Translate

Il tempo all'Avana

+28
°
C
H: +28°
L: +23°
L'Avana
Lunedì, 24 Maggio
Vedi le previsioni a 7 giorni
Mar Mer Gio Ven Sab Dom
+28° +29° +29° +28° +29° +29°
+24° +24° +24° +24° +24° +24°

mercoledì 20 novembre 2013

Racconti di strada di Ciro Bianchi Ross, pubblicato su Juventud Rebelde del 17/11/13

L’Avana possiede il parco urbano più grande del mondo. Si estende per otto km. di lunghezza. È il Malecón. Il suo muro si converte in un sedile di pietra quasi infinito. La città possiede, inoltre, viali le cui passeggiate centrali, alberate e con panchine, sono parchi veri e propri. Fra gli altri ci sono quelli delle calles G e Paseo, nel Vedado, strade che con i loro 50 metri di larghezza portano, in qualche modo, il mare alla città; quello della Quinta Avenida di Miramar e il mitico Paseo del Prado con le coppe, mensole e leoni di bronzo, lampioni, lauri frondosi e panchine di marmo. E ci sono, naturalmente, i parchi di quartiere presidiati, quasi sempre, dalla statua di qualcuno che merita essere ricordato. In ogno rione avanero c’è un parco chiamato delle capre (nome probabilmente “ereditato” da spazi verdi in cui anticamente si portavano a brucare le capre, n.d.t.) che viene scelto dagli studenti che marinano le lezioni e da giovani innamorati che vogliono sottrarsi alla curiosità del pubblico della strada e trovano in essi lo spazio per il proprio amoreggiare.
Esistono questi parchi ”delle capre” in altre città del Paese?

Una costruzione durevole

La testimonianza più antica sulla costruzione di una strada all’Avana risale al 14 di febbraio del 1575, quando un atto del Municipio della città annota l’esistenza di questi sentieri o viottoli e avvisa della convenienza che ne sarebbe stata, per il bene della Corona, quello della località e la comodità di abitanti o transeunti di zona “perché si possa circolare e camminare”. Il documento raccoglie la lamentela dei reggenti per i cammini reali che si “fecero aprire e non si aprirono” e dispone che “12 indios e lo stesso numero di negri lavoranti, con le loro asce e machete, aprano un cammino a Guanabacoa e che si determini il valore per pagare loro il lavoro”.
Molti anni dopo, nel 1796, la Junta del Fomento decise di pavimentare il vecchio cammino di Jesús del Monte e cominciò a farlo dal tratto compreso tra il ponte di Chávez la Esquina de Tejas. Si pavimentarono 13.500 “varas” quadrate in cinque mesi, con un costo di 30.734 pesos forti, una cifra esorbitante, secondo la relazione della Giunta, perchè si dovette effettuare un’escavazione di 400 “varas” di lunghezza, 17 di larghezza e 1,5 di profondità nella quale durante 45 giorni hanno lavorato 100 uomini. Una “vara” spagnola equivale a poco più di 80 cm.
L’opera richiese la costruzione di due piccoli ponti, una rifinutra di pietra su muri di mattoni e divorò 10.156 carrettate di pietre. Una carrettata corrisponde più o meno a 1.500 kg.
Senza dubbio non è, fino al 1823, che si fece un primo tentativo di normare la costruzione di cammini. La Giunta Económica del real Consulado dedicava fondi all’apertura di sentieri ed esigeva che quelli della via centrale si aprissero con 50 “varas” di larghezza, quelli provinciali di 24 e quelli comunali di 12 con una di 6 per le vie cittadine non principali.
Un altro documento. Memorias de obras públicas, pubblicato nel 1860 e che copre il periodo compreso fra  il 1795 e 1858, rileva la preoccupazione del Governo coloniale per quello che viene chiamato Cammino Centrale dell’Isola.
Il cammino verso Ovest partiva dall’Avana e terminava a Pinar del Río, dopo aver attraversato Marianao, Guanajay, Artemisa, Las Mangas e Paso Real de San Diego ed era - si afferma - “un cammino naturale senza preparazione di nessun tipo, con solo poche opere per attraversare i fiumi, ruscelli e canali”. Un primo tratto, fino a Güines comprendeva il Camino Central del Este- Proseguiva per Unión de Reyes, Jovellanos - che aveva allora il nome di Bemba - e Macagua. Proseguiva per Santo Domingo, La Esperanza, Santa Clara, Sancti Espiritus e Ciego de Ávila.
Continuava poi da li per Puerto Príncipe, Guáimaro e Las Tunas fino a Cauto Embarcadero. Da Macagua, questa via aveva un’estensione di 181,5 leghe, che sono all’incirca 770 km.
Il Camino Central di cui si allude nelle Memorie del 1860 si descriverva in pietra, aveva una larghezza di 5 metri e con questa larghezza proseguì ad estendersi. Il presidente Menocal fece avanzare i lavori grazie alla legge del 25 agosto del 1919 che lo autorizzava a investire 1.200.000 pesos annuali.
In questo modo si aprirono nuovi tratti del Camino e si prolungarono gli esistenti. Con l’ascesa al potere di Gerardo Machado, il 20 maggio del 1925, i tratti di questa strada raggiungevano i 650 km, ripartiti, in maniera discontinua, tra le sei province di allora.
Era, in gran parte, una strada in cattivo stato con curve strette e larghezza insufficiente, eccetto il tratto di 10 km. tra l’Avana e San Francisco de Paula e quello tra l’Avana e Arroyo Arenas (15 km.), entrambi allargati e lastricati con mattonelle di granito tra il 1913 e il 1914.
I lavori della Carretera Central, propriamente detta, cominciarono a San Francisco de Paula il 1° marzo del 1927. Ha una lunghezza di 1139 km. Di questi, 690, passarono in zone dove non c’erano altre vie di comunicazione che gli antichi cammini reali e 450 utilizarono parzialmente o totalmente le escavazioni delle strade che la precedettero. Ha comunicato zone estese e fertili e ha attraversato 60 paesi e città. È una delle sette meraviglie dell’ingegneria civile cubana e gli specialisti la classificano come l’opera del XX secolo a Cuba. È una delle migliori strade dell’America Latina ed esempio di costruzione duratura. Ha resistito per decenni a carichi superiori a quelli che si pensava dovesse sopportare. Ha accorciato distanze e ha connesso angoli della geografia insulare, cosa che si è ripercossa in ogni ordine della vita cubana: umano, sociale, culturale, scientifico, politico ed economico.
Valga un chiarimento. Si è ripetuto molto che la Carretera Central doveva avere una larghezza di otto metri e che Machado e la sua cosca la lasciarono in sei per trattenersi la differenza del costo.
Non è così. La Carretera ha sempre avuto i sei metri che prevedeva la costruzione. Così si rileva nei piani originali. (Documentazione di Juan de las Cuevas)

Pepe Jerez, ma tu chi sei?  

