lunedì 30 novembre 2015

Lucho Gatica all'Avana, di Ciro Bianchi Ross

Pubblicato su Juventud Rebelde del 29/11/15 

Poco tempo fa, un amico cileno mi raccontava della sua recente conversazione con Lucho Gatica. Il famoso bolerista cileno, di quasi 90 anni d’età e residente a Miami, ricordava con nostalgia i suoi giorni cubani.
Non poteva essere diversamente perché Lucho fu un idolo nella Cuba della decade del ’50. Basta dire che nella hit parade del 1958 – dato a conoscere il 21 dicembre di quell’anno – tre pezzi interpretati da lui appaiono fra le quattordici selezionate e sono: Piccolissima serenata, di Teddy Reno (non di Renato Carosone come citato, n.d.t.), Allá tú, di Álvaro Carrillo e Regresa a mí, di Carmen Lombardo.
Lucho è venuto per la prima volta all’Avana nel 1954, contrattato da Radio Progreso, l’onda dell’allegria. Era poco meno che uno sconosciuto. Il successo che raccolse qui, allora, gli servì da passaporto nella capitale messicana dove consolidò la sua fama.
Gaspar Pumarejo lo porta nel 1957 per presentarlo alla “Scuola di Televisione” che va in onda di sera sul Canale 2- tele Mundo.
È il momento di punta di Lucho Gatica nell’Isola.
Cristòbal Díaz Ayala dice: “Pumarejo aveva un istinto innato per contrattare artisti. O portava figure al vertice della fama, come Sarita Montiel o Liberace o cercava figure fino allora praticamente sconosciute e le convertiva in idoli, come fece con Lucho Gatica, Paco Michel e Luís Aguilé”.
Pumarejo che è il pioniere della TV a Cuba, ha una straordinaria capacità pubblicitaria ed è capace, dicono quelli che lo conobbero da vicino, di perfezionare un’idea aliena e portarla alle ultime conseguenze. I suoi programmi sono carenti del boato come quelli della CMQ, non sono El cabaret Regalías, con Rolando Ochoa come animatore, né Jueves de Partagás con Enrique Santiesteban; non conta nemmeno con il capitale e l’influenza di Goar Mestre, il magnate del Radiocentro, ma è simpatico, convince e alla gente piace quello che fa, si mette sempre il pubblico in tasca. È un uomo capace di fare uno spettacolo con pane e chorizo – il choripan – che distribuisce nello studio.
Un giorno pumarejo ha una delle sue idee geniali. Decide di portare all’Avana, con tutte le spese pagate, trenta musicisti cubani che sono dispersi nel mondo al fine che partecipino qua a unas giornata che porterà il titolo di Cinquant’anni di musica cubana. Nel gruppo vengono Machito, Vicentico Valdés, Antonio Machín, Zenaida Manfugás, Chiquito Socarrás... Viene, fra gli altri, Antonio Picallo che può reincontrarsi con sua madre dopo ventisette anni senza avere notizie di lei.
Pumarejo decide di omaggiarli in un evento mostruoso nel Grande Stadio del Cerro, attuale Stadio Latinoamericano, il 24 febbraio del 1957.
Lì c’è Lucho Gatica che in questi giorni è la stella dei programmi televisivi dell’impresario.
Giunto il suo turno, Pumarejo domanda a Lucho del tempo che ha trascorso senza vedere sua madre e quando tornerà a vederla. In gennaio, risponde l’artista che è quando potrà tornare in Cile. Pumarejo gli riserva una sorpresa. Dice che ha fatto un collegamento a catena e che potrà vedere sua madre in televisione. Effettivamente, una signora dal viso molto serio, appare su umo schermo gigante e parla con suo figlio. Lucho si strofina gli occhi; non crede a quello che sta succedendo e Pumarejo, senza dargli tempo di riflettere, svela il trucco: la signora è lì, nello stadio, perché Pumarejo l’ha fatta venire dal Cile segretamente.
Lucho gatica piange. La madre piange. Piange Pumarejo. Piangono le trenta mila persone che riempiono il recinto. Piangono i telespettatori.
Piange lo scriba che allora era un bambino. L’uomo del choripan è l’eroe della giornata.

Salto alla fama

Le date delle visite si confondono, forse i protagonisti e l’ordine in cui si registrarono le canzoni. Lucho è venuto varie volte e in certe occasioni trascorse quì lunghe stagioni. Sembra che fu Olga Guillot che propiziò la prima visita di Lucho Gatica all’Avana. La donna che ispirò a René Touzet il suo celebre bolero  La noche de anoche, lo sentì cantare in Cile e si stupì. Lucho che dava i suoi primi passi nel bolero, allora cantava tanghi, cuecas e altre arie folkloristiche della sua terra. Cantò per lei accompagnandosi con la sua ghitarra e lei, improvvisando, interpretò per lui boleri di José Antonio Méndez e César Portillo de la Luz. La Guillot chiese al suo rappresentante Eugenio (Tito) Garrote che facesse la gestione per un viaggio a Cuba di Lucho che all’epoca era il luogo obbligato per il salto alla fama di un artista. “Lui si entusiasmò con il feeling e terminò registrando boleri come Delirio, La gloria eres tú, Contigo en la distancia...” ricordava la Guillot, anni dopo. E lui, compiaciuto, ricordava: “Olga diceva che lei e io eravamo i reali  del bolero”.
Si presenta al Montmartre, il fastoso cabaret di 23 e P, nel Vedado, come parte di un elenco che comprende Edith Piaf.
Poi effettua una lunga stagione nel Parisién del Hotel Nacional, dove lo accompagna al piano Frank Dominguez, di cui registrerà Tú me acostumbraste. Incide anche, con l’accompagnamento del quartetto de Aida, No puedo ser felíz, di Adolfo Guzmán e por nuestra cobardía, di José Antonio Méndez. Per questi due numeri ha al piano Frank Emilio che anni dopo, ricorderà come “un musicista tremendo, meraviglioso”.
Portò all’acetato pezzi di non pochi compositori cubani come Tania Castellanos (En nosotros), José Antonio Méndez (La gloria eres tú e Novia mía), Portillo de la Luz (Delirio), René Touzet (La noche de anoche), Pedro Junco (Nosotros), Osvaldo Alburquerque (Triste condena)...Di Urbano Gómez Montiel registra Canta lo sentimental che gli giunge grazie a Bola de Nieve. A Cuba la cantano Portillo Scull, Gina León ed Elena Burke. Lucho lo trasforma in un successo anche se la versione del cubano Roberto Ledesma fu la più diffusa in tutta l’America.
Interpreta anche Total. Il suo autore, Ricardo García Perdomo la mantiene inedita per oltre dieci anni e quando la “scioglie” è il finimondo.
Nel dicembre del 1959, lo stesso anno in cui esce sul mercato, raggiungeva la insolita cifra di quaranta versioni, fra di esse quelle di Bertha Dupuy, Olga Guillot, fernando Álvarez...Ñico Membiela vende quindici mila copie della sua incisione di Total e un’altro cubano Celio González, in Messico, cinquantatré mila copie in soli tre mesi. La incide anche Lucho Gatica che col passare degli anni riconoscerà che Contigo en la distancia di portillo de la Luz fu il suo primo grande successo discografico. Per certo nel registrarla, cambiò il testo (non il senso) di uno dei suoi versi, cosa che il suo autore uomo acido e ruvido, non tardò a rinfacciargli. No puedo ser feliz e Por nuestra cobardía, hanno pure marcato dei successi, secondo sua propria confessione.
Suoi successi furono anche Reloj, La barca, Historia de un amor, La puerta, Vanidad, Esperame en el cielo, Sinceridad, Encadenados…Di Agustín Lara interpretò: Solamente una vez, Santa, Noches de Veracruz, María bonita. Di Armando Manzanero che fu il suo accompagnatore al piano, Voy a apagar la luz. Risulta impossibile, per lo scriba, tralasciare di citare le sue versioni di Bésame mucho, della messicana Consuelo Velázquez e No me platiques más del pure messicano Vicente Garrido. Lucho la ascoltò da Bola de Nieve e si innamorò del pezzo.
La cantò e la fece sua per sempre. Dirà: “Questa è la canzone che mi identifica, è la mia canzone. Chiunque mi vede per strada mi canta; No me platiques más”.
Lucho Gatica fu presentato a Cuba come “la voce nuova del bolero”.
Quello che è certo è che l’Avana, coi suoi grandi cabaret, canali di televisione, imprese discografiche e pubblicitarie, le sue luci e notti senza fine, cambiarono il ritmo della vita dell’artista. Specialisti affermano che Lucho non assunse il bolero nel modo tradizionale né alla maniera del feeling. Il suo era puro romanticismo, un invito costante all’intimità. In luogo di cantarle, accarezzava le parole e strusciava provocatoriamente le sue labbra col microfono. “Io cantavo in un modo sensuale” dirà più tardi. La critica precisa; “Non ci fu chi non sognasse e si innamorasse con la sua voce profonda e armoniosa”.
Alcuni, oggi, parlano di “luchomania” per definire i sentimenti di simpatia e ammirazione che suscitò nell’Isola. Quella luna di miele, senza dubbio, durò quello che durano le lune di miele. Nel 1959 sopravvenne il divorzio: Lucho non comprese la giustezza della Rivoluzione, fece dichiarazioni molto dure contro e quelli che fino ad allora lo seguivano e ammiravano cominciavano a voltargli le spalle.
Ha sempre detto che ama profondamente Cuba. In ogni modo la sua fama saltò dall’Avana al Messico, Venezuela, Argentina, Perù. In Brasile i suoi successi forono da apoteosi. Passò per Spagna, Portogallo e luoghi più distanti come Filippine, Giappone e Medio Oriente. Nel 1966 si calcolava che aveva venduto circa 22 milioni i dischi, nonostante che nel 1961 un malanno alle corde vocali che si aggraverà con gli anni, lo obbligò a ridurre la frequenza delle incisioni e l’intensità degli spettacoli dal vivo.

50 canzoni immortali

Luis Enrique Gatica Silva – Lucho Gatica – nacque a Rancagua l’11 agosto 1928. Era uno dei sette figli nati dal matrimonio tra Agustín, piccolo agricoltore e comerciante e Juana, amante della musica. La morte del padre, nel 1933, fece si che la famiglia conoscesse ogni tipo di privazioni. Fece gli studi nei collegi dei fratelli Maristas e si iscrisse in una scuola tecnica per meccanici dentisti, studi che concluse, anche se non esercitò mai. Già si inclinava verso la musica e un disco di arie folkloristiche cilene, inciso in duo con suo fratello Arturo, gli aprì le porte delle emittenti locali.
Da allora ha inciso una ventina di album discografici, fra i quali quello che ha per titolo 50 canzoni immortali (2002). Nel 2013 presentò il suo disco Historia de amor dove, in duetto con grandi figure della musica mondiale come Laura Pausini e Nelly Furtado, canta nuove versioni di vecchi boleri. Partecipò in 15 pellicole, quasi tutte filmate prima del 1960 in Messico, Paese dove inoltre fece molta televisione. Gli scrittori peruviani Mario Vargas Llosa e Alfredo Bryce Echenique evocano in vari dei loro libri la figura di Lucho, le sue visite a Lima e il significato che ebbero per loro le sue canzoni. Si è sposato tre volte ed ha sette figli.
Nell’anno 2000, Rancagua, sua terra natale, gli rese omaggio. Due anni dopo gli resero onore  nel XLIII Festival Internazionale della Canzone di Viña del Mar, ma la sua voce già in decadenza deluse il pubblico. Poco dopo, il Governo del Cile gli concedeva l’Ordine al Merito Gabriela Mistral per l’apporto realizzato alla storia musicale del suo Paese. Il 7 novembre 2007 ricevette il Grammy Latino per l’Eccellenza e il 25 gennaio del 2008 fu immortalato con la stella numero 2354 del viale della Fama di Hollywood, essendo il secondo cileno, dopo Don Francisco a ricevere tale riconoscimento. Più di recente ricevette lOrdine al merito Pablo Neruda, la massima distinzione del Consiglio della Cultura e le Arti cilene per figure con un’attività artistico-culturale di livello internazionale.
Noi che abbiamo potuto vederlo e ascoltarlo all’Avana degli anni .50, continuiamo a ricordarlo.


Lucho Gatica en La Habana,
Ciro Bianchi Ross

Hace poco un amigo chileno me contaba de su conversación reciente con Lucho Gatica. El afamado bolerista, con casi 90 años de edad y radicado en Miami, evocaba con alegría y nostalgia sus días cubanos.
No podía ser de otro modo porque Lucho fue todo un ídolo en la Cuba de la década de 1950. Baste decir que en el hit parade de 1958 —dado a conocer el 21 de diciembre de ese año— tres piezas interpretadas por él aparecen entre las catorce seleccionadas. Son: Picolissima serenata, de Renato Carossone, Allá tú, de Álvaro Carrillo y Regresa a mí, de Carmen Lombardo.
            Lucho vino por primera vez a La Habana en 1954, contratado por Radio Progreso, La onda de la alegría. Era poco menos que desconocido. El éxito que cosechó  aquí entonces le sirvió de pasaporte en la capital mexicana, donde consolidó su fama.
            Gaspar Pumarejo lo trae en 1957 para se presente en su Escuela de Televisión que sale al aire en las noches, por el Canal 2-Tele Mundo.
Es el momento cumbre de Lucho Gatica en la Isla.
            Dice Cristóbal Díaz Ayala: «Tenía Pumarejo un instinto innato para contratar artistas. O traía figuras en el apogeo de la fama, como Sarita Montiel o Liberace o buscaba figuras hasta entonces prácticamente desconocidas y las convertía en ídolos, como hizo con Lucho Gatica, Paco Michel y Luis Aguilé».
            Pumarejo, que es el pionero de la TV en Cuba, tiene una extraordinaria capacidad publicitaria y es capaz, dicen los que lo conocieron de cerca, de perfeccionar una idea ajena y llevarla hasta sus últimas consecuencias. Sus programas carecen del boato de los de la CMQ, no son El  cabaret Regalías, con Rolando Ochoa como animador, ni Jueves de Partagás, con Enrique Santisteban; tampoco  cuenta con el capital ni la influencia de Goar Mestre, el magnate de Radiocentro, pero es simpático, convence,  y a la gente le gusta lo que hace, se mete siempre al público en el bolsillo.  Es un hombre capaz de hacer un espectáculo con el pan con chorizo —el choripán— que reparte en el estudio.
            Un día Pumarejo tiene una de sus ideas geniales. Decide traer a La Habana, con  todos los gastos cubiertos, a treinta  músicos del patio que andan dispersos por el mundo  a fin de que participen aquí en una jornada que llevará el título de Cincuenta años de música cubana.  En el grupo vienen Machito, Vicentico Valdés, Antonio Machín, Zenaida Manfugás, Chiquito Socarrás… Viene, entre otros, Antonio Picallo que puede reencontrarse con su madre tras veintisiete años sin saber una palabra acerca de ella.
            Pumarejo decide agasajarlos con un acto monstruoso en el Gran Stadium del Cerro, actual Estadio Latinoamericano, el 24 de febrero de 1957.
Allí está Lucho Gatica que es, en esos días, la estrella de los programas televisivos del empresario.
            Llegado su turno, Pumarejo pregunta a Lucho sobre el tiempo que lleva sin ver a su madre y cuándo volverá a verla. Hasta enero, responde el artista, que es cuando puede viajar a Chile. Pumarejo  le tiene una sorpresa. Dice  que ha hecho una conexión en cadena y  podrá ver a su madre por televisión. En efecto, una señora, con el rostro muy serio, aparece en una pantalla gigante y le habla a su hijo. Lucho se frota los ojos; no da crédito a lo que está pasando, y Pumarejo, sin darle tiempo  a reaccionar, devela el truco: la señora está allí mismo, en el estadio, porque Pumarejo, en secreto,  la trajo desde Chile.
            Llora Lucho Gatica. Llora la madre. Llora Pumarejo. Lloran las treinta mil personas que colman el recinto. Lloran los televidentes.
Llora el escribidor que entonces era un niño. El hombre del choripán es el héroe de la jornada.

SALTO A LA FAMA

Se confunden las fechas de las visitas  y tal vez los protagonistas  y el orden en que se grabaron  las canciones. Lucho vino varias veces y en ocasiones pasó aquí largas temporadas.  Parece que fue Olga Guillot quien propició  la primera visita de Lucho Gatica a La Habana. La mujer que inspiró a René Touzet su muy célebre bolero La noche de anoche, lo oyó cantar en Chile y se maravilló. Lucho, que daba sus primeros pasos en el bolero,  cantaba entonces  tangos y cuecas y otros aires folclóricos de su tierra. Cantó él para ella acompañándose con  su guitarra y ella, a capela, interpretó para él boleros de José Antonio Méndez y César Portillo de la Luz. La Guillot pidió a su representante Eugenio (Tito) Garrote que  gestionase a Lucho  un viaje a Cuba que era, en la época,  el sitio obligado de un artista para saltar a la fama. «Él se entusiasmaría con el filin, y terminaría grabando boleros como Delirio, La gloria eres tú, Contigo en la distancia…» recordaba la Guillot años después. Y él, complacido,
rememoraba: «Olga decía que ella y yo éramos los reyes del bolero».
            Se presenta en el Montmartre, el fastuoso cabaret de 23 y P, en el Vedado, como parte de un elenco en que también figura Edith Piaf.
Hace luego una larga temporada en el Parisién, del Hotel Nacional, donde lo acompaña al piano Frank Domínguez, de quien grabará su Tú me acostumbraste. Graba además, con el respaldo del cuarteto de Aida,  No puedo ser feliz, de Adolfo Guzmán,  y Por nuestra cobardía, de José Antonio Méndez. Para estos dos números tiene al piano a Frank Emilio, a quien años después evocará como «un músico tremendo, maravilloso».
            Llevó al acetato piezas de no pocos   compositores cubanos como Tania
Castellanos (En nosotros) José Antonio  Méndez (La gloria eres tú y Novia mía) Portillo de la Luz (Delirio) René Touzet (La noche de
anoche) Pedro Junco (Nosotros) Osvaldo Alburquerque (Triste condena)… De Urbano Gómez Montiel graba Canta lo sentimental, que le llega gracias a Bola de Nieve. La cantan en Cuba Portillo Scull, Gina León y Elena Burke. Lucho la convierte en un éxito, aunque la versión del cubano Roberto Ledesma fue la más difundida en toda América.
Interpreta asimismo Total. Su autor Ricardo García Perdomo la mantiene inédita durante más de diez años y cuando la «suelta» es el acabose.
En diciembre de 1959, el mismo año en que sale al mercado, acumulaba la insólita cifra de cuarenta versiones, entre ellas las de Bertha Dupuy, Olga Guillot, Fernando Álvarez… Ñico Membiela vende quince mil copias de su grabación de Total, y otro cubano, Celio González, en México, cincuenta y tres mil copias en solo tres meses. La graba también Lucho Gatica, que al cabo de los años reconocería que Contigo en la distancia, de Portillo de la Luz fue su primer gran éxito discográfico. Por cierto, al grabarla cambió la letra (no el sentido) de uno de sus versos, lo que su autor, hombre ácido y arisco, no demoró en echárselo en cara.  No puedo ser feliz y Por nuestra cobardía también marcaron éxitos en su carrera, según confesión propia.
            Éxitos suyos fueron también Reloj, La barca, Historia de un amor, La puerta, Vanidad, Espérame en el cielo, Sinceridad, Encadenados… De Agustín Lara interpretó  Solamente una vez, Santa, Noches de Veracruz, María Bonita. De Armando Manzanero, que fue su pianista acompañante, Voy a apagar la luz.  Resulta imposible para el escribidor dejar de mencionar sus versiones de Bésame mucho, de la mexicana Consuelo Velázquez, y No me platiques más, del también mexicano Vicente Garrido. Lucho se la escuchó a Bola de Nieve y se enamoró de la pieza.
La cantó y la hizo suya para siempre. Diría: «Esa es la canción que me identifica, es la canción mía. Todo el mundo que me ve en la calle, me
canta: No me platiques más»..
            A Lucho Gatica se le presentó en Cuba como «la nueva voz del bolero».
Lo cierto es que La Habana, con sus grandes cabarets, canales de televisión, empresas disqueras y publicitarias, sus luces y noches sin fin, le cambió el ritmo a la vida del artista. Afirman especialistas que Lucho  no asumió el bolero  de la manera tradicional ni a la manera del filin. Lo suyo era puro romanticismo, una invitación constante a intimar. En lugar de cantarlas, acariciaba las letras y rozaba provocativamente sus labios con el micrófono. «Yo cantaba de una manera sensual», diría más tarde. Precisa la crítica: «No hubo quien no soñara y se enamorara con su voz profunda y armoniosa».
Algunos hablan hoy de «luchomanía» para definir los sentimientos de simpatía y admiración que despertó en la Isla. Aquella luna de miel, sin embargo,  duró lo que duran las lunas de miel. En 1959 sobrevino el divorcio: Lucho no entendió  la justeza de la Revolución, hizo declaraciones en contra muy duras y muchos de los que hasta entonces lo seguían y admiraban empezaron a darle de lado.
Siempre ha dicho que ama profundamente a Cuba. De cualquier manera su fama saltó de La Habana a México, Venezuela, Argentina, Perú. En Brasil, sus éxitos fueron apoteósicos. Pasó a España y Portugal y a lugares más distantes como Filipinas, Japón, Medio Oriente. En 1966 se calculaba que había vendido unos veintidós millones de discos, pese  a que desde 1961 un desgaste en las cuerdas vocales  que se recrudecería con los años,  lo obligaba a reducir la frecuencia  de las grabaciones y la intensidad de  los espectáculos en vivo.

50 CANCIONES INMORTALES

Luis Enrique Gatica Silva —Lucho Gatica— nació en Rancagua el 11 de agosto de 1928. Era uno de los siete hijos del matrimonio de Agustín, pequeño agricultor y comerciante,  y Juana, amante de la música. La muerte del padre, en 1933, hizo que la familia conociera todo tipo de privaciones. Hizo estudios en colegios de los hermanos Maristas y matriculó en una escuela técnica para hacerse mecánico dental, estudios que concluyó, aunque  nunca ejerció. Ya se inclinaba hacia la música y un disco con aires folclóricos chilenos grabados a dúo con su hermano Arturo, le abrió puertas en emisoras locales.
Desde entonces grabó unos veinte albúmenes discográficos, entre ellos el que lleva el título de 50 canciones inmortales (2002). En 2013 presentó su disco Historia de un amor, donde, a dúo con figuras de la música mundial, como Laura Pausini y Nelly Furtado, canta nuevas versiones de viejos boleros. Participó en quince películas, casi todas filmadas antes de 1960, en México, país donde hizo además mucha televisión. Los escritores peruanos Mario Vargas Lelosa y Alfredo Bryce Echenique evocan en varios de sus libros la figura de Lucho, sus visitas a Lima y la significación que para ellos tuvieron sus canciones. Se casó tres veces y tiene siete hijos.
En el año 2000, Rancagua, su región natal,  le rindió homenaje.  Dos años después le rindieron honores en el XLIII Festival Internacional de la Canción de Viña del Mar, pero su voz ya en decadencia decepcionó al público. Poco después, el gobierno de Chile le concedía la Orden al Mérito Gabriela Mistral por el aporte realizado a la historia musical de su país. El 7 de noviembre de 2007 recibió el Grammy Latino a la Excelencia, y el 25 de enero de 2008 fue inmortalizado en la estrella número 2354 del Paseo de la Fama de Hollywood, siendo el segundo chileno, después de Don Francisco, en recibir tal reconocimiento. Más recientemente recibió la Orden al Mérito Pablo Neruda, la máxima distinción del Consejo de la Cultura y las Artes chilenas  a figuras con un  quehacer artístico-cultural de alcance internacional.
Los que  pudimos verlo y escucharlo en La Habana de los años 50 seguimos recordándolo.

Ciro Bianchi Ross


domenica 29 novembre 2015

Vincita

VINCITA: enologo

sabato 28 novembre 2015

Cuba, embargo, Obama, internet e parabole

Chissà che notizie arrivano in Italia o si guardano solo le figure stampate o la tv senza audio. Su Cuba esiste ancora l'embargo che NON può essere revocato dal presidente, ma deve essere approvata un'apposita legge dal congresso. È vero che il presidente (Obama in questo caso) ha alcune possibilità di manovra per ammorbidirlo e in alcuni sporadici casi, peraltro non molto importanti, lo ha fatto. C'è uno di questi casi ancora in sospeso: le telecomunicazioni e internet.  Non è possibile che per aprire un sito, dalla rete domestica debbano passare anche 30 o 40 minuti...quando si riesce. Allora, quando si ammorbidirà l'embargo in questo senso? Non sono gli Stati Uniti in testa a volere la libera circolazione di idee e informazione? Certo a Cuba rimane una pietra nella scarpa: la liberalizzazione delle parabole satellitari. Che sia questo uno degli ostacoli per l'arrivo di tecnologia e facilitazioni di accesso alla rete delle reti?

Vignetta

VIGNETTA: piccolo terreno coltivato a vite

venerdì 27 novembre 2015

Voli diretti Avana/Miami...da non credere

Come annunciato, dal 1° novembre scorso si è aperta per gli stranieri residenti a Cuba, la possibilità di fare il viaggio con volo diretto, senza dover passare da Paese terzo. La follia è che l'unica agenzia abilitata ad emettere i biglietti è Havanatur che peraltro non fornisce l'ESTA, ovvero la richiesta di entrata negli USA per i cittadini che non necessitano visto consolare, inoltre e qui viene il bello, il volo di andata dall'Avana include una valigia da 20 kg. free, mentre il ritorno...dipende dalla compagnia di charter operante. (Havanatur non è in grado di fornire il nome della compagnia per il volo di ritorno, pertanto è una lotteria). La maggioranza di queste fa pagare 2 dollari al kg. per TUTTO il bagaglio, compreso quello a mano, oltre a 20 dollari per ogni pezzo che si trasporta. Alcune invece (bontà loro) fanno pagare i 20 dollari per collo, ma "elargiscono" la possibilità di 20 kg. gratis.
Come si dice a Miami...se no i xé mati no i volemo, ciò.

Pronta a partire la 37ma edizione del festival del Nuovo Cine Latinoamericano

Silenzio, luci e motore. Prossimo ciack per questa edizione numero 37 che è andata in crescendo come era facile prevedere. 138 pellicole in concorso divise in: lungometraggi e cortometraggi di fiction, documentari, animazione e opere prime. Oltre ai film saranno presentate 24 sceneggiature inedite e 24 cartelloni cinematografici.
In questa edizione sarà reso un particolare omaggio a Mario Monicelli e oltre 400 pellicole di varie provenienze e soggetti saranno presentate fuori concorso nelle sale dell'Avana e di altre città cubane che fungeranno da sub sede dell'evento.


Vidimare

VIDIMARE: ho visto la distesa azzurra

mercoledì 25 novembre 2015

Di ritorno, di Ciro Bianchi Ross

Pubblicato su Juventud rebelde del 22/11/15

Già da qualche tempo, nel citare Osvaldo Farrés, ho detto in questa pagina che questo famoso compositore cubano aveva dedicato a sua madre il pezzo che porta, precisamente, il titolo Madrecita. Il dottor Rafael Borroto Chao, in disaccordo con la mia affermazione, disse che questa melodia che fino al 1959 si cantava fino allo sfinimento nella giornata della mamma, fu ispirata non dalla genitrice di Farrés, ma la madre del presidente Carlos Prío Socarrás. Lo scriba allora ha consultato Cristóbal Díaz Ayala, musicologo cubano residente a Portorico e l’autore di Cuando salí de La Habana e Música cubana; del areíto al rap, fra i molti titoli, confermó quanto detto. Fu la madre di Farrés quella che ispirò Madrecita e non doña Regla Socarrás. Così disse a Díaz Ayala lo stesso compositore in un’intervista.
Un altro erudito della nostra musica, Gaspar Marrero Pérez de Urría, autore di Presencia espirituana nella fonografia musicale cubana, si affaccia adesso alla palestra per puntellare quello dichiarato dallo scriba.
Nel suo messaggio elettronico Gaspar Marrero dice:
“Ho letto il tuo riferimento sul bolero Madrecita, di Osvaldo Farrés e mi è sembrato necessario farti giungere la trascrizione di una incisione speciale del marchio Panart che secondo Díaz Ayala, appare senza codice commerciale (vale a dire senza numero). Il disco conserva, in una delle sue facce, questo bolero interpretato da Fernando Albuerne con l’orchestra diretta Enrique González Mántici e il trio delle sorelle Lago. Nell’altra, usando frammenti dell’incisione anteriore come sottofondo, si sentono queste parole nella voce del proprio Osvaldo Farrés che trascrivo di seguito: ‘Madrecita questa canzone é scritta per te e in questa mia ispirazione, vogliodistribuire l’affetto sentito a tutte le madri del mondo, per essere buone, abnegate e sante. Siano per te queste frasi nate nel più profondo della mia anima, perché tu sei l’incarnazione suprema di tutta la nobiltà e di tutta la grandezza che c’è nel mondo.
A te ricorriamo sempre, quale scrigno d’amore che conserva tutte le nostre angustie, pene e gioie. Nella nostra immaginazione sei la nostra risorsa e consolazione. E la nostra unica verità. Il tuo istinto materno e il tuo amore hanno il sapore di tutte le tenerezze e di tutti i sacrifici. Come il tuo affetto non ce n’è altro. Tu sei quello che di realmente positivo c’è nella vita.
Adesso ascolta l’ultima strofa della mia canzone, nata dal cuore di un figlio che tu sai, che mai è mancato al sacro dovere di adorare sua madre. In essa dico, per te, quello che ti dedico con tutto il mio cuore alle madri del mondo. Ascoltala...’  Gaspar Marrero termina il suo messaggio: “Conservo una copia digitale di questa registrazione che metto a tua completa disposizione”.

Tramvie

Ramón Fidalgo, ufficiale della riserva delle Forze Armate, cerca informazioni sui percorsi delle tramvie che operavano nell’Avana del 1922. Dice che ha cercato nella Biblioteca Nazionale José Martí enell’Archivio Nazionale, ma che i tentativi sono stati infruttuosi; alla Biblioteca perché non appaiono i cinque registri che operano a fondo sul tema e nell’Archivio perché sembra non ci sia nessun materiale al rispetto.
All’Avana, alcuni giornali a fine anno pubblicavano i cosiddetti almanacchi. Almeno, lo faceva il giornale El Mundo che é quello che ho visto. Si trattava di libri con abbondanti informazioni sulle farmacie e i loro giorni di guardia; le personalità cubane e mondiali decedute nel periodo, le associazioni spagnole presenti all’Avana, i grandi avvenimenti dell’anno, le compagnie di navigazione e ferroviarie e i loro percorsicosì come le loro tariffeve le tariffe postali...In fine, fra le altre cose utili o curiose, contavano di sezioni che comprendevano i percorsi dgli autobus e tram e le descrivevano dettagliatamente. Per esempio:
L-4. Lawton-Parque Central. Parte da San Francisco e Diez de octubre con il seguente percorso:
In discesa, San Francisco, Avenida di Acosta, Concepción, calle 16, calle B, calle Octava, Concepción, Diez de Octubre, Calzada de Monte, San Joaquin, Infanta, San Rafael, Consulado, San Miguel, Neptuno, Monserrate.
In salita: Empedrado, Aguiar, Chacón, Monserrate, Neptuno, Infanta, Diez de Octubre fino a San Francisco.
Questo tram sarebbe stato l’ L-4 degli Autobus Moderni e più tardi la linea 54 che esiste ancora con un percorso molto diverso in relazione all’originale. Fa, in discesa, la sua ultima fermata nel parco de El Curita e sale per Zanja cercando Infanta.
Negli anni ’50, la L-4, già autobus, si addentrava nell’Avana Vecchia e sfidando le difficoltà del caso – strade strette, pedoni e venditori ambulanti nella sede stradale, auto parcheggiate sui marciapiedi, camion che scaricavano le merci davanti a un magazzino...- arrivava alla Plaza de Armas. Usciva dal capolinea di Lawton, faceva la sua prima fermata in calle B angolo 16. Per molto tempo la sua ultima fermata fu in Neptuno, in un finco della Manzana de Gómez, di fronte all’hotel Plaza e poi in Prado, angolo Virtudes.

Aborto

Sull’aborto a Cuba inquisisce da Jovellanos, Matanzas, María F. Vasconcelos. Vorrebbe conoscere attorno alle origini di questa pratica nell’Isola che “nonostante fosse illegale, si faceva in determinati luoghi, non sempre da personale qualificato”, dice. Sfortunatamente non ho dati alla mano sul tema. So, per sentito dire che si praticava in modo clandestino in alcune istituzioni della salute. In esse si prestava servizio non solo alle cubane, ma anche a qualche straniera, sopratutto nordamericana. Siccome queste cliniche erano segnate sulle mappe della città, per le pazienti che venivano dall’estero era facile giungervi dall’aeroporto. Queste istituzioni raccoglievano una parte non indifferente dei loro ingressi in questo modo.
Lo praticavano anche, nei loro studi privati, alcuni ostetrici chiamati allora chirurghi del parto. Molti anni or sono conobbi uno di loro. Lavorava in una istituzione della Salute Pubblica ed aveva il suo gabinetto privato. Più che un medico era un mercante. Aveva due metodi per praticare l’aborto: con anestesia per chi pagava una somma maggiore e senza anestesia che era più economico.
Vale la pena di ricordare queste cose.

Il monumento

Il collega Juan Morales, corrispondente di Juventud rebelde a Las Tunas, da il suo apporto alla pagina che col titolo Il messaggio a García, si pubblicò in questo giornale lo scorso 1° novembre.
García scrive che nel litorale di Manatí, sulla costa nord tunera, esiste un obelisco conosciuto popolarmente per El Monumento. Aggiunge: “È situato non lontano dalla riva, nella zona del Mono Ciego (Scimmia Cieca, n.d.t.), vicino alla bocca del porto. Si tratta di un muro di calcestruzzo con incastonata una targa di bronzo al centro, nella quale appare un altorilievo del nostro scudo nazionale. Dice più in basso: ‘Alle 11 di sera del 5 maggio del 1898, uscirono in una barca di 104 piedi cubi e 14 di lunghezza, in direzione di Nassau, portando la risposta del Messaggio a García, il colonnello Enrique Collazo e il colonnello Charles Hernández, accompagnati dai tenenti Emilio Márquez, Nicolás Balbuena, il sergente José Romero e il tenente Andrew S. Rowan U.S.A.’ “, portatore del messaggio del presidente nordamericano al maggior generale Calixto García. Nella targa si rileva anche che fu eretto dall’U.S.S. Nokomis e la Manatí Sugar Company, il 20 mggio del 1931. La storia de El Monumento, precisa Morales, è poco conosciuta.

Postino della Rivoluzione

Sul Messaggio a García, scrive anche Alberto Debs Cardellà, storico di Niquero. Nella sua lettera ricorda che un’ampio riferimento al tema si trova nel foglietto Ensenada de Mora postino, in Oriente, della Rivoluzione del ’95 e frutto dell’investigazione storica realizzata da Manuel Sánchez Silveira, edito dalla stamperia El Arte, di Manzanillo, nel 1951. Come si ricorderá il dottor Sánchez Silveira, medico, è il padre di Celia Sánchez.
Debs Cardellá ricorda che il messaggio in oriente si realizzava in un piccolo veliero chiamato El Mambí. Gervaso Sabio era il suo timoniere e lo accompagnavano come marinai, Gregorio Carnet e Pedro Naranjo che si conosceva, per la sua origine, come il Venezuelano. Questa imbarcazione che era a vela e remi, rimase nel porto di Niquero fino ai primi anni della decade del ’30, nel XX secolo.
Il veliero salpava da Kingston o da qualsiasi porto del nord della Giamaica nelle ore del pomeriggio e giungeva all’alba del giorno seguente all’ensenada de Mora. Poteva trasportare 200 fucili, alcune casse di munizioni, lattine, indumenti, scarpe e medicine: pubblicazioni e corrispondenza. Il suo timoniere sapeva che se veniva catturato, gli spagnoli lo avrebbero passato per le armi. Per questo si faceva sempre accompagnare da 20 libbre di dinamite per esplodere con la sua barca, prima che lo imprigionassero.
Si ausiliava di piccioni viaggiatori.
Tramite il tenente Rowan, il presidete McKinley domandava a Calixto García se era disposto a collaborare allo sbarco di truppe nordamericane a Cuba al fine di iniziare la guerra contro la Spagna. Dopo lo sbarco, sei valorosi ufficiali cubani fecero da scorta a Rowan fino a Bayamo, dove si trovava Calixto. Citando Sánchez Silveira, Debs Cardellá dice: “Il generale García non aveva istruzioni del governo cubano a questo rispetto così trascendentale e decise di far tornare il tenente Rowan a Washington, accompagnato da una commissione presieduta dal generale Enrique Collazo, perché consultasse il proposito americano con il rappresentante cubano a New York, Tomás Estrada Palma.
Si deve far constare, senza intollerabili suspicacie che il generale García non poteva fare una cos migliore che rispedire Rowan nel Nord America, senza perdita di tempo, ebbene la guerra degli Stati Uniti alla Spagna era già dichiarata. Il tenente americano aveva compiuto in pieno la sua missione, intervistandosi col generale Calixto García e non poteva accettare lo si portasse col Consiglio di Governo a Camagüey traversando la selva, senza possibilità certa di ritornare negli Stati Uniti. Non era la sua missione. Inoltre, il generale García che era in relazione più diretta con l’emigrazione da dove otteneva notizie, conosceva meglio del Consiglio l’imminente dichiarazione di guerra...La commissione cubana che accompagnava Rowan non portava a Washington più istruzioni che quella di intervistarsi con il rappresentante cubano Tomás Estrada Palma. Il generale García compì in pieno, quello che c’era da aspettarsi dal suo dovere di capo, senza ombra di aggravi per istituzioni o patrioti. Siccome la guerra era già stata dichiarata ed era urgente procedere, si diresse al governo cubano, dicendogli che mentre il governo decideva e ordinava, egli aveva dato ordine di appoggio alle forze nordamericane. Com’era lontano il nostro gran generale di pensare che i suoi entusiasmi patriottici e di cooperazione, sarebbero stai pagati cono gli stivali yankee e non con la destra amica”.


De vuelta
Ciro Bianchi Ross • 
digital@juventudrebelde.cu
21 de Noviembre del 2015 21:04:12 CDT

Hace ya algún tiempo, al aludir a Osvaldo Farrés, dije en esta página
que ese afamado compositor cubano había dedicado a su madre la pieza
que lleva precisamente el título de Madrecita. El doctor Rafael
Borroto Chao, en desacuerdo con mi afirmación, expresó que dicha
melodía, que hasta 1959 se cantaba hasta decir no quiero más los días
de las madres, la inspiró no  la progenitora de Farrés, sino la madre
del presidente Carlos Prío Socarrás. El escribidor consultó entonces
con Cristóbal Díaz Ayala, musicógrafo cubano radicado en Puerto Rico,
y el autor de Cuando salí de La Habana y Música cubana; del areíto al
rap, entre otros muchos títulos, corroboró lo dicho. Fue la madre de
Farrés la que inspiró Madrecita, y no doña Regla Socarrás.  Así se lo
dijo a Díaz Ayala el propio compositor en una entrevista.
Otro erudito de nuestra  música, Gaspar Marrero Pérez de Urría, autor
de Presencia espirituana en la fonografía musical cubana, se asoma
ahora a la palestra para apuntalar lo expresado por el escribidor.
Dice Gaspar Marrero en su mensaje electrónico:
«Leí tu referencia al bolero Madrecita, de Osvaldo Farrés y me pareció
necesario hacerte llegar la transcripción de una grabación especial
del sello Panart, que, según Díaz Ayala, aparece sin código comercial
(es decir, sin número). El disco conserva, en una de sus caras, ese
bolero interpretado por Fernando Albuerne con la orquesta dirigida por
Enrique González Mántici y el trío de las Hermanas Lago. En la otra,
usando fragmentos de la grabación anterior como fondo, se escuchan
estas palabras en la voz del propio Osvaldo Farrés que transcribo a
continuación:
«Madrecita: Esta canción está escrita para ti y en esta inspiración
mía quiero refundir el cariño acendrado a todas las madres del mundo,
por buena, por abnegada, por santa.
«Sean para ti estas frases nacidas en lo más profundo de mi alma,
porque tú eres la encarnación suprema de todo lo noble y de todo lo
grande que hay en el mundo.
«A ti acudimos siempre, cual cofre amoroso que guarda todas nuestras
angustias, penas y alegrías. En nuestras figuraciones, eres nuestro
recurso y consuelo. Y nuestra única verdad.
«Tu regazo materno y tu amor saben de todas las ternuras y todos los
sacrificios. Como tu cariño, ninguno. Tú eres lo realmente positivo en
la vida.
«Y ahora, escucha la última estrofa de mi canción, nacida del corazón
de un hijo que tú sabes que jamás faltó al sagrado deber de adorar a
su madre. En ella digo para ti lo que dedico con todo mi corazón a las
madres del mundo. Óyela…». Finaliza Gaspar Marrero su mensaje:
«Conservo copia digital de esa grabación, que pongo a tu entera
disposición».

Tranvías

Ramón Fidalgo, oficial de las Reservas de las Fuerzas Armadas, busca
información sobre las rutas de tranvías que operaban en La Habana de
1922. Dice que ha buscado el dato en la Biblioteca Nacional José Martí
y en el Archivo Nacional, y que el intento ha sido infructuoso; en la
Biblioteca porque no aparecen los cinco registros que sobre el tema
obran en sus fondos, y en el Archivo porque parece no tener material
alguno al respecto.
En La Habana, algunos periódicos publicaban al finalizar el año los
llamados almanaques.  Lo hacía al menos el diario El Mundo, que es el
que he visto. Se trataba de libros con abundante información sobre las
boticas y sus días de guardia; las personalidades cubanas y mundiales
fallecidas en el período, las sociedades españolas radicadas en La
Habana, los grandes sucesos del año, las compañías navieras  y
ferrocarrileras y sus rutas, así como sus tarifas, las tarifas
postales… En fin, entre otras cosas útiles o curiosas, contaban con
secciones  que incluían las rutas de ómnibus y tranvías, y las
describían en detalle. Por ejemplo:
L-4. Lawton-parque central. Sale de San Francisco y Diez de Octubre
con el siguiente recorrido:
En bajada, San Francisco, Avenida de Acosta, Concepción, calle 16,
calle B, calle Octava, Concepción, Diez de Octubre, Calzada de Monte,
San Joaquín, Infanta, San Rafael, Consulado. San Miguel, Neptuno.
Monserrate.
En subida: Empedrado. Aguiar. Chacón, Monserrate, Neptuno. Infanta.
Diez de Octubre hasta San Francisco.
Este tranvía sería con el tiempo el L-4 de los Autobuses Modernos, y
más tarde la ruta 54, que todavía existe con un recorrido muy cambiado
con relación al original. Hace, en bajada, su parada final en el
parque de El Curita y sube por Zanja buscando Infanta.
En los años 50, el L-4, ya autobús, se internaba en La Habana Vieja, y
sorteando las dificultades del caso —calles estrechas, personas y
vendedores ambulantes en la vía, carros aparcados en las aceras,
camiones que descargan su mercancía frente a un almacén…— llegaba a la
Plaza de Armas. Salía del paradero de Lawton, tenía su primera parada
en calle B esquina a 16. Durante mucho tiempo su parada final fue en
Neptuno, a un costado de la Manzana de Gómez, frente al hotel Plaza, y
luego en Prado esquina a Virtudes.

Aborto
Sobre el aborto en Cuba inquiere, desde Jovellanos, Matanzas, María F.
Vasconcelos. Quisiera conocer acerca de los orígenes de esa práctica
en la Isla, «que aunque era ilegal, se hacía en determinados lugares,
no siempre por personal calificado», dice.
Lamentablemente, no tengo datos a mano sobre el tema. Sé, por
referencias, que se realizaba de manera clandestina en algunas
instituciones de salud. En ellas se prestaba el servicio no solo a
cubanas, sino a no pocas extranjeras, sobre todo, norteamericanas.
Como esas clínicas estaban señalizadas en los mapas de la ciudad, a
las pacientes que venían del exterior les era fácil llegar a ellas
desde el aeropuerto. Esas instituciones acopiaban una parte nada
desdeñable de sus ingresos por esa vía.
También la llevaban a cabo, en sus consultas privadas, algunos
obstetras, llamados entonces cirujanos parteros. Hace muchos años
conocí a uno de ellos. Trabajaba en una institución de Salud Pública y
tenía su gabinete particular. Más que un médico era un mercader. Tenía
dos métodos para acometer el aborto: con anestesia, por el que cobraba
una cantidad mayor de dinero, y sin anestesia, que era más barato.
Vale la pena recordar estas cosas.

El monumento

El colega Juan Morales, corresponsal  de Juventud Rebelde en Las
Tunas, hace su aporte a la página que con el título El mensaje a
García se publicó en este diario el pasado 1ro. de noviembre.
Escribe Morales que en el litoral de Manatí, en la costa norte tunera,
existe un obelisco conocido popularmente por El Monumento. Añade:
«Está situado no lejos de la orilla, en la zona de Mono Ciego, cerca
de la boca del puerto. Se trata de un muro de hormigón con una tarja e di cooperazione
de bronce empotrada en su centro, en la cual aparece un alto relieve
de nuestro escudo nacional. Dice más abajo: “A las 11 de la noche del
5 de mayo de 1898 salieron de este lugar en un bote de 104 pies
cúbicos y 14 de largo con dirección a Nassau portando la contestación
del Mensaje a García, el coronel Enrique Collazo y el coronel Charles
Hernández, acompañados de los tenientes Emilio Márquez, Nicolás
Balbuena, el sargento José Romero y el teniente Andrew S. Rowan
U.S.A.», portador del mensaje del Presidente norteamericano al mayor
general Calixto García. En la tarja se consigna asimismo que fue
erigido  por el U.S.S Nokomis y la Manatí Sugar Company, el 20 de mayo
de 1931. La historia de El Monumento, precisa Morales, es poco
conocida.

Correo de la Revolución

Sobre el Mensaje a García escribe también Alberto Debs Cardellá,
historiador de Niquero. Recuerda en su carta que una amplia referencia
al tema se encuentra en el folleto Ensenada de Mora, correo en Oriente
de la Revolución del 95, fruto de la investigación histórica realizada
por Manuel Sánchez Silveira, editado por la imprenta El Arte, de
Manzanillo en 1951. Como se recordará el doctor Sánchez Silveira,
médico, es el padre de Celia Sánchez.
Recuerda Debs Cardellá que el correo de Oriente se realizaba en un
pequeño velero llamado El Mambí. Gervasio Sabio era su patrón y lo
acompañaban como marineros Gregorio Carnet y Pedro Naranjo, a quien
por su origen se le conocía como el Venezolano. Esta embarcación, que
era de vela y remos, estuvo en el puerto de Niquero hasta los primeros
años de la década del 30 del siglo XX.
El velero zarpaba de Kinsgton o de cualquier puerto del norte de
Jamaica en horas de la tarde y llegaba al amanecer del día siguiente a
la ensenada de Mora. Podía transportar 200 rifles y algunas cajas de
municiones, laterías, ropa, zapatos y medicinas; publicaciones y
correspondencia. Su patrón sabía que, de ser capturado, los españoles
lo pasarían por las armas. Por eso se hacía acompañar siempre por 20
libras de dinamita para volar con su bote antes de que lo apresaran.
Se auxiliaba de palomas mensajeras.
A través del teniente Rowan, el presidente McKinley preguntaba a
Calixto García si estaba dispuesto a colaborar con el desembarco de
tropas norteamericanas en Cuba a fin de iniciar la guerra contra
España. Tras el desembarco, seis valerosos oficiales cubanos dieron
escolta a Rowan hasta Bayamo, donde se encontraba Calixto. Citando a
Sánchez Silveira, dice Debs Cardellá: «El general García no tenía
instrucciones del gobierno cubano a ese respecto tan trascendental y
decidió hacer regresar al teniente Rowan a Washington, acompañado por
una comisión presidida por el general Enrique Collazo, para que
consultara el propósito americano con el representante cubano en Nueva
York Tomás Estrada Palma».
«Hay que hacer constar, sin intolerables suspicacias, que el general
García no podía hacer cosa más acertada que redespachar a Rowan a
Norteamérica, sin pérdida de tiempo, pues ya estaba declarada la
guerra a España por los Estados Unidos. El teniente americano había
cumplido su misión a plenitud, entrevistándose con el general Calixto
García y no podía aceptar se le llevase con el Consejo de Gobierno en
Camagüey a través de la manigua, sin segura posibilidad de regresar a
Estados Unidos. No era su misión. Además, el general García que estaba
en relación más directa con la emigración de donde obtenía noticias,
conocía mejor que el Consejo la inminente  declaración de guerra… La
comisión cubana que acompañaba a Rowan no llevaba a Washington más
instrucciones que la de entrevistarse con el representante cubano
Tomás Estrada Palma. El general García cumplió a plenitud, lo que en
su deber de jefe era de esperarse, sin sombra de agravios para
instituciones o patriotas. Como ya estaba declarada la guerra y era
urgente proceder, se dirigió al gobierno cubano, diciéndoles que
mientras el gobierno decidiera y ordenara, él había dado órdenes de
apoyo a las fuerzas americanas. ¡Qué lejos estaba nuestro gran
general, de pensar que sus entusiasmos patrióticos y de cooperación,
serían pagados con la bota yanqui y no con la diestra amiga!».

Ciro Bianchi Ross
cbianchi@enet.cu
http://wwwcirobianchi.blogia.com/
http://cbianchiross.blogia.com/





martedì 24 novembre 2015

La XVIII Settimana della Cultura Italiana, coincide col mio rientro all'Avana

Sono arrivato ieri sera in un aeroporto che mi ha ricordato i "tempi migliori" per l'affollamento dovuto all'arrivo contemporaneo di diversi voli e lo spazio angusto per il controllo di sicurezza dove ci si è trovati ammassati uno sull'altro. Due ore per il ritiro bagagli e la difficoltà di reperire carrelli. Non credo sia un buon biglietto da visita con l'aumento del turismo e credo che gli spazi esistenti permettano una miglior distribuzione di questo servizio.
Nel frattempo è iniziata la XVIII Settimana della Cultura Italiana di cui ho ricevuto il programma dalla nostra Ambasciata.


domenica 22 novembre 2015

Vicinato

VICINATO: venuto al mondo nei pressi

giovedì 19 novembre 2015

Venerando

VENERANDO: dignitario del pianeta fratello

mercoledì 18 novembre 2015

Venatura

VENATURA: trombosi

lunedì 16 novembre 2015

Venatorio

VENATORIO: circola nel sangue

La finestra chat ha ripreso a funzionare

Dopo qualche settimana di "server non raggiungibile" la finestra per scriversi in diretta ha ripreso a funzionare.

domenica 15 novembre 2015

La Real Fuerza, di Ciro Bianchi Ross

Pubblicato su Juventud Rebelde del 15/11/15

Il castello della Real Fuerza è la fortezza più antica dell’Avana e perciò, uno dei gioielli più preziosi di cui conta la città.Senza dubbio, la più discussa di tutte le difese dell’urbe e fu tanto l’impegno per demolirla che manifestarono non pochi capitani generali che si può ben dire che è arrivata fino a noi per puro miracolo.
Alcuni autori la ritengono la più antica d’America. La sua costruzione si iniziò nel 1558, durante il comando del governatore Diego de Mazariegos che eseguì quanto disposto in una Bolla Reale del 1556 e la concluse l’architetto Francisco Calona, una ventina d’anni dopo, nel governo di Francisco de Carreño.

Un mangiatore di piombo

Carreño era un vero uomo d’arme. Si distinse come navigatore all’epoca delle scoperte e poi si confrontò con gli indios, corsari e pirati in Nicaragua e a Cartagena de Indias. Per il suo valore lo nominarono governatore di Panama al tempo delle sanguinose rivolte che promossero Lope de Aguirre e i suoi “anacardi”. Felipe II lo designerà Ammiraglio dell’Invincibile Armata e quando l’Armata Invincibile fu vinta, il sovrano non lo abbandonò, ma gli affidò un posto inferiore, tanto inferiore come quello di Governatore Generale dell’Isola di Cuba in un’epoca di grande povertà generale e di sussulti continui per le minacce dei pirati.
Giunse all’Avana nel 1557, si rese conto subito dei difetti costruttivi de la Fuerza e della malversazione colossale dei fondi che fecero i suoi predecessori, il governatore Gabriel Montalvo e l’architetto Calona. Inviò Montalvo in catene in Spagna perché lo giudicassero, ma si impietosì dell’architetto perché era povero, con sei figli a carico e si trovava pieno di debiti. Ciò nonostante, Calona, doveva reintegrare due mila ducati alle casse reali e costruire di nuovo, a sue spese, la cisterna della fortezza.
Con smorfiette, sorrisi e segni di pentimento, l’architetto mascherò l’odio verso il governatore Carreño. Aveva giurato di vendicarsi e lo avrebbe fatto sicuramente il giorno del compleanno della massima autorità coloniale, quando inviò per regalo uno squisito piatto con un manicaretto bianco “ritoccato” con veleno. Il tossico fece il suo effetto e Carreño rese la sua anima a Dio.
Il dolce più innocente conseguì quello che non avevano conseguito per anni corsari e pirati, gli indios feroci del Nicaragua e i temuti “anacardi” di Lope de Aguirre. Un mangiatore di piombo, dirà Álvaro de la Iglesia, in una della sue Tradizioni cubane, non  ha potuto digerire un dolce.

Mille difetti, ma...

Le critiche non cessarono con la morte di Carreño. In quella stessa epoca, per ordine del Re, Antonio Manrique la ispezionava criticando in primo luogo la sua ubicazione di fronte alla collina de la Cabaña che la dominava completamente. L’ispettore reale censurò anche la piccola dimensione del cortile, la mancanza di uscite d‘emergenza, la debolezza delle porte e la carenza di acqua potabile e altri dettagli. In quanto ai fossati che isolavano la fortificazione, li trovò tanto alti che “se non si abbassano in conformità della marea, non potranno avere acqua anche se li si riempisse a mano”.
Ciò nonostante, Manrique concludeva il suo rapporto confermado che la fortezza restava nei parametri. Precisava che dotandola di artiglerie e armamenti “può bene difendere e offendere”, sebbene non contasse ancora con munizioni sufficienti e fossero scarsi i suoi pezzi d’artiglieria, “otto medi e uno con la bocca scheggiata”.
Nessuno di quei pezzi arrivava più in la della bocca del porto, assicura Emilio Roig nel suo imprescindibile La Habana; appunti storici. L’insigne storico aggiunge che al darsi per conclusa la costruzione della fortezza, la sua guarnigione era formata da 50 uomini dei quali 19 erano portoghesi, due fiamminghi e un tedesco, mentre il tamburino era un vechio schiavo negro. Il Governatore nominò Capitano de la Fuerza suo figlio di 14 anni d’età, anche se asserì che era una designazione puramente formale. Sulla disciplina della fortezza si narra il fatto pittoresco che il Governatore, di notte, chiudeva la garnigione nel recinto e poi metteva la chiave sotto il cuscino.

Di fronte a Francis Drake

Nel luglio 1579, la Corona considerò che la Fuerza era già “in difesa” e pertanto doveva essere salutata da tutte le navi che entravano al porto. Tre anni più tardi, Madrid, volle mettere al fronte della fortezza un ufficiale “responsabile” e nominò reggente del castello il capitano Diego Fernández Quiñones.
La nomina comportò gravi dissensi tra la nuova autorità e il governatore Gabriel de Luján, differenze che ebbero eco a Corte, ebbene il Re considerava che governatore e reggente dovevano essere una sola persona, il Consiglio delle Indie pensava il contrario. Il Consiglio, allora, raccomandò relazioni armoniose tra i due funzionari, ma si raggiunse poco al rispetto. Ciò nonostante, le loro differenze non impedirono migliorie nella fortezza.
In verità, le divergenze si misero a un lato quando si seppe della vicinanza alla capitale del corsaro Francis Drake e sopravvenne il timore che la assalisse. Così Luján e Quiñones dimenticarono le loro discrepanze, misero da parte le gelosie e raggiunsero un rapido accordo per difendere la città. Drake alla fine non attaccò, ma la Fuerza si beneficiò di 50 tonnellate di polvere e 40 tonnellate di piombo. Luján e Quiñones, d’altra parte, sollecitarono al Re polvere, corde e munizioni per la difesa dell’Avana e chiesero al Messico l’invio di munizioni e artiglieria, così come di 300 uomini e il denaro necessario per pagare il loro soldo e le razioni.
Un anno più tardi, il 2 luglio del 1587, arrivava all’Avana Juan de Tejada. Prese l’incarico di Governatore Generale dell’Isola e allo stesso tempo di Reggente della Fortezza che fu dotata di otto pezzi di artiglieria di bronzo, munizioni, polvere e corda.
Tejada era accompagnato dall’ingegnere militare Battista Antonelli che intraprenderà un vasto piano di fortificazioni che culminò, anni dopo, con la costruzione del morro e la Punta.

La forza vecchia

Questo castello della Real Fuerza, come lo conosciamo,si costruì nello spazio che occupava la proprietà di Juan de Rojas e altri otto abitanti dell’Avana dei primi tempi, far di loro una donna e un sacerdote che avevano fatto della zona una specie di quartiere aristocratico. Il governatore Mazariegos confiscò i loro terreni e come regola, i danneggiati tardarono anni nel ricevere gli indennizzi corrispondenti.
A 300 passi da lì, si era edificata quella che gli storici chiamano la Fuerza vieja che occupava, dice Emilio Roig, il posto dove fino a dopo il 1933, fu stabilita la Segreteria di Stato, all’inizio della calle Tacón, questo si trova dietro la attuale Fuerza.
Una delle grandi preoccupazioni  degli abitanti delle popolazioni costiere dell’Isola erano gli attacchi e i saccheggi di corsari e pirati, così come delle forze di quelle nazioni che erano in guerra con la Spagna. Madrid tarderà non pochi anni nel prendere misure che ponessero freno o attenuassero queste scorribande, nonostante la loro gravità. Solo dopo dei disatrosi attacchi del 1537 e 1538, fu che Madrid decise di fortificare l’Avana. Di tale compito si incaricò Hernando de Soto, Governatore dell’Isola e Inviato in Florida; l’uomo che cercò in questo territorio la fonte dell’eterna giovinezza e morì senza trovarla.
Quella fortezza rimase pronta nel 1540, ma de la Fuerza aveva solo il nome. Risultava essere inoperante e lo era sempre più nella misura in cui il porto dell’Avana si convertiva in punto di riunione delle flotte che portavano in Spagna l’oro e l’argento d’America. L’aggressività dei corsari francesi obbligò la Corona spagnola a migliorare le difese della città. Si migliorerebbe la Fuerza o si costruirebbe una Fuerza nuova? L’impegno provocò lunghe discussioni e anche se qualcosa si fece, la fortezza rimase praticamente distrutta il 1° di luglio del 1555, quando il corsaro francese Jacques de Sores assalì e prese l’Avana. Rimase in tali pessime condizioni che tre anni dopo, nonostante disponesse di alcuni pezzi di artiglieria, si utilizzava come recinto per il bestiame dstinato al sacrificio. Fu allora che si decise la costruzione de la Fuerza attuale.

Chiarimento necessario

Nella torre principale del castello, una veletta indica ai viaggiatori la direzione del vento. È la prima scultura in bronzo di cui si ha notizia a Cuba. Si tratta della Giraldilla ed evoca quella che adorna la torre della Giralda a Siviglia.
Molti credono di vedere in lei la rappresentazione di Inés – o Isabel – de Bobadilla, la moglie di Hernando de Soto. Quando questi marciò alla conquista e colonizzazione della Florida, lei saliva sulla torre per aspettare il suo ritorno. Ma Hernando de Soto non tornò. I suoi compagni lo seppellirono nel letto di un fiume perché gli indios non profanassero il suo cadavere e lei, sconvolta dalla notizia, morì nel medesimo ossservatorio.
Senza dubbio una bella storia. Solo che Inés che è l’unica donna finora ad aver rivestito la massima autorità nell’Isola tornò, giá vedova, in Spagna e la morte di Soto avvenne quando c’era ancora la Fuerza vecchia, vale a dire molto prima della costruzione della torre dove si installò la Giraldilla.
Non cè pertanto relazione tra Inés e la Giraldilla. Molti danno per vero il contrario. Così sono le leggende.

Caserma, archivio, biblioteca

Come si è già detto, non furono pochi i capitani generali che vollero demolire l’edificio. Fortunatamente il castello si conservò. Fu ufficio e caserma durante la Colonia e durante l’intervento nordamericano fu sede dell’Archivio Generale dell’Isola di Cuba fino al suo trasferimento nel 1906 alla vecchia caserma dell’artiglieria della calle Compostela. A partire del 1909 ebbe sede lì il Comando della Guardia Rurale e poi dello Stato Maggiore e il comando del 1° battaglione di Artiglieria.
Nel 1938, il colonnello José Eleuterio Pedraza, capo della Polizia Nazionale, - l’uomo che in virtù del coprifuoco mise a dormire l’Avana alle nove di sera – sloggiò in modo violento la Biblioteca Nazionale della Maestranza di Artiglieria. Il suo obbiettivo era di costruire nello spazio della Maestranza, in Cuba e Chacón, il comando del corpo da lui diretto, cosa che fece. I fondi della Biblioteca passarono quindi a la Fuerza e rimasero lì fino al 21 febbraio del 1958, quando la Biblioteca inaugurò un edificio proprio nella Plaza Cívica o de la República; l’attuale Plaza de la revolución.


La Real Fuerza
Ciro Bianchi Ross • 
digital@juventudrebelde.cu
14 de Noviembre del 2015

El castillo de la Real Fuerza es la fortaleza más antigua de La
Habana, y, por lo mismo, una de las joyas más preciadas con que cuenta
la ciudad. Ha sido, sin embargo, la más discutida de todas las
defensas de la urbe y tanto fue el empeño en demolerla  que pusieron
de manifiesto no pocos capitanes generales, que bien puede afirmarse
que ha llegado a nosotros por puro milagro.
Algunos autores la tienen como la más antigua de América. Su
construcción se inició en 1558, durante el mando del gobernador Diego
de Mazariegos, que ejecutó lo dispuesto en una Real Cédula de 1556, y
la concluyó el arquitecto Francisco Calona,  unos 20 años después, en
el gobierno de Francisco de Carreño.

Un comedor de plomo

Carreño era hombre de armas tomar. Se distinguió como navegante en la
era de los descubrimientos y luego se enfrentó a indios y a corsarios
y piratas en Nicaragua y Cartagena de Indias. Por su valor lo
nombraron gobernador de Panamá  en tiempos de las revueltas
sangrientas que protagonizaron Lope de Aguirre y sus «marañones».
Felipe II lo designaría Almirante de la Armada Invencible, y cuando la
Armada Invencible fue vencida, el monarca no lo dejó de la mano, pero
le confió un puesto menor, tan menor como aquel de Gobernador General
de la Isla de Cuba en una época de gran pobreza pública y de
sobresaltos continuos por las amenazas de los piratas.
Llegó a La Habana en 1577 y enseguida se dio cuenta de los defectos
constructivos de la Fuerza y de la malversación colosal que de su
presupuesto hicieron su antecesor, el gobernador Gabriel Montalvo y el
arquitecto Calona. A Montalvo lo envió encadenado a España para que lo
juzgaran, pero se apiadó del arquitecto por ser pobre, tener seis
hijos a su amparo y hallarse endeudado. Aun así, Calona debía
reintegrar dos mil ducados a las arcas reales y construir de nuevo, a
su costa, el aljibe de la fortaleza.
Con sonrisas, zalemas y muestras de arrepentimiento  disimuló el
arquitecto su odio hacia el gobernador Carreño. Había jurado vengarse
y lo haría ciertamente el día del cumpleaños de la máxima autoridad
colonial cuando le envió de regalo un exquisito plato de manjar blanco
«tocado» con veneno. El tósigo hizo su efecto y Carreño rindió su alma
a Dios.
La golosina más inocente consiguió lo que en años no lograron
corsarios y piratas, los indios bravos de Nicaragua y los temidos
«marañones» de Lope de Aguirre. Un comedor de plomo, diría Álvaro de
la Iglesia en una de sus Tradiciones cubanas, no pudo digerir un
dulce.

Mil defectos, pero…

Las críticas no cesaron con la muerte de Carreño. Por esa misma época,

por orden del Rey, la inspeccionaba Antonio Manrique, que le reprochó
en primer término su ubicación frente a la loma de la Cabaña, que la
señoreaba toda. El inspector real censuró asimismo la pequeñez del
patio, la falta de escañeras, la endeblez de las puertas y la carencia
de agua para beber y otros menesteres.  En cuanto a los fosos que
aislaban la edificación, los encontró tan altos que «si no se bajan
conforme a la marea, no podrán tener agua aunque se la echen a mano».
No obstante, Manrique concluía su informe aseverando que la fortaleza
estaba en término. Precisaba que artillándola y pertrechándola «puede
muy bien defender y ofender», si bien no  cuenta todavía con
municiones suficientes y son escasas sus piezas de artillería, «ocho
medianas y una quebrada por la boca».
Ninguna de esas piezas alcanzaba más allá de la boca del puerto,
asegura Emilio Roig en su imprescindible La Habana; apuntes
históricos. Añade el distinguido historiador que al darse por
terminada la construcción de la fortaleza, su guarnición la
conformaban 50 hombres, de los cuales, 19 eran portugueses, dos
flamencos y un alemán, mientras que el tambor era un negro viejo
esclavo. El Gobernador nombró Capitán de la Fuerza a su hijo de 14
años de edad, aunque aseguró que se trataba de una designación
puramente nominal. Sobre la disciplina de la fortaleza da cuenta el
hecho pintoresco de que el Gobernador, por la noche, encerraba a la
guarnición en el recinto y luego guardaba la llave debajo de la
almohada.

Frente a Francis Drake

En julio de 1579 la Corona consideró que la Fuerza estaba ya «en

defensa» y por tanto debía ser saludada por todos los navíos que
entraran en el puerto. Tres años más tarde quiso Madrid poner al
frente de la fortaleza a un oficial «de responsabilidad»  y nombró
alcaide del castillo al capitán Diego Fernández Quiñones.
El nombramiento trajo graves disensiones entre la nueva autoridad y el
gobernador Gabriel de Luján, diferencias que tuvieron eco en la Corte
pues el Rey consideraba que gobernador y alcaide debían ser una sola
persona y el Consejo de Indias pensaba lo contrario. Recomendó el
Consejo entonces relaciones armónicas entre los dos funcionarios, pero
poco se consiguió al respecto. No obstante, sus diferencias no
impidieron mejoras en la fortaleza.
En verdad, las divergencias quedaron a un lado cuando se supo de la
cercanía del corsario Francis Drake a la capital y sobrevino el temor
de que la asaltara. Así, Luján y Quiñones olvidaron sus discrepancias,
pusieron a un lado los celos y llegaron a un rápido acuerdo para
defender la ciudad. Drake, en definitiva, no atacó pero la Fuerza se
benefició con 50 toneladas de pólvora y 40 toneladas de plomo. Luján y
Quiñones, por otra parte, solicitaron al Rey pólvora, cuerdas y
municiones para la defensa de La Habana, y pidieron a México el envío
de municiones y artillería, así como 300 hombres y el dinero necesario
para pagar sus sueldos y raciones.
Un año más tarde, el 2 de julio de 1587, llegaba a La Habana Juan de
Tejada. Asumió como Gobernador General de la Isla y al mismo tiempo
como Alcaide de la Fuerza, que fue dotada de ocho piezas artilleras de
bronce, municiones, pólvora y cuerda.  Acompañaba a Tejada el
ingeniero militar Bautista Antonelli que emprendería aquí un vasto
plan de fortificaciones que culminó  años más tarde con la
construcción del Morro y de La Punta.

La fuerza vieja

Ese castillo de la Real Fuerza, que es el que conocemos, se construyó

en el espacio que ocupaba la morada de Juan de Rojas y otros ocho
vecinos principales de La Habana primitiva, entre ellos una mujer y un
sacerdote, que habían hecho de la zona una suerte de barriada
aristocrática. El gobernador Mazariegos confiscó sus terrenos y, como
regla, los afectados tardaron años en cobrar la indemnización
correspondiente.
A 300 pasos de allí se había edificado lo que los historiadores llaman
la Fuerza vieja que ocupaba, dice Emilio Roig, el sitio donde hasta
después de 1933 estuvo emplazada la Secretaría de Estado, al comienzo
de la calle Tacón, esto es, detrás de la Fuerza actual.
Una de las grandes preocupaciones de los habitantes de las poblaciones
costeras de la Isla eran los ataques y saqueos de corsarios y piratas,
así como de fuerzas de aquellas naciones que se hallaban en guerra
contra España. Madrid tardaría no pocos años en tomar medidas que
pusieran freno o atenuaran esos desmanes, pese a su gravedad. Solo
después de los desastrosos ataques de 1537 y 1538 fue que Madrid
decidió fortificar La Habana. Dicha tarea se le encomendó a Hernando
de Soto, Gobernador de la Isla y Adelantado de la Florida; el hombre
que buscó en ese territorio la fuente de la eterna juventud, y murió
sin encontrarla.
Aquella fortaleza quedó lista en 1540, pero de la Fuerza solo tenía el
nombre. Resultaba inoperante y más lo era a medida que el puerto de La
Habana se convertía en punto de reunión de las flotas que llevaban a
España el oro y la plata de América. La agresividad de corsarios
franceses obligó a la Corona española a mejorar las defensas de la
ciudad. ¿Se mejoraría la Fuerza o se acometería una Fuerza nueva? El
empeño provocó largas discusiones y aunque algo se hizo la fortaleza
quedó prácticamente arrasada el 1ro. de julio de 1555 cuando el
corsario francés Jacques de Sores asaltó y tomó La Habana. Quedó en
tan pésimas condiciones que tres años después, aunque disponía de
algunas piezas de artillería,  se utilizaba como corral para el ganado
destinado al sacrificio. Fue entonces que se determinó la construcción
de la Fuerza actual.

Aclaración necesaria

En la torre de homenaje del castillo una veleta indica a los viajeros
la dirección del viento. Es la primera escultura en bronce de que se
tiene noticias en Cuba. Se trata de la Giraldilla y evoca a la que en
Sevilla remata la torre de La Giralda.
Muchos creen ver en ella  la representación de Inés —o Isabel— de
Bobadilla, la esposa de Hernando de Soto. Cuando este marchó a la
conquista y colonización de La Florida, ella subía a la torre a
esperar su regreso. Pero Hernando de Soto no regresó. Sus compañeros
lo enterraron en el lecho de un río para que los indios no profanaran
su cadáver y ella, sobrecogida por la noticia,  murió en el propio
mirador.
Una bella historia, sin duda. Solo que Inés, que es la única mujer que
hasta ahora ha desempeñado la máxima autoridad en la Isla, volvió, ya
viuda, a España, y la muerte de Soto ocurrió cuando aún existía la
Fuerza vieja, es decir, mucho antes de la construcción de la torre
donde se emplazó la Giraldilla.
No guardan relación por tanto Inés y la Giraldilla. Muchos dan por
cierto lo contrario. Así son las leyendas.

Cuartel, archivo, biblioteca

Como ya se dijo, no fueron pocos los capitanes generales que quisieron
demoler el edificio. Afortunadamente, el castillo se conservó. Fue
oficina y cuartel durante la Colonia y durante la intervención
norteamericana sede del Archivo General de la Isla de Cuba hasta su
traslado en 1906 para el viejo cuartel de Artillería de la calle
Compostela.  A partir de 1909 radicó allí la jefatura de la Guardia
Rural y luego el Estado Mayor del Ejército y la jefatura del batallón
número 1 de Artillería.
En 1938, el coronel José Eleuterio Pedraza, jefe de la Policía
Nacional, —el hombre que, en virtud del toque de queda,  puso a dormir
a La Habana a las nueve de la noche—  desalojó de manera violenta la
Biblioteca Nacional de la Maestranza de Artillería. Su objetivo era
construir en el espacio de la Maestranza, en Cuba y Chacón, la
jefatura del cuerpo que comandaba, lo que hizo. Los fondos de la
Biblioteca pasaron entonces a la Fuerza y allí estuvieron hasta el 21
de febrero de 1958, cuando la Biblioteca estrenó edificio propio en la
Plaza Cívica o de la República; la actual Plaza de la Revolución.

Ciro Bianchi Ross
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