alla nazione il canale 12, che pure era proprietà di Batista anche se apparentemente apparteneva a Gaspar Pumarejo. Il 23 febbraio del 1960 era il turno di Tele Munado-Canal 2 e al Canal 10, entrambi di proprietà di Amadeo Barletta. Il 2 aveva una programmazione regolare, non così il 10 che manteneva solo occupata la frequenza. Il 25 marzo dello stesso anno, l’esproprio giungeva alle porte dei canali 4 e 7 dove, come nel Canal 2, si amnifestavano acuti contrasti tra i lavoratori e la proprietà.
Josefa Bracero dice nel citato libro che il Paese, in risposta ad aggressioni esterne, dispose l’esproprio di imprese nordamericane come modo di difendere la propria sovranità. Fra di esse passarono a sovranità nazionale imprese promotrici di pubblicità come Sabatés y Crucellas che rappresentavano grandi monopoli nordamericani come la Procter and Gamble, Colgate Palmolive e Peet. Queste, assieme alla Publicitaria Siboney, i cui proprietari uscirono dal Paese, mantenevano le maggiori percentuali di annunci commerciali in CMQ Radio e TV.
Bracero commenta che questi espropri ripercossero nella radio e televisione, specialmente nell’impresa maggiore, il Circuito CMQ, dovuto a che il salario del personale proveniva dagli annunci commerciali e le maggiori entrate per questo concetto derivava dalle pubblicitarie espropriate. Solo Crusellas manteneva il 60 per cento del tempo in onda della CMQ.
Goar Mestre, il proprietario principale della CMQ, era fuori dal Paese e la direttiva del Circuito si negava a dare risposta alle esigenze del personale. È in queste circostanze che il Governo Rivoluzionario decide l’esproprio. Nel settembre 1960 vengono espropriate la CMQ e le sue imprese. In questo giro, Mestre era proprietario dei canali 6 e 7 della TV, delle emittenti radio CMQ, Radio Reloj, Radio Universal e la CMBF Radio Musical.
In realtà possedeva altre 20 aziende che andavano da un canale TV in Argentina, la Publicitaria Mestre Conill e fabbriche produttrici di cioccolato, succhi e conserve di frutta, medicinali, cosmetici e negozi dedicati alla vendita di elettrodomestici e automobili. Per non lasciar perdere, era proprietario anche di una fabbrica di candele. In totale aveva 23 aziende, valutate 15 milioni di pesos, equivalenti a dollari. Era, dice Guíllermo Jiménez ne Los propietarios de Cuba; 1958, “uno degli imprenditori di maggior successo, con maggior iniziativa e capacità di gestione”.

Settanta Cuba Libre al secondo

Nei giorni del proibizionismo negli Stati Uniti (1920-1935), il cocktail cubano visse la sua epoca d’oro. Ma da allora molte miscele di bevande rimasero per strada e oggi non sono che meri riferimenti.
Nonostante i gusti cambiano da un bevitore all’altro, i dieci migliori cocktails cubani, i classici. Sono Mary Pickford, Havana Special, Mojito, Isla de Pinos, Presidente, Cuba Libre, Saoco, Mulata, Ron Collins e Daiquirí. Di tutti loro, solo il Daiquirí figura tra i dieci grandi cocktails del mondo, assieme al Old fashioned, il Wisky sour e il Manhattan. Anche così il coktail cubano più conosciuto e sollecitato è il Cuba Libre. Si calcola che nel mondo si bevono 70 Cuba Libre al secondo.
Il bar cubano più famoso è sempre stato il Floridita. Altre cantine notevoli furono, nel loro momento, quelle degli hotel Plaza e Inglaterra e quella del ristorante El Patio, in Prado angolo Genios. Fino agli anni ’50 del secolo scorso, il bar dalle maggiori vendite era lo Sloppy Joe’s. Il turismo nordamericano lo preferiva, ma il nordamericano residente a Cuba si decideva per Mes Ames, in 7ma e 42, Miramar. Il bar della spiaggia La Concha fu celebre negli anni ’30 dello scorso secolo per il suo mojito frullato; cocktail che poi passa al bar dell’ Hotel Florida, in Obispo e Cuba, prima di vincere il riconoscimento della cittadinananza internazionale ne La Bodeguita del Medio. Panamerican, in Bernaza n. 1 angolo O’Reilly, fu il primo bar avanero che dispose della meraviglia dell’aria condizionata. Il Floridita, a meno di cento metri, si sentì minacciato e il suo proprietario terminò install’ando anch’egli una condizionatore d’aria.
Tra il 1957 e il 1958 i cabaret di lusso dell’Avana sperimentarono un autentico periodo di splendore. In poco tempo, davanti allo sguardo attonito degli avaneri si edificarono, nel Vedado, gli alberghi Habana Riviera, Capri e Habana Hilton, tre grandi e sontuose strutture provvisti dei rispettivi cabaret, bar e sale da gioco. In Galiano e Malecón, il Deauville aprì le sue porte il 17 luglio del 1958 e contemporaneamente, nella città di Santa Clara,avveniva l’aperura del cabaret Venecia col suo elegante casinò.
Nel febbraio del 1959, Nat Kahn, gerente dell’hotel Riviera dichiarava: “Tre nuovi hotel di lusso all’Avana che si inaugurarono l’anno scorso, furono fattori decisivi per strappare la clientela a la Florida”. Con il gioco legalizzato come attrazione principale, l’Avana ebbe la sua miglior stagione turistica tra il 1957 e il 1958.
Esistevano bar e cabaret di seconda e terza categoria e perfino di quarta. Quasi tutte le botteghe possedevano un bancone di mescita. Il servizio di bar nella bottega era fino alle sette di sera. Se si prolungava, il proprietario doveva pagare le tasse, non come bottega, ma come bar che erano più elevate. Lo stesso succedeva coi caffè. Da lì che, con attenzione ai tributi dovuti al fisco, ci fossero caffè senza alcol.
Tanto nei bar come nelle semplici botteghe era abituale lo stuzzichino. Formaggio a fette o in cubetti, olive, ciccioli di maiale o una fetta di prosciutto...stimolavano il cliente a che continuasse a bere. Molto buone erano le gallette preparate che offrivano ne La Princesa di Concepción e 16, in Lawton, con prosciutto, formaggio, cetriolino sottaceto e zampa di maiale che si arrostiva al momento.
Nei bar e botteghe , sopratutto in queste, era frequente il gioco dei dadi. Quello che perdeva pagava il giro successivo.

Apuntes de verano
Ciro Bianchi Ross * digital@juventudrebelde.cu
26 de Julio del 2014 21:39:23 CDT

El primer recetario cubano de cocteles se publicó en La Habana en
1930. Seis años después, entre el 16 y el 24 de noviembre de 1936, la
primera competencia de coctelería celebrada en la Isla evidenciaba la
madurez de los cantineros cubanos. Fue un encuentro que se extendió a
lo largo de siete días, porque en cada jornada se concursó con una
bebida base distinta: vermut, ron, coñac, ginebra, etc. Y por cada una
de ellas cada concursante debía elaborar siete cocteles, para que un
jurado no profesional escogiera los mejores.
Tanto la publicación del folleto como la competencia fueron
auspiciadas por el Club de Cantineros de la República de Cuba,
reinscrito oficialmente en 1998 como Asociación de Cantineros. Desde
su constitución oficial el 27 de junio de 1924, esa entidad se empeñó
en dignificar la profesión de sus miembros y en su superación. Hasta
bien entrada la década del 20, todos los cantineros que prestaban
servicio en el Casino Nacional, en el Country Club de La Habana
--actual reparto Cubanacán--, eran norteamericanos. Todavía entre 1933 y
1934 unos 600 estadounidenses se desempeñaban como bármanes en la
capital cubana, entiéndase en los mejores bares. José Cuervo fue el
primer cubano que consiguió empleo como cantinero en el lujoso y
exclusivo centro aludido. Mucho cambió la realidad a partir de ahí. El
martes 30 de diciembre de 1930, a las 9 y 30 de la noche, cuando se
inauguró el Hotel Nacional, eran cubanos todos los cantineros de ese
establecimiento hotelero y José Cuervo, su jefe de cantina.
Cuervo laboró asimismo en el Biltmore, en el Havana Yacht Club, y
también en el Hotel Presidente. Presidió el Club de Cantineros y creó
una escuela técnico profesional para sus miembros, con cursos
teórico-prácticos de 90 días y clases de inglés. Brindó en Estados
Unidos clases y demostraciones sobre cocteles cubanos con ron y dotó
al Club del primer Manual del Cantinero. Falleció en 1942, en Santiago
de Cuba, donde se desempeñaba como representante de la cerveza Polar.

El cabaret Regalías

Recuerda Cristóbal Díaz Ayala en su libro Música cubana, del areíto al
rap cubano --que cuenta, hasta donde sabe el escribidor, con cuatro
ediciones en Puerto Rico-- que, en la categoría de musicales, el
programa más popular de la televisión cubana en la década de 1950 fue
el Cabaret Regalías, que transmitía CMQ-Canal 6. Lo conducía, cree
recordar quien esto escribe, el actor Rolando Ochoa y lo patrocinaban
los cigarros Regalías el Cuño.
Cuando esa marca cigarrera dejó de pagar el espacio, en 1954, el
programa, patrocinado entonces por los cigarros Edén, empezó a
llamarse Casino de la alegría y siguió gozando del favor del público.
Nada le arrebataba la teleaudiencia, ni la Escuela de Televisión, de
Gaspar Pumarejo, que salía al aire por las noches a través de Tele
Mundo-Canal 2, ni el béisbol televisado. Escribe Díaz Ayala que los
miércoles, que era cuando se transmitía el programa, las entradas de
las salas cinematográficas bajaban en un 40 por ciento, y en el
interior del país, los pobladores que carecían de electricidad se
movían hacia donde la hubiera para no perdérselo.
A este le pisaba los talones en cuanto a popularidad otro musical,
Jueves de Partagás, que salía también por el 6 y animaba el gran actor
Enrique Santiesteban. En su libro Televisión: ángel o demonio, Josefa
Bracero expresa que en marzo de 1952, en la primera encuesta seria de
la TV cubana, Cabaret Regalías se situó como el programa más visto,
con más de 64 por ciento de teleaudiencia. Solo una vez Jueves de
Partagás se le fue arriba y por poco margen.
Todavía en 1959, el Casino de la Alegría, con un 55,6 por ciento,
encabezaba la lista de los 25 programas de mayor teleaudiencia. Le
seguía Jueves de Partagás, con 46,5 por ciento. Venían detrás Aquí
todos hacen de todo, que patrocinaba el detergente Ace y animaba
Germán Pinelli; y los humorísticos Garrido y Piñero y El show de Pepe
Biondi. Martes, miércoles y domingos de amor Palmolive alcanzaba un
34,5 por ciento, y el Noticiero CMQ de la noche aparecía en el número
20 de las preferencias.
Entonces las series norteamericanas preferidas eran, en este orden,
Rin-Tin-Tin, Patrulla de caminos, La ley del revólver y El llanero
solitario.
Casino de la Alegría dejó de salir en 1961. Afirma Josefa Bracero que
el 22 de febrero de ese año el Circuito CMQ y sus empresas, previa
consulta popular, comenzaron a retirar sus anuncios comerciales y que
el 27 de marzo siguiente fueron los funerales de la radio y la TV
comercial en todo el país.

El tiempo al aire de Crusellas

El Circuito Nacional Cubano, con sus 12 emisoras nacionales, fue
intervenido el 12 de enero de 1959; casi la totalidad de sus acciones
estaba a nombre de Fulgencio Batista.
No demoró en pasar a manos de la nación el Canal 12, que también era
propiedad de Batista, aunque en apariencia pertenecía a Gaspar
Pumarejo. El 23 de febrero de 1960 tocaba el turno a Tele Mundo-Canal
2 y al Canal 10, propiedad ambos de Amadeo Barletta. El 2 tenía una
programación establecida, no así el 10, que solo mantenía ocupada la
frecuencia. El 25 de marzo del mismo año, la intervención llegaba a
las puertas de los canales 4 y 7, donde, al igual que en el Canal 2,
se manifestaban agudos conflictos entre los trabajadores y la
patronal.
Dice Josefa Bracero en el libro aludido que el país, en respuesta a
agresiones foráneas, dispuso la intervención de empresas
norteamericanas como un modo de defender su soberanía. Entre ellas
pasaron a la nación empresas promotoras de publicidad como Sabatés y
Crusellas que representaban a grandes monopolios norteamericanos, como
la Procter and Gamble y Colgate, Palmolive, Peet. Estas, junto con la
Publicitaria Siboney, cuyos dueños salieron del país, mantenían los
mayores porcentajes de anuncios comerciales en CMQ Radio y TV.
Comenta Bracero que esas intervenciones repercutieron en la radio y la
televisión y, en especial, en la empresa mayor, el Circuito CMQ,
debido a que el salario del personal procedía de los anuncios
comerciales y las mayores entradas por este concepto provenían de las
publicitarias intervenidas. Solo Crusellas mantenía el 60 por ciento
del tiempo al aire de la CMQ.
Ya Goar Mestre, el propietario principal de la CMQ, estaba fuera del
país, y la directiva del Circuito se negaba a dar repuesta al reclamo
del personal. Es en esas circunstancias cuando el Gobierno
Revolucionario decide la intervención. En septiembre de 1960 quedan
confiscadas la CMQ y sus empresas. En este giro, Mestre era
propietario de los canales 6 y 7 de la TV, de las radioemisoras CMQ,
Radio Reloj, Radio Universal y la CMBF Radio Musical.
Poseía en verdad otras 20 empresas más, que iban desde un canal de TV
en Argentina, la publicitaria Mestre Conill y fábricas productoras de
chocolates, jugos y conservas de frutas, medicamentos, cosméticos y
negocios dedicados a la venta de electrodomésticos y automóviles. Por
no dejar de tener, era propietario de una fábrica de velas. En total
tenía 23 firmas, valoradas en unos 15 millones de pesos equivalentes a
dólares.
Era, dice Guillermo Jiménez en Los propietarios de Cuba; 1958, <>.

Setenta Cuba Libres por segundo

En los días de la Ley seca en Estados Unidos (1920-1935), el coctel
cubano vivió su época de oro. Pero desde entonces muchas mezclas de
bebidas quedaron en el camino y no son hoy más que meras referencias.
Aunque los gustos cambian de un bebedor a otro, los diez mejores
cocteles cubanos, los clásicos, son Mary Pickfords, Havana Special,
Mojito, Isla de Pinos, Presidente, Cuba Libre, Saoco, Mulata, Ron
Collins y Daiquirí. De todos ellos, solo el Daiquirí figura entre los
diez grandes cocteles del mundo, junto al Old fashioned, el Whisky sur
y el Manhattan. Aun así, el coctel cubano más extendido y solicitado
es el Cuba Libre. Se calcula que se beben en el mundo 70 Cuba Libres
por segundo.
El bar cubano más famoso ha sido siempre el Floridita. Otras cantinas
notables fueron en su momento las de los hoteles Plaza e Inglaterra, y
la del restaurante El Patio, en Prado esquina a Genios. Hasta los años
50 del pasado siglo, el bar de mayores ventas era el Sloppy Joe's. El
turismo norteamericano lo prefería, pero el norteamericano residente
en Cuba se decidía por Mes Ames, en 7ma. y 42, Miramar. El bar del
balneario de La Concha fue célebre en los años 30 del siglo pasado por
su mojito batido; coctel que pasa luego a la cantina del Hotel
Florida, en Obispo y Cuba, antes de ganar carta de ciudadanía
internacional en La Bodeguita del Medio. Panamerican, en Bernaza
número 1 esquina a O'Reilly, fue el primer bar habanero que dispuso de
la maravilla del aire acondicionado. El Floridita, a menos de cien
metros, se sintió amenazado, y su propietario terminó instalando
asimismo un acondicionador de aire.
Entre 1957 y 1958 los cabarets de lujo habaneros experimentaron un
auténtico momento de esplendor. En corto tiempo y ante la atónita
mirada de los habaneros, se edificaron en el Vedado los hoteles Habana
Riviera, Capri y Habana Hilton, tres grandes y suntuosos
establecimientos provistos de sus respectivos cabarets, bares y salas
de juego. En Galiano y Malecón, el Deauville abrió sus puertas el 17
de julio de 1958, y otro tanto acontecía en la ciudad de Santa Clara
con la apertura en enero del 57, del cabaret Venecia y su elegante
casino.
En febrero de 1959, declaraba a la revista Bohemia Nat Kahn, gerente
del hotel Riviera: <>. Con el juego legalizado como atracción
principal, La Habana tuvo su mejor temporada turística entre 1957 y
1958.
Existían bares y cabarets de segunda y tercera categorías y hasta de
cuarta. Casi todas las bodegas disponían de barra. El servicio de bar
en la bodega era hasta las siete de la noche. Si se extendía, el
propietario debía pagar impuestos no como bodega, sino como bar, que
eran más elevados. Lo mismo sucedía con los cafés. De ahí que, en
atención a sus tributos al fisco, hubiera cafés con y sin alcohol.
Tanto en los bares como en las simples bodegas era habitual el
saladito. Queso en lascas o en dados, aceitunas, chicharrones o una
lasca de jamón... estimulaban al cliente a que siguiera bebiendo. Muy
sabrosas eran las galletitas preparadas que obsequiaban en La
Princesa, de Concepción y 16, en Lawton, con jamón, queso, pepinillo
encurtido y pierna de cerdo, que se asaba allí mismo.
En bares y bodegas, sobre todo en estas, era frecuente el juego de
cubilete. Y el que perdía pagaba la ronda siguiente.