Il triangolo sito in Monserrate, di fronte all’inizio della calle Nettuno e al termine del vicolo di San Juan de Dios, lo occupa il parco - o meglio il giardinetto - di Pepe Jerez, famoso e popolarissimo capo della Polizia Segreta dell’Avana durante i primi anni della Repubblica e valoroso ufficiale dell’Esercito di Liberazione.
Nel 1951 vi si collocò il busto di Manuel Fernández Supervielle, sindaco avanero che si suicidò nel 1947 quando si rese conto che non poteva mantenere al promessa fatta agli avaneri di un  nuovo acquedotto per il quale, il presidente Grau, gli aveva promesso gli aiuti necessari. La curiosità è che tutti identificano questo giardino come quello di Supervielle, mentre il suo nome ufficiale dorme nel dimenticatoio.
Un caso simile avviene col cosiddetto Giardino di San Juan de Dios, spazio compreso tra le calles Aguiar, Habana, Empedrado e San Juan de Dios o Progreso, sito occupato dal primo ospedale che seppur  non perfetto, meritò questo nome nella capitale. Si eresse li una statua di Don Miguel de Cervantes y Saavedra e si pretese che il nome del giardino fosse quello del famoso autore del Don Chisciotte anche se, anteriormente e in modo ufficiale, lo spazio era stato battezzato col nome  del maggior generale Emilio Nuñez, dell’Esercito di Liberazione.
Né Cervantes né Emilio Nuñez...il cubano della strada lo ha sempre chiamato giardino San Juan de Dios.

Queste vie

La calle Galiano, deve il suo nome a Don Martin Galiano, ministro che intervenne nelle opere di fortificazione della città e costruì un ponte che portò il suo cognome sopra la Fossa Reale che percorreva l’attuale calle di questo nome (Zanja, nd.t.) e forniva l’acqua alla città. Poi, nel 1839, si costruì un altro ponte che permetteva il passaggio del treno che partiva dalla stazione di Villanueva, situata in un enclave nel terreno oggi occupato dal Capitolio. Fino al 1842, Galiano non era Galiano, ma Montesinos, probabilmente un abitante o commerciante della zona.
Come dati curiosi, aggiunge lo scriba, all’angolo di Zanja esisteva un bagno pubblico; il terreno dove si trova la chiesa di Monserrate si conobbe col nome Della Marchesa, per appartenere alla marchesa vedova di Arcos e che all’incrocio di Galiano con San Lazaro si trovavano le cave da cui si estraevano le pietre per le prime case che si costruirono con questo materiale nella città.
Nel 1917 si dette a Galiano il nome ufficiale, che non è mai stato modificato, di Avenida de Italia. 

Lino e seta; granchi e zanzare

Verso il 1771, la migliore tra tutte le calles avanere - si dice - era quella di Mercaderes, che si estendeva solo per circa quattro isolati e aveva, suddivisi per marciapiedi, diversi negozi dove si poteva trovare il meglio in tessuti di lana, lino e seta.
Questi negozi attraevano le dame eleganti e Mercaderes era, allora, quello che più tardi furono Obispo, e poi San Rafaél e Galiano, con la differenza che in quell’epoca le dame non abbandonavano le loro carrozze per fare acquisti, perché era di cattivo gusto entrare nei negozi.
Detta strada partiva dalla Plaza de Armas, allo stesso modo della parallela Oficios per incontrarsi in quella che si chiamò Plaza Vieja. A questo punto, in direzione ovest, si tracciò la calle Real (Muralla) che portava in campagna lungo la Calzada di San Luis Gonzaga (Reina) e conduceva a una fattoria nominata San Antonio Piccolo, dove si sviluppò un complesso zuccheriero che essisteva già nel 1762 quando l’Avana fu presa dagli inglesi.
Al proseguimento di quella di Mercaderes, si tracciò la calle de las Redes (Inquisidor). Parallela alla calle Real si trovava quella dell’immondezzaio (Teniente Rey), perché conduceva alla discarica della città.
Nella stessa direzione, partendo dalla Plaza de Armas, andava la calle del Sumidero (O’Reilly), nome che prese dal Secondo Capo che venne col Conte de Ricla con la restaurazione spagnola, dopo l’effimera dominazione inglese. Partivano da O’Reilly, in direzione della imboccatura del porto, le calles che vennero chiamate Habana e Cuba che attraverso i secoli hanno conservato i loro nomi.
Nelle calles che abbiamo citato, le case obbedivano a un allineamento e all’equidistanza. Il resto della città si costruiva a casaccio, vale a dire, ognuno costruiva la sua casa dove lo stimava conveniente. Tutte la case erano di guano o di legno ed erano recintate e difese sui quattro lati con spuntoni. Quando pioveva, la città era intransitabile.
Le zanzare erano insopportabili, specialmente per gli equipaggi della flotta. C’era una tal quantità di granchi in tutto il litorale, particolarmente nella Punta Caleta di San Lázaro che di notte, quando si avvicinavano in cerca dei rifiuti della spazzatura domestica, facevano tanto rumore che spesso si scambiavano per invasori inglesi.

Cuentos de camino

Ciro Bianchi Ross • digital@juventudrebelde.cu
16 de Noviembre del 2013 17:05:45 CDT

La Habana cuenta con el parque urbano más grande del mundo. Se extiende a lo largo de unos ocho kilómetros. Es el Malecón. Su muro se convierte en un asiento de piedra casi sin fin. La ciudad dispone además de avenidas cuyos paseos centrales, arbolados y con bancos, son parques verdaderos. Ahí están, entre otros, los de las calles G y Paseo, en el Vedado, vías que con sus 50 metros de ancho llevan de alguna manera el mar a la ciudad; el de la Quinta Avenida, de Miramar, y el mítico Paseo del Prado, con copas, ménsulas y leones de bronce, farolas, laureles frondosos y bancos de mármol. Y están, por supuesto, los parques de barrio, presididos casi siempre por la estatua de alguien que merece ser recordado. En cada barriada habanera hay un parque llamado de los chivos, que buscan para pasar las horas estudiantes fugados de clase y jóvenes enamorados que quieren librarse de la curiosidad callejera y encuentran en ellos espacio discreto para el amorío. ¿Existen esos parques de los chivos en otras ciudades del país?

Una construcción duradera

La referencia más antigua sobre la construcción de un camino en La Habana data del 14 de febrero de 1575, cuando un acta del Ayuntamiento de la villa anota la inexistencia de esos senderos o veredas y advierte lo conveniente que resultarían para el servicio de la Corona, el bien de la localidad y la comodidad de vecinos y moradores «para que se pueda andar e caminar». Recoge el documento la queja de los regidores por los caminos reales que «se mandaron abrir y no se abrieron», y dispone que 12 indios e igual número de negros horros, con sus hachas y machetes, abran un camino en Guanabacoa y que se valore y se les pague su trabajo.
Muchos años después, en 1796, la Junta de Fomento decidía empedrar el viejo camino de Jesús del Monte y comenzaba a hacerlo por el tramo comprendido entre el puente de Chávez y la Esquina de Tejas. Se empedraron 13 500 varas cuadradas en cinco meses, con un costo de 30
734 pesos fuertes, cifra esta excesiva, expresa la relación de la Junta, porque tuvo que acometerse una excavación de 400 varas de largo, 17 de ancho y 1,5 de profundidad, en la que, durante 45 días, trabajaron cien hombres. Una vara española equivale a poco más de 0,8 metros.
La obra exigió la construcción de dos puentes pequeños y de un petril de sillería sobre muros de mampostería ordinaria y se tragó 10 156 carretadas de piedra. Una carretada equivale, más o menos, a 1 500 kilogramos.
No es sin embargo hasta 1823 cuando se hizo un primer intento de normar la construcción de caminos. La Junta Económica del Real Consulado dedicaba fondos a la apertura de senderos y exigía que los de la ruta central se abriesen con 50 varas de ancho, los provinciales, con 24, con 12 los vecinales y con una anchura de seis varas los caminos domésticos.
Otro documento, Memorias de obras públicas, publicado en 1860 y que cubre los años comprendidos entre 1795 y 1858, consigna la preocupación del Gobierno colonial por lo que allí se llama Camino Central de la Isla.
El camino hacia el Oeste arrancaba en La Habana y terminaba en Pinar del Río, luego de atravesar Marianao, Guanajay, Artemisa, Las Mangas y Paso Real de San Diego, y era —se afirma— «un camino natural sin preparación de ninguna clase, con algunas pocas obras para atravesar ríos, arroyos y cañadas». Un primer tramo hasta Güines comprendía el Camino Central del Este. Proseguía por Unión de Reyes, Jovellanos —que recibía entonces el nombre de Bemba— y Macagua. Continuaba por Santo Domingo, La Esperanza, Santa Clara, Sancti Spíritus y Ciego de Ávila.
Y seguía desde allí por Puerto Príncipe, Guáimaro y Las Tunas hasta Cauto Embarcadero. Desde Macagua, esta ruta tenía una extensión de
181,5 leguas, esto es, 770 kilómetros aproximadamente.
El Camino Central al que se alude en las Memorias de 1860 se afirmaba en piedra y tenía un ancho de cinco metros y con esa anchura continuó extendiéndose. El presidente Menocal adelantó en la vía gracias a la ley del 25 de agosto de 1919, que le autorizó a invertir en esta 1 200
000 pesos anuales.
De esa forma se tiraron nuevos tramos del camino y se prolongaron los existentes. Al ascender Gerardo Machado al poder, el 20 de mayo de 1925, los trechos de esa carretera sumaban unos 650 kilómetros, repartidos, de manera discontinua, por las seis provincias de entonces.
Era, en gran parte, una carretera en mal estado, con curvas cerradas y anchura insuficiente, salvo en el tramo de diez kilómetros entre La Habana y San Francisco de Paula, y el de La Habana a Arroyo Arenas (15
km) ambos ensanchados y adoquinados con granito entre 1913 y 1914.
Los trabajos de la Carretera Central propiamente dicha comenzaron en San Francisco de Paula, el 1ro. de marzo de 1927. Tiene una extensión de 1 139 kilómetros. De estos, 690 cruzaron por zonas donde no existían más vías de comunicación que los antiguos caminos reales, y
450 utilizaron total o parcialmente las explanadas de las carreteras que le antecedieron. Comunicó zonas extensas y fértiles y atravesó 60 pueblos y ciudades. Es una de las siete maravillas de la ingeniería civil cubana y los especialistas la catalogan como la obra del siglo XX en Cuba. Es una de las mejores carreteras de América Latina y ejemplo de construcción duradera. Ha resistido, durante decenas de años, cargas muy superiores a las que se suponía que soportara. Acortó distancias y conectó rincones de la geografía insular, lo que redundó en todos los órdenes de la vida cubana: humano, social, cultural, científico, político y económico.
Valga una aclaración. Se ha repetido mucho que la Carretera Central debió tener una anchura de ocho metros, y que Machado y su camarilla la dejaron en seis para apropiarse del dinero que eso hubiera costado.
No hay tal. La carretera tuvo siempre los seis metros de ancho con que se construyó. Así se advierte en los planos originales. (Con documentación de Juan de las Cuevas)

Pepe Jerez, ¿quién eres tú?

El triángulo situado en Monserrate, frente al comienzo de la calle Neptuno y al final del callejón de San Juan de Dios, lo ocupa el parque —más bien parquecito— de Pepe Jerez, famoso y popularísimo jefe de la Policía Secreta de La Habana durante los años iniciales de la República y valeroso oficial del Ejército Libertador.
En 1951 se colocó allí el busto de Manuel Fernández Supervielle, alcalde habanero que se suicidó en 1947 cuando se percató de que no podría cumplirles a los habitantes de la ciudad la promesa de un nuevo acueducto, para el que el presidente Grau le había prometido la ayuda necesaria. Lo curioso es que todos identifican a este parque como de Supervielle, mientras que su nombre oficial duerme en el olvido.
Caso similar sucede con el llamado Parque de San Juan de Dios, espacio enmarcado por las calles Aguiar, Habana, Empedrado y San Juan de Dios o Progreso, sitio ocupado por el primer hospital que, aunque imperfecto, mereció ese nombre en la capital. Se erigió allí una estatua de don Miguel de Cervantes Saavedra, y se pretendió que el nombre del parque fuese el del famoso autor del Quijote, aunque ya anteriormente y de manera oficial el espacio había sido bautizado con el nombre del mayor general Emilio Núñez, del Ejército Libertador.
Ni Cervantes ni Emilio Núñez… El cubano de a pie lo ha llamado siempre Parque de San Juan de Dios.

Esas calles

La calle Galiano debe su nombre a don Martín Galiano, ministro interventor en las obras de fortificación de la ciudad, quien construyó un puente, el cual llevó su apellido, sobre la Zanja Real que recorría la actual calle de este nombre y surtía de agua a la ciudad. Luego, en 1839, se construyó otro puente que permitía el paso del ferrocarril que salía de la Estación de Villanueva, enclavada en parte de los terrenos donde hoy se ubica el Capitolio. Hasta 1842, Galiano estuvo cerrada en la calle San Miguel por una manzana de casas. Desde ahí hasta San Lázaro, Galiano no era Galiano, sino Montesinos, posiblemente un vecino o comerciante del lugar.
Como datos curiosos, añade el escribidor, en la esquina de Zanja existió un baño público, que el terreno donde se encuentra la iglesia de Monserrate se conoció por el nombre De la Marquesa, por pertenecer a la marquesa viuda de Arcos, y que en el entronque de Galiano con San Lázaro se encontraban las canteras de donde se extrajeron piedras para las primeras casas que con ese material se construyeron en la villa.
En 1917 se dio a Galiano el nombre oficial, que no ha sido modificado nunca, de Avenida de Italia.

Lino y seda; cangrejos y mosquitos

Hacia 1771 la mejor entre todas las calles habaneras —se dice— era la de Mercaderes, que solo se extendía a lo largo de unas cuatro cuadras, y tenía repartidos por una y otra aceras distintos establecimientos donde podía encontrarse lo mejor en tejidos de lana, lino y seda.
Estas tiendas atraían a las damas elegantes, y Mercaderes era entonces lo que fueron más tarde Obispo y luego San Rafael y Galiano, con la diferencia de que en aquella época las damas no abandonaban sus volantas para hacer las compras, porque era de mal gusto penetrar en las tiendas.
Arrancaba dicha calle desde la Plaza de Armas y, al igual que otra calle bien alineada, Oficios, iba a encontrarse en lo que se llamó Plaza Vieja. En este punto, en dirección Oeste, se trazó la calle Real
(Muralla) que daba salida al campo por la Calzada de San Luis Gonzaga
(Reina) y conducía a una hacienda nombrada San Antonio el Chiquito, donde se fomentó un ingenio de azúcar, que existía en 1762 cuando la toma de La Habana por los ingleses.
A continuación de la de los Mercaderes, se trazó la calle de las Redes (Inquisidor). Paralela a la calle Real se hallaba la del Basurero (Teniente Rey), porque conducía al vertedero de la ciudad.
En la misma dirección, partiendo de la Plaza de Armas, iba la calle de Sumidero (0’Reilly), nombre este que tomó por el Segundo Cabo que vino con el Conde de Ricla a la restauración española, después de la efímera dominación inglesa. Salían desde 0’Reilly, rumbo a la boca del puerto, las calles que se llamaron Habana y Cuba y que a través de los siglos han conservado sus nombres.
En las calles que hemos citado, las casas obedecían a una alineación y equidistancia. En el resto de la ciudad se construía a la diabla, es decir, cada cual establecía su casa donde lo creía conveniente. Todas las casas eran de guano o de madera y estaban cercadas o defendidas por sus cuatro costados con tunas bravas. Cuando llovía la ciudad era intransitable.
Los mosquitos eran insoportables, especialmente para los tripulantes de las flotas. Y había tal cantidad de cangrejos en todo el litoral, particularmente en las cercanías de la Punta y Caleta de San Lázaro, que por las noches, cuando se acercaban en busca de los desperdicios de las basuras domésticas, metían tanto ruido que muchas veces se les tomaba por invasores ingleses

Ciro Bianchi Ross




giovedì 14 novembre 2013

Cilecca

CILECCA: vuole sentire il nostro sapore

mercoledì 13 novembre 2013

Arrivo a Miami

È proprio vero che ogni viaggio è un'avventura sé stante. L'anno scorso più o meno nello stesso periodo, prima dell'approvazione della legge sull'immigrazione entrata in vigore al'inizio di quest'anno, ho fatto il viaggio dall'Avana a Miami, via Gran Cayman su arei semivuoti, nonostante che i cittadini cubani con passaporto spagnolo potessero chiedere a Inmigración il permesso di uscita. Quest'anno, senza più questa necessità il volo era pieno e attualmente questo itinerario è coperto due volte al giorno: la mattina presto e il pomeriggio.
Altra sorpresa di questo genere all'arrivo a Miami, non mi era mai capitato di trovare tanta coda per le pratiche di ingresso. Il salone dove sono distribuite circa 70 postazioni solo per i non residenti o cittadini USA ne aveva in funzione solo una decina e le "spire" da percorrere, della lunghezza di circa 100 metri ciascuna, al momento del nostro arrivo erano 5. Contrariamente al mio ultimo viaggio sono siamo stati ricevuti da un afroamericano che parlava un ottimo spagnolo, cosa rara, con accento impercettibile, il quale dopo averci chiesto la provenienza non ha minimamente avuto cenni di repulsione, come capita spesso in quell'aeroporto. Mentre sbrigava le sue pratiche e ci rilevava impronte e foto ci ha chiesto se il volo era andato bene e, alla fine ci ha riconsegnato i passaporti con un "Bienvenidos en los Estados Unidos". Gradevole sorpresa, saranno i primi effetti delle dichiarazioni di Obama? Lo stesso è capitato al ritiro dell'auto noleggiata: una gentile signorina ci ha chiesto da dove venivamo e quando le abbiamo detto "da Cuba", si è allargata in un sorriso ed un gesto di quasi ammirazione, però mi ha subito detto che la patente cubana non è valida negli Stati Uniti. Ho ancora quella italiana...
Ebbene, queste sono le primissime impressioni, poi vedremo.

Ciclostile

CICLOSTILE: bicicletta di classe

martedì 12 novembre 2013

Ciclone

CICLONE: bicicletta sovradimensionata

lunedì 11 novembre 2013

Su Varadero aumenta il traffico aereo

Tre nuovi voli charter iniziano ad operare su Varadero, due europei e uno sudamericano. La compagnia polacca LOT, ha inaugurato un volo quindicinale da Varsavia che sarà operativo fino al prossimo mese di marzo, la russa ORENAIR ha stabilito un volo settimanale da Mosca, mentre la cilena PRINCIPAL ha a sua volta messo in operativo un volo settimanale dal Cile, per la spiaggia cubana che durerà fino ad aprile.
Intanto, Varadero, si prepara per la 33ma Fiera del Turismo che si terrà nel prossimo mese di maggio e avrà come Paese Ospite il Brasile.

Il blog "cresce" negli U.S.A.

Con una punta di soddisfazione, ho notato la rapida crescita, specie negli ultimi tempi, di lettori dagli Stati Uniti. Solo nelle ultime 24 ore ho avuto 219 visite che confermano al di sopra dell'Italia, i visitatori del blog da questo Paese. Domani parto proprio per Miami e Orlando, non certo per un incontro con i lettori e non credo proprio di trovare banda e tappeto rosso ad aspettarmi...anzi, però per la legge del "non si può mai sapere" chissà se, contro ogni calcolo delle probabilità, magari incontro qualcuno che sa dell'esistenza di questo mio piccolo spazio...
Sono curioso di sentire "in loco" le impressioni sulle dichiarazioni di Obama in merito ad un "cambio di atteggiamento nella politica verso Cuba" e un uso della "creatività", come ha detto. Nel frattempo per un viaggio di circa 40 minuti ci metterò "solo" 5 ore da aeroporto ad aeroporto, dovendo passare per un Paese terzo, Cayman, vista l'inesistenza di voli commerciali, ma solo quella dei charter utilizzabili solo da cittadini cubani, nordamericani autorizzati dal Dipartimento del Tesoro o categorie autorizzate di stranieri tipo diplomatici e giornalisti accreditati, per esempio.

Altro sulla scatoletta, di Ciro Bianchi Ross, pubblicato su Juventud Rebelde del 10//11/13

Un lettore che si firma col solo nome di battesimo - William - e che evidentemente risiede fuori dell’Isola, forse da molto tempo, domanda sul nome attuale del teatro Blanquita e chiede dati di questa installazione culturale.
Il locale in questione è, da molti anni, il teatro Carlos Marx, scenario di notevoli spettacoli culturali e di importanti eventi politici, come il I° Congresso del Partito Comunista di Cuba, nel dicembre del 1975. Successivamente, a partire dal 1976, accolse le sessioni dell’Assemblea Nazionale fino a che il parlamento cominciò a riunirsi nel Palazzo delle Convenzioni aperto, nel 1979, in occasione del Vertice dei paesi non Allineati.
Il tetro Blanquita si inaugurò nel dicembre del 1949 ed il suo proprietario, il senatore Alfredo Hornedo, gli dette il nome di sua moglie: Blanquita. Trionfa la Rivoluzione e in un momento che adesso non sono in grado di precisare, il Governo cubano decide di dargli il nome di Chaplin, in onore a quel geniale attore che allora era ancora vivo. Questo dev’essere successo nel 1960 o dopo, dal momento che i giornali del 24 febbraio di quell’anno pubblicano di un evento in cui prese parte Fidel e lo situano nel teatro Blanquita. Anche la data in cui cominciò a chiamarsi Carlos Marx non l’ho sottomano, ma nel 1975 questo era già il suo nome.
Il Blanquita fu, per un certo periodo, il più grande teatro del mondo. Contava di 6.600 poltrone. 500 in più che il Radio City Hall di New York.
Nella sua caffetteria potevano essere serviti contemporaneamente 200 commensali. Disponeva di una pista per il pattinaggio su ghiaccio.
Della sua infanzia, lo scriba, ricorda di avervi assistito col tutto esaurito, alle presentazioni di Sarita Montiel e Liberace, celebre pianista nordamericano, portati entrambi a Cuba dallo scaltro Gaspar Pumarejo, l’impresario di Escuela de Televisión , che si trasmetteva di sera sul canale 2 e di Hogar Club che con i suoi oltre 100 mila associati che pagavano la quota di un peso mensile, garantivano al loro patrocinatore un affare d’oro. Pumarejo aveva un olfatto speciale per contrattare artisti, scrive il musicologo Cristóbal Díaz Ayala. Portava, costasse quel che costasse, figure all’apice della fama, come Liberace o la Montiel, o faceva venire gente praticamente sconosciuta convertendola in idoli, come fece con Lucho Gatíca, Paco Michel e Luís Aguilé. Ad altre, come Mercedes Simone, “la Dama del tango”, fece rinverdire all’Avana le sue glorie passate.
Per certo, quando Sarita Montiel, dal palco del Blanquita guardò verso la sala, pensò che per lo spaziosa che era vi poteva volare un aereo e si sentì piccola. Nonostante avesse già fatto cinema, non si era mai presentata in un teatro così grande né in altri. Però si riprese e convinse il pubblico col suo canto. Si dice che circa 140.000 spettatori la videro e applaudirono, nel Blanquita, durante i suoi spettacoli.

Scatolette senza orario fisso

La pagina sulle scatolette per cibi, pubblicata la settimana scorsa, ha destato una ripercussione che non mi aspettavo e voglio condividere col lettore alcuni dei messaggi ricevuti. Uno che si firma Jorge T. Mi dice che prima del 1959, nelle commemorazioni del 4 settembre, data del colpo di stato di cui fu protagonista, nel 1933, un sergente chiamato Batista, nelle caserme e installazioni militari il cibo agli ufficiali e soldati, era servito in scatolette. Eduardo Sueret Reyes da parte sua, ricorda in un altro messaggio il riso fritto nelle scatolette della casa di cibi cinesi de ”la esquina de Toyo”.
Un altro lettore, Norberto Vargas Martínez, nato a Manzanillo e residente da molti anni all’Avana, assicura che le prime scatolette che ricorda, a parte quelle delle pasticcerie, risalgono alla Campagna di Alfabetizzazione. Dice che si servivano scatolette con cibi ai brigatisti alfabetizzatori, sia nel loro viaggio verso Varadero, dove ricevevano le istruzioni necessarie, come nel tragitto fra la spiaggia e il luogo in cui erano destinati.
“Ricordo che nel viaggio da Manzanillo a Varadero c’erano punti di rifornimento a Bayamo, Camagüey, Santa Clara e Matanzas - scrive Vargas Martínez -. Il mezzo in cui si viaggiava arrivava al punto di rifornimento, si faceva il conto dei passeggeri e a ciascuno si consegnava una scatoletta di cartone che conteneva un pezzo di pollo al forno, riso, un ortaggio bollito che poteva essere boniato (patata dolce n.d.t.), yucca (manioca n.d.t.) o patata. Per bere distribuivano un bicchierone di cartone paraffinato con succo di ananas, tamarindo o arancia. Niente di tutto ciò si consumava in loco, orbene, una volta distribuito il cibo il viaggio riprendeva immediatamente. Non si sostava in questi punti, eventualmente qualche minuto per andare ai servizi igienici, perciò il contenuto delle scatolette si ingeriva lungo la strada o se il viaggio si faceva in treno, lungo i binari.
Siccome non c’era un’ora precisa di arrivo a questi punti, né coincidenza con la preparazione delle scatolette il cibo, generalmente, era freddo e noi brigatisti battezzammo i polli come polli fossilizzati o mummificati”.

Istituzione Inclán

L’edificio che occupò questo centro scolastico alla Loma del Mazo ebbe una triste sorte. Fu, originariamente, una scuola di arti e mestieri e ospitò una scuola elementare fino a che cessò di di funzionare come installazione docente. Le sue aule vuote, mense e saloni silenziosi, in attesa di non si sa che destino, l’immobile già danneggiato, fu mira di depredatori che su richiesta di compratori senza scrupoli che pagavano un tanto al pezzo, venne spogliato di servizi sanitari, mattoni, cristalli e mosaici fino ad essere convertito in una rovina vera e propria, di cui una delle ali crollò.
In merito a questa istituzione che occupava l’isolato compreso fra le calles Cortina, Carmen, Figueroa e Patrocinio, che contava di un edificio di quattro piani, richiede informazioni il lettore lorenzo Pacheco di Santos Suárez.
I fratelli Manuel e Gustavo Inclán ebbero un’infanzia dura, dura davvero. Orfani, senza casa nè alcuna protezione, questi avaneri si videro costretti a lavorare come muli fin da molto piccoli.
Lo scriba non sa come cambiò la loro sorte. Fatto sta che, col tempo, divennero molto ricchi, scapoli, senza eredi, decisero di disporre un lascito di 600.000 pesos per la fondazione di una scuola di arti e mestieri destinata a figli di famiglie con basse risorse economiche. Manuel morì nel 1910 e Gustavo cinque anni più tardi. L’avvocato Francisco angulo Garay, che fu incaricato di far compiere la disposizione testamentaria, decise di consultarsi e monsignor González Estrada, vescovo dell’Avana, gli consigliò che cercasse il parere della Compagnia di Gesù.
I gesuiti, che terminarono con patrocinare una magnifica scuola di elettromeccanica in Belén, passarono la palla ai padri salesiani. Questi non erano stabiliti nella diocesi avanera. Il padre Josè Calasanz - che il papa Giovanni Paolo II finì per dichiare beato - unio sacerdote di quest’ordine residente nella capitale, servì da ponte tra l’avvocato e la signorina Dolores Betancourt, benefattrice della Scuola Salesiana di Camagüey. Intanto Calasanz riferiva, ai suoi superiori a Torino, l’interesse del vescovo González Estrada per la costruzione della scuola, progetto priorizzato nel suo programma episcopale e l’avvocato Angulo Garay incrementava fino a un milione di pesos il lascito dei fratelli Inclán. Per non intaccare i fondi dell’opera, Calasanz decise di stabilirsi nella parrocchia di Jesús del Monte assieme a monsignor Menéndez, il parroco. A quel tempo - guarda la cosa curiosa - monsignor Evelio Díaz, che giungerà ad essere arcivescovo dell’Avana, era chierichetto in Jesús del Monte.
Il 14 maggio del 1919, si acquistava per 47.500 pesos il terreno. La costruzione iniziò nel 1921 e due anni dopo erano pronte la cappella e l’area docente. Nel 1927, con la presenza del presidente Machado, si portava atermine l’inaugurazione ufficiale dell’istituzione. I suoi alunni erano borsisti, pensionanti o esterni che studiavano li le classi elementari e medie, così come i lavori di stampa, rilegatura, ebanisteria o meccanica.
Per discrepanze con la Giunta del Patronato che amministrava l’istituto, i salesiani uscirono dall’istituzione nell’agosto del 1942.

Avviso da Cascorro

Due settimane fa - il 27 di ottobre - nella pagina intitolata L’evacuazione, ho parlato della piazza di Madrid che ricorda la battaglia di Cascorro (1896) ed esalta la memori di Eloy Gonzalo, un soldato spagnolo che da coloro che lo ricordano, in Spagna, lo vedono come un eroe e la sua statua lo rappresenta nel momento in cui, si dice, si disponeva a incendiare un fortino occupato da un gruppo di mambises. La piazza spagnola si chiama proprio così: Cascorro.
Adesso, dal nostro Cascorro, la località camagüeyana con questo nome, ricevo un interessante messaggio dal professor Ricardo Salazar Crespo nel quel mi offre non pochi dati su quasta località e mi spinge ad emendare alcuni dettagli della mia nota, sebbene sia cosciente che il possibile errore viene dalle fonti che ho consultato. Dice Salazar Crespo:
“Circa il suo scritto voglio esprimere la gioia per il tema che tocca. Come residente in Cascorro da circa 50 anni, con lo stesso tempo dedicato alla docenza, mi sono dedicato allo studio della storia di questa località e, uno dei fatti che ho analizzato già da anni è riferito a Eloy Gonzalo il cosiddetto Eroe di Cascorro”.
Il professore dice che nel 1998 visitò a Madrid la citata piazza e che ha l’informazione raccolta nel museo dell’esercito spagnolo e che fu pubblicata anche a Cuba da chi, negli anni ’20, intervistò a combattenti dell’Esercito di Liberazione che vissero ed ebbero, in qualche modo, relazione col fatto.
Tutto ciò permette al mio corrispondente affermare che Eloy Gonzalo non si preparava a incendiare un fortino, ma la casa di Manuel Fernández Cabrera, sindaco di Cascorro, dove un gruppo di mambises si era fortificato.
Aggiunge: “Esiste un foglietto scritto da tale P. Giralt, intitolato Dati curiosi del sito di Cascorro, edito nel 1897, a pochi mesi dall’avvenimento, che getta molta luce circa la motivazione di Eloy Gonzalo per offrire il suo “gran sacrificio”. Ma in questo non mi estendo, aspetto solo la sua risposta, manifestandole che sono a sua completa disposizione per abbordare aspetti di sommo interesse della storia di Cascorro che vale la pena vengano divulgati e che sarebbero graditi dai lettori”.
Mi sembra superfluo dirle, amico Salazar Crespo, che il ponte è gettato. La ringrazio per la sua informazione; questa o altra che possa farmi avere. Però le dico fin d’ora: è la stessa cosa che si trattasse di un fortino o di una casa.


Más sobre la cajita

Ciro Bianchi Ross • digital@juventudrebelde.cu
9 de Noviembre del 2013 21:41:20 CDT

Un lector que firma solo con su nombre de pila —William— y que reside
evidentemente fuera de la Isla, quizá desde hace mucho tiempo,
inquiere por el nombre actual del teatro Blanquita y pide datos acerca
de esa instalación cultural.
El establecimiento en cuestión es, desde hace muchos años, el teatro
Karl Marx, escenario de sonados espectáculos culturales y de
importantes eventos políticos, como el I Congreso del Partido
Comunista de Cuba, en diciembre de 1975. Con posterioridad, y a partir
de 1976, acogió las sesiones de la Asamblea Nacional hasta que el
Parlamento comenzó a sesionar en el Palacio de las Convenciones,
abierto en 1979 con motivo de la Cumbre de los Países No Alineados.
El teatro Blanquita se inauguró en diciembre de 1949, y su
propietario, el senador Alfredo Hornedo, le dio el nombre de su
esposa, Blanquita. Triunfa la Revolución y en un momento que no puedo
precisar ahora, el Gobierno cubano decide darle el nombre de Chaplin,
en honor a ese genial actor todavía vivo entonces. Eso debe haber
ocurrido en 1960 o después, ya que los periódicos del 24 de febrero de
ese año dan cuenta de un acto que preside Fidel y lo sitúa aún en el
teatro Blanquita. Tampoco tengo a mano la fecha en que comenzó a
llamarse Karl Marx, pero ese era ya su nombre en 1975.
El Blanquita fue, en su momento, el mayor teatro del mundo. Contaba
con 6 600 lunetas, 500 asientos más que Radio City Hall, de Nueva
York.
En su cafetería podían ser atendidos 200 comensales de una vez.
Disponía de una pista para patinaje sobre hielo.
De su infancia, el escribidor recuerda haber asistido allí, a teatro
lleno, a las presentaciones de Sarita Montiel y de Liberace, destacado
pianista norteamericano, traídos ambos a Cuba por el avispado Gaspar
Pumarejo, el empresario de Escuela de Televisión, que se transmitía
por el Canal 2, en la noche, y de Hogar Club que, con sus más de cien
mil asociadas que abonaban la cuota de un peso mensual, garantizaba a
su patrocinador un negocio redondo. Pumarejo tenía un olfato especial
para contratar artistas, escribe el musicógrafo Cristóbal Díaz Ayala.
Traía, costase lo que costase, figuras en el apogeo de su fama, como
Liberace y la Montiel, o hacía venir a gente prácticamente desconocida
y las convertía en ídolos, como hizo con Lucho Gatica, Paco Michel y
Luis Aguilé. A otras, como a Mercedes Simone, «la Dama del tango», les
hizo reverdecer en La Habana sus viejas glorias.
Por cierto, cuando Sarita Montiel, desde el escenario del Blanquita,
miró hacia la sala, pensó que, por lo espaciosa, podía allí volar un
avión y se sintió pequeñita. Aunque ya había hecho cine, nunca antes
se había presentado en un teatro tan grande ni en ninguno. Pero se
sobrepuso y convenció al público con su canto. Se dice que unas 140
000 personas la vieron y aplaudieron en el Blanquita durante sus
actuaciones.

Cajitas sin hora fija

La página sobre las cajitas con comida, publicada la semana pasada,
despertó una repercusión que no esperaba y quiero compartir con el
lector algunos de los mensajes recibidos.
Alguien que firma Jorge T me dice que antes de 1959, en las
conmemoraciones del 4 de septiembre, fecha del golpe de Estado
protagonizado en 1933 por un sargento llamado Batista, en cuarteles e
instalaciones militares, la comida se repartía en cajitas entre
oficiales y soldados. Eduardo Sueret Reyes, por su parte, rememora en
otro mensaje el arroz frito en cajita de la casa de comida china de la
esquina de Toyo.
Otro lector, Norberto Vargas Martínez, natural de Manzanillo y
avecindado en La Habana desde hace muchos años, asegura que las
primeras cajitas que recuerda, salvo las de las dulcerías,
corresponden a la Campaña de Alfabetización. Dice que cajitas con
comida se les proporcionaban a los brigadistas alfabetizadores tanto
en su viaje a Varadero, donde recibirían el entrenamiento necesario,
como en el trayecto entre la playa y el lugar al que se les destinaba.
«Recuerdo que en el camino de Manzanillo a Varadero había puntos de
abastecimiento en Bayamo, Camagüey, Santa Clara y Matanzas —escribe
Vargas Martínez—. El transporte en que viajabas llegaba al punto de
abastecimiento, se hacía el conteo de los pasajeros y a cada uno le
entregaban una cajita de cartón que contenía una pieza de pollo asado,
arroz y una vianda hervida, que podía ser boniato, yuca o papa. Para
beber repartían jugo de mango enlatado, o una perga de cartón
parafinado con jugo de piña, tamarindo o naranja. Nada de eso se
ingería en el lugar, pues una vez que se repartía la comida, el viaje
continuaba de inmediato. No se hacía estancia en esos puntos, si acaso
unos minutos para acudir al sanitario. Por tanto, el contenido de las
cajitas se ingería en la carretera o, si el viaje se hacía en tren,
sobre los rieles.
«Como no había hora fija de llegada a esos puntos, ni coincidencia con
la preparación de las cajitas, la comida, por lo general, estaba fría
y los brigadistas bautizamos los pollos, como pollos fosilizados o
momificados».

Institución Inclán

El edificio que ocupó este centro escolar en la Loma del Mazo corrió
una triste suerte. Fue originalmente escuela de artes y oficios y
albergó una escuela primaria hasta que dejó de funcionar como
instalación docente. Vacías sus aulas, en silencio los corredores y
salones, en espera de sabe qué destino, el inmueble, ya dañado, fue
presa de depredadores que, a pedido de compradores inescrupulosos que
pagaban a tanto la pieza, fueron despoblándolo de servicios
sanitarios, ladrillos, cristales y mosaicos hasta dejarlo convertido
en una verdadera ruina, una de cuyas alas se desplomó.
Sobre esta institución, que ocupaba la manzana enmarcada por las
calles Cortina, Carmen, Figueroa y Patrocinio y que contaba con un
edificio central de cuatro plantas, recaba información el lector
Lorenzo Pacheco, de Santos Suárez.
Los hermanos Manuel y Gustavo Inclán tuvieron una niñez dura, dura de
verdad. Huérfanos, sin amparo ni protección alguna, estos habaneros se
vieron precisados a trabajar como mulos desde muy pequeños.
Desconoce el escribidor cómo les cambió la fortuna. El caso es que,
con el tiempo, llegaron a ser muy ricos, y solteros y sin
descendencia, decidieron legar 600 000 pesos para la fundación de una
escuela de artes y oficios destinada a hijos de familias de bajos
recursos. Manuel murió en 1910 y Gustavo cinco años más tarde. El
abogado Francisco Angulo Garay, que quedó encargado del cumplimiento
de la disposición testamentaria, decidió consultar el asunto y
monseñor González Estrada, obispo de La Habana, le aconsejó que
buscara la opinión de la Compañía de Jesús.
Los jesuitas, que terminarían auspiciando una magnífica Escuela de
Electromecánica en Belén, pasaron la bola a los padres salesianos.
Estos no estaban establecidos en la diócesis habanera. El padre José
Calasanz —que el papa Juan Pablo II terminó declarando beato— único
sacerdote de esa orden radicado en la capital, sirvió de puente entre
el abogado y la señorita Dolores Betancourt, benefactora de la Escuela
Salesiana de Camagüey. Mientras, Calasanz refería a sus superiores en
Turín el interés del obispo González Estrada en la construcción de la
escuela, proyecto priorizado en su programa episcopal, y el abogado
Angulo Garay incrementaba hasta un millón de pesos el legado de los
hermanos Inclán. Para no afectar los fondos de la obra, Calasanz
decidió establecerse en la parroquia de Jesús del Monte, junto a
monseñor Menéndez, el párroco. En ese tiempo —y vaya esta curiosidad—
monseñor Evelio Díaz, que llegaría a ser Arzobispo de La Habana, era
monaguillo en Jesús del Monte.
El 14 de mayo de 1919 se adquiría por 47 500 pesos el terreno. La
construcción se inició en 1921 y dos años más tarde estaban listas la
capilla y el área docente. En 1927, con la presencia del presidente
Machado, se llevaba a cabo la inauguración oficial de la institución.
Sus alumnos serían becados, pensionados y externos que cursarían allí
la enseñanza elemental y la media, así como los oficios de impresión,
encuadernación, ebanistería o mecánica.
Por discrepancias con la Junta de Patronos que administraba el
plantel, los salesianos salieron de la institución en agosto de 1942.

Aviso desde Cascorro

Hace dos semanas —27 de octubre—, en la página titulada La evacuación,
hablé sobre la plaza de Madrid que recuerda la batalla de Cascorro
(1896) y exalta la memoria de Eloy Gonzalo, un soldado español al que
los que lo recuerdan en España tienen como un héroe y al que la
escultura representa en el momento en que, se dice, se disponía a
incendiar un fortín ocupado por un grupo de mambises. La plaza
española se llama precisamente así, Cascorro.
Ahora, desde el Cascorro nuestro, la localidad camagüeyana de ese
nombre, recibo un interesante mensaje del profesor Ricardo Salazar
Crespo en el que ofrece no pocos datos sobre ese sitio y me insta a
enmendar algunos detalles de mi nota, si bien está consciente de que
el posible error viene de las fuentes que consulté. Dice Salazar
Crespo:
«Acerca de su escrito quiero expresarle mi contento por el tema que
toca. Como residente en Cascorro desde hace cerca de 50 años, con el
mismo tiempo integrado a la docencia, me he dedicado al estudio de la
historia de esta localidad, y uno de los asuntos que he analizado
desde hace años ha sido lo referido a Eloy Gonzalo, el titulado Héroe
de Cascorro».
Dice el profesor que en 1998 visitó en Madrid la plaza aludida y que
tiene la información que recoge el museo del ejército español y
también lo que publicaron en Cuba quienes, en los años 20,
entrevistaron a combatientes del Ejército Libertador que vivieron y
hasta tuvieron, en alguna forma, relación con el hecho.
Todo eso permite a mi corresponsal afirmar que Eloy Gonzalo no se
disponía a incendiar un fortín, sino la casa de Manuel Fernández
Cabrera, alcalde de Cascorro, donde un grupo de mambises se había
hecho fuerte.
Añade: «Existe un folleto escrito por un tal P. Giralt, titulado Datos
curiosos del sitio de Cascorro, que se editó en 1897, a pocos meses de
ocurrido el hecho, que arroja mucha luz acerca de la motivación de
Eloy Gonzalo para ofrecerse a su “gran sacrificio”. Pero en esto no
abundo, solo espero su reacción, manifestándole que estoy a su entera
disposición para abordar aspectos sumamente interesantes de la
historia de Cascorro que merecen divulgarse, y que serían del agrado
de los lectores».
De más está decirle, amigo Salazar Crespo, que el puente está tendido.
Agradezco su información; esta y la que puede hacerme llegar. Pero
desde ya le digo: lo mismo da un fortín que una casa.

Ciro Bianchi Ross
ciro@jrebelde.cip.cu
http://wwwcirobianchi.blogia.com/
http://cbianchiross.blogia.com/


Ciambellano

CIAMBELLANO: ha una bella fortuna

domenica 10 novembre 2013

Incontro con le voci popolari



Si è concluso ieri sera il II° Incontro con le voci popolari dell'America Latina, evento promosso, diretto e organizzato dalla Maestra Argelia Fragoso, già eccellente soprano della lirica cubana. Fra i vari personaggi intervenuti, la chiusura è toccata ieri sera (sabato) alla dominicana Marídalia Hernández, la prima cantante che ha avuto l'orchestra 4.40 di Juan Luis Guerra. La sua gala è seguita a quella di venerdì, offerta su questo stesso palco, da un'altra popolare interprete della musica di queste latitudini, la messicana Lila Downs.
Quello di Marídalia è stato uno spettacolo entusiasmante per il pubblico che gremiva la sala Covarrubias del Teatro Nacional. Il tipico ritmo del "merengue" dominicano si è fuso col "son" e "bolero" cubani e con il "flamenco" spagnolo con arrangiamenti veramente degni di nota. La cantante ha presentato il repertorio contenuto nel suo ultimo disco "Libre", ma non ha tralasciato di ripresentare pezzi che l'hanno resa popolare proprio con la 4.40, come, ad esempio, "Ojalá que llueva café en el campo. Durante lo spettacolo sapendo che in galleria, tra il pubblico, c'era un'altra grande della canzone dominicana: Sonia Silvestre, affettuosamente chiamata la Silvestra, l'ha invitata a scendere sullo scenario con lei per improvvisare un duetto che ha riscaldato ancora di più, se possibile, il pubblico che al finale l'ha salutata con una grande ovazione sulle note di "Quiero ír a Santiago" del maestro Adalberto Álvarez arrangiata a tempo di "merengue" e dedicata, oltre che a Santiago de Cuba, a Santiago de los Caballeros, seconda città della Repubblica Dominicana.





Chiusura

CHIUSURA: chi presta soldi a tasso elevatissimo

sabato 9 novembre 2013

Cartoline dall'Avana

per chi non la conosce, chi la conosceva diversa, chi la vuole rivivere





Chiosa

CHIOSA: colui che rischia

venerdì 8 novembre 2013

Cartoline dall'Avana

Per chi non la conosce, la conosceva diversa, la vuole rivivere





Cessare

CESSARE: svolgere un compito fisiologico

giovedì 7 novembre 2013

Cartoline dall'Avana

Per chi non la conosce, l'ha conosciuta diversa, la vuole rivivere

In alcuni punti di particolare interesse architettonico e/o storico, l'Historiador de la Ciudad, dottor Eusebio Leal Spengler, ha fatto porre delle imagini di com'erano i luoghi prima dell'intervento di restauro e come si presentano oggi.





Castagna

CASTAGNA: casa a tenuta ermetica

mercoledì 6 novembre 2013

Presentato il XXXV Festival del Cinema dell'Avana

Dal 5 al 15 dicembre prossimo, si svolgerà il 35° Festival del Nuovo Cine Latinoamericano dell’Avana. Questa edizione sarà dedicata al recentemente scomparso e fondatore del Festival: Alfredo Guevara.
Saranno presenti 20 lungometraggi in rappresentanza di 10 Paesi dell’America Latina oltre a 21 tra medio e cortometraggi, 21 opere prime,30 documentari e 31 film d’animazione. Saranno anche in gara 25 soggetti inediti e 33 locandine.
In una sessione speciale, come anticipo del festival, dal 21 novembre al 1° dicembre, saranno proiettati i film di maggior successo delle scorse edizioni, fra i quali “Fragole e cioccolata”, tratto della novella di Senel Paz e diretto dallo scomparso Tomás Gutiérrez Alea, conosciuto come “Titón”, compagno e amico di Alfredo Guevara e Julio García Espinosa, già studenti del C.S.C. di Roma.
La pellicola di aperura sarà “Gloria” del cileno Sebastian Lelio, vincitrice dell’Orso d’ Argento a Berlino per la miglior attrice: Paulina García che sarà candidata per il Cile ai prossimi premi Oscar e Goya.
L’argentina presenterà 4 lungometraggi: “La reconstrucción” di Juan esteban Taratuto, “La paz” di Santiago Loza, “Pensé que iba a haber fiesta di Victoria Galardi e “Wakolda” di Lucía Puenzo.
L’altro grande competitore, il Brasile sarà presente con “Memorias cruzadas” di Lucia Murat e “Edén” di Bruno Safadi.

Cassino

CASSINO: confussione caoss

martedì 5 novembre 2013

Casamatta

CASAMATTA: edificio che ha perduto il senno

lunedì 4 novembre 2013

Ho avuto la scatoletta...di Ciro Bianchi Ross, pubblicato su Juventud Rebelde del 03/11/13

Ho ricevuto, già da alcuni mesi, un messaggio inquietante. Quando - domandava l’interessato - cominciarono le scatolette di cartoncino per i cibi? Ecco, in che momento cominciarono, in eventi privati e pubblici, ad essere utilizzati questi contenitori per servire le merende? C’era un’altra domanda, inclusa in quel testo di posta elettronica, e a questa è più difficile dare risposta. Era frequente che, prima del 1959, i ristoranti facessero le loro offerte in scatole di cartone? In un epoca in cui non esistevano le cosiddette “charolas”, questi pratici thermos di plastica o espanso, che mezzi aveva il cliente se voleva portare a casa dei cibi precucinati? C’era un terzo interrogativo. Come si divideva il “buffet” nelle celebrazioni di compleanno, in una festa per i 15 anni o un matrimonio?
Il tema, già di per sé, è interessante. Ancora di più perché, come dice Tere Castillo nel suo libro Nostalgia cubana, le scatolette di cartoncino da festeggiamento passarano al linguaggio popolare e si installarono nell’immaginario collettivo. “Ha preso la scatoletta” o “È arrivato tardi alla ripartizione delle scatolette”, sono frasi che si usano metaforicamente per indicare che qualcuno ha avuto buona o cattiva sorte.
Precisiamo subito che una buona scatoletta - di compleanno o di qualunque festa - deve contenere: insalata fredda, due o tre polpettine, un panino di prosciutto e formaggio, per piccolo che sia, e l’inevitabile fatta di torta.

Di palloni e gavette

Nell’Avana della mia infanzia, tanto in feste di compleanno come in matrimoni e battesimi, si utilizzavano nel “buffet” i piatti di cartone e le posate di plastica (bachelite n.d.t.). Tutto a perdere, nonostante, in qualche casa con speciale senso del risparmio, dopo averle messe in acqua e sapone, si conservavano cucchiaini e forchettine per poterli usare di nuovo quando ci fosse l’occasione. D’altra parte diciamo che le posate erano indice del livello economico della famiglia o della persona che dava la festa. Abitualmente, in ogni scatolina di cibi si metteva solamente un cucchiaino, nient’altro. Farlo accompagnare da forchetta e coltello che in genere non si utilizzavano, era come buttare la casa dalla finestra.
Fin qua arriva la mia memoria, anche se ricordo bene le gavette. Ma le gavette erano altra cosa. Recipienti confezionati apposta per trasportare alimenti, fossero liquidi o solidi, generalmente di alluminio, con coperchi che garantivano la loro ermeticità. Ognuno di quei contenitori disponeva dei suoi corrispondenti manici e di una bacchetta che passava tra di loro rendeva possibile unirle assieme e rendere facile e comodo il trasporto, ebbene ogni gavetta contava più di un recipiente. Però la gavetta non era un utensile proprio dei ristoranti o per le feste. Un operaio poteva portare il suo pranzo in fabbrica in una gavetta o chiunque, in una di esse, poteva inviare a una amico o famigliare il cibo del giorno. C’erano famiglie che si dedicavano a cucinare per le gavette, che poi un ragazzo ripartiva fra i clienti. Siccome doveva portarne varie in una volta e farlo a piedi, l’incaricato si serviva di una stecca di legno che passava attraverso i manici di quei recipienti.
Dalla gavetta non mangiavano solo persone di poche risorse. Quelli dalla classe media in su, senza nessuna vergogna, potevano farsi portare i cibi nelle gavette da El Carmelo di Calzada y D, nel Vedado, il miglior “grill room” avanero degli anni ’50. Erano thermos che mantenevano la temperatura del contenuto e si trasportavano in un furgoncino.
Per quelle gavette, tