La cosa diventava peggiore ogni giorno. Si era installato il caos, dopo la caduta di Machado il 12 agosto del 1933. Carlos Manuel de Céspedes presiedeva il Governo, ma non governava e la combattività dei cubani spaventava l’ambasciatore statunitense. C’era fame, disoccupazione e scioperi. La fiammata popolare ardeva l’Isola: operai e studenti erano sul piede di guerra. Nel porto dell’Avana, due navi da guerra statunitensi stazionavano con i cannoni sfoderati e i marines pronti a sbarcare.
Il clima di indisciplina e insubordinazione cresceva nell’esercito. Gli ufficiali, demoralizzati per la loro complicità con la dittatura appena abbattuta, erano sulla difensiva e il complotto dei sergenti riuniti nella cosiddetta Giunta della Difesa o degli Otto, guadagnava discepoli fra i coscritti. Di questa Giunta facevano parte i sergenti Pablo Rodríguez, che la dirigeva, José Eleuterio Pedraza e Manuel López Migoya, il sergente stenografo Fulgencio Batista, il soldato Mario Alfonso Hernández...Chiedavono benefici per la categoria dei sottufficiali e soldati, che non gli si riducesse la paga e che si aumentasse la cifra della pensione. Chiedevano copricapi piatti, due bottoni in più nella giacca e di non essere più utilizzati come attendenti da parte degli ufficiali. Però, molto presto, il 4 di settembre, il movimento rivelerà la sua matrice politica: non era necessario chiedere quello che essi stessi potevano procurarsi.
La mattina di quel giorno, il capitano Mario Torres Menier, del corpo di Aviazione, si presentò al comando del Sesto Distretto Militare, con sede nel campo di Columbia. Portava il messaggio del colonnello Julio Sanguily, capo dello Stato Maggiore di riunirsi con sottufficiali e soldati per conoscere le loro richieste, dal momento che il comando sapeva delle agitazioni presenti nella truppa e dell’assemblea che era in progetto. Spiegò il motivo della su visita al tenente colonnello José Perdomo. Ma Perdomo non era in grado di ascoltare. Era appena stato sollevato dal comando del Distretto, che rimase sotto il comando provvisorio del comandante Antonio Pineda e non avrebbe tardato a partire per Santiago di Cuba per occupare il suo nuovo incarico... Volle abbassare il tono alle preoccupazioni di Torres Menier: “Questa riunione, che non ha la maggior importanza, è autorizzata; dirò di più, mi sembra giusto che i ragazzi presentino le loro richieste”, disse e ricordò che poco prima aveva espresso a Batista, dopo aver ascoltato le lamentele dei soldati, che non voleva più essere il tenente colonnello Perdomo, ma il sergente Perdomo. Nonostante ciò, il capitano volle insistere per riunirsi con qualcuno dei caporioni del movimento. Lo fece con Batista che era appena entrato nel campo Si incontrarono nel portico del Club degli Arruolati.
Una volta dentro al Club Batista, cauto, parlò di sua moglie e della figlioletta per le quali vegliava come faceva il resto di quelli riuniti, colà, per i propri famigliari. Fece un sacco di giri di parole senza entrare nel merito, fino a che il soldato Mario Alfonso Hernández gli tolse la parola con un: “Guarda, Batista, non dire più cretinate e di che quello che vogliamo è un cambio di regime”.
E basta!
Al sergente dava fastidio l’insistenza di Torres Menier perché ponesse per iscritto le richieste della truppa per portarle a Sanguily. Il documento poteva essere usato contro di lui. Per questo, quando il capitano lasciò il Club, uscì velocemente da Columbia senza prima tralasciare di avvisare alcuni dei complottanti che la cospirazione era stata scoperta. Andò a casa sua, nel “cuchillo” di Toyo con due compagni. Elisa, sua moglie, preparò qualcosa da mangiare per il gruppo e fu lei a tranquillizzarlo quando commentò che alla radio avevano parlato di “qualcosa” che era successo a Columbia, ma che si era risolto.
Allora Batista decise di tornare al campo. Col presetsto di redigere le richieste, riunì la sua gente. Tutte le unità furono convocate per le 8 di sera. A quell’ora circa 800 unità di aderenti, in rappresentanza dell’esercito e la marina di stanza all’Avana e Matanzas, si dettero appuntamento nel cinema del campo. Parteciparono anche alcuni ufficiali.
Quello che successe fu raccontanto in diversi modi. All’ora convenuta, Batista, salì sul palco. I presenti cominciarono a parlare delle richieste e non si sa chi lanciò il grido di guerra. Alcune fonti riferiscono che qualcuno gridò all’improvviso: “E basta! Da questio momento noi coscrittici facciamo carico della situazione. I signori ufficiali possono ritirarsi nelle loro case e aspettare ordini”. Si dice che a partire da quello, Batista seguì l’onda e si impadronì della situazione. Altri autori gli attribuiscono tutto il protagonismo. Assicurano che il sergente stenografo dichiarò che non si sarebbero più eseguiti altri ordini che i suoi e che i sergenti maggiori si sarebbero fatti carico delle rispettive unità. Chiese rispetto e considerazione per gli ufficiali...Disse ai suoi compagni. “Adesso andate alle vostre unità, prendete le armi e mantenetevi entro la maggior disciplina fino a che riceviate da me gli ordini dettati dal nuovo Stato Maggiore”.
Mentre i sergenti maggiori uscivano per prendere i comandi, i sergenti del quartier generale si presentavano per ricevere ordini. Batista passò all’edificio del Comando e occupò l’ufficio del colonnello comandante. Aveva urgenza di comunicarsi con le caserme delle province al fine di ottenere l’appoggio di sottufficiali e soldati. Prontamente si aggiunsero le forze distaccate nella fortezza de la Cabaña, il bastione militare avanero più importante dopo di Columbia. Anche la caserma Sant’Ambrogio, sede dell’intendenza dell’esercito, si era aggiunta alla sollevazione e lo stesso sucesse con la caserma di Dragones, sede del Quinto Distretto, preso da un solo sergente. Alle due del mattino del 5 settembre, le truppe della capitale del Paese rinsaldavano fermamenti il colpo di Stato, e nel resto della nazione non si tardò a imitarle. Alle 5, il Governo di Céspedes non esisteva più. A quest’ora, l’ordine numero 1, dettato a Columbia, informava che Batista era al comando del movimento golpista.
Si dice che Batista venne invitato a incorporarsi alla Giunta della Difesa perché era l’unico sergente che avesse un’automobile e i cospiratori avevano bisogno di un veicolo. Certamente fu il più audace del gruppo e si impadronì del movimento. Nominò Rodríguez comandante di Columbia e López Migoya aiutante di Rodríguez. Ma non firmò il documento. Lo fece Migoya come aiutante di Rodríguez che ne era all’oscuro. Si dice che i soldati protestarono per la decisione di Batista, ma Rodríguez lasciò le cose come stavano.
Se vuole vada, se no non vada
I civili arrivavano poco a poco al campo militare. Alcuni non poterono entrare perché le guardie, accusandoli di politicanti, lo impedirono. Arrivarono, tra gli altri, Ramiro Valdés Daussá, dell’orgnizzazione Pro Legge e Giustizia, “Pepelín” Leyva e “Willy” Barrientos del Direttivo Studentesco. Si ritenne prudente avvisare anche Rubén de León e Carlos Prío, anch’essi dell’organizzazione universitaria e Batista chiese che si avvertisse il giornalista Sergio Carbó, direttore della rivista “La Semana”. “Pepelín” fu ad avvisarlo nella sua casa di 17 e I, nel Vedado. Suonò il camapanello della porta del piano terreno e quando Carbó si affacciò al balcone, grido dal marciapiede che Batista gli chiedeva che andasse a Columbia perché il “golpe” era già in marcia.. “Senta, ma lei sa cosa mi sta dicendo?”, rispose Carbó. E Pepelín: “Vabbè, se vuole vada, se no non vada. Da parte mia glie l’ho detto”.
Fu Prío che convinse Batista che l’obbiettivo immediato di quel movimento era di prendere il potere, ebbene il fascio di domande dei coscritti, che era nel frattempo aumentato, non era più l’espressione di una rivolta senza contenuto politico. Ne conseguì che il sergente stenografo e i suoi compagni assumessero il programma del Direttivo e, presieduta da Prío, si costituì il Raggruppamento Rivoluzionario di Cuba conosciuto anche come Giunta Rivoluzionaria di Columbia. Il “Proclama della rivoluzione del popolo di Cuba”, firmato da quasi tutti i membri di questa organizzazione presenti al campo e da Fulgencio batista come “sergente delle Forze Armate della Repubblica”, tracciò le linee di condotta e annunciò la presa del potere.
Il Raggruppamento, diceva il documento redatto da Sergio Carbó, nasceva per impulsare, in modo integrale, le rivendicazioni rivoluzionarie per le quali lottava il popolo di Cuba dentro ampie linee di democrazia e su basi di sovranità nazionale. Queste rivendicazioni erano: la ricostruzione economica della nazione, la convocazione di un’assemblea costituente, il castigo dei grandi colpevoli della dittatura machadista e il rispetto dei debiti contratti dalla Repubblica.
Il Proclama precisava: “Considerando che l’attuale Governo (di Céspedes) non risponde alla domanda urgente delle Rivoluzione, nonostante la buona fede e il patriottismo dei suoi componenti, il Raggruppamento si fa carico delle redini del potere come Governo Rivoluzionario Provvisorio, che rimetterà il sacro comando conferito dal popolo appena l’Assemblea Costituente, che si deve convocare, designi il Governo costituzionale che reggerà il nostro destino fino alle prossime elezioni generali”.
Per allontanare il fantasma del “caudillismo” si optò per un Governo collegiale. Batista assicurò che l’Esercito e la Marina erano d’accordo di appoggiare il Governo che decidesse il Raggruppamento. La Commissione Esecutiva fu conformata da cinque persone e venne chiamata popolarmente “la Pentarchia”. Di questi, in quel momento erano già a Columbia Sergio Carbò e José Miguel Irísarri e si decise invitare i professori universitari Ramón Grau San Martín, di Medicina e Guillermo Portela, di Diritto, che si aggiunsero al gruppo. Irísarri propose che batista fosse il quinto “pentarca”, ma il sergente prudentemente disse che preferiva rimanere nell’esercito. Ci furono altre due proposte: Carlos de la Torre, il saggio delle lumache e il banchiere Porfírio Franca, che vinse per maggioranza.
Il Quartier Generale di Columbia
E Céspedes?
A questo punto rimaneva solo la sostituzione formale di un Governo che aveva cessato di esistere. Il Presidente Céspedes fu sorpreso dagli avvenimenti fuori dall’Avana. Stava tornando dalle province centrali, dove aveva valutato i danni dell’uragano del primo settembre, quando il suo segretario raggiunse il corteo del suo presidente a San Francisco de Paula e lo aggiornò sui fatti di Columbia. Erano le 11 di mattina del giorno 5. Gli disse: “Summer Welles dice di non fare niente fin che non abbia parlato con lui”. Perché era l’Ambasciatore nordamericano che, alla caduta di Machado, aveva imposto alla presidenza quell’uomo di 62 anni di età, figlio del Padre della Patria e che, come diplomatico, aveva passato buona parte della sua vita fuori da Cuba, alieno ai problemi del Paese.
La stampa, una volta nel Palazzo, volle interrogarlo, ma Céspedes ignorò le domande. “Il ciclone è stata una vera catastrofe”, dichiarò e salì al suo ufficio accompagnato da alcuni dei suoi ministri. Successivamente, Batista, ancora con i suoi galloni da sergente, e i “pentarchi” entrarono nell’ufficio del Presidente accompagnati anche da alcuni membri del Direttivo. Prío che giunse al Palazzo in maniche di camicia, dovette chiedere in prestito una giacca.
Silenzio. Attesa. Seguì un dialogo teso tra Grau San Martín e il Presidente che abbandonò il palazzo senza dimettersi.
(Fonti: Testi di N. Briones Montoto, E. De la Osa e L. Soto)
A 80 años del golpe
Ciro Bianchi Ross • digital@juventudrebelde.cu
7 de Septiembre del 2013 19:08:54 CDT
La cosa estaba cada día peor. El caos se entronizó tras la caída de
Machado, el 12 de agosto de 1933. Carlos Manuel de Céspedes presidía
el Gobierno, pero no gobernaba y la combatividad de los cubanos
asustaba al Embajador estadounidense. Había hambre y desempleo y
huelgas. La llamarada popular quemaba la Isla y obreros y estudiantes
estaban en pie de lucha. En el puerto habanero dos buques de guerra
estadounidenses permanecían con los cañones desenfundados y los
marines prestos al desembarco.
El clima de indisciplina e insubordinación crecía en el Ejército. Los
oficiales, desmoralizados por su complicidad con la recién derrocada
dictadura, estaban a la defensiva y el complot de los sargentos
agrupados en la llamada Junta de Defensa o de los Ocho ganaba adeptos
entre los alistados. Formaban parte de esa Junta los sargentos Pablo
Rodríguez, que la encabezaba, José Eleuterio Pedraza y Manuel López
Migoya, el sargento taquígrafo Fulgencio Batista, el soldado Mario
Alfonso Hernández... Demandaban beneficios para clases y soldados, que
no se les rebajara el sueldo y que se aumentara el monto de las
pensiones; reclamaban gorras de plato y dos botones más en la guerrera
y que dejaran de ser utilizados como sirvientes por parte de la
oficialidad. Pero bien pronto, el 4 de septiembre, el movimiento
revelaría su matiz político: no era menester pedir lo que ellos mismos
podrían agenciarse.
En la mañana de ese día, el capitán Mario Torres Menier, del cuerpo de
Aviación, se personó en la jefatura del Sexto Distrito Militar, con
sede en el campamento de Columbia. Llevaba el encargo del coronel
Julio Sanguily, jefe del Estado Mayor, de reunirse con clases y
soldados y enterarse de sus peticiones ya que el mando tenía
conocimiento de la agitación que reinaba entre la tropa y de la
asamblea que proyectaba. Al teniente coronel José Perdomo explicó el
propósito de su visita. Pero Perdomo no estaba para el paso. Acababa
de ser relevado de la jefatura del Distrito, que quedó bajo el mando
provisional del comandante Antonio Pineda, y no demoraría en partir
para Santiago de Cuba a ocupar su nuevo destino. Quiso bajar el tono a
las preocupaciones de Torres Menier. «Esa reunión, que no tiene la
mayor importancia, está autorizada; es más, me parece que los
“muchachos” hacen bien en plantear sus demandas», dijo, y recordó que
poco antes había expresado a Batista que luego de conocer las quejas
de los soldados, no quería seguir siendo el teniente coronel Perdomo,
sino el sargento Perdomo. Aun así insistió el capitán en reunirse con
alguno de los cabecillas del movimiento. Lo haría con Batista, que
acababa de entrar en el campamento. Se encontraron en el portal del
Club de Alistados.
Ya dentro del Club, Batista, cauteloso, habló sobre su esposa y su
hijita, por las que, dijo, velaba al igual que lo hacían por sus
familiares el resto de los allí reunidos. Dio vueltas y más vueltas a
sus palabras, sin tocar lo esencial, hasta que el soldado Mario
Alfonso Hernández le cortó la perorata con un: «Mira, Batista, no
hables más mierda y di que lo que queremos es un cambio de régimen».
¡Basta ya!
Al sargento le daba mala espina la insistencia de Torres Menier de que
pusiera por escrito las peticiones de la tropa para trasladarlas a
Sanguily. El documento podía utilizarse en su contra. Por eso, en
cuanto el capitán abandonó el Club, salió él también disparado de
Columbia no sin avisar antes a algunos de los complotados que la
conspiración estaba descubierta. Con dos compañeros, se fue a su casa
en el cuchillo de Toyo. Elisa, su esposa, preparó para el grupo algo
de comer y fue ella la que los tranquilizó cuando comentó que por
radio hablaron sobre «algo» que sucedió en Columbia, pero que estaba
resuelto.
Decidió Batista entonces volver al campamento. Con el pretexto de
redactar el petitorio, reuniría a su gente. Todas las unidades fueron
convocadas para las ocho de la noche. A esa hora unos 800 alistados,
en representación de unidades del ejército y la marina destacadas en
La Habana y Matanzas, se daban cita en el cine del campamento.
Concurrían además algunos oficiales.
Lo que allí sucedió ha sido contado de muy diversas maneras. A la hora
convenida, Batista subió al estrado. Comenzaron los reunidos a hablar
sobre las demandas y no se sabe ya quién dio el grito de guerra.
Algunas fuentes refieren que alguien gritó de pronto: «¡Basta ya!
Desde este momento los alistados nos hacemos cargo de la situación.
Los señores oficiales pueden retirarse a sus casas y esperar órdenes».
Se cuenta que a partir de ahí Batista siguió la rima y se adueñó de la
situación. Otros autores le atribuyen todo el protagonismo. Aseguran
que el sargento taquígrafo expresó que no se obedecerían más órdenes
que las suyas y añadió que los sargentos primeros se harían cargo de
sus unidades respectivas. Pidió respeto y consideración para los
oficiales… Dijo a sus compañeros: «Ahora vayan a sus unidades, tomen
las armas y manténganse dentro de la mayor disciplina hasta que
reciban de mí las órdenes que dicte el nuevo Estado Mayor».
Mientras los sargentos primeros salían a ocupar los mandos y los
sargentos cuartel maestre se presentaban a recibir órdenes, Batista
pasaba al edificio de la jefatura del distrito y ocupaba el despacho
del coronel jefe. Le urgía comunicarse con los cuarteles de provincia
a fin de recabar el apoyo de clases y soldados. De inmediato se
sumaban las fuerzas destacadas en la fortaleza de La Cabaña, el
baluarte militar habanero más importante después de Columbia. El
cuartel de San Ambrosio, sede de la intendencia del ejército, se
sumaba también a la sublevación, y lo mismo sucedía con el cuartel de
Dragones, sede del Quinto Distrito, tomado por un solo sargento. A las
dos de la mañana del día 5 de septiembre las tropas de la capital del
país hacían firme su respaldo al golpe de Estado, y no tardaban en
imitarlas las del resto de la nación. A las cinco el Gobierno de
Céspedes no existía. A esa hora la Orden General número 1, dictada en
Columbia, daba cuenta de que Batista estaba al mando del movimiento
golpista.
Se dice que a Batista lo invitaron a incorporarse a la Junta de
Defensa porque era el único sargento que tenía automóvil y los
conspiradores necesitaban de un vehículo. Fue, sí, el más audaz del
grupo; se adueñó del movimiento. Protagonizó la asonada en el mismo
campamento de Columbia, y, antes, envió a Rodríguez a Matanzas. En
ausencia de Rodríguez, Batista dictó la orden en la que se designaba a
sí mismo jefe del movimiento. Nombró a Rodríguez jefe de Columbia y a
López Migoya, ayudante de Rodríguez. Pero no firmó el documento. Lo
hizo Migoya como ayudante de Rodríguez, que desconocía el asunto. Se
dice que los soldados protestaron la decisión de Batista, pero
Rodríguez dejó las cosas como estaban.
Si quiere va y si no, no va
Los civiles arribaban poco a poco al campamento militar. Algunos no
pudieron entrar porque los guardias, tachándolos de politiqueros, lo
impidieron. Llegaron, entre otros, Ramiro Valdés Daussá, de la
organización Pro Ley y Justicia, y «Pepelín» Leyva y «Willy»
Barrientos, del Directorio Estudiantil. Se creyó prudente avisar a
Rubén de León y a Carlos Prío, también de la organización
universitaria, y Batista pidió que se le avisara al periodista Sergio
Carbó, director de la revista La Semana. «Pepelín» fue a avisarle a su
casa de 17 e I, en el Vedado. Tocó el timbre de la puerta de los bajos
y cuando Carbó se asomó al balcón, gritó desde la acera que Batista le
pedía que fuera a Columbia porque ya el golpe estaba andando. «Oiga,
¿usted sabe lo que me está diciendo?», ripostó Carbó. Y Pepelín:
«Bueno, si quiere va y si no, no va. Ya yo se lo dije».
Fue Prío quien convenció a Batista de que el objetivo inmediato de
aquel movimiento debía ser la toma del poder, pues el pliego de
demandas de los alistados, que había seguido engrosándose, no era más
que expresión de una rebeldía sin contenido político. Se consiguió que
el sargento taquígrafo y sus compañeros asumieran el programa del
Directorio y, presidida por Prío, se constituía la Agrupación
Revolucionaria de Cuba, conocida también como Junta Revolucionaria de
Columbia. La «Proclama de la revolución al pueblo de Cuba» firmada por
casi todos los miembros de esa organización presentes en el campamento
y por Fulgencio Batista como «sargento jefe de las Fuerzas Armadas de
la República» fijó líneas de conducta y anunció la toma del poder.
La Agrupación, decía el documento redactado por Sergio Carbó, surgía
para impulsar, de manera integral, las reivindicaciones
revolucionarias por las que luchaba el pueblo de Cuba dentro de líneas
amplias de democracia y sobre principios de soberanía nacional. Esas
reivindicaciones eran la reconstrucción económica de la nación, la
convocatoria de una asamblea constituyente, el castigo de los grandes
culpables de la dictadura machadista y el respeto a las deudas
contraídas por la República.
Precisaba la Proclama: «Por considerar que el actual Gobierno (el de
Céspedes) no responde a la demanda urgente de la Revolución, no
obstante la buena fe y el patriotismo de sus componentes, la
Agrupación se hace cargo de las riendas del poder como Gobierno
Provisional Revolucionario, que reasignará el mando sagrado que le
confiere el pueblo tan pronto la Asamblea Constituyente, que se ha de
convocar, designe el Gobierno constitucional que regirá nuestros
destinos hasta las primeras elecciones generales».
Para alejar el fantasma del caudillismo, se optó por el Gobierno
colegiado. Batista aseguró que el Ejército y la Marina acordaban
apoyar el Gobierno que decidiera la Agrupación. Cinco figuras
conformarían la Comisión Ejecutiva —llamada popularmente Pentarquía—.
De estas, a esa hora, estaban ya en Columbia Sergio Carbó y José
Miguel Irisarri, y se decidió invitar a los profesores universitarios
Ramón Grau San Martín, de Medicina, y Guillermo Portela, de Derecho, a
que se sumaran al grupo. Irisarri propuso que Batista fuera el quinto
pentarca, pero el prudente sargento dijo que prefería mantenerse en el
ejército. Hubo dos propuestas más: Carlos de la Torre, el sabio de los
caracoles, y el banquero Porfirio Franca, que ganó por mayoría.
¿Y Céspedes?
A esa altura solo quedaba la sustitución formal de un Gobierno que
había ya dejado de existir. Al presidente Céspedes lo sorprendieron
los acontecimientos fuera de La Habana. Regresaba de las provincias
centrales, donde evaluó los destrozos del huracán del primero de
septiembre, cuando su secretario interceptó la caravana del mandatario
en San Francisco de Paula y lo impuso de los sucesos de Columbia. Eran
las 11 de la mañana del día 5. Le dijo: «Dice Summer Welles que no
haga nada hasta que no hable con él». Porque era el Embajador
norteamericano quien, a la caída de Machado, había impuesto en la
presidencia a aquel hombre de 62 años de edad, hijo del Padre de la
Patria y que, como diplomático, había pasado buena parte de su vida
fuera de Cuba, desconectado de los problemas del país.
La prensa, ya en Palacio, quiso interrogarlo, pero Céspedes rehuyó las
preguntas. «El ciclón ha sido una verdadera catástrofe», declaró y
subió a su despacho acompañado de algunos de sus ministros. Luego
Batista, aún con sus galones de sargento, y los pentarcas entraron en
la oficina del Presidente y penetraron además algunos miembros del
Directorio. Prío, que acudió a Palacio en mangas de camisa, tuvo que
pedir una chaqueta prestada.
Silencio. Expectación. Siguió un diálogo tenso entre Grau San Martín y
el mandatario que, sin renunciar, abandonó Palacio.
(Fuentes: Textos de N. Briones Montoto, E. de la Osa y L. Soto)
Ciro Bianchi Ross
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lunedì 9 settembre 2013
sabato 7 settembre 2013
venerdì 6 settembre 2013
XIV Festa dei Vini
Dal 2 al 4 ottobre prossimi, si terrà all'Avana la XIV Festa dei Vini durante la quale verranno presentati vini provenienti da diverse parti del mondo a cui si uniranno attività collaterali in collaborazione con l'Associazione Culinaria di Cuba e la Habanos s.p.a.
Si prevede anche la partecipazione del Consorzio Vini della Toscana in rappresentanza dell'Italia.
Il calendari della manifestazione, che si terrà all'hotel Nacional è il seguente:
2 ottobre alle ore 10.00 nella sala 1930: Presentazione e apertura della XIV edizione della Festa dei Vini con la conferenza di un rappresentante dell Camera di Commercio di Cuba.
3 ottobre alle ore 11.00 nel salone Parisienne: conferenza sullo sposalizio ideale fra sigari Avana autentici con vini d'eccellenza.
4 ottobre alle ore 11 nella sala 1930: presentazione di spuntini e "finger foods" in associazione ai vini ideali.
4 ottobre alle ore 17.00 nella sala 1930: chiusura e consegna dei premi alle varie Cantine.
Chissà se al Consorzio Vini della Toscana o a qualche altro Ente può venire in mente di aprire un'Enoteca all'Avana...lo spazio ci sarebbe.
Si prevede anche la partecipazione del Consorzio Vini della Toscana in rappresentanza dell'Italia.
Il calendari della manifestazione, che si terrà all'hotel Nacional è il seguente:
2 ottobre alle ore 10.00 nella sala 1930: Presentazione e apertura della XIV edizione della Festa dei Vini con la conferenza di un rappresentante dell Camera di Commercio di Cuba.
3 ottobre alle ore 11.00 nel salone Parisienne: conferenza sullo sposalizio ideale fra sigari Avana autentici con vini d'eccellenza.
4 ottobre alle ore 11 nella sala 1930: presentazione di spuntini e "finger foods" in associazione ai vini ideali.
4 ottobre alle ore 17.00 nella sala 1930: chiusura e consegna dei premi alle varie Cantine.
Chissà se al Consorzio Vini della Toscana o a qualche altro Ente può venire in mente di aprire un'Enoteca all'Avana...lo spazio ci sarebbe.
Tormenta tropicale "Gabrielle"
La tormenta tropicale "Gabrielle", formatasi a sud est di Portorico è già transitata sull'Isola con forti piogge e venti di circa 55 kmh.
Gabrielle si sta muovendo verso ovest-nord-ovest e sta entrando nel territorio della Repubblica Dominicana senza cambiamenti nella sua composizione. Si prevede che il suo spostamento prosegua nella stessa direzione, quindi non dovrebbe interessare Cuba se non con alcune frange nella zona orientale nei prossimi giorni. Al momento non sembra ci siano le condizioni perché si converta in uragano, in ogni caso verrà monitorata costantemente.
Gabrielle si sta muovendo verso ovest-nord-ovest e sta entrando nel territorio della Repubblica Dominicana senza cambiamenti nella sua composizione. Si prevede che il suo spostamento prosegua nella stessa direzione, quindi non dovrebbe interessare Cuba se non con alcune frange nella zona orientale nei prossimi giorni. Al momento non sembra ci siano le condizioni perché si converta in uragano, in ogni caso verrà monitorata costantemente.
giovedì 5 settembre 2013
mercoledì 4 settembre 2013
Viaggio al patrimonio sommerso
Ho trovato interessante questo articolo, pubblicato sul Granma di sabato 31 agosto a firma di Orfilio Peláez
Per la sua posizione privilegiata, durante l’epoca coloniale Cuba divenne una rotta commerciale obbligata per l’intenso traffico navale per merci di ogni tipo fra l’America e l’Europa, in particolare il porto dell’Avana.
Questa propria condizione fece che le sue coste e acque antistanti fossero scenari di incontabili naufragi di diversi tipi di imbarcazioni come: navigli, fregate, brigantini, golette e altri mezzi navali di trasporto nel periodo tra i secoli XVI e XIX, i cui affondamenti furono causati molte volte dalla furia di madre natura, all’ignoranza delle caratteristiche del fondo marino da parte dei naviganti o alle guerre nelle quali si fronteggiavano le principali potenze dell’epoca, senza dimenticare quelli vincolati agli attacchi di piarti e corsari. Un articolo pubblicato tre anni orsono, in una rivista specializzata, dal riconosciuto archeologo e subacqueo professionista cubano, Alessandro López Pérez, e la altrettanto esperta ingegnera Mónica Pavía Pérez, rendeva conto di oltre duemila naufragi documentati sulle nostre coste, molte di loro di gran importanza storica e culturale. Oggi la cifra ascende a quasi tremila.
La creazione dell’Empresa Carisub S.A. nel 1980 gettò le basi per iniziare l’esplorazione e riscatto di varie imbarcazioni affondate nella piattaforma insulare della maggiore delle Antille, per cui venne richiesta l’organizzazione rigorosa dei fascicoli di ogni caso, lavoro che fu condotto dallo storico César García Pino e proseguita poi da César Alonso Sansón dell’Empresa Semar.
Scienza in primo piano
Più in la del suo rilevante lavoro di investigazione del passato coloniale, il Gabinetto di Archeologia dell’Ufficio dello Storico della Città dell’Avana lavora anche nella conoscenza e protezione del patrimonio sommerso nella rada capitalina, nella costa della stessa provincia e la costa nord di Mayabeque, compito assunto dalla Sezione di Archeologia Litorale Subacquea, costituita nel 2002 con questo fine.
Come ha riferito al Granma, Roger Arrazcaeta Delgado, direttore del gabinetto, la citata dipendenza conta con sette specialisti dedicati all’interessante tematica che ritrova e riporta alla luce i sisti archeologici che giacciono nel fondo del mare e risaltano per la preziosa informazione che offrono attorno al modo di vivere dell’epoca pre-hispanica e della colonia.
Ha indicato che attualmente sviluppano diversi progetti scientifici, dove emerge quello riferito al Recupero del Lungomare Tradizionale di fronte alle sfide del cambio climatico, iniziato nel 2011 dall’Ufficio dello Storico della Città dell’Avana, con la partecipazione di diversi enti nazionali e il finanziamento dell’agenzia svizzera Cosude. Ciò comprende l’identificazione, registrazione e diagnosi della ricchezza subacquea compresa nel tratto tra il Paseo del Prado alla calle Marina, fino alla profondità di 25 metri.
Luis Francés Santana, capo della Sezione di Archeologia Litorale e Subacquea, ha menzionato inoltre le prospezioni, portate a termine, sulla nave San Antonio affondata nella baia avanera nel 1909, lavoro durante il quale si poterno recuperare piastrelle di ceramica che stavano per essere sottratte illegalmente. Una volta desalinizzate, si utilizzano nei restauri di immobili famosi dell’Avana Vecchia.
Insolito saccheggio
Forse, uno dei lavori più notevoli del gabinetto di Archeologia in questa sfera, durante gli ultimi tre anni, è quello vincolato alla documentazione e studio della fregata spagnola “Navegador”, che in balìa di una forte tormenta invernale si incagliò in Boca Chipiona, vicino alla località di Santa Cruz del Norte, attuale provincia di Mayabeque, dove affondò il 4 febbraio del 1814.
Sommersa a una profondità tra i 6 e i 9 metri, la citata imbarcazione, era diretto all’Avana con un carico composto da molteplici pezzi di fine vasellame inglese (piatti, tazze da caffè e tè, caraffe, marmitte, coperchi di recipienti), oltre a bussole, accessori per lampade, bottoni metallici, rubinetti per botti di vino, fermagli di arredamento, pietre per mulini e molti altri oggetti.
Dopo aver ricevuto la segnalazione di un abitante del luogo sull’apparizione di alcune delle cose descritte, gli archeologi del Gabinetto verificarono l’informazione, trovarono resti dell’imbarcazione e con lo studio dell’informazione storica comprovarono che si trattava del “Navegador”.
“lo strano è che da diverso tempo il luogo era spogliato da subacquei, dai quali più di una volta abbiamo subito minacce per affrontare i loro ignobili propositi durante le spedizioni sul posto”, dichiarò l’archeologo Roger Arrazcaeta, responsabile di questo lavoro.
Fortunatamente, con l’appoggio della Polizia Tecnica di Investigazioni, specializza nel Patrimonio, il Consiglio Culturale, il Registro dei Beni Culturali, l’Impresa Semar, la direzione Municipale di Cultura e il Museo Municipale di Santa Cruz del Norte, tali fatti delittivi sono diminuiti significativamente e si poterono riscattare numerosi pezzi che erano in mano di persone irresponsabili.
Senza dubbio, al margine delle misure adottate, per poner fine al saccheggio, alla contaminazione provocata dal versamento di residui delle fabbriche vicine all’Empresa Cuba Ron (non ha compiuto da quasi un anno la promessa di risolvere questa situazione) è ad alto rischio la possibilità di conservare a livelli accettabili i resti strutturali della vetusta imbarcazione e gli oggetti di inestimabile valore che rimangono in fondo al mare, testimoni eccezionali della nostra eredità culturale.
Inoltre ciò rappresenta un pericolo per la salute degli specialisti del Gabinetto, che non cessano nel loro impegno di portare avanti quasta crociata per la salvaguardia del patrimonio subacqueo di Cuba.
Per la sua posizione privilegiata, durante l’epoca coloniale Cuba divenne una rotta commerciale obbligata per l’intenso traffico navale per merci di ogni tipo fra l’America e l’Europa, in particolare il porto dell’Avana.
Questa propria condizione fece che le sue coste e acque antistanti fossero scenari di incontabili naufragi di diversi tipi di imbarcazioni come: navigli, fregate, brigantini, golette e altri mezzi navali di trasporto nel periodo tra i secoli XVI e XIX, i cui affondamenti furono causati molte volte dalla furia di madre natura, all’ignoranza delle caratteristiche del fondo marino da parte dei naviganti o alle guerre nelle quali si fronteggiavano le principali potenze dell’epoca, senza dimenticare quelli vincolati agli attacchi di piarti e corsari. Un articolo pubblicato tre anni orsono, in una rivista specializzata, dal riconosciuto archeologo e subacqueo professionista cubano, Alessandro López Pérez, e la altrettanto esperta ingegnera Mónica Pavía Pérez, rendeva conto di oltre duemila naufragi documentati sulle nostre coste, molte di loro di gran importanza storica e culturale. Oggi la cifra ascende a quasi tremila.
La creazione dell’Empresa Carisub S.A. nel 1980 gettò le basi per iniziare l’esplorazione e riscatto di varie imbarcazioni affondate nella piattaforma insulare della maggiore delle Antille, per cui venne richiesta l’organizzazione rigorosa dei fascicoli di ogni caso, lavoro che fu condotto dallo storico César García Pino e proseguita poi da César Alonso Sansón dell’Empresa Semar.