Ciro Bianchi Ross
cbianchi@enet.cu
http://wwwcirobianchi.blogia.com/
http://cbianchiross.blogia.com/


Induttore

INDUTTORE: laureato e insegnante indiano

domenica 27 luglio 2014

Induttivo

INDUTTIVO: indiano alacre

sabato 26 luglio 2014

Indugiare

INDUGIARE: recipienti indiani di terracotta

venerdì 25 luglio 2014

Domani 26 di luglio


Iniziano oggi i classici tre giorni di festa per celebrare il 26 di luglio data in cui, nel 1953, Fidel Castro con un gruppo di giovani assaltò la caserma Moncada di Santiago de Cuba che assieme alla Columbia dell'Avana erano le guarnigioni più importanti dell'esercito batistiano. Contemporaneamente Raúl, con un altro gruppo, doveva dare assalto alla caserma Carlos Manuel de Céspedes di Bayamo. Altra fortezza strategicamente importante. La data fu scelta per la concomitanza delle tradizionali feste del Carnevale che s Cuba si tengono alla fine della stagione di taglio e raccolta della canna da zucchero. Si supponeva che la maggior parte dei militari fosse in preda ai fumi dell'alcol e spossata dai bagordi delle feste. Qualcosa invece andò storto in entrambi i casi e il fattore sorpresa non si verificò. Gli assaltanti vennero accolti da un nutrito fuoco e messi allo sbando. Alcuni caddero nell'azione diretta, altri vennero fatti prigionieri e assassinati immediatamente. Le foto dell'epoca mostrano i corpi crivellati di colpi e gli abiti...intatti.
Nonostante la sconfitta sul piano militare, la data è considerata come l'inizio del processo rivoluzionario. Fidel, Raúl e altri compagni vennero catturati in un secondo tempo e non c'erano più le condizioni per giustiziarli in modo che sembrasse "pulito". Dopo quasi due anni di prigione, per ragioni elettorali, vennero amnistiati e costretti a lasciare il Paese alla volta del Messico, dove conobbero Ernesto "Che" Guevara e organizzarono la spedizione che iniziò la guerra partigiana nel 1956, dopo lo sbarco a Playa Las Coloradas. Anche in questo caso vi furono perdite durissime, ma l'ostinazione e la voglia di trionfare di Fidel Castro, seppe far riorganizzare le misere forze che si sono andate via via ingrossando per arrivare all'ingresso trionfale all'Avana, nei primi giorni del 1959.

Indubitato

INDUBITATO: indiano con problemi finanziari

giovedì 24 luglio 2014

Gala di commiato con balletto Cuba/Cina


Con la presenza della coreografa e direttrice del Balletto Nazionale di Cuba, si è svolta al Teatro Nacional dell'Avana, la seconda serata di gala in saluto alla delegazione cinese che ha visitato l'Isola. Tra i numeri presentati dai ballerini, cubani e cinesi, si è iniziato con "Giselle" per finire con un trionfale "Don Quijote".




Visita del Primo Ministro delle Salomone


Foto: Claudia Fonseca Sosa/Granma

È arrivato ieri a Cuba, il Primo Ministro dell'arcipelago delle Isole Salomone sg. Gordon Darcy Lilo. Una visita ufficiale, ma dal carattere amichevole. Il sig. Lilo ha dichiarato di voler aprire all'Avana una rappresentanza diplomatica del suo Paese ed è la prima volta, in assoluto, che uno degli arcipelaghi del Sud Pacifico apre una rappresentanza diplomatica nell'America Latina.






Indolenza

INDOLENZA: arnese da pesca indiano

mercoledì 23 luglio 2014

Vacanze ed ecologia


Fonte: TTC

Ecosistemi ben conservati rendono Cuba la destinazione caraibica ideale per gli amanti della natura incontaminata. 
A Cuba la natura è uno spettacolo che non si ferma mai, in qualsiasi stagione. La Flora, la Fauna e la presenza di ecosistemi perfettamente conservati rappresentano da sempre caratteristiche peculiari ricche di fascino e di suggestioni. L’arcipelago cubano è la sede naturale di circa 6.700 specie di piante superiori, 14.000 specie di invertebrati e 650 di vertebrati (tra cui 350 specie di uccelli).
Alla scoperta della rana più piccola del mondo (l’Eleutherodactylus Limbatus, di appena 12 millimetri) o del più minuscolo dei colibrì (il Mellisuga Helenae, lungo circa 63 millimetri), esplorando il Paese i visitatori possono avventurarsi fra lussureggianti foreste tropicali dove crescono rare orchidee rare; o addentrarsi in secche aree montane dove vivono ancora i cactus preistorici; oppure possono scoprire le zone acquatiche degli Everglades, popolate da mangrovie, lamantini e fenicotteri.
Cuba può vantare più di 100 percorsi e sentieri naturalistici che è possibile affrontare come escursione grazie all’esperienza di guide professioniste disposizione dei turisti. Speleologia, bird-watching, fotografia naturalistica ed equitazione sono solo alcune delle innumerevoli altre attività che attendono gli amanti della natura a Cuba.
Tra le località più interessanti per l’ecoturismo cubano sono da segnalare: il Guaniguanico Mountain Range; Sierra del Rosario (riserva della biosfera); Case Soroa-Las Terrazas e il sistema di grotte di Santo Tomás; la penisola di Guanahacabibes (riserva della biosfera): le aree protette de La Guabina e Mil Cumbres; il Parco Naturale penisola di Zapata (riserva della biosfera); Caleta Buena, Playa Girón e Playa Larga; Laguna del Tesoro e il villaggio di amerindi Guamá; l’allevamento di coccodrilli a La Boca allevamento di coccodrilli; Guamuhaya Mountain Range; Sierra de Cubitas; Pinares Parco Nazionale de Mayarí; il Parco Nazionale Pico Turquino; Santo Domingo-La Sierrita; Marea del Portillo; Baconao Park (riserva della biosfera); Baracoa (il luogo in cui Cristoforo Colombo toccò per la prima volta l’isola di Cuba).


Il presidente cinese termina la visita in America Latina


Con il suo soggiorno a Cuba, dove ha firmato diversi protocolli e ricevuto la più alta onorificenza dello Stato: l'Ordine di José Martí, il presidente cinese Xi Jinping termina il suo giro per l'America Latina dove ha sostenuto incontri con i più importanti capi di Stato e di Governo, sottoscrivendo una nutrita serie di accordi per lo sviluppo della regione, sostenuti dal suo Paese.

Indizio

INDIZIO: parente indiano

martedì 22 luglio 2014

115 anni di Hemingway


Ieri, 21 luglio ricorrevano 115 anni dalla nascita di Ernest Hemingway, morto suicida il 2 luglio del 1961 all'età di quasi 62 anni.

Indiretto

INDIRETTO: su un treno veloce

lunedì 21 luglio 2014

Daniel Santos, l'inquieto diavoletto di Ciro Bianchi Ross

Pubblicato su Juventud Rebelde del 20/7/14


Pochi cantanti, come il portoricano Daniel Santos, contribuirono a fondere in un solo stile I modi di creare e cantare per Portorico e Cuba. Il suo lungo contatto col meglio della musica cubana degli anni ’40 e ’50 del secolo passato gli conferì un marchio di cubania bene percepibile in tutte le sue interpretazioni e composizioni, ciò che gli assicura un titolo di merito fra i grandi cantori della musica cubana del XX secolo. “El jefe”, come lo si chiama in Colombia e ricorda Gabriel García Márquez in alcuna delle sue cronache, fu un esponente eccezionale della musica popolare e ballabile del Caribe.
Fu alla fine del 1946 quando, il pure portoricano Bobby Capó lo presentó, all’Avana a Amado Trinidad, l’allora potente proprietario della RCH Cadena Azul. Da quell’incontro scaturì un contratto con Santos. Debuttò col piede giusto nel cosiddetto Palazzo della Radio, l’emittente di Prado 53. Il numero iniziale della trasmissione di quel giorno era Anacobero, del pure portoricano Andrés Tallada. Per errore, l’annunciatore presentò daniel come “l’anacobero”. A partire da questo momento lo identificarono con questo soprannome che si rese famoso nell’Isola e al quale si aggiunse quelo di “inquieto” che corrispondeva al carattere e alla personalità del cantante. Con il suo modo di cantare, l’Inquieto anacobero aveva impressionato l’Avana, tanto quanto questa città impressionava l’artista.
Che Avana abbagliò Daniel Santos? Josean Ramos nel suo libro sul musicista portoricano – Vengo a dire addio ai ragazzi, 1991 – dice che lo abbagliò “il delizioso camminare durante i tramonti per quell’Avana che allora aveva i migliori cabaret del mondo, con le donne più erotiche che abbiano visto occhi umani”. Aggiunge  di seguito che in questi centri notturni si presentavano “i migliori spettacoli del momento”, con Ester Borja e Jorge Negrete, Celia Cruz, il trio Los Panchos e la rumbera Ninon Sevilla, mentre la radio faceva ascoltare Miguelito Valdés, la Sonora Matancera, Panchito Riset, cascarita...” e tutti i cantanti “rumberos” e musicisti preferiti da un pubblico esigente.
E fu precisamente questo pubblico esigente di Cuba quello che modellò, poco a poco, modellarono Daniel Santos come uno dei grandi cantanti del mondo hispano dell’epoca, scrivono Olavo Alén e Ana Victoria Casanova nel loro saggio pDietro l’orma dei musicisti portoricani a Cuba. Precisano: “Durante 15 anni, Daniel Santos entrava e usciva da Cuba verso New york o altre città, del continente sudamericano, e ad ogni ingresso riconfermava la sua condizione di grande interprete della musica”.
Santos conservò sempre un buon ricordo di Amado Trinidad, “il primo imprenditore cubano – asseriva – che pagò un compenso decente alla radio”, ma quando i due uomini si incontrarono, il portoricano contava già anni di iniziazione nella musica cubana. Questa iniziazione fu nel 1941 quando, a causa di una discussione, il cantante cubano Miguelito Valdés abbandona l’orchestra di Xavier Cugat. Cugat allora chiede a Santos di cantare con la sua orchestra al Waldorf Astoria di New York. In quel momento, il portoricano cantava nel Cuban Casino e cominciava a farsi conoscere dal pubblico cubano.
Dopo il contratto con la RHC Cadena Azul, ci furono alti e bassi. In Radio Cadena Suaritos, dell’Avana, si alternò per un breve periodo con interpreti come Toña la Negra e in Radio Progreso cantò con l’accompagnamento di quello che alcuni considerano uno dei grandi gruppi musicali di tutti i tempi, la Sonora Matancera. Con questa formazione passa a CMQ e si presenta in “Cascabeles Candado”, forse il programma di maggior audience del momento. Lo stesso Daniel in un occasione disse: “C’è chi sostiene che io ho creato la Sonora Matancera. Altri che la Sonora ha creato me. Ci siamo beneficiati reciprocamente...” Certo è che col primo disco che ha inciso con questa orchestra, Daniel Santos, raggiunse il vertice della fama. Pezzi che poi portò all’acetato, con l’appoggio della Sonora Matancera, sono trascesi nel tempo e alla stessa vita dell’interprete. Tali sono gli esempi di Noche de ronda, di Agustín Lara: Cuidadito compay gallo, di Ñico Saquito e Dos gardenias di Isolina Carrillo: “gardenie che non appassiscono da che lui le ha coltivate col suo canto.

L’altalena della vita

“L’oligarchia avrebbe desiderato bruciarlo, alimentando la fiamma coi suoi dischi. I piccolo borghesi di sinistra lo trattarono come ‘oppio del popolo’. È che era il cantore dell’emarginazione, ovvero della maggioranza. Era un re per gli operai, negri, disoccupati, malviventi, donne di casa e prostitute. I suoi boleri, guarachas, mambo e son erano presenti in compleanni, nozze, feste popolari e bar di infimo grado, scrive il colombiano Hernando Calvo Ospina. Aggiunge che all’inquieto anacobero lo si venerava e non lo elevarono agli altari per puro miracolo.
Nacque nel 1916 a Santurce, Portorico, figlio di un falegname e di una sarta. Dovette lasciare presto la scuola elementare a andare per le strade a lucidare scarpe. Aveva nove anni quando la sua famiglia si installò a New York. Nonostante il cambio geografico, la situazione non migliorò e per aiutare il bilancio dei suoi, vendette ghiaccio e carbone, ramazzò strade e sturò cloache. Il suo ingresso nella musica fu casuale e fors c’è molta leggenda nella storia. Si dice che un pomeriggio cantasse sotto la doccia e la sua voce si sentisse in strada quando, capitò che passasse di lì il componente di un trio musicale. Il tipo, ammirato, volle conoscerlo. Insistette. Sulla porta di casa con un asciugamano allacciato in vita, Santos accettò di far parte di quel gruppo. Così cominciò la sua vita di cantante. Dopo, nel 1938, conobbe il suo compatriota e compositore Pedro Flores, incontro che risultò decisivo nella vita del futuro anacobero.
A partire da lì, si formò e girò per tutta l’America con uno stile unico lasciando al suo passaggio, dice Miguel López Ortíz, una sequela di leggende, ricordi incancellabili, un aneddotario monumentale, moltissime registrazioni e in non pochi casi, figli. Partecipa a films come Ángel caído, produzione cubano-messicana del regista José Ortega; Rtmos del Caribe e Rumba in televisione, quest’ultimo con la regia di Evelia Joffre e le interpretazioni di Rolando Ochoa e Lolita Berrios.
Cuba gli ispirò non pochi dei 400 pezzi che diceva di aver scritto. Fra questi il bolero L’altalena della vita, composta dopo una passeggiata sul Malecón, Lasciami vedere mio figlio, reclamo a sua moglie Eugenia che gli impediva l’incontro con Danielito e Vergine della carità che scrisse essendo prigioniero nel Castillo del Principe. Amicone è un’altra di queste composizioni e descrive, meglio che in qualunque altra delle sue, l’intensa vita di bar e osterie dell’artista.
Si è scritto molto su Daniel Santos. L’immensa maggioranza di articoli e cronache, compreso libri che gli si sono dedicati, si concentrano sul suo lavoro professionale e sopratutto sulla sua vita disordinata e piena di alcol, donne e risse.
Pochi di questi testi ricordano dichiarazioni come questa: “Io entro in qualunque quartiere del mondo, perché in tutti si parla una lingua comune, la lingua della povertà e anche ci siano assassini, malviventi, prostitute e contrabbandieri, mi rispettano sempre. Per altri sono bassifondi, per me no. Io so cos’ha passato questa gente perché sono nato così, e che cazzo. Sono nato povero e al povero danno la colpa di tutti i mali. C’è gente nobile in questi luoghi testimoni di dolore (...) io conosco tutti in questi quartieri dell’America Latina, sono stato in tutti i suoi bar, mi sono dato il cicchetto con tutti i suoi ubriaconi (...) In questi luoghi ci sono pochi soldi ee dove ci sono pochi soldi c’è delinquenza, c’è necessità, si deve rubare. Questa è la realtà di questi settori emarginati che tanto hanno contribuito allo sviluppo della musica popolare latinoamericana”.

In un bar di Maracaibo

Nel 1957, in un bar di Maracaibo Venezuela, Daniel Santos scrisse su un tovagliolo la sua canzone Sierra Maestra. Nessuno volle inciderla a Caracas e dovette inciderla a New York. Ricevette come pagamento le prime mille copie del disco. Poco a poco le vendette e mandò a Cuba pochi esemplari. Una di queste copie venne in potere della guerriglia fidelista che cominciò a trasmetterla con la sua emittente, Radio Rebelde, che trasmetteva dalle montagne orientali. Ciò fece in modo che Daniel Santos venisse accusato di essere comunista e amico personale dei barbudos.
Nei giorni iniziali del 1959, Daniel Santos vide l’ingresso trionfale dell’Esercito Ribelle all’Avana. Nel mese di febbraio si presenta al cabaret Venecia della città di Santa Clara e successivamente nel cabaret Nacional di Prado e San Rafael. Non è più necessario ascoltare la sua canzone Sierra Maestra attraverso la radio clandestina. Assieme a questa, altre melodie salutano la Rivoluzione vittoriosa. Sono i tempi di Fidel è arrivato, interpretata da Rolando Laserie: Come lo sognò Martí, di Juan Arrondo con la voce di Orlando Vallejo: Insalata ribelle e Lettera a Fidel, incise dai popolarissimi Pototo e Filomeno per il marchio Puchíto. Fajardo e le sue  Le stelle impongono Los Barbudos e Pablo del Río “l’Usignolo di Spagna” presenta, a tempo di pasodoble, Ali di libertà, Miguel Ángel Ortíz da a conoscere la bellissima Canzone di libertà, di cui lo scriba ricorda alcune strofe.
Tornò all’Isola nell’agosto del 1960, quando fu espulso dal Costarica. Si celebrava a San José, capitale di questo paese del Centro America, la VI Riunione della Consulta degli Stati Americani dei Ministri degli Esteri dell’Organizzazione degli Stati Americani (OEA). Washington preparava il terreno per espellere Cuba da questo organismo continentale e circoli ufficiali costaricensi non nascondevano la loro ostilità verso la delegazione cubana che era capeggiata dal cancelliere Raúl Roa e il gruppo dei giornalisti di Prensa Latina, capitanato dal suo direttore Jorge Masetti. La polizia aveva cercato di evitare, levando bandiere e cartelloni, che i simpatizzanti con la Rivoluzione Cubana salutassero i suoi delegati, all’aeroporto. Le autorità avevano dato il permesso per un atto di solidarietà con Cuba in cui avrebbe partecipato Roa, ma al giungervi il ministro e la sua comitiva trovarono un cordone di polizia che impediva loro l’accesso. Roa volle superare l’assedio e fu al punto di essere vittima di un’aggressione. Mancò poco perché fossero sfoderate le armi dei custodi di Roa e del gruppo di poliziotti costaricensi. Daniel santos avrebbe cantato in questo atto. Non solo gli si impedì di farlo, ma decisero di espellerlo dal Paese. L’ambasciata cubana, allora, gli offrì ospitalità e il giorno seguente partì per l’Avana.
Lo scriba non può precisare se questa fu proprio la sua ultima visita. Ma quella città non era già più quella che conosceva e rimpiangeva. Si rese conto che la svolta sociale che prendeva l’Isola si allontanava sempre più dai suoi interessi. Se ne andò di nuovo e non tornò mai al Paese che gli dette tanta fama. Morì a Ocala, Florida, nel 1992.


Daniel Santos, “el Inquieto anacobero”
Ciro Bianchi Ross * 
digital@juventudrebelde.cu
19 de Julio del 2014 22:14:13 CDT

Pocos cantantes como el puertorriqueño Daniel Santos contribuyeron a
fundir en un solo estilo los modos de crear y cantar por Puerto Rico y
Cuba. Su largo contacto con lo mejor de la música cubana de los años
40 y 50 de la centuria pasada le confirió un sello de cubanía bien
perceptible en todas sus interpretaciones y composiciones, lo que le
asegura un sitial meritorio entre los grandes cantores de la música
cubana del siglo XX. “El Jefe”, como se le llama en Colombia y
recuerda Gabriel García Márquez en alguna de sus crónicas, fue un
exponente excepcional de la música popular bailable del Caribe.
Fue a finales de 1946 cuando el también puertorriqueño Bobby Capó lo
presentó en La Habana a Amado Trinidad, el entonces poderoso
propietario de la RHC Cadena Azul. De aquel encuentro surgió un
contrato para Santos. Debutó con el pie de la buena suerte en el
llamado Palacio de la Radio, la emisora de Prado 53. El número inicial
de la emisión de ese día era la canción Anacobero, del también
puertorriqueño Andrés Tallada. Por una equivocación, el locutor
presentó a Daniel como “el anacobero”. A partir de ese momento lo
identificaron por ese mote, que se hizo famoso en la Isla y al que se
le añadió el de “inquieto”, que correspondía con el carácter y la
personalidad del cantante. Con su modo de cantar el Inquieto anacobero
había impresionado a La Habana, tanto como esta ciudad impresionaba al
artista.
¿Qué Habana deslumbró a Daniel Santos? Josean Ramos en su libro sobre
el músico puertorriqueño --Vengo a decirle adiós a los muchachos, 1991--
dice que lo deslumbró el “delicioso caminar durante los atardeceres
por aquella Habana que entonces poseía los mejores cabarés del mundo
con las mujeres más eróticas que hayan visto ojos humanos”. Añade a
renglón seguido que en esos centros nocturnos se presentaban “los
mejores espectáculos del momento”, con Esther Borja y Jorge Negrete,
Celia Cruz, el trío Los Pancho y la rumbera Ninón Sevilla, mientras
que la radio dejaba escuchar a Miguelito Valdés, la Sonora Matancera,
Panchito Riset, Cascarita... “y todos los cantantes, rumberos y músicos
preferidos por los públicos exigentes”.
Y fueron precisamente esos públicos exigentes de Cuba los que poco a
poco moldearon a Daniel Santos como uno de los grandes cantantes del
mundo hispano de la época, escriben Olavo Alén y Ana Victoria Casanova
en su ensayo Tras la huella de los músicos puertorriqueños en Cuba.
Precisan: “Durante 15 años, Daniel Santos estuvo entrando y saliendo
de Cuba hacia Nueva York o hacia otras ciudades del continente
sudamericano y en cada entrada reafirmaba su condición de gran
intérprete de la música”.
Santos guardó siempre un buen recuerdo de Amado Trinidad, “el primer
empresario cubano --aseguraba-- que pagó un sueldo decente en la radio”,
pero cuando ambos hombres se encontraron, ya el puertorriqueño llevaba
años de iniciado en la música cubana. Ese inicio ocurrió en 1941
cuando, a causa de una discusión, el cantante cubano Miguelito Valdés
abandona la orquesta de Xavier Cugat. Cugat pide entonces a Santos que
cante con su orquesta en el hotel Waldorf Astoria, de Nueva York. Para
entonces, el puertorriqueño cantaba en el Cuban Casino y empezaba a
darse a conocer por el público cubano.
Después del contrato con la RHC Cadena Azul vinieron altas y bajas. En
Radio Cadena Suaritos, de La Habana, alternó durante una corta
temporada con intérpretes como Toña la Negra, y en Radio Progreso
cantó con el acompañamiento de la que algunos consideran una de las
grandes agrupaciones musicales de todos los tiempos, la Sonora
Matancera. Con esta agrupación pasa a CMQ y se presenta en Cascabeles
Candado, quizá el programa de mayor audiencia en ese momento. El mismo
Daniel dijo en una ocasión: “Hay quienes sostienen que yo hice a la
Sonora Matancera. Otros, que la Sonora me hizo. Nos beneficiamos
mutuamente...”. Lo cierto es que con el primer disco que grabó con esa
orquesta alcanzó Daniel Santos la cúspide de la fama. Piezas que
entonces llevó al acetato, con el respaldo de la Sonora Matancera,
trascendieron en el tiempo a la propia vida del intérprete. Tales son
los casos de Noche de ronda, de Agustín Lara; Cuidadito compay gallo,
de Ñico Saquito, y Dos gardenias, de Isolina Carrillo; “gardenias que
no se marchitan desde que él las cultivó con su canto”.

El columpio de la vida

“La oligarquía hubiera deseado quemarlo, atizando la candela con sus
discos. Los pequeños burgueses de izquierda lo trataron como otro
<opio del pueblo>. Es que era un cantor de la marginalidad, o sea, de
las mayorías. Era rey para obreros, negros, desempleados, matones,
amas de casa y putas. Sus boleros, guarachas, mambos y sones
estuvieron en cumpleaños, bodas, fiestas de pueblo y bares de "mala
muerte", escribe el colombiano Hernando Calvo Ospina. Añade que al
inquieto anacobero se le veneraba y de puro milagro no lo elevaron a
los altares.
Nació en 1916, en Santurce, Puerto Rico, hijo de un carpintero y de
una costurera. Pronto tuvo que abandonar los estudios primarios y
salir a la calle a limpiar zapatos. Tenía nueve años cuando su familia
se instaló en Nueva York. Pese al cambio de geografía, la situación no
mejoró y, para ayudar al sustento de los suyos vendió hielo y carbón,
barrió calles y destupió cloacas. Su entrada en la música fue casual y
quizá haya mucho de leyenda en la historia. Se dice que una tarde
cantaba bajo la ducha y su voz se oía en la calle cuando acertó a
pasar por allí el integrante de un trío musical. El tipo, admirado,
quiso conocerlo. Insistió. En la puerta de la casa, con una toalla
enrollada en la cintura, Santos aceptó ser parte de ese grupo. Así
empezó su vida de cantante. Luego, en 1938, conoció a su compatriota y
compositor Pedro Flores, encuentro que resultaría decisivo en la vida
del futuro anacobero.
A partir de ahí se labró y paseó por toda América con un estilo único,
dejando a su paso, dice Miguel López Ortiz, una estela de leyenda,
recuerdos imborrables, un anecdotario monumental, muchísimas
grabaciones e hijos en no pocos casos. Interviene en filmes como Ángel
caído, producción cubano-mexicana del director José Ortega; Ritmos del
Caribe y Rumba en televisión, con dirección este último de Evelia
Joffre y las actuaciones de Rolando Ochoa y Lolita Berrios.
Cuba le inspiró no pocas de las 400 piezas que decía haber escrito.
Entre estas, el bolero El columpio de la vida, compuesta tras una
caminata por el Malecón, Déjame ver a mi hijo, reclamo a su esposa
Eugenia que le impedía el encuentro con Danielito, y Virgen de la
Caridad, que escribió estando preso en el Castillo del Príncipe.
Amigote es otra de esas composiciones y describe, mejor que en
cualquier otra de las suyas, la intensa vida de bares y cantinas del
artista.
Mucho se ha escrito acerca de Daniel Santos. La inmensa mayoría de los
artículos y crónicas, incluso libros que se le han dedicado, se
centran en su quehacer profesional y sobre todo en su vida desordenada
y repleta de alcohol, mujeres y riñas.
Pocos de esos textos recuerdan declaraciones como esta: “Yo entro a
cualquier barrio del mundo, porque en todos se habla un idioma común,
el idioma de la pobreza, y aunque haya matones, tecatos, putas y
contrabandistas, siempre me respetan. Para otros, son barrios malos,
para mí, no. Yo sé lo que ha pasado esa gente porque yo nací así, qué
carajo. Nací pobre y al pobre le echan la culpa de todo lo malo. Hay
gente noble en esos lugares atestados de dolor (...) Yo conozco todos
esos barrios de Latinoamérica, he estado en todas sus barras, me he
dado el trago con todos sus borrachos (...) En estos lugares hay poco
dinero, y donde hay poco dinero, hay delincuencia, hay necesidad, hay
que robar. Esa es la realidad de esos sectores marginados que tanto
han contribuido al desarrollo de la música popular latinoamericana”.

En un bar de Maracaibo

En 1957, en un bar de Maracaibo, Venezuela, escribió Daniel Santos,
sobre una servilleta, su canción Sierra Maestra. Nadie quiso grabarla
en Caracas y tuvo que grabarla en Nueva York. Recibió como pago las
primeras mil copias del disco. Poco a poco las fue vendiendo y mandó a
Cuba unos escasos ejemplares. Una de esas copias llegó a poder de la
guerrilla fidelista que comenzó a pasarla por su emisora, Radio
Rebelde, que transmitía desde las montañas orientales. Eso hizo que
Daniel Santos fuera acusado de comunista y de amigo personal de los
barbudos.
En los días iniciales de enero de 1959, Daniel Santos vio la entrada
triunfal del Ejército Rebelde en La Habana. En el mes de febrero se
presenta en el cabaré Venecia, de la ciudad de Santa Clara, y está
después en el cabaré Nacional, de Prado y San Rafael. Ya no se hace
necesario escuchar su canción Sierra Maestra a través de la radio
clandestina. Junto con esta, otras melodías saludan la Revolución
victoriosa. Son los tiempos de Fidel ya llegó, interpretada por
Rolando Laserie; Como lo soñó Martí, de Juan Arrondo en la voz de
Orlando Vallejo; Ensalada rebelde y Carta a Fidel, grabadas por los
popularísimos Pototo y Filomeno para el sello Puchito. Fajardo y sus
estrellas imponen Los barbudos, y Pablo del Río, “el Ruiseñor de
España”, acomete, en tiempo de pasodoble, Alas de libertad. Miguel
Ángel Ortiz da a conocer la bellísima Canción de Libertad, algunas de
cuyas estrofas recuerda todavía el escribidor.
Volvió a la Isla en agosto de 1960 cuando lo expulsaron de Costa Rica.
Se celebraba en San José, capital de ese país centroamericano, la VI
Reunión de Consulta de los Ministros de Relaciones Exteriores de la
Organización de Estados Americanos (OEA). Washington abonaba el
terreno para conseguir la expulsión de Cuba de ese organismo
hemisférico y círculos oficiales ticos no ocultaban su hostilidad
hacia la delegación cubana, que encabezaba el canciller Raúl Roa y el
grupo de periodistas de Prensa Latina,  capitaneado por su director,
Jorge Ricardo Masetti. La Policía había intentado evitar, quitándoles
banderas y pancartas, que los simpatizantes con la Revolución Cubana
saludaran a sus delegados en el aeropuerto. Las autoridades habían
dado el permiso para un acto de solidaridad con Cuba, en el que
participaría Roa, pero al llegar allí el Ministro y su comitiva
encontraron que un cordón policial les vedaba el acceso. Quiso Roa
traspasar el cerco y estuvo a punto de ser víctima de una agresión.
Poco faltó para que quedaran desenfundadas las armas de los custodios
de Roa y del grupo de policías costarricenses. Daniel Santos cantaría
en ese acto. No solo se le impidió hacerlo, sino que decidieron
expulsarlo del país. La Embajada cubana le ofreció entonces
hospitalidad y al día siguiente viajó a La Habana.
No puede precisar el escribidor si esa fue su última visita. Pero ya
aquella ciudad no era la que él conocía y añoraba. Se percató de que
el giro social que tomaba la Isla se alejaba cada vez más de sus
intereses. Se fue de nuevo y nunca más regresó al país que le dio
tanta fama. Falleció en Ocala, Florida, en 1992.
     
Ciro Bianchi Ross
cbianchi@enet.cu