Scienza in primo piano
Più in la del suo rilevante lavoro di investigazione del passato coloniale, il Gabinetto di Archeologia dell’Ufficio dello Storico della Città dell’Avana lavora anche nella conoscenza e protezione del patrimonio sommerso nella rada capitalina, nella costa della stessa provincia e la costa nord di Mayabeque, compito assunto dalla Sezione di Archeologia Litorale Subacquea, costituita nel 2002 con questo fine.
Come ha riferito al Granma, Roger Arrazcaeta Delgado, direttore del gabinetto, la citata dipendenza conta con sette specialisti dedicati all’interessante tematica che ritrova e riporta alla luce i sisti archeologici che giacciono nel fondo del mare e risaltano per la preziosa informazione che offrono attorno al modo di vivere dell’epoca pre-hispanica e della colonia.
Ha indicato che attualmente sviluppano diversi progetti scientifici, dove emerge quello riferito al Recupero del Lungomare Tradizionale di fronte alle sfide del cambio climatico, iniziato nel 2011 dall’Ufficio dello Storico della Città dell’Avana, con la partecipazione di diversi enti nazionali e il finanziamento dell’agenzia svizzera Cosude. Ciò comprende l’identificazione, registrazione e diagnosi della ricchezza subacquea compresa nel tratto tra il Paseo del Prado alla calle Marina, fino alla profondità di 25 metri.
Luis Francés Santana, capo della Sezione di Archeologia Litorale e Subacquea, ha menzionato inoltre le prospezioni, portate a termine, sulla nave San Antonio affondata nella baia avanera nel 1909, lavoro durante il quale si poterno recuperare piastrelle di ceramica che stavano per essere sottratte illegalmente. Una volta desalinizzate, si utilizzano nei restauri di immobili famosi dell’Avana Vecchia.
Insolito saccheggio
Forse, uno dei lavori più notevoli del gabinetto di Archeologia in questa sfera, durante gli ultimi tre anni, è quello vincolato alla documentazione e studio della fregata spagnola “Navegador”, che in balìa di una forte tormenta invernale si incagliò in Boca Chipiona, vicino alla località di Santa Cruz del Norte, attuale provincia di Mayabeque, dove affondò il 4 febbraio del 1814.
Sommersa a una profondità tra i 6 e i 9 metri, la citata imbarcazione, era diretto all’Avana con un carico composto da molteplici pezzi di fine vasellame inglese (piatti, tazze da caffè e tè, caraffe, marmitte, coperchi di recipienti), oltre a bussole, accessori per lampade, bottoni metallici, rubinetti per botti di vino, fermagli di arredamento, pietre per mulini e molti altri oggetti.
Dopo aver ricevuto la segnalazione di un abitante del luogo sull’apparizione di alcune delle cose descritte, gli archeologi del Gabinetto verificarono l’informazione, trovarono resti dell’imbarcazione e con lo studio dell’informazione storica comprovarono che si trattava del “Navegador”.
“lo strano è che da diverso tempo il luogo era spogliato da subacquei
Fortunatamente, con l’appoggio della Polizia Tecnica di Investigazioni, specializza nel Patrimonio, il Consiglio Culturale, il Registro dei Beni Culturali, l’Impresa Semar, la direzione Municipale di Cultura e il Museo Municipale di Santa Cruz del Norte, tali fatti delittivi sono diminuiti significativamente e si poterono riscattare numerosi pezzi che erano in mano di persone irresponsabili.
Senza dubbio, al margine delle misure adottate, per poner fine al saccheggio, alla contaminazione provocata dal versamento di residui delle fabbriche vicine all’Empresa Cuba Ron (non ha compiuto da quasi un anno la promessa di risolvere questa situazione) è ad alto rischio la possibilità di conservare a livelli accettabili i resti strutturali della vetusta imbarcazione e gli oggetti di inestimabile valore che rimangono in fondo al mare, testimoni eccezionali della nostra eredità culturale.
Inoltre ciò rappresenta un pericolo per la salute degli specialisti del Gabinetto, che non cessano nel loro impegno di portare avanti quasta crociata per la salvaguardia del patrimonio subacqueo di Cuba.
martedì 3 settembre 2013
3 settembre, 24 anni dopo
Sono passati 24 anni da quella tragica domenica in cui un uomo ebbe la presunzione di essere, con la sua macchina volante, più forte della Natura. Pagò con la sua vita e con quella di oltre 100 persone ignare e innocenti, l'errore imperdonabile.
lunedì 2 settembre 2013
L'amante di Lansky e altre risposte, di Ciro Bianchi Ross, pubblicato su Juventud Rebelde del 1°/09/13
L’amante di Lansky ed altre risposte.
Diversi lettori hanno scritto al giornale o hanno abbordato questo scriba per la strada con l’interesse di sapere dove fosse ubicato esattamente il cabaret Sans Soucì, lo scomparso centro notturno a cui ho dedicato le pagine corrispondenti alla domeniche 11 e 18 agosto. Altri, certamente non pochi, hanno chiesto che cercassi di precisare quando questo locale chiuse definitivamente le sue porte; ovvero se la sua ultima funzione fu il 31 dicembre del 1958 o se i suoi spettacoli, come si evince da annunci apparsi sulla stampa, si protrassero durante il gennaio e febbraio del 1959. Non mancano coloro che, in relazione alla pagina intitolata “Baroni della mafia” (5 maggio, 2013), chiedono che racconti cosa ho potuto verificare sull’amante cubana di Meyer Lansky e sono diversi coloro che insistono perché completi l’informazione su Amletto Battisti e Lora, proprietario dell’hotel Sevilla e Amedeo Barletta, proprietario del giornale El Mundo e rappresentante, a Cuba, della General Motors, che presentai in “Altri uomini della mafia” apparso la settimana scorsa, nel quale non fui più esplicito per mancanza di spazio.
Cercherò, nel limite del possibile, di accontentare tutti.
Come me lo hanno raccontato.
L’elenco del telefono dell’Avana, corrispondente al 1958, riporta l’indirizzo del cabaret Sans Soucì. Dice: Strada di Arroyo Arenas, kilometro 15, Si potrebbe anche dire: Avenida 51 tra 220 e 222. Alla sinistra del viale si proviene dall’Avana. Nonostante le trasformazioni, il luogo richiama ancora l’attenzione per la sua facciata di pietra, coronata da tegole spagnole, dove si leggeva il nome del locale. Una volta chiuso il cabaret si è dato luogo a differenti usi. All’angolo della 220 funziona un’agenzia di vendita auto.
Il cabaret ha chiuso in modo definitivo l’ultimo giorno del 1958? E’ almeno quello che mi dice adesso regino Manuel Lòpez Rodrìguez che, con 11 anni d’età, cominciò a lavorare nel Sans Soucì come tuttofare – cameriere, fattorino, inserviente -. Suo padre era il capo elettricista dell’azienda, un posto chiave in una installazione di questo tipo, e la considerazione che si aveva per il genitore aprì al ragazzo le porte del posto.
Correva, allora, l’anno 1956 e Regino Manuel, soprannominato Manolo, compì non pochi compiti colà per potersi conservare il lavoro che, per la sua età, non poteva disimpegnare ufficialmente. Alla caduta della dittatura aveva 13 anni.
Racconta che il 1° gennaio, dopo le tre del mattino, si seppe nel Sans Soucì della fuga di Batista. Dice che al conoscere la notizia, alte cariche del Governo che erano li in attesa dell’anno nuovo, si misero a correre come volgari passeggeri a cui scappava il treno. A quell’ora Manolo si diresse a casa per riposare assieme a suo padre. Tornarono al cabaret verso mezzogiorno, informati di quello che successe prima dell’alba o alle prime ore del mattino. Già di ritorno al locale videro più di 20 macchinette mangiasoldi, distrutte, nell’area del parcheggio.
Chiarisce che il casinò e il locale non erano stati saccheggiati, però siccome chi era intervenuto poteva tornare, suo padre e sua madre che lavorava a sua volta nel Sans Soucì, oltre a sei o sette dipendenti che si erano uniti un po’ per rischio, decisero di rimanere sul posto per difenderlo se fosse stato necessario. Il ragazzo volle aggiungersi al gruppo. Ricorda che suo padre estrasse una pistola calibro 45 e una rivoltella calibro 38 che teneva nascoste, per farne uso in caso di bisogno.
Il giorno 2, i custodi improvvisati, videro un’auto che attraversava la porta del cabaret e avanzava per un vialetto interno fino a fermarsi davanti al bar caffetteria “El Popular”. Serviva bevande e spuntini e doveva il suo nome al aftto che dava adito a un casinò destinato essenzialmente ai taxisti e autisti che potevano guadagnare, ma sopratutto perdere, un po’ di soldi mentre aspettavano i loro passeggeri o “padroni”. Un casinò destinato, ad ogni modo, a gente di poche risorse economiche. Una gran parete di cristallo separava il bar dal casinò.
Cinque o sei uomini armati di fucile scesero dall’automobile entrando nel locale de “El Popular”. Nel vedere la manovra, gli improvvisati guardiani, si diressero a loro volta verso il luogo. Arrivando li, “el Gallego”, uno dei dipendenti sevì nervosamente l’ordinazione di gassose che fecero i nuovi arrivati e preparava i panini che avevano richiesto.
Ci fu un confronto fra i “custodi” e le persone dell’auto che erano intenti a distruggere, a fucilate, la vetrata. Il padre di manolo con la pistola in vista sotto la camicia all’altezza della cintura, li richiamò all’ordine ed ebbe risultato quando uno degli occupanti del veicolo, un falegname che lo conosceva per essere un vicino di casa, disse al suo gruppo che era meglio andarsene e questo fecero, dopo aver mangiato in pace i loro panini.
Santo Trafficante, racconta Manolo; non tornò più al Sans Soucì. Nemmeno Raúl González Jerez, proprietario del club 21 che Trafficante portò al cabaret come una specie di gerente. Nemmeno Tommy, il contabile, un soggetto che Manolo non seppe mai se fosse cubano o nordamericano, tornò. Abbandonato dai suoi dirigenti il Sans Soucì rimase allo sbando. I suoi lavoratori volevano mantenerlo a galla. Crearono una commissione che si intervistò con il capitano Otero, capo militare de “La Lisa”. Erano disposti a lavorare senza stipendio finché il Governo si facesse carico del cabaret. Manolo dice che tutto sembrava filare dritto, ma i musicisti si rifiutarono di lavorare senza stipendio.
Una donna “fatta a mano”.
È molto scarsa l’informazione di cui dispone lo scriba rispetto a Carmen, l’amante cubana di Meyer Lansky. Qualcuno che la conobbe, disse a un giornalista nordamericano che era la donna più bella che avesse visto in vita sua. Aveva, allora, 20 anni, buone maniere e voce dolce. Andatura lieve. La pelle olivastra e i capelli neri e crespi le scendevano sulla schiena fino alla vita. Il suo era un corpo ben proporzionato, con seni rotondi e dita lunghe. Una peluria sottile, appena percettibile, le copriva totalmente le cosce e le braccia.
Lansky divideva con lei un piano alto nel Paseo del Prado, dove viveva anche la madre di Carmen. “Un pasaje de Almendra”, il romanzo di Mayra Montero, si svolge in quell’appartamento. Lansky e Carmen si conobbero ne “El Encanto” il grande magazzino di Galiano e San Rafael. Quella relazione fu qualcosa di insolito per il capoccia mafioso, che non si permetteva certe libertà. Lansky mantenne Carmen all’oscuro e con l’ostracismo più profondo, non solo perché temeva che sua moglie Terry potesse venire a sapere di quell’amore clandestino, ma anche perchè aveva sempre criticato i suoi soci per questi amori segreti, che classificava come una debolezza.
Lansky uscì da Cuba nel gennaio del 1959, dopo l’ingresso all’Avana del Comandante en Jefe Fidel Castro. Tornò nel marzo dello stesso anno per portare via Carmen dall’Isola. Non trovò la ragazza “fatta a mano”, si era volatilizzata, sparita. Mai nessuno seppe più niente di lei.
Giunto alla vecchiaia, Lansky, parlava dei 17 milioni di dollari in contanti che “per un pelo” non potè portar via dall’Avana nel gennaio del ’59 e che non poté recuperare mai più.
Li aveva nascosti nell’appartamento di Carmen nel Paseo del Prado? Quei 17 milioni sono spariti con lei?
Soldi sottobanco.
Santo Trafficante era socio di Amletto Battisti nel contrabbando di narcotici. Lansky simpatizzava col proprietario dell’hotel Sevilla. Utilizzava la Banca di Credito e Investimenti, di Battisti per lavare i soldi non dichiarati dei casinò. Amadeo Barletta, proprietario anche di Tele Mundo - il canale 2 della televisione nazionale - era anche padrone del Banco Atlantico. Banche che ricevevano, clandestinamente, i soldi dei casinò e mantenevano legami occulti con un insieme di compagnie fantasma.
Dice uno storico: “Il tipo di struttura finanziaria che Lansky, Trafficante e altri malavitosi nordamericani avevano bisogno per la loro espansione a Cuba...le banche che erano proprietà o erano controllate da Battisti, Barletta e, in seguito, una creata dallo stesso presidente Batista rivestivano la maggior importanza per la mafia dell’Avana. Si era già cominciato a riscuotere molti soldi dagli alberghi, dai casinò, cabaret e altri affari relazionati al turismo, ma se tutto andava secondo i piani, quello sarebbe stato solo l’inizio”.
Molte delle attività di Barletta erano sotto il controllo di una misteriosa Santo Domingo Motors Company, i cui proprietari erano sconosciuti anche al Banco Nacional de Cuba, afferma Guillermo Jíménez nel suo libro “Los proprietarios de Cuba. 1958” oltre il 50% del Banco Atlantico era controllato da questa compagnia e il direttore generale, il banchiere italiano Leonardo Masoni, venne espressamente da Milano per occuparsene in rappresentanza di 1.150 azionisti italiani sconosciuti. Barletta rappresentava la Santo Domingo Motors Company, ma non la controllava. La controllavano capitali italiani mascherati.
Battisti era - dice Guillermo Jiménez nel suo citato libro - il più potente dei banchieri dei giochi d’azzardo e degli strozzini o prestasoldi. Tramite la sua banca faceva grossi prestiti ai politici. Controllava una lotteria privata. Dal suo arrivo a Cuba nel 1936, mantenne stretti vincoli con l’allora colonnello Fulgencio Batista, e quasi subito dopo il suo arrivo, divenne presidente del Jockey Club della Compagnia Cubano-Uruguaya per lo Sviluppo del Turismo che operava nell’ippodromo oriental park, di Marianao, dove aveva forti interessi nel casinò.
Trafficante diceva che a Cuba i veri mafiosi vestivano le uniformi militari e usavano portafogli da ministro. La mafia utilizzava i politici cubani, ma li disprezzava. Lansky non si stancava di dimostrare che non era in debito con loro; solo con Batista.
Una sera Lansky aveva un appuntamento con Battisti al Sevilla. Giunse all’hotel, scese dalla sua auto e già nel vestibolo si imbatté con Santiago Rey, ministro degli interni della dittatura. Rei stese la mano per salutare Lansky, ma questi lo guardò con sdegno e proseguì. Il ministro rimase con la mano sospesa, mentre Lansky proseguiva il suo cammino verso l’ufficio di Battisti.
La amante de Lansky y otras respuestas
Ciro Bianchi Ross • digital@juventudrebelde.cu
1 de Septiembre del 2013 13:53:21 CDT
Varios lectores se dirigieron al periódico o abordaron a este
escribidor en la calle con el interés de conocer dónde estaba situado
exactamente el cabaré Sans Souci, el desaparecido centro nocturno al
que dediqué las páginas correspondientes a los domingos 11 y 18 de
agosto. Otros, no pocos por cierto, solicitaron que tratara de
precisar cuándo ese establecimiento cerró sus puertas de manera
definitiva; esto es, si su última función fue la del 31 de diciembre
de 1958 o si sus espectáculos, como se infiere por anuncios aparecidos
en la prensa, se prolongaron durante enero y febrero de 1959. No
faltan los que con relación a la página titulada Barones de la mafia
(5 de mayo, 2013) piden que cuente lo que haya podido averiguar sobre
la amante cubana de Meyer Lansky, y son varios los que insisten en que
complete la información sobre Amletto Battisti y Lora, propietario del
hotel Sevilla, y Amadeo Barletta, propietario del periódico El Mundo y
representante en Cuba de la General Motor, que ofrecí en Otros hombres
de la mafia, aparecida la pasada semana, en la que no fui más
explícito por falta de espacio.
Trataré hasta donde sea posible de complacerlos a todos.
Como me lo contaron.
El Directorio Telefónico de La Habana correspondiente a 1958 consigna
la dirección del cabaret Sans Souci. Dice: Carretera de Arroyo Arenas,
kilómetro 15. También podría decirse: Avenida 51 entre 220 y 222. A la
izquierda de la vía si se avanza desde La Habana. Pese a las
transformaciones, el lugar llama todavía la atención por su portada de
piedra, coronada por tejas españolas, donde se leía el nombre del
establecimiento. Una vez cerrado el cabaré, se ha dado al lugar
diferentes usos. En la esquina de 220 funciona un expendio de
automóviles.
¿Cerró el cabaré de manera definitiva el último día de 1958? Es al
menos lo que me dice ahora Regino Manuel López Rodríguez que, con 11
años de edad comenzó a trabajar en Sans Souci como botones —servidor,
recadero, ordenanza—. Su padre era el electricista principal de la
empresa, un puesto clave en una instalación de ese tipo, y la
consideración que se tenía a su progenitor abrió al muchacho las
puertas del lugar. Corría entonces el año de 1956 y Regino Manuel, a
quien apodan Manolo, cumplió allí no pocas tareas con tal de conservar
un empleo que, por su edad de entonces, no podía desempeñar de manera
oficial. Al derrumbarse la dictadura tenía 13 años de edad.
Refiere que el 1ro. de enero, pasadas las tres de la mañana, se supo
en Sans Souci de la fuga de Batista. Dice que al conocerse la noticia,
altas figuras del Gobierno que allí esperaron el año, corrieron como
vulgares viajeros a los que se les va el tren. A esa hora Manolo
marchó a descansar a su casa junto con su padre. Regresarían al cabaré
sobre las 12 del día, avisados de lo que había sucedido durante la
madrugada o las primeras horas de la mañana. Ya de vuelta en el
establecimiento vieron más de 20 máquinas tragaperras destrozadas en
el área del parqueo.
Precisa que el casino no había sido saqueado ni el cabaré tampoco,
pero como quienes antes habían irrumpido podrían volver, el padre y la
madre de Manolo, que trabajaba también en Sans Souci, y seis o siete
empleados más que se habían juntado un poco por azar, decidieron
permanecer en el lugar para defenderlo si era preciso. Quiso el
muchacho sumarse al grupo. Recuerda que su padre sacó una pistola
calibre 45 y un revólver 38, que mantenía ocultos, para hacer uso de
ellos en caso necesario.
El día 2 los improvisados custodios vieron cómo un automóvil
atravesaba la portada del cabaré y avanzaba por una calle interior
hasta detenerse frente al bar-cafetería El Popular. Expedía bebidas y
alimentos ligeros y debía su nombre a que daba asiento a un casino de
juego destinado en lo esencial a taxistas y choferes que podían ganar
y, sobre todo, perder algún dinero mientras esperaban por sus
patrones. Un casino destinado, de cualquier manera, a gente de pocos
recursos. Una gran pared de cristal separaba el bar del casino.
Cinco o seis hombres armados con fusiles descendieron del automóvil y
penetraron en el local de El Popular. Al ver la maniobra, los
espontáneos guardianes se dirigieron también hacia el lugar. Al llegar
allí, el Gallego, uno de los dependientes, atendía, muy nervioso, el
pedido de gaseosas que hicieron los recién llegados y se disponía a
prepararles los entrepanes que habían solicitado.
Hubo una confrontación entre los custodios y la gente del automóvil,
empeñados en destrozar a tiros la vidriera. El padre de Manolo, con la
pistola insinuándosele debajo de la camisa a la altura de la cintura,
los llamó al orden y primó el buen tino cuando uno de los tripulantes
del vehículo, un carpintero que conocía al padre de Manolo, de quien
era vecino, dijo a los de su grupo que lo más oportuno era marcharse.
Eso hicieron luego de comer sus emparedados en paz.
Santo Trafficante, precisa Manolo, no volvió más por Sans Souci.
Tampoco Raúl González Jerez, propietario del Club 21 y a quien
Trafficante llevó al cabaré como una especie de gerente. Tampoco
volvió Tommy, el contador, un sujeto del que Manolo nunca supo si era
cubano o norteamericano. Abandonado por sus ejecutivos, Sans Souci
quedó al garete. Quisieron sus empleados mantenerlo a flote. Crearon
una comisión que se entrevistó con el capitán Otero, jefe del cuartel
de La Lisa. Estaban dispuestos a laborar sin recibir remuneración
alguna hasta que el Gobierno se hiciera cargo del cabaré. Dice Manolo
que todo parecía marchar de la mejor manera, pero que los músicos se
negaron a trabajar si no recibían salario.
Una mujer «hecha a mano».
Es muy poca la información de que dispone el escribidor sobre Carmen,
la amante cubana de Meyer Lansky. Alguien que la conoció dijo a un
periodista norteamericano que era la mujer más bella que había visto
en su vida. Tenía unos 20 años entonces, buenos modales y voz suave.
De andar grácil. Su piel era aceitunada y el cabello, negro y crespo,
se le escurría por la espalda hasta la cintura. Era el suyo un cuerpo
bien proporcionado, con pechos rotundos y dedos largos. Un vello muy
fino, apenas perceptible, le cubría totalmente los muslos y los
brazos.
Lansky compartía con ella un piso alto en el Paseo del Prado, donde
vivía además, la madre de Carmen. Un pasaje de Almendra, la novela de
Mayra Montero, se desarrolla en ese apartamento. Lansky y Carmen se
conocieron en El Encanto, la lujosa tienda por departamentos de
Galiano y San Rafael. Aquella relación fue algo insólito en el
cabecilla mafioso, que no se permitía esas libertades. Lansky mantuvo
a Carmen en el ostracismo y la oscuridad más profundos, no solo porque
le aterrorizaba que su esposa Teddy pudiera enterarse de aquel amor
clandestino, sino porque siempre criticó en sus socios esos amoríos
secretos, que calificaba como una debilidad.
Lansky salió de Cuba en enero de 1959, luego de la entrada en La
Habana del Comandante en Jefe Fidel Castro. Volvió en marzo del mismo
año para sacar a Carmen de la Isla. No la encontró. La muchacha «hecha
a mano» se volatilizó, se esfumó. Nadie más volvió a saber de ella.
Ya en su vejez, Lansky hablaba de los 17 millones de dólares, en
efectivo, que «por un pelito» no pudo sacar de La Habana en enero del
59, y que nunca pudo recuperar.
¿Los dejó guardados en el piso de Carmen, en el Paseo del Prado?
¿Desaparecieron con ella aquellos 17 millones?
Dinero bajo el tapete.
Santo Trafficante estaba asociado con Amletto Battisti en el
contrabando de narcóticos. Lansky simpatizaba con el propietario del
hotel Sevilla. Utilizaba el Banco de Créditos e Inversiones, de
Battisti, para blanquear dinero no declarado de los casinos de juego.
Amadeo Barletta, propietario también de Tele Mundo —el canal 2 de la
TV nacional— era dueño asimismo del banco Atlántico. Bancos que
recibían, bajo cuerda, el dinero de los casinos y que mantenían nexos
ocultos con un conjunto de compañías ficticias.
Dice un historiador: «El tipo de estructura financiera que Lansky,
Trafficante y otros hampones norteamericanos necesitaban para llevar a
cabo la expansión de su imperio criminal en Cuba… Los bancos que eran
propiedad o estaban controlados por Battisti, Barletta y más adelante
uno creado por el mismo presidente Batista revestían la mayor
importancia para la mafia de La Habana. Ya se había empezado a
recaudar mucho dinero de los hoteles, casinos, cabarés y otros
negocios relacionados con el turismo, pero si todo salía de acuerdo
con el plan, eso sería solo el comienzo».
Muchas de las empresas de Barletta estaban bajo el control de una
misteriosa Santo Domingo Motors Company, cuyos propietarios eran
desconocidos incluso para el Banco Nacional de Cuba, afirma Guillermo
Jiménez en su libro Los propietarios de Cuba. 1958. Más del 50 por
ciento del banco Atlántico era controlado por esa compañía, y el
director general de la entidad, el banquero italiano Leonardo Masoni,
vino expresamente de Milán a ocuparse en este de la representación de
1 150 acciones de propietarios italianos desconocidos. Barletta
representaba la Santo Domingo Motors Company, pero no la controlaba.
La controlaban capitales italianos enmascarados.
Battisti era —dice Guillermo Jiménez en su libro citado— el más
poderoso de los banqueros de los juegos de azar y de los prestamistas
o garroteros. A través de su banco hacía fuertes préstamos a los
políticos. Controlaba una lotería particular. Desde su llegada a Cuba,
en 1936, mantuvo vínculos estrechos con el entonces coronel Fulgencio
Batista, y casi de inmediato, luego de su arribo, se hizo con la
presidencia del Jockey Club y de la Compañía Cubano Uruguaya para el
Fomento del Turismo, que operaba el hipódromo Oriental Park, de
Marianao, donde tenía fuertes intereses en su casino de juego.
Trafficante decía que en Cuba los verdaderos mafiosos vestían
uniformes militares y usaban carteras de ministros. La mafia utilizaba
a los políticos cubanos, pero los despreciaba. Lansky no se cansaba de
demostrar que no estaba en deuda con ellos; solo con Batista.
Una noche Lansky tenía cita con Battisti en el Sevilla. Llegó al
hotel, descendió de su automóvil y, ya en el vestíbulo, se topó con
Santiago Rey, ministro del Interior de la dictadura. Rey alargó la
mano para saludar a Lansky, pero este lo miró con desdén y no se
detuvo. El Ministro quedó con la mano en el aire mientras Lansky
seguía su camino hacia el despacho de Battisti.
Ciro Bianchi Ross
ciro@jrebelde.cip.cu
http://wwwcirobianchi.blogia.com/
http://cbianchiross.blogia.com/
Diversi lettori hanno scritto al giornale o hanno abbordato questo scriba per la strada con l’interesse di sapere dove fosse ubicato esattamente il cabaret Sans Soucì, lo scomparso centro notturno a cui ho dedicato le pagine corrispondenti alla domeniche 11 e 18 agosto. Altri, certamente non pochi, hanno chiesto che cercassi di precisare quando questo locale chiuse definitivamente le sue porte; ovvero se la sua ultima funzione fu il 31 dicembre del 1958 o se i suoi spettacoli, come si evince da annunci apparsi sulla stampa, si protrassero durante il gennaio e febbraio del 1959. Non mancano coloro che, in relazione alla pagina intitolata “Baroni della mafia” (5 maggio, 2013), chiedono che racconti cosa ho potuto verificare sull’amante cubana di Meyer Lansky e sono diversi coloro che insistono perché completi l’informazione su Amletto Battisti e Lora, proprietario dell’hotel Sevilla e Amedeo Barletta, proprietario del giornale El Mundo e rappresentante, a Cuba, della General Motors, che presentai in “Altri uomini della mafia” apparso la settimana scorsa, nel quale non fui più esplicito per mancanza di spazio.
Cercherò, nel limite del possibile, di accontentare tutti.
Come me lo hanno raccontato.
L’elenco del telefono dell’Avana, corrispondente al 1958, riporta l’indirizzo del cabaret Sans Soucì. Dice: Strada di Arroyo Arenas, kilometro 15, Si potrebbe anche dire: Avenida 51 tra 220 e 222. Alla sinistra del viale si proviene dall’Avana. Nonostante le trasformazioni, il luogo richiama ancora l’attenzione per la sua facciata di pietra, coronata da tegole spagnole, dove si leggeva il nome del locale. Una volta chiuso il cabaret si è dato luogo a differenti usi. All’angolo della 220 funziona un’agenzia di vendita auto.
Il cabaret ha chiuso in modo definitivo l’ultimo giorno del 1958? E’ almeno quello che mi dice adesso regino Manuel Lòpez Rodrìguez che, con 11 anni d’età, cominciò a lavorare nel Sans Soucì come tuttofare – cameriere, fattorino, inserviente -. Suo padre era il capo elettricista dell’azienda, un posto chiave in una installazione di questo tipo, e la considerazione che si aveva per il genitore aprì al ragazzo le porte del posto.
Correva, allora, l’anno 1956 e Regino Manuel, soprannominato Manolo, compì non pochi compiti colà per potersi conservare il lavoro che, per la sua età, non poteva disimpegnare ufficialmente. Alla caduta della dittatura aveva 13 anni.
Racconta che il 1° gennaio, dopo le tre del mattino, si seppe nel Sans Soucì della fuga di Batista. Dice che al conoscere la notizia, alte cariche del Governo che erano li in attesa dell’anno nuovo, si misero a correre come volgari passeggeri a cui scappava il treno. A quell’ora Manolo si diresse a casa per riposare assieme a suo padre. Tornarono al cabaret verso mezzogiorno, informati di quello che successe prima dell’alba o alle prime ore del mattino. Già di ritorno al locale videro più di 20 macchinette mangiasoldi, distrutte, nell’area del parcheggio.
Chiarisce che il casinò e il locale non erano stati saccheggiati, però siccome chi era intervenuto poteva tornare, suo padre e sua madre che lavorava a sua volta nel Sans Soucì, oltre a sei o sette dipendenti che si erano uniti un po’ per rischio, decisero di rimanere sul posto per difenderlo se fosse stato necessario. Il ragazzo volle aggiungersi al gruppo. Ricorda che suo padre estrasse una pistola calibro 45 e una rivoltella calibro 38 che teneva nascoste, per farne uso in caso di bisogno.
Il giorno 2, i custodi improvvisati, videro un’auto che attraversava la porta del cabaret e avanzava per un vialetto interno fino a fermarsi davanti al bar caffetteria “El Popular”. Serviva bevande e spuntini e doveva il suo nome al aftto che dava adito a un casinò destinato essenzialmente ai taxisti e autisti che potevano guadagnare, ma sopratutto perdere, un po’ di soldi mentre aspettavano i loro passeggeri o “padroni”. Un casinò destinato, ad ogni modo, a gente di poche risorse economiche. Una gran parete di cristallo separava il bar dal casinò.
Cinque o sei uomini armati di fucile scesero dall’automobile entrando nel locale de “El Popular”. Nel vedere la manovra, gli improvvisati guardiani, si diressero a loro volta verso il luogo. Arrivando li, “el Gallego”, uno dei dipendenti sevì nervosamente l’ordinazione di gassose che fecero i nuovi arrivati e preparava i panini che avevano richiesto.
Ci fu un confronto fra i “custodi” e le persone dell’auto che erano intenti a distruggere, a fucilate, la vetrata. Il padre di manolo con la pistola in vista sotto la camicia all’altezza della cintura, li richiamò all’ordine ed ebbe risultato quando uno degli occupanti del veicolo, un falegname che lo conosceva per essere un vicino di casa, disse al suo gruppo che era meglio andarsene e questo fecero, dopo aver mangiato in pace i loro panini.
Santo Trafficante, racconta Manolo; non tornò più al Sans Soucì. Nemmeno Raúl González Jerez, proprietario del club 21 che Trafficante portò al cabaret come una specie di gerente. Nemmeno Tommy, il contabile, un soggetto che Manolo non seppe mai se fosse cubano o nordamericano, tornò. Abbandonato dai suoi dirigenti il Sans Soucì rimase allo sbando. I suoi lavoratori volevano mantenerlo a galla. Crearono una commissione che si intervistò con il capitano Otero, capo militare de “La Lisa”. Erano disposti a lavorare senza stipendio finché il Governo si facesse carico del cabaret. Manolo dice che tutto sembrava filare dritto, ma i musicisti si rifiutarono di lavorare senza stipendio.
Una donna “fatta a mano”.
È molto scarsa l’informazione di cui dispone lo scriba rispetto a Carmen, l’amante cubana di Meyer Lansky. Qualcuno che la conobbe, disse a un giornalista nordamericano che era la donna più bella che avesse visto in vita sua. Aveva, allora, 20 anni, buone maniere e voce dolce. Andatura lieve. La pelle olivastra e i capelli neri e crespi le scendevano sulla schiena fino alla vita. Il suo era un corpo ben proporzionato, con seni rotondi e dita lunghe. Una peluria sottile, appena percettibile, le copriva totalmente le cosce e le braccia.
Lansky divideva con lei un piano alto nel Paseo del Prado, dove viveva anche la madre di Carmen. “Un pasaje de Almendra”, il romanzo di Mayra Montero, si svolge in quell’appartamento. Lansky e Carmen si conobbero ne “El Encanto” il grande magazzino di Galiano e San Rafael. Quella relazione fu qualcosa di insolito per il capoccia mafioso, che non si permetteva certe libertà. Lansky mantenne Carmen all’oscuro e con l’ostracismo più profondo, non solo perché temeva che sua moglie Terry potesse venire a sapere di quell’amore clandestino, ma anche perchè aveva sempre criticato i suoi soci per questi amori segreti, che classificava come una debolezza.
Lansky uscì da Cuba nel gennaio del 1959, dopo l’ingresso all’Avana del Comandante en Jefe Fidel Castro. Tornò nel marzo dello stesso anno per portare via Carmen dall’Isola. Non trovò la ragazza “fatta a mano”, si era volatilizzata, sparita. Mai nessuno seppe più niente di lei.
Giunto alla vecchiaia, Lansky, parlava dei 17 milioni di dollari in contanti che “per un pelo” non potè portar via dall’Avana nel gennaio del ’59 e che non poté recuperare mai più.
Li aveva nascosti nell’appartamento di Carmen nel Paseo del Prado? Quei 17 milioni sono spariti con lei?
Soldi sottobanco.
Santo Trafficante era socio di Amletto Battisti nel contrabbando di narcotici. Lansky simpatizzava col proprietario dell’hotel Sevilla. Utilizzava la Banca di Credito e Investimenti, di Battisti per lavare i soldi non dichiarati dei casinò. Amadeo Barletta, proprietario anche di Tele Mundo - il canale 2 della televisione nazionale - era anche padrone del Banco Atlantico. Banche che ricevevano, clandestinamente, i soldi dei casinò e mantenevano legami occulti con un insieme di compagnie fantasma.
Dice uno storico: “Il tipo di struttura finanziaria che Lansky, Trafficante e altri malavitosi nordamericani avevano bisogno per la loro espansione a Cuba...le banche che erano proprietà o erano controllate da Battisti, Barletta e, in seguito, una creata dallo stesso presidente Batista rivestivano la maggior importanza per la mafia dell’Avana. Si era già cominciato a riscuotere molti soldi dagli alberghi, dai casinò, cabaret e altri affari relazionati al turismo, ma se tutto andava secondo i piani, quello sarebbe stato solo l’inizio”.
Molte delle attività di Barletta erano sotto il controllo di una misteriosa Santo Domingo Motors Company, i cui proprietari erano sconosciuti anche al Banco Nacional de Cuba, afferma Guillermo Jíménez nel suo libro “Los proprietarios de Cuba. 1958” oltre il 50% del Banco Atlantico era controllato da questa compagnia e il direttore generale, il banchiere italiano Leonardo Masoni, venne espressamente da Milano per occuparsene in rappresentanza di 1.150 azionisti italiani sconosciuti. Barletta rappresentava la Santo Domingo Motors Company, ma non la controllava. La controllavano capitali italiani mascherati.
Battisti era - dice Guillermo Jiménez nel suo citato libro - il più potente dei banchieri dei giochi d’azzardo e degli strozzini o prestasoldi. Tramite la sua banca faceva grossi prestiti ai politici. Controllava una lotteria privata. Dal suo arrivo a Cuba nel 1936, mantenne stretti vincoli con l’allora colonnello Fulgencio Batista, e quasi subito dopo il suo arrivo, divenne presidente del Jockey Club della Compagnia Cubano-Uruguaya per lo Sviluppo del Turismo che operava nell’ippodromo oriental park, di Marianao, dove aveva forti interessi nel casinò.
Trafficante diceva che a Cuba i veri mafiosi vestivano le uniformi militari e usavano portafogli da ministro. La mafia utilizzava i politici cubani, ma li disprezzava. Lansky non si stancava di dimostrare che non era in debito con loro; solo con Batista.
Una sera Lansky aveva un appuntamento con Battisti al Sevilla. Giunse all’hotel, scese dalla sua auto e già nel vestibolo si imbatté con Santiago Rey, ministro degli interni della dittatura. Rei stese la mano per salutare Lansky, ma questi lo guardò con sdegno e proseguì. Il ministro rimase con la mano sospesa, mentre Lansky proseguiva il suo cammino verso l’ufficio di Battisti.
La amante de Lansky y otras respuestas
Ciro Bianchi Ross • digital@juventudrebelde.cu
1 de Septiembre del 2013 13:53:21 CDT
Varios lectores se dirigieron al periódico o abordaron a este
escribidor en la calle con el interés de conocer dónde estaba situado
exactamente el cabaré Sans Souci, el desaparecido centro nocturno al
que dediqué las páginas correspondientes a los domingos 11 y 18 de
agosto. Otros, no pocos por cierto, solicitaron que tratara de
precisar cuándo ese establecimiento cerró sus puertas de manera
definitiva; esto es, si su última función fue la del 31 de diciembre
de 1958 o si sus espectáculos, como se infiere por anuncios aparecidos
en la prensa, se prolongaron durante enero y febrero de 1959. No
faltan los que con relación a la página titulada Barones de la mafia
(5 de mayo, 2013) piden que cuente lo que haya podido averiguar sobre
la amante cubana de Meyer Lansky, y son varios los que insisten en que
complete la información sobre Amletto Battisti y Lora, propietario del
hotel Sevilla, y Amadeo Barletta, propietario del periódico El Mundo y
representante en Cuba de la General Motor, que ofrecí en Otros hombres
de la mafia, aparecida la pasada semana, en la que no fui más
explícito por falta de espacio.
Trataré hasta donde sea posible de complacerlos a todos.
Como me lo contaron.
El Directorio Telefónico de La Habana correspondiente a 1958 consigna
la dirección del cabaret Sans Souci. Dice: Carretera de Arroyo Arenas,
kilómetro 15. También podría decirse: Avenida 51 entre 220 y 222. A la
izquierda de la vía si se avanza desde La Habana. Pese a las
transformaciones, el lugar llama todavía la atención por su portada de
piedra, coronada por tejas españolas, donde se leía el nombre del
establecimiento. Una vez cerrado el cabaré, se ha dado al lugar
diferentes usos. En la esquina de 220 funciona un expendio de
automóviles.
¿Cerró el cabaré de manera definitiva el último día de 1958? Es al
menos lo que me dice ahora Regino Manuel López Rodríguez que, con 11
años de edad comenzó a trabajar en Sans Souci como botones —servidor,
recadero, ordenanza—. Su padre era el electricista principal de la
empresa, un puesto clave en una instalación de ese tipo, y la
consideración que se tenía a su progenitor abrió al muchacho las
puertas del lugar. Corría entonces el año de 1956 y Regino Manuel, a
quien apodan Manolo, cumplió allí no pocas tareas con tal de conservar
un empleo que, por su edad de entonces, no podía desempeñar de manera
oficial. Al derrumbarse la dictadura tenía 13 años de edad.
Refiere que el 1ro. de enero, pasadas las tres de la mañana, se supo
en Sans Souci de la fuga de Batista. Dice que al conocerse la noticia,
altas figuras del Gobierno que allí esperaron el año, corrieron como
vulgares viajeros a los que se les va el tren. A esa hora Manolo
marchó a descansar a su casa junto con su padre. Regresarían al cabaré
sobre las 12 del día, avisados de lo que había sucedido durante la
madrugada o las primeras horas de la mañana. Ya de vuelta en el
establecimiento vieron más de 20 máquinas tragaperras destrozadas en
el área del parqueo.
Precisa que el casino no había sido saqueado ni el cabaré tampoco,
pero como quienes antes habían irrumpido podrían volver, el padre y la
madre de Manolo, que trabajaba también en Sans Souci, y seis o siete
empleados más que se habían juntado un poco por azar, decidieron
permanecer en el lugar para defenderlo si era preciso. Quiso el
muchacho sumarse al grupo. Recuerda que su padre sacó una pistola
calibre 45 y un revólver 38, que mantenía ocultos, para hacer uso de
ellos en caso necesario.
El día 2 los improvisados custodios vieron cómo un automóvil
atravesaba la portada del cabaré y avanzaba por una calle interior
hasta detenerse frente al bar-cafetería El Popular. Expedía bebidas y
alimentos ligeros y debía su nombre a que daba asiento a un casino de
juego destinado en lo esencial a taxistas y choferes que podían ganar
y, sobre todo, perder algún dinero mientras esperaban por sus
patrones. Un casino destinado, de cualquier manera, a gente de pocos
recursos. Una gran pared de cristal separaba el bar del casino.
Cinco o seis hombres armados con fusiles descendieron del automóvil y
penetraron en el local de El Popular. Al ver la maniobra, los
espontáneos guardianes se dirigieron también hacia el lugar. Al llegar
allí, el Gallego, uno de los dependientes, atendía, muy nervioso, el
pedido de gaseosas que hicieron los recién llegados y se disponía a
prepararles los entrepanes que habían solicitado.
Hubo una confrontación entre los custodios y la gente del automóvil,
empeñados en destrozar a tiros la vidriera. El padre de Manolo, con la
pistola insinuándosele debajo de la camisa a la altura de la cintura,
los llamó al orden y primó el buen tino cuando uno de los tripulantes
del vehículo, un carpintero que conocía al padre de Manolo, de quien
era vecino, dijo a los de su grupo que lo más oportuno era marcharse.
Eso hicieron luego de comer sus emparedados en paz.
Santo Trafficante, precisa Manolo, no volvió más por Sans Souci.
Tampoco Raúl González Jerez, propietario del Club 21 y a quien
Trafficante llevó al cabaré como una especie de gerente. Tampoco
volvió Tommy, el contador, un sujeto del que Manolo nunca supo si era
cubano o norteamericano. Abandonado por sus ejecutivos, Sans Souci
quedó al garete. Quisieron sus empleados mantenerlo a flote. Crearon
una comisión que se entrevistó con el capitán Otero, jefe del cuartel
de La Lisa. Estaban dispuestos a laborar sin recibir remuneración
alguna hasta que el Gobierno se hiciera cargo del cabaré. Dice Manolo
que todo parecía marchar de la mejor manera, pero que los músicos se
negaron a trabajar si no recibían salario.
Una mujer «hecha a mano».
Es muy poca la información de que dispone el escribidor sobre Carmen,
la amante cubana de Meyer Lansky. Alguien que la conoció dijo a un
periodista norteamericano que era la mujer más bella que había visto
en su vida. Tenía unos 20 años entonces, buenos modales y voz suave.
De andar grácil. Su piel era aceitunada y el cabello, negro y crespo,
se le escurría por la espalda hasta la cintura. Era el suyo un cuerpo
bien proporcionado, con pechos rotundos y dedos largos. Un vello muy
fino, apenas perceptible, le cubría totalmente los muslos y los
brazos.
Lansky compartía con ella un piso alto en el Paseo del Prado, donde
vivía además, la madre de Carmen. Un pasaje de Almendra, la novela de
Mayra Montero, se desarrolla en ese apartamento. Lansky y Carmen se
conocieron en El Encanto, la lujosa tienda por departamentos de
Galiano y San Rafael. Aquella relación fue algo insólito en el
cabecilla mafioso, que no se permitía esas libertades. Lansky mantuvo
a Carmen en el ostracismo y la oscuridad más profundos, no solo porque
le aterrorizaba que su esposa Teddy pudiera enterarse de aquel amor
clandestino, sino porque siempre criticó en sus socios esos amoríos
secretos, que calificaba como una debilidad.
Lansky salió de Cuba en enero de 1959, luego de la entrada en La
Habana del Comandante en Jefe Fidel Castro. Volvió en marzo del mismo
año para sacar a Carmen de la Isla. No la encontró. La muchacha «hecha
a mano» se volatilizó, se esfumó. Nadie más volvió a saber de ella.
Ya en su vejez, Lansky hablaba de los 17 millones de dólares, en
efectivo, que «por un pelito» no pudo sacar de La Habana en enero del
59, y que nunca pudo recuperar.
¿Los dejó guardados en el piso de Carmen, en el Paseo del Prado?
¿Desaparecieron con ella aquellos 17 millones?
Dinero bajo el tapete.
Santo Trafficante estaba asociado con Amletto Battisti en el
contrabando de narcóticos. Lansky simpatizaba con el propietario del
hotel Sevilla. Utilizaba el Banco de Créditos e Inversiones, de
Battisti, para blanquear dinero no declarado de los casinos de juego.
Amadeo Barletta, propietario también de Tele Mundo —el canal 2 de la
TV nacional— era dueño asimismo del banco Atlántico. Bancos que
recibían, bajo cuerda, el dinero de los casinos y que mantenían nexos
ocultos con un conjunto de compañías ficticias.
Dice un historiador: «El tipo de estructura financiera que Lansky,
Trafficante y otros hampones norteamericanos necesitaban para llevar a
cabo la expansión de su imperio criminal en Cuba… Los bancos que eran
propiedad o estaban controlados por Battisti, Barletta y más adelante
uno creado por el mismo presidente Batista revestían la mayor
importancia para la mafia de La Habana. Ya se había empezado a
recaudar mucho dinero de los hoteles, casinos, cabarés y otros
negocios relacionados con el turismo, pero si todo salía de acuerdo
con el plan, eso sería solo el comienzo».
Muchas de las empresas de Barletta estaban bajo el control de una
misteriosa Santo Domingo Motors Company, cuyos propietarios eran
desconocidos incluso para el Banco Nacional de Cuba, afirma Guillermo
Jiménez en su libro Los propietarios de Cuba. 1958. Más del 50 por
ciento del banco Atlántico era controlado por esa compañía, y el
director general de la entidad, el banquero italiano Leonardo Masoni,
vino expresamente de Milán a ocuparse en este de la representación de
1 150 acciones de propietarios italianos desconocidos. Barletta
representaba la Santo Domingo Motors Company, pero no la controlaba.
La controlaban capitales italianos enmascarados.
Battisti era —dice Guillermo Jiménez en su libro citado— el más
poderoso de los banqueros de los juegos de azar y de los prestamistas
o garroteros. A través de su banco hacía fuertes préstamos a los
políticos. Controlaba una lotería particular. Desde su llegada a Cuba,
en 1936, mantuvo vínculos estrechos con el entonces coronel Fulgencio
Batista, y casi de inmediato, luego de su arribo, se hizo con la
presidencia del Jockey Club y de la Compañía Cubano Uruguaya para el
Fomento del Turismo, que operaba el hipódromo Oriental Park, de
Marianao, donde tenía fuertes intereses en su casino de juego.
Trafficante decía que en Cuba los verdaderos mafiosos vestían
uniformes militares y usaban carteras de ministros. La mafia utilizaba
a los políticos cubanos, pero los despreciaba. Lansky no se cansaba de
demostrar que no estaba en deuda con ellos; solo con Batista.
Una noche Lansky tenía cita con Battisti en el Sevilla. Llegó al
hotel, descendió de su automóvil y, ya en el vestíbulo, se topó con
Santiago Rey, ministro del Interior de la dictadura. Rey alargó la
mano para saludar a Lansky, pero este lo miró con desdén y no se
detuvo. El Ministro quedó con la mano en el aire mientras Lansky
seguía su camino hacia el despacho de Battisti.
Ciro Bianchi Ross
ciro@jrebelde.cip.cu
http://wwwcirobianchi.blogia.com/
http://cbianchiross.blogia.com/
domenica 1 settembre 2013
sabato 31 agosto 2013
venerdì 30 agosto 2013
Linee elettriche e misteri di posa
Leggo nell'ultma pagina del Granma di ieri sull'epica posa di una linea elettrica nella provincia di Guantanamo che dovrebbe migliorare l'erogazione in diverse località. Benissimo, ci mancherebbe. Quello che mi domando e dico, guardando anche le foto...ma è possibile che in località dove non esiste niente di costruito, non ci sono strade o marciapiedi da rompere, gli addetti ai lavori non abbiano previsto di sotterrare la linea, dal momento che (credo) ci sono i seguenti vantaggi: economia, rispetto dell'ambiente e paesaggio, ma specialmente il riparo di danni conseguenti a cicloni, uragani e tormente elettriche che sono tanto frequenti a Cuba. Nei 5 km. in cui si sta lavorando verranno utilizzati 50 piloni che vanno da circa 15 a circa 18 metri di altezza. Costano meno che dei tubi in pvc da interrare coi cavi? O ci sono altre ragioni che fanno evitare questa soluzione? Misteri dell'elettricità e le sue linee...
giovedì 29 agosto 2013
mercoledì 28 agosto 2013
Voli complicati e disavventure abbastanza insolite
Tra le notizie di agenzia di "spalla" leggo che un noto commercialista di Treviso è stato trattenuto a Cuba per 5 giorni in quanto non c'erano posti su nessun volo, nonostante avesse la prenotazione per il ritorno. Il malcapitato viaggiatore, secondo la notizia, è riuscito a partire per la Giamaica e da li per l'Italia, via Germania. Lo stesso si è dichiarato meravigliato che "nonostante la crisi" i voli fossero pieni. Considerando che siamo in agosto, che le frequenze dei voli su Cuba sono state drasticamente ridotte, è abbastanza comprensibile che i voli siano pieni. E' comunque incomprensibile che una compagnia aerea, sulla quale era prenotato (assieme alla moglie) non lo abbia "riprotetto" per ben 5 giorni e lo abbia costretto a ricorrere ad un volo alternativo di quel genere...sarebbe bello conoscere la compagnia aerea...giusto per evitarla, se i fatti sono proprio andati così...
martedì 27 agosto 2013
Traduzione della storia perduta del Sans Soucì
Per facilitarne la lettura, ho pubblicato la traduzione della prima parte della storia perduta del Sans Soucì, a breve seguirà anche la seconda parte.
lunedì 26 agosto 2013
Altri uomini della mafia, di Ciro Bianchi Ross (pubblicato su Juventud Rebelde il 25/08/13)
Per facilitare la lettura del testo a chi non conosce lo spagnolo e non costringerlo a ricerche di traduttori, ho pensato di proporlo direttamente tradotto.
Nelle pagine precedenti, nell’affrontare il tema della mafia a Cuba, questo scriba alluse, essenzialmente alle figure di Meyer Lansky e Santo Trafficante. Il primo era il capo dei capi nell’Isola, il numero uno, grazie alle sue relazioni col Governo cubano, nei circoli del gioco d’azzardo all’Avana. Lansky si era messo nel taschino Fulgencio Batista. Trafficante non giungeva a tanto però era, dopo Lansky, il più potente.
Non erano, naturalmente, gli unici: Enrique Cirules nel suo libro L’IMPERO DELL’AVANA, che ha meritato il Premio Casa de las Americas, fa menzione anche ad Amadeo Barletta e Amletto Battisti Lora come capoccia delle rispettive famiglie. Barletta nacque in Calabria, nel sud Italia, nel 1896 e tre anni prima nasceva Battisti a El Salto, Uruguay. Barletta arrivò all’Avana nel 1939. Battisti nel 1936. In una scala che va da 1 a 5, Guillermo Jiménez, nel suo libro LOS PROPRIETARIOS DE CUBA; 1958, assegna a entrambi la categoria 2.
Palmeti vicino all’Almendares
Attorno a Lansky e trafficante si muovevano malavitosi di maggiore o minor calibro, tutti nordamericani. Solevano riunirsi, normalmente una volta alla settimana, i giovedì o i venerdì pomeriggio, nellla casa di Joe Stassi, residenza circondata da una esuberante vegetazione tropicale nella strada sinuosa che corre parallela al fiume Almendares. Stassi presiedeva quegli incontri a cui non partecipavano Barletta né Battisti, e che accentravano le discussioni sulla situazione a Cuba, la marcia degli affari negli Stati uniti e il modo in cui si potessero ripercuotere nelle operazioni nell’Isola.
Nella biblioteca o la terrazza della casa, prendevano posto Meyer Lansky, a volte suo fratello Jake, e Santo Trafficante. Anche i fratelli Dino e Eddy Cellini, nativi dell’Ohio e uomini della massima fiducia di Lansky. Entrambi dirigevano la scuola di croupiers che questi aveva organizzato all’hotel Riviera, e Dino inoltre era socio di Jake nel casinò hotel Nacional. Norman Rothman, del casinò del cabaret Sans Soucì, era a sua volta fra gli abitudinari delle riunioni con Stassi, e lo era anche Wilbur Clark, direttore generale dell’hotel Nacional di Cuba. Era l’uomo che aveva portato avanti, a Las Vegas, la costruzione del famoso hotel casinò Desert Inn, finanziato in parte da Lansky e i suoi soci di Cleveland; tutto un maestro della promozione di esercizi di questo tipo.
Altre figure partecipavano a quegli incontri. Fra loro, Thomas Mc Ginthy, alias Blackjack, vecchio contrabbandiere di liquori e proprietario di uno dei tuguri più celebri di Cleveland, socio di Lansky e proprietario della concessione del gioco nel Nacional. Anche Charles Tourine, conosciuto all’Avana come Charles White, ex proprietario di un club nel New Jersey e vincolato al casinò dell’hotel Capri. Fu l’uomo che nelle prime ore del 1959 trovò Lansky all’hotel Plaza e lo informò sulla fuga di Batista.
In casa di Stassi, inoltre, si riunivano Nicholas di Costanzo, corpulento di quasi due metri di statura, carattere imprevedibile e violento che, nel Capri, ebbe problemi con quasi tutti. Eddie Levinson, della chiamata mafia ebrea, amico di Lansky e gestore del casinò dell’hotel Riviera. Joe Silesi, alias Joe River, chiamato per dirigere i casinò dell’hotel Deauville e Habana Hilton cuando entrambi erano ancora in costruzione. Amico di Trafficante, giunse a essere unoa delle facce più visibili della mafia all’Avana. Partecipava anche William Bischoff, alias Lefty Clark, del casinò San Soucì, que lavorava indifferentemente per Trafficante che per Lansky.
Appare Anastasia
Si supponeva che Stassi fosse neutrale. Una specie di intermediario fra Lansky e il resto del gruppo, in particolara tra l’ebreo newyorkino del Lower East Side e Trafficante, però Stassi rispondeva sotto il tappeto agli interessi di Lansky. Si conoscevano fin da bambini e strinsero legami al tempo del proibizionismo, quando Stassi si distinse nel contrabbando di liquori agli ordini di Longy Zwillman, un malavitoso che faceva parte della banda di Lucky Luciano. Ed è allora (1928) che Stassi arriva la prima volta a Cuba. Anche se col tempo si era spostato verso il lato commerciale del crimine organizzato, fu un sicario temuto, partecipante nei crimini più eclatanti della mafia.
Albert Anastasia - al secolo, Umberto Anastasio – era una preoccupazione crescente per Lansky. Il capo dell’Anonima Assassini – braccio esecutivo della mafia – era insoddisfatto con la suddivisione del bottino dell’Avana; credeva o era sicuro di non ricevere quello che gli spettava, e non nascondeva la sua insoddisfazione. Era in testa alla lista dei mafiosi che potevano creare problemi al capoccia ebreo, cosa che in certo modo inquietava ai principali malavitosi che si riunivano in casa di Stassi. Tutti, meno Trafficante.
Nel maggio 1957 Anastasia si recò in Italia in segreto e si incontrò con Lucky Luciano. La creazione di quello che si chiamò l’impero dell’Avana era stata idea di Luciano, però egli, per decisione del Governo nordamericano, viveva confinato nel suo paese natìo, informato da terzi sullo splendore dell’impresa lontana. Lansky, suo vecchio subordinato, già non gli tributava il rispetto dovuto e lo emarginava sempre più dai progetti ed essenzialmente, dai guadagni. Anastasia conosceva Luciano dal 1931 e aveva partecipato a tutti i vertici della mafia, compreso quello dell’Avana nel 1946, pertanto si considerava un dei fondatori dell’organizzazione. Si suppone che Luciano lo avvelenò nei confronti di Lansky e lo spronò perché insistesse nel suo reclamo.
Ecco quanto fece al suo ritorno a new York. Su sua richiesta, si riunì con i capi della mafia a Cuba y disse che tutti si stavano arricchendo all’Avana, meno lui. Quando gli risposero che riceveva la “fetta” dell’ippodromo Oriental Park di Marianao, Anastasia addusse che i soldi veri venivano dalle sale da gioco e che lui non li vedeva nemmeno passare. L’Habana Hilton – oggi Habana Libre – è tuo, disse Lansky allora sigillando la partita con maestria. Aveva neutralizzato il temibile Anastasia senza ricorrere alla violenza. Dopo alcuni mesi Trafficante, col nome di B. Hill, che utilizzava con frequenza, volò a New York per incontrarsi con Anastasia. Alla riunione parteciparono, fra gli altri, il menzionato Joe Rivers e il cubano Roberto “Chiri” Mendoza, appaltatore di lavori dell’Hilton e socio del presidente Batista. Chiri aveva molte probabilità di avere in subappalto il casinò dell’albergo. La conversazione girò attorno alla concessione del casinò in questione. Per questa, bisognava pagare alla Hilton un milione di dollari e passare, sottobanco, altri due milioni a Batista.
Trafficante sperava che Anastasia apportasse parte del capitale. Vecchia volpe, Anastasia si rese conto delle vere intenzioni del giocatore di dadi di Tampa: voleva lasciare da parte Meyer Lansky.
Quello che Trafficante e Anastasia non sapevano era che Joe Stassi, sotto il falso nome di Joe Rogers, si trovava anche lui a New York. Fece il viaggio perché il suo vecchio amico Meyer richiese i suoi servigi professionali e con lui arrivava alla grande città la lunga mano della mafia dell’Avana. Albert Anastasia non rimase vivo per raccontare la storia. La mattina del 25 ottobre del 1957 entrò a tagliarsi i capelli e in quel barbiere lo crivellarono di colpi. Joe Stassi, si era appartato dal lavoro sporco, ma era rimasto un assassino.
La connessione cubana
Roberto Fernàndez Miranda, il supercognato di Batista, era il legame tra Lansky e il dittatore.
Uno degli ultimi atti esecutivi di Batista prima di abbandonare la presidenza della Repubblica il 10 ottobre del 1944, fu quello di concedere il grado di Capitano della Riserva Militare a Fernàndez Miranda. Uno dei primi atti esecutivi di Grau, ad assumere la prima magistratura, alla data indicata, fu quello di lasciare senza effetto quella promozione e licenziare il beneficiato. Con il colpo di stato del 10 marzo (del 1952 n.d.t.), Batista reintegrò nell’esercito suo cognato, stavolta col grado di colonnello. Lo nominò inoltre Direttore Generale dello Sport. Più avanti, senza perdere questo incarico, Fernàndez Miranda fu asceso a Generale di Brigata e designato come capodel reggimento n° 7 “Màximo Gòmez”, con sede nella Fortezza della Cabaña.
Al margine di queste occupazioni, il cognato assolveva altri compiti, raccoglieva ogni settimana i 10 mila pesos che Martin Fox, proprietario del cabaret Tropicana pagava a Batista per la “protezione” del casinò. Aveva anche il molto lucrativo controllo delle macchinette mangiasoldi installate nella case da gioco, ma anche in bar, postribolie perfino in alcuni negozi di alimentari. Erano importate da Chicago e qui, Fernàndez Miranda le affittava. I benefici erano notevoli e la mafia li divideva metà e metà col supercognato che, per decisione di Batista, si occupava anche degli incassi dei parchimetri.
Un uomo di Mussolini
Amadeo Barletta era proprietario del quotidiano El Mundo e del canale 2 della televisione nazionale oltre a rappresentare e distribuire i veicoli della General Motors. Quindici delle sue aziende avevano un valore stimato di 40 milioni di pesos, equivalenti ai dollari, e si trovavano sotto il controllo della Santo Domingo Motors Company, con sede a Ciudad Trujillo, Repubblica Dominicana, y cui proprietari erano sconosciuti anche al Banco Nacional, che trattò di verificare invano.
Guillermo Jiménez afferma, nel suo citato libro, che capitali italiani mascherati stavano dietro alla Santo Domingo Motors Company, e manifesta che si diceva che Barletta “era rappresentante della mafia italiana per gli affari di facciata legale a Cuba, però non si è mai trovato niente che lo ratificasse”. Fu uomo di fiducia di Mussolini e rappresentante del fascismo italiano nell’area dei Caraibi. Nei giorni della seconda guerra mondiale venne espulso dall’Isola. Tornò a guerra finita. Punto e a capo, gli venne perdonato tutto. Riassunse la rappresentanza della General Motors per la vendita di automobili marca Cadillac, Chevrolet e Oldsmobile e costruì, nel 1949, un edificio di 11 piani a forma triangolare ll’angolo di 23 e Infanta, - sede oggi del Ministero del Commercio Estero – che assieme al Radio centro di 23 entre L y M, dette origine alla “Rampa” avanera. Anteriormente aveva chiesto la licenza per la costruzione dell’edificio del Terminal degli Autobus, inaugurato nel 1951 e che giunse ad amministrare. I suoi molteplici affari, coprivano quelli del commercio di droga e pietre preziose.
Amletto Battisti era il proprietario dell’hotel Sevilla, e come Barletta, aveva la sua propria Banca. In società con Batista, gestiva una lotteria privata con biglietti numerati dall’uno al 999. I suoi interessi si estendevano alla prostituzione e alla droga. Ogni settimana riceveva al Sevilla prostitute nuove, ragazze selezionate che “affittava” a prezzo d’oro come dame di compagnia. Inoltre sempre settimanalmente riceveva pacchetti di cocaina che, in boccette o tubi, si vendeva tra i 15 e i 50 dollari al grammo, secondo la disponibilità della merce. Fu deputato alla Camera tra il 1954 e il 1958.
Lo scrittore potrebbe raccontare molto di più, circa questi personaggi. Ma lo spazio a disposizione è finito. Alla prossima.
Otros hombres de la mafia
Ciro Bianchi Ross • digital@juventudrebelde.cu
24 de Agosto del 2013 19:54:55 CDT
En páginas precedentes, al abordar el tema de la mafia en Cuba, este
escribidor aludió, en lo esencial, a las figuras de Meyer Lansky y
Santo Trafficante. El primero era el capo de los capos en la Isla, el
número uno, gracias a sus relaciones con el Gobierno cubano, en los
círculos del juego de azar en La Habana. Lansky tenía metido en el
bolsillo al dictador Fulgencio Batista. Trafficante no llegaba a
tanto, pero era, después de Lansky, el más poderoso.
No eran, por supuesto, los únicos. Enrique Cirules, en su libro El
imperio de La Habana, que mereció premio Casa de las Américas,
menciona asimismo a Amadeo Barletta y a Amletto Battisti Lora como
cabecillas de sus propias familias. Barletta había nacido en Calabria,
sur de Italia, en 1896, y tres años antes nacía Battisti, en El Salto,
Uruguay. Barletta llegó a La Habana en 1939. Battisti, en 1936. En una
escala que, en orden descendente, va del 1 al 5, Guillermo Jiménez, en
su libro Los propietarios de Cuba; 1958, otorga a ambos sujetos la
categoría 2.
Palmeras junto al Almendares
En torno a Lansky y a Trafficante se movían hampones de mayor o menor
cuantía, todos norteamericanos. Solían reunirse, generalmente una vez
por semana, los jueves o los viernes por la tarde, en el domicilio de
Joe Stassi, residencia rodeada de una vegetación tropical exuberante
en la sinuosa carretera que corre paralela al río Almendares. Stassi
presidía aquellos encuentros, a los que no asistían Barletta ni
Battisti, y que centraban sus discusiones sobre la situación en Cuba,
la marcha de los negocios en Estados Unidos y la forma en que pudieran
repercutir en las operaciones en la Isla.
En la biblioteca o en la terraza de la casa, tomaban asiento Meyer
Lansky y, a veces, su hermano Jake, y Santo Trafficante. También los
hermanos Dino y Eddy Cellini, nativos de Ohio y hombres de toda la
confianza de Lansky. Ambos dirigían la escuela de crupieres que este
organizara en el hotel Riviera, y Dino además, era socio de Jake en el
casino del hotel Nacional. Norman Rothman, del casino del cabaret Sans
Souci, era asimismo de los habituales en las reuniones con Stassi, y
lo era además Wilbur Clark, director general del Hotel Nacional de
Cuba. Era el hombre que había llevado adelante, en Las Vegas, la
construcción del famoso hotel-casino Desert Inn, financiado en parte
por Lansky y sus socios de Cleveland; todo un maestro en la promoción
de establecimientos de ese tipo.
Otras figuras acudían a aquellos encuentros. Entre ellas, Thomas
McGinty, alias Blackjack, antiguo contrabandista de licores y
propietario de uno de los tugurios más célebres de Cleveland, socio de
Lansky y copropietario de la concesión del juego en el Nacional.
También Charles Tourine, conocido en La Habana como Charles White, ex
propietario de un club en New Jersey y vinculado al casino del hotel
Capri. Fue el hombre que en las primeras horas del día de año nuevo de
1959 localizó a Lansky en el hotel Plaza y le informó de la fuga de
Batista.
En casa de Stassi se reunían además Nicholas di Costanzo, corpulento y
de casi dos metros de estatura, carácter imprevisible y violento que,
en el Capri, buscó líos con casi todo el mundo. Eddie Levinson, de la
llamada mafia judía, amigo de Lansky y gerente del casino del hotel
Riviera. Joe Silesi, alias Joe Rivers, llamado para dirigir los
casinos del hotel Deauville y del Havana Hilton, cuando ambos todavía
se hallaban en construcción. Amigo de Trafficante, llegaría a ser uno
de los rostros más visibles de la mafia en La Habana. Acudía además
William Bischoff, alias Lefty Clark, del casino del Sans Souci, que lo
mismo trabajaba para Trafficante que para Lansky.
Aparece anastasia
A Stassi se le suponía neutral. Una especie de intermediario entre
Lansky y el resto del grupo, en específico, entre el judío neoyorquino
del Lower East Side y Trafficante, pero Stassi respondía bajo cuerda a
los intereses de Lansky. Se conocían desde niños y estrecharon
vínculos en los tiempos de la Ley seca, cuando Stassi se destacó en el
contrabando de licores a las órdenes de Longy Zwillman, un hampón que
formaba parte de la pandilla de Lucky Luciano. Es por entonces (1928)
que Stassi viene por primera vez a Cuba. Aunque con el tiempo se
desplazó hacia la vertiente comercial del crimen organizado, fue un
temido sicario, participante en los crímenes más sonados de la mafia.
Albert Anastasia —en realidad, Umberto Anastasio— era una preocupación
creciente para Lansky. El jefe del Murder Inc. —brazo ejecutor de la
mafia— estaba insatisfecho con el reparto del botín de La Habana;
creía o estaba seguro de no recibir lo que le correspondía, y no
ocultaba su descontento. Encabezaba la lista de los mafiosos que
podían crear problemas al cabecilla judío, lo que en cierta forma
inquietaba a los hampones principales que se reunían en la casa de
Stassi. A todos, menos a Trafficante.
En mayo de 1957, Anastasia viajó a Italia en secreto y se entrevistó
con Luciano. La creación de lo que se ha llamado el imperio de La
Habana había sido idea de Luciano, pero él, por decisión del Gobierno
norteamericano, vivía confinado en su país natal, enterándose por
terceros del esplendor del emporio lejano. Lansky, su antiguo
subordinado, no le tributaba ya el respeto que le debía y cada vez lo
marginaba más de los proyectos y, en lo esencial, de las ganancias.
Anastasia conocía a Luciano desde 1931 y había asistido a todas las
cumbres de la mafia, incluida la de La Habana, en 1946, por lo que se
consideraba uno de los fundadores de la organización. Se supone que
Luciano lo envenenó contra Lansky y lo azuzó para que insistiera en su
reclamo.
Eso hizo en cuanto regresó a Nueva York. A pedido suyo, se reunió allí
con los jefes de la mafia en Cuba y les dijo que todo el mundo se
hacía rico en La Habana, menos él. Cuando le respondieron que recibía
la tajada del hipódromo Oriental Park, de Marianao, Anastasia adujo
que la pasta verdadera salía de los casinos y que él no la veía pasar.
El Havana Hilton —hoy Habana Libre— es tuyo, repuso Lansky entonces y
selló la partida de mano maestra. Había neutralizado al temible
Anastasia sin violencia.
Meses después Trafficante, con el nombre de B. Hill, que utilizaba con
frecuencia, voló a Nueva York para encontrarse con Anastasia. En la
reunión participarían, entre otros, el ya mencionado Joe Rivers y el
cubano Roberto, «Chiri», Mendoza, contratista de la obra del Hilton y
socio del presidente Batista. Chiri tenía muchas posibilidades de
obtener en subarriendo el casino del hotel. La conversación giró en
torno a la concesión del mencionado casino. Había que pagar por ella,
a la Hilton, un millón de dólares y, pasar, por debajo del tapete,
otros dos millones a Batista.
Trafficante esperaba que Anastasia aportara parte del dinero. Hueso
viejo, Anastasia se percató de las verdaderas intenciones del bolitero
de Tampa. Quería dejar a un lado a Meyer Lansky.
Lo que Trafficante y Anastasia desconocían era que Joe Stassi, bajo el
nombre de Joe Rogers, estaba también en Nueva York. Había hecho el
viaje porque su viejo amigo Meyer solicitó sus servicios
profesionales, y con él llegaba a la gran ciudad el brazo largo de la
mafia de La Habana. Albert Anastasia no quedaría vivo para contar la
historia. En la mañana del 25 de octubre de 1957 entró a cortarse el
cabello y en aquella barbería lo acribillaron a balazos. Joe Stassi se
había apartado del trabajo sucio, pero seguía siendo un asesino.
El enlace cubano
Roberto Fernández Miranda, el cuñadísimo de Batista, era enlace entre
Lansky y el dictador.
Uno de los últimos actos ejecutivos de Batista antes de abandonar la
presidencia de la República el 10 de octubre de 1944, fue el de
conceder, por el Servicio Militar de Reserva, el grado de capitán a
Fernández Miranda. Uno de los primeros actos ejecutivos de Grau, al
asumir la primera magistratura en la fecha señalada fue el de dejar
sin efecto aquel ascenso y licenciar al beneficiado. Con el cuartelazo
del 10 de marzo, Batista reinsertó en el Ejército a su cuñado, esta
vez con el grado de coronel. Lo nombraría además Director General de
Deportes. Con el tiempo, sin perder ese cargo, Fernández Miranda sería
ascendido a general de brigada y designado jefe del regimiento número
7, Máximo Gómez, con sede en la fortaleza de La Cabaña.
Al margen de esas ocupaciones, el cuñado cumplía otras tareas. Recogía
semana tras semana los diez mil pesos que Martín Fox, propietario del
cabaré Tropicana, pagaba a Batista por la «protección» del casino.
Tenía además el control del muy lucrativo negocio de las máquinas
traganíqueles o tragaperras. Estaban instaladas en las casas de juego,
pero también en bares, prostíbulos, cafés y cabarés y hasta en algunas
bodegas. Se importaban de Chicago y aquí Fernández Miranda las
alquilaba. Los beneficios eran cuantiosos y la mafia los dividía,
mitad por mitad, con el cuñadísimo que, por decisión de Batista, se
beneficiaba también con la recaudación de los parquímetros.
Un hombre de Mussolini
Amadeo Barletta era propietario del periódico El Mundo y del canal 2
de la TV nacional y representaba y distribuía los vehículos de la
General Motors. Quince de sus empresas estaban valoradas en 40
millones de pesos, equivalentes a dólares, y se hallaban bajo el
control de la Santo Domingo Motors Company, radicada en Ciudad
Trujillo, República Dominicana, y cuyos propietarios eran desconocidos
incluso para el Banco Nacional, que en vano trató de averiguarlo.
Guillermo Jiménez afirma en su libro aludido que capitales italianos
enmascarados estaban detrás de la Santo Domingo Motors Company, y
expresa que se decía que Barletta «era representante de la mafia
italiana para los negocios de fachada legal en Cuba, pero no se ha
encontrado nada que lo ratifique». Fue hombre de confianza de Benito
Mussolini y representante del fascismo italiano en el área del Caribe.
En los días de la Segunda Guerra Mundial se le expulsó de la Isla.
Regresó a Cuba finalizada la contienda bélica. Borrón y cuenta nueva.
Todo le fue perdonado. Reasumió la representación de la General Motors
para la venta de automóviles marcas Cadillac, Chevrolet y Oldsmobile y
construyó, en 1949, el edificio de 11 plantas y forma triangular de la
esquina de 23 e Infanta, —sede hoy del Ministerio del Comercio
Exterior— que, junto con Radio Centro, en 23 entre L y M, dio origen a
La Rampa habanera. Antes, había pedido licencia para la construcción
del edificio de la Terminal de Ómnibus, inaugurada en 1951 y que llegó
a administrar. Sus múltiples empresas tapaban sus negocios de tráfico
de drogas y piedras preciosas.
Amletto Battisti era el propietario del hotel Sevilla y, al igual que
Barletta, tenía su propio banco. En sociedad con Batista, mantenía una
lotería particular con bonos numerados entre el uno y el 999. Sus
intereses se extendían a la prostitución y a las drogas. Todas las
semanas recibía en el Sevilla nuevas prostitutas, muchachas escogidas
que alquilaba a precio de oro como damas de compañía. También
semanalmente recibía envíos de cocaína que, en pomos o en tubos, se
vendía entre 15 y 50 dólares el gramo, según la disponibilidad de la
mercancía. Fue representante a la Cámara entre 1954 y 1958.
Mucho más pudiera el escribidor decir acerca de estos personajes. Pero
se acabó el espacio. ¡Chirrín!
Nelle pagine precedenti, nell’affrontare il tema della mafia a Cuba, questo scriba alluse, essenzialmente alle figure di Meyer Lansky e Santo Trafficante. Il primo era il capo dei capi nell’Isola, il numero uno, grazie alle sue relazioni col Governo cubano, nei circoli del gioco d’azzardo all’Avana. Lansky si era messo nel taschino Fulgencio Batista. Trafficante non giungeva a tanto però era, dopo Lansky, il più potente.
Non erano, naturalmente, gli unici: Enrique Cirules nel suo libro L’IMPERO DELL’AVANA, che ha meritato il Premio Casa de las Americas, fa menzione anche ad Amadeo Barletta e Amletto Battisti Lora come capoccia delle rispettive famiglie. Barletta nacque in Calabria, nel sud Italia, nel 1896 e tre anni prima nasceva Battisti a El Salto, Uruguay. Barletta arrivò all’Avana nel 1939. Battisti nel 1936. In una scala che va da 1 a 5, Guillermo Jiménez, nel suo libro LOS PROPRIETARIOS DE CUBA; 1958, assegna a entrambi la categoria 2.
Palmeti vicino all’Almendares
Attorno a Lansky e trafficante si muovevano malavitosi di maggiore o minor calibro, tutti nordamericani. Solevano riunirsi, normalmente una volta alla settimana, i giovedì o i venerdì pomeriggio, nellla casa di Joe Stassi, residenza circondata da una esuberante vegetazione tropicale nella strada sinuosa che corre parallela al fiume Almendares. Stassi presiedeva quegli incontri a cui non partecipavano Barletta né Battisti, e che accentravano le discussioni sulla situazione a Cuba, la marcia degli affari negli Stati uniti e il modo in cui si potessero ripercuotere nelle operazioni nell’Isola.
Nella biblioteca o la terrazza della casa, prendevano posto Meyer Lansky, a volte suo fratello Jake, e Santo Trafficante. Anche i fratelli Dino e Eddy Cellini, nativi dell’Ohio e uomini della massima fiducia di Lansky. Entrambi dirigevano la scuola di croupiers che questi aveva organizzato all’hotel Riviera, e Dino inoltre era socio di Jake nel casinò hotel Nacional. Norman Rothman, del casinò del cabaret Sans Soucì, era a sua volta fra gli abitudinari delle riunioni con Stassi, e lo era anche Wilbur Clark, direttore generale dell’hotel Nacional di Cuba. Era l’uomo che aveva portato avanti, a Las Vegas, la costruzione del famoso hotel casinò Desert Inn, finanziato in parte da Lansky e i suoi soci di Cleveland; tutto un maestro della promozione di esercizi di questo tipo.
Altre figure partecipavano a quegli incontri. Fra loro, Thomas Mc Ginthy, alias Blackjack, vecchio contrabbandiere di liquori e proprietario di uno dei tuguri più celebri di Cleveland, socio di Lansky e proprietario della concessione del gioco nel Nacional. Anche Charles Tourine, conosciuto all’Avana come Charles White, ex proprietario di un club nel New Jersey e vincolato al casinò dell’hotel Capri. Fu l’uomo che nelle prime ore del 1959 trovò Lansky all’hotel Plaza e lo informò sulla fuga di Batista.
In casa di Stassi, inoltre, si riunivano Nicholas di Costanzo, corpulento di quasi due metri di statura, carattere imprevedibile e violento che, nel Capri, ebbe problemi con quasi tutti. Eddie Levinson, della chiamata mafia ebrea, amico di Lansky e gestore del casinò dell’hotel Riviera. Joe Silesi, alias Joe River, chiamato per dirigere i casinò dell’hotel Deauville e Habana Hilton cuando entrambi erano ancora in costruzione. Amico di Trafficante, giunse a essere unoa delle facce più visibili della mafia all’Avana. Partecipava anche William Bischoff, alias Lefty Clark, del casinò San Soucì, que lavorava indifferentemente per Trafficante che per Lansky.
Appare Anastasia
Si supponeva che Stassi fosse neutrale. Una specie di intermediario fra Lansky e il resto del gruppo, in particolara tra l’ebreo newyorkino del Lower East Side e Trafficante, però Stassi rispondeva sotto il tappeto agli interessi di Lansky. Si conoscevano fin da bambini e strinsero legami al tempo del proibizionismo, quando Stassi si distinse nel contrabbando di liquori agli ordini di Longy Zwillman, un malavitoso che faceva parte della banda di Lucky Luciano. Ed è allora (1928) che Stassi arriva la prima volta a Cuba. Anche se col tempo si era spostato verso il lato commerciale del crimine organizzato, fu un sicario temuto, partecipante nei crimini più eclatanti della mafia.
Albert Anastasia - al secolo, Umberto Anastasio – era una preoccupazione crescente per Lansky. Il capo dell’Anonima Assassini – braccio esecutivo della mafia – era insoddisfatto con la suddivisione del bottino dell’Avana; credeva o era sicuro di non ricevere quello che gli spettava, e non nascondeva la sua insoddisfazione. Era in testa alla lista dei mafiosi che potevano creare problemi al capoccia ebreo, cosa che in certo modo inquietava ai principali malavitosi che si riunivano in casa di Stassi. Tutti, meno Trafficante.
Nel maggio 1957 Anastasia si recò in Italia in segreto e si incontrò con Lucky Luciano. La creazione di quello che si chiamò l’impero dell’Avana era stata idea di Luciano, però egli, per decisione del Governo nordamericano, viveva confinato nel suo paese natìo, informato da terzi sullo splendore dell’impresa lontana. Lansky, suo vecchio subordinato, già non gli tributava il rispetto dovuto e lo emarginava sempre più dai progetti ed essenzialmente, dai guadagni. Anastasia conosceva Luciano dal 1931 e aveva partecipato a tutti i vertici della mafia, compreso quello dell’Avana nel 1946, pertanto si considerava un dei fondatori dell’organizzazione. Si suppone che Luciano lo avvelenò nei confronti di Lansky e lo spronò perché insistesse nel suo reclamo.
Ecco quanto fece al suo ritorno a new York. Su sua richiesta, si riunì con i capi della mafia a Cuba y disse che tutti si stavano arricchendo all’Avana, meno lui. Quando gli risposero che riceveva la “fetta” dell’ippodromo Oriental Park di Marianao, Anastasia addusse che i soldi veri venivano dalle sale da gioco e che lui non li vedeva nemmeno passare. L’Habana Hilton – oggi Habana Libre – è tuo, disse Lansky allora sigillando la partita con maestria. Aveva neutralizzato il temibile Anastasia senza ricorrere alla violenza. Dopo alcuni mesi Trafficante, col nome di B. Hill, che utilizzava con frequenza, volò a New York per incontrarsi con Anastasia. Alla riunione parteciparono, fra gli altri, il menzionato Joe Rivers e il cubano Roberto “Chiri” Mendoza, appaltatore di lavori dell’Hilton e socio del presidente Batista. Chiri aveva molte probabilità di avere in subappalto il casinò dell’albergo. La conversazione girò attorno alla concessione del casinò in questione. Per questa, bisognava pagare alla Hilton un milione di dollari e passare, sottobanco, altri due milioni a Batista.
Trafficante sperava che Anastasia apportasse parte del capitale. Vecchia volpe, Anastasia si rese conto delle vere intenzioni del giocatore di dadi di Tampa: voleva lasciare da parte Meyer Lansky.
Quello che Trafficante e Anastasia non sapevano era che Joe Stassi, sotto il falso nome di Joe Rogers, si trovava anche lui a New York. Fece il viaggio perché il suo vecchio amico Meyer richiese i suoi servigi professionali e con lui arrivava alla grande città la lunga mano della mafia dell’Avana. Albert Anastasia non rimase vivo per raccontare la storia. La mattina del 25 ottobre del 1957 entrò a tagliarsi i capelli e in quel barbiere lo crivellarono di colpi. Joe Stassi, si era appartato dal lavoro sporco, ma era rimasto un assassino.
La connessione cubana
Roberto Fernàndez Miranda, il supercognato di Batista, era il legame tra Lansky e il dittatore.
Uno degli ultimi atti esecutivi di Batista prima di abbandonare la presidenza della Repubblica il 10 ottobre del 1944, fu quello di concedere il grado di Capitano della Riserva Militare a Fernàndez Miranda. Uno dei primi atti esecutivi di Grau, ad assumere la prima magistratura, alla data indicata, fu quello di lasciare senza effetto quella promozione e licenziare il beneficiato. Con il colpo di stato del 10 marzo (del 1952 n.d.t.), Batista reintegrò nell’esercito suo cognato, stavolta col grado di colonnello. Lo nominò inoltre Direttore Generale dello Sport. Più avanti, senza perdere questo incarico, Fernàndez Miranda fu asceso a Generale di Brigata e designato come capodel reggimento n° 7 “Màximo Gòmez”, con sede nella Fortezza della Cabaña.
Al margine di queste occupazioni, il cognato assolveva altri compiti, raccoglieva ogni settimana i 10 mila pesos che Martin Fox, proprietario del cabaret Tropicana pagava a Batista per la “protezione” del casinò. Aveva anche il molto lucrativo controllo delle macchinette mangiasoldi installate nella case da gioco, ma anche in bar, postribolie perfino in alcuni negozi di alimentari. Erano importate da Chicago e qui, Fernàndez Miranda le affittava. I benefici erano notevoli e la mafia li divideva metà e metà col supercognato che, per decisione di Batista, si occupava anche degli incassi dei parchimetri.
Un uomo di Mussolini
Amadeo Barletta era proprietario del quotidiano El Mundo e del canale 2 della televisione nazionale oltre a rappresentare e distribuire i veicoli della General Motors. Quindici delle sue aziende avevano un valore stimato di 40 milioni di pesos, equivalenti ai dollari, e si trovavano sotto il controllo della Santo Domingo Motors Company, con sede a Ciudad Trujillo, Repubblica Dominicana, y cui proprietari erano sconosciuti anche al Banco Nacional, che trattò di verificare invano.
Guillermo Jiménez afferma, nel suo citato libro, che capitali italiani mascherati stavano dietro alla Santo Domingo Motors Company, e manifesta che si diceva che Barletta “era rappresentante della mafia italiana per gli affari di facciata legale a Cuba, però non si è mai trovato niente che lo ratificasse”. Fu uomo di fiducia di Mussolini e rappresentante del fascismo italiano nell’area dei Caraibi. Nei giorni della seconda guerra mondiale venne espulso dall’Isola. Tornò a guerra finita. Punto e a capo, gli venne perdonato tutto. Riassunse la rappresentanza della General Motors per la vendita di automobili marca Cadillac, Chevrolet e Oldsmobile e costruì, nel 1949, un edificio di 11 piani a forma triangolare ll’angolo di 23 e Infanta, - sede oggi del Ministero del Commercio Estero – che assieme al Radio centro di 23 entre L y M, dette origine alla “Rampa” avanera. Anteriormente aveva chiesto la licenza per la costruzione dell’edificio del Terminal degli Autobus, inaugurato nel 1951 e che giunse ad amministrare. I suoi molteplici affari, coprivano quelli del commercio di droga e pietre preziose.
Amletto Battisti era il proprietario dell’hotel Sevilla, e come Barletta, aveva la sua propria Banca. In società con Batista, gestiva una lotteria privata con biglietti numerati dall’uno al 999. I suoi interessi si estendevano alla prostituzione e alla droga. Ogni settimana riceveva al Sevilla prostitute nuove, ragazze selezionate che “affittava” a prezzo d’oro come dame di compagnia. Inoltre sempre settimanalmente riceveva pacchetti di cocaina che, in boccette o tubi, si vendeva tra i 15 e i 50 dollari al grammo, secondo la disponibilità della merce. Fu deputato alla Camera tra il 1954 e il 1958.
Lo scrittore potrebbe raccontare molto di più, circa questi personaggi. Ma lo spazio a disposizione è finito. Alla prossima.
Otros hombres de la mafia
Ciro Bianchi Ross • digital@juventudrebelde.cu
24 de Agosto del 2013 19:54:55 CDT
En páginas precedentes, al abordar el tema de la mafia en Cuba, este
escribidor aludió, en lo esencial, a las figuras de Meyer Lansky y
Santo Trafficante. El primero era el capo de los capos en la Isla, el
número uno, gracias a sus relaciones con el Gobierno cubano, en los
círculos del juego de azar en La Habana. Lansky tenía metido en el
bolsillo al dictador Fulgencio Batista. Trafficante no llegaba a
tanto, pero era, después de Lansky, el más poderoso.
No eran, por supuesto, los únicos. Enrique Cirules, en su libro El
imperio de La Habana, que mereció premio Casa de las Américas,
menciona asimismo a Amadeo Barletta y a Amletto Battisti Lora como
cabecillas de sus propias familias. Barletta había nacido en Calabria,
sur de Italia, en 1896, y tres años antes nacía Battisti, en El Salto,
Uruguay. Barletta llegó a La Habana en 1939. Battisti, en 1936. En una
escala que, en orden descendente, va del 1 al 5, Guillermo Jiménez, en
su libro Los propietarios de Cuba; 1958, otorga a ambos sujetos la
categoría 2.
Palmeras junto al Almendares
En torno a Lansky y a Trafficante se movían hampones de mayor o menor
cuantía, todos norteamericanos. Solían reunirse, generalmente una vez
por semana, los jueves o los viernes por la tarde, en el domicilio de
Joe Stassi, residencia rodeada de una vegetación tropical exuberante
en la sinuosa carretera que corre paralela al río Almendares. Stassi
presidía aquellos encuentros, a los que no asistían Barletta ni
Battisti, y que centraban sus discusiones sobre la situación en Cuba,
la marcha de los negocios en Estados Unidos y la forma en que pudieran
repercutir en las operaciones en la Isla.
En la biblioteca o en la terraza de la casa, tomaban asiento Meyer
Lansky y, a veces, su hermano Jake, y Santo Trafficante. También los
hermanos Dino y Eddy Cellini, nativos de Ohio y hombres de toda la
confianza de Lansky. Ambos dirigían la escuela de crupieres que este
organizara en el hotel Riviera, y Dino además, era socio de Jake en el
casino del hotel Nacional. Norman Rothman, del casino del cabaret Sans
Souci, era asimismo de los habituales en las reuniones con Stassi, y
lo era además Wilbur Clark, director general del Hotel Nacional de
Cuba. Era el hombre que había llevado adelante, en Las Vegas, la
construcción del famoso hotel-casino Desert Inn, financiado en parte
por Lansky y sus socios de Cleveland; todo un maestro en la promoción
de establecimientos de ese tipo.
Otras figuras acudían a aquellos encuentros. Entre ellas, Thomas
McGinty, alias Blackjack, antiguo contrabandista de licores y
propietario de uno de los tugurios más célebres de Cleveland, socio de
Lansky y copropietario de la concesión del juego en el Nacional.
También Charles Tourine, conocido en La Habana como Charles White, ex
propietario de un club en New Jersey y vinculado al casino del hotel
Capri. Fue el hombre que en las primeras horas del día de año nuevo de
1959 localizó a Lansky en el hotel Plaza y le informó de la fuga de
Batista.
En casa de Stassi se reunían además Nicholas di Costanzo, corpulento y
de casi dos metros de estatura, carácter imprevisible y violento que,
en el Capri, buscó líos con casi todo el mundo. Eddie Levinson, de la
llamada mafia judía, amigo de Lansky y gerente del casino del hotel
Riviera. Joe Silesi, alias Joe Rivers, llamado para dirigir los
casinos del hotel Deauville y del Havana Hilton, cuando ambos todavía
se hallaban en construcción. Amigo de Trafficante, llegaría a ser uno
de los rostros más visibles de la mafia en La Habana. Acudía además
William Bischoff, alias Lefty Clark, del casino del Sans Souci, que lo
mismo trabajaba para Trafficante que para Lansky.
Aparece anastasia
A Stassi se le suponía neutral. Una especie de intermediario entre
Lansky y el resto del grupo, en específico, entre el judío neoyorquino
del Lower East Side y Trafficante, pero Stassi respondía bajo cuerda a
los intereses de Lansky. Se conocían desde niños y estrecharon
vínculos en los tiempos de la Ley seca, cuando Stassi se destacó en el
contrabando de licores a las órdenes de Longy Zwillman, un hampón que
formaba parte de la pandilla de Lucky Luciano. Es por entonces (1928)
que Stassi viene por primera vez a Cuba. Aunque con el tiempo se
desplazó hacia la vertiente comercial del crimen organizado, fue un
temido sicario, participante en los crímenes más sonados de la mafia.
Albert Anastasia —en realidad, Umberto Anastasio— era una preocupación
creciente para Lansky. El jefe del Murder Inc. —brazo ejecutor de la
mafia— estaba insatisfecho con el reparto del botín de La Habana;
creía o estaba seguro de no recibir lo que le correspondía, y no
ocultaba su descontento. Encabezaba la lista de los mafiosos que
podían crear problemas al cabecilla judío, lo que en cierta forma
inquietaba a los hampones principales que se reunían en la casa de
Stassi. A todos, menos a Trafficante.
En mayo de 1957, Anastasia viajó a Italia en secreto y se entrevistó
con Luciano. La creación de lo que se ha llamado el imperio de La
Habana había sido idea de Luciano, pero él, por decisión del Gobierno
norteamericano, vivía confinado en su país natal, enterándose por
terceros del esplendor del emporio lejano. Lansky, su antiguo
subordinado, no le tributaba ya el respeto que le debía y cada vez lo
marginaba más de los proyectos y, en lo esencial, de las ganancias.
Anastasia conocía a Luciano desde 1931 y había asistido a todas las
cumbres de la mafia, incluida la de La Habana, en 1946, por lo que se
consideraba uno de los fundadores de la organización. Se supone que
Luciano lo envenenó contra Lansky y lo azuzó para que insistiera en su
reclamo.
Eso hizo en cuanto regresó a Nueva York. A pedido suyo, se reunió allí
con los jefes de la mafia en Cuba y les dijo que todo el mundo se
hacía rico en La Habana, menos él. Cuando le respondieron que recibía
la tajada del hipódromo Oriental Park, de Marianao, Anastasia adujo
que la pasta verdadera salía de los casinos y que él no la veía pasar.
El Havana Hilton —hoy Habana Libre— es tuyo, repuso Lansky entonces y
selló la partida de mano maestra. Había neutralizado al temible
Anastasia sin violencia.
Meses después Trafficante, con el nombre de B. Hill, que utilizaba con
frecuencia, voló a Nueva York para encontrarse con Anastasia. En la
reunión participarían, entre otros, el ya mencionado Joe Rivers y el
cubano Roberto, «Chiri», Mendoza, contratista de la obra del Hilton y
socio del presidente Batista. Chiri tenía muchas posibilidades de
obtener en subarriendo el casino del hotel. La conversación giró en
torno a la concesión del mencionado casino. Había que pagar por ella,
a la Hilton, un millón de dólares y, pasar, por debajo del tapete,
otros dos millones a Batista.
Trafficante esperaba que Anastasia aportara parte del dinero. Hueso
viejo, Anastasia se percató de las verdaderas intenciones del bolitero
de Tampa. Quería dejar a un lado a Meyer Lansky.
Lo que Trafficante y Anastasia desconocían era que Joe Stassi, bajo el
nombre de Joe Rogers, estaba también en Nueva York. Había hecho el
viaje porque su viejo amigo Meyer solicitó sus servicios
profesionales, y con él llegaba a la gran ciudad el brazo largo de la
mafia de La Habana. Albert Anastasia no quedaría vivo para contar la
historia. En la mañana del 25 de octubre de 1957 entró a cortarse el
cabello y en aquella barbería lo acribillaron a balazos. Joe Stassi se
había apartado del trabajo sucio, pero seguía siendo un asesino.
El enlace cubano
Roberto Fernández Miranda, el cuñadísimo de Batista, era enlace entre
Lansky y el dictador.
Uno de los últimos actos ejecutivos de Batista antes de abandonar la
presidencia de la República el 10 de octubre de 1944, fue el de
conceder, por el Servicio Militar de Reserva, el grado de capitán a
Fernández Miranda. Uno de los primeros actos ejecutivos de Grau, al
asumir la primera magistratura en la fecha señalada fue el de dejar
sin efecto aquel ascenso y licenciar al beneficiado. Con el cuartelazo
del 10 de marzo, Batista reinsertó en el Ejército a su cuñado, esta
vez con el grado de coronel. Lo nombraría además Director General de
Deportes. Con el tiempo, sin perder ese cargo, Fernández Miranda sería
ascendido a general de brigada y designado jefe del regimiento número
7, Máximo Gómez, con sede en la fortaleza de La Cabaña.
Al margen de esas ocupaciones, el cuñado cumplía otras tareas. Recogía
semana tras semana los diez mil pesos que Martín Fox, propietario del
cabaré Tropicana, pagaba a Batista por la «protección» del casino.
Tenía además el control del muy lucrativo negocio de las máquinas
traganíqueles o tragaperras. Estaban instaladas en las casas de juego,
pero también en bares, prostíbulos, cafés y cabarés y hasta en algunas
bodegas. Se importaban de Chicago y aquí Fernández Miranda las
alquilaba. Los beneficios eran cuantiosos y la mafia los dividía,
mitad por mitad, con el cuñadísimo que, por decisión de Batista, se
beneficiaba también con la recaudación de los parquímetros.
Un hombre de Mussolini
Amadeo Barletta era propietario del periódico El Mundo y del canal 2
de la TV nacional y representaba y distribuía los vehículos de la
General Motors. Quince de sus empresas estaban valoradas en 40
millones de pesos, equivalentes a dólares, y se hallaban bajo el
control de la Santo Domingo Motors Company, radicada en Ciudad
Trujillo, República Dominicana, y cuyos propietarios eran desconocidos
incluso para el Banco Nacional, que en vano trató de averiguarlo.
Guillermo Jiménez afirma en su libro aludido que capitales italianos
enmascarados estaban detrás de la Santo Domingo Motors Company, y
expresa que se decía que Barletta «era representante de la mafia
italiana para los negocios de fachada legal en Cuba, pero no se ha
encontrado nada que lo ratifique». Fue hombre de confianza de Benito
Mussolini y representante del fascismo italiano en el área del Caribe.
En los días de la Segunda Guerra Mundial se le expulsó de la Isla.
Regresó a Cuba finalizada la contienda bélica. Borrón y cuenta nueva.
Todo le fue perdonado. Reasumió la representación de la General Motors
para la venta de automóviles marcas Cadillac, Chevrolet y Oldsmobile y
construyó, en 1949, el edificio de 11 plantas y forma triangular de la
esquina de 23 e Infanta, —sede hoy del Ministerio del Comercio
Exterior— que, junto con Radio Centro, en 23 entre L y M, dio origen a
La Rampa habanera. Antes, había pedido licencia para la construcción
del edificio de la Terminal de Ómnibus, inaugurada en 1951 y que llegó
a administrar. Sus múltiples empresas tapaban sus negocios de tráfico
de drogas y piedras preciosas.
Amletto Battisti era el propietario del hotel Sevilla y, al igual que
Barletta, tenía su propio banco. En sociedad con Batista, mantenía una
lotería particular con bonos numerados entre el uno y el 999. Sus
intereses se extendían a la prostitución y a las drogas. Todas las
semanas recibía en el Sevilla nuevas prostitutas, muchachas escogidas
que alquilaba a precio de oro como damas de compañía. También
semanalmente recibía envíos de cocaína que, en pomos o en tubos, se
vendía entre 15 y 50 dólares el gramo, según la disponibilidad de la
mercancía. Fue representante a la Cámara entre 1954 y 1958.
Mucho más pudiera el escribidor decir acerca de estos personajes. Pero
se acabó el espacio. ¡Chirrín!
domenica 25 agosto 2013
sabato 24 agosto 2013
venerdì 23 agosto 2013
Humour cubano
Una viejecita fue un día al Banco del Comercio "Bancomer" llevando un bolso
lleno hasta el tope de dinero...
Insistía ante la ventanilla, solicitando que quería hablar única y
exclusivamente con el Presidente del Banco para abrir una cuenta de
ahorros, para lo cual decía: "Comprenda Ud., es mucho dinero".
Después de mucho discutir, la llevaron ante el Presidente del Banco,
respetando el concepto de que el cliente tiene siempre la razón.
El Presidente del Banco inquirió: -¿Cuál es la cantidad que Ud. desea
ingresar?
Ella dijo: USD$165.000,00 -y automáticamente vació su bolso encima de la
mesa.
El Presidente, naturalmente, sintió una gran curiosidad por saber de dónde
habría sacado la viejita tanto dinero y le preguntó:
-Señora, me sorprende que lleve tanto dinero encima, realmente es mucha
cantidad... -y acto seguido le preguntó: -¿Cómo lo ha conseguido?
La viejecita contestó: -"Es simple, hago apuestas".
-Apuestas? -preguntó el Presidente- ¿qué tipo de apuestas?
La viejecita contestó: -"Bueno, todo tipo de apuestas; por ejemplo le
apuesto a Ud., USD$25.000,00 a que sus pelotas son cuadradas!"
El Presidente soltó una carcajada y dijo: -"Esa es una apuesta estúpida...
Ud., nunca podrá ganar una apuesta de ese tipo".
La viejecita lo desafió.
-Bueno ya le dije que hago apuestas; está Ud., dispuesto a aceptar mi
apuesta...?
-Por supuesto -respondió el Presidente: -Apuesto USD$25.000,00 a que mis
pelotas no son cuadradas...
La viejecita dijo: -"De acuerdo, pero como hay mucho dinero en juego...,
¿puedo venir mañana a las 10:00 AM con mi abogado para que nos sirva de
testigo?
-Por supuesto -respondió el Presidente, teniendo en cuenta que se apostaba
dinero.
Aquella noche, el Presidente estaba muy nervioso por la apuesta. Pasó largo
tiempo mirándose sus pelotas en el espejo; volviéndose de un lado para
otro, una y otra vez. Se hizo un riguroso examen y quedó absolutamente
convencido de que sus pelotas no eran cuadradas y que ganaría la apuesta.
A la mañana siguiente a las 10:00 en punto, la viejecita apareció con su
Abogado en la Oficina del Presidente. Hizo las pertinentes presentaciones y
repitió la apuesta de USD$25.000,00 a que las pelotas del Presidente son
cuadradas.
El Presidente aceptó nuevamente la apuesta y la viejecita le pidió que se
bajara los pantalones para mostrar sus pelotas.
El Presidente se bajó sus pantalones y la viejita s e acercó y miró sus
pelotas detenidamente y le preguntó tímidamente si las podía tocar;
expresando: -Tenga Ud., en cuenta que es mucho dinero y debo cerciorarme.
-Bien, de acuerdo -dijo el Presidente convencido que USD$25.000,00 es mucho
dinero: -y comprendo que quiera estar absolutamente segura.
La viejita se acercó al Presidente y agarrándole empezó a palpar sus bolas;
paralelo a lo cual el Presidente se dio cuenta de que el Abogado estaba
golpeándose la cabeza contra la pared.
El Presidente preguntó a la viejita: -Y ahora que le pasa a su Abogado?
Ella contestó: -"Nada, sólo que he apostado con él USD$100.000,00 a que hoy
a las 10:00 de la mañana tendría las pelotas del Presidente de Bancomer en
mis manos".
lleno hasta el tope de dinero...
Insistía ante la ventanilla, solicitando que quería hablar única y
exclusivamente con el Presidente del Banco para abrir una cuenta de
ahorros, para lo cual decía: "Comprenda Ud., es mucho dinero".
Después de mucho discutir, la llevaron ante el Presidente del Banco,
respetando el concepto de que el cliente tiene siempre la razón.
El Presidente del Banco inquirió: -¿Cuál es la cantidad que Ud. desea
ingresar?
Ella dijo: USD$165.000,00 -y automáticamente vació su bolso encima de la
mesa.
El Presidente, naturalmente, sintió una gran curiosidad por saber de dónde
habría sacado la viejita tanto dinero y le preguntó:
-Señora, me sorprende que lleve tanto dinero encima, realmente es mucha
cantidad... -y acto seguido le preguntó: -¿Cómo lo ha conseguido?
La viejecita contestó: -"Es simple, hago apuestas".
-Apuestas? -preguntó el Presidente- ¿qué tipo de apuestas?
La viejecita contestó: -"Bueno, todo tipo de apuestas; por ejemplo le
apuesto a Ud., USD$25.000,00 a que sus pelotas son cuadradas!"
El Presidente soltó una carcajada y dijo: -"Esa es una apuesta estúpida...
Ud., nunca podrá ganar una apuesta de ese tipo".
La viejecita lo desafió.
-Bueno ya le dije que hago apuestas; está Ud., dispuesto a aceptar mi
apuesta...?
-Por supuesto -respondió el Presidente: -Apuesto USD$25.000,00 a que mis
pelotas no son cuadradas...
La viejecita dijo: -"De acuerdo, pero como hay mucho dinero en juego...,
¿puedo venir mañana a las 10:00 AM con mi abogado para que nos sirva de
testigo?
-Por supuesto -respondió el Presidente, teniendo en cuenta que se apostaba
dinero.
Aquella noche, el Presidente estaba muy nervioso por la apuesta. Pasó largo
tiempo mirándose sus pelotas en el espejo; volviéndose de un lado para
otro, una y otra vez. Se hizo un riguroso examen y quedó absolutamente
convencido de que sus pelotas no eran cuadradas y que ganaría la apuesta.
A la mañana siguiente a las 10:00 en punto, la viejecita apareció con su
Abogado en la Oficina del Presidente. Hizo las pertinentes presentaciones y
repitió la apuesta de USD$25.000,00 a que las pelotas del Presidente son
cuadradas.
El Presidente aceptó nuevamente la apuesta y la viejecita le pidió que se
bajara los pantalones para mostrar sus pelotas.
El Presidente se bajó sus pantalones y la viejita s e acercó y miró sus
pelotas detenidamente y le preguntó tímidamente si las podía tocar;
expresando: -Tenga Ud., en cuenta que es mucho dinero y debo cerciorarme.
-Bien, de acuerdo -dijo el Presidente convencido que USD$25.000,00 es mucho
dinero: -y comprendo que quiera estar absolutamente segura.
La viejita se acercó al Presidente y agarrándole empezó a palpar sus bolas;
paralelo a lo cual el Presidente se dio cuenta de que el Abogado estaba
golpeándose la cabeza contra la pared.
El Presidente preguntó a la viejita: -Y ahora que le pasa a su Abogado?
Ella contestó: -"Nada, sólo que he apostado con él USD$100.000,00 a que hoy
a las 10:00 de la mañana tendría las pelotas del Presidente de Bancomer en
mis manos".
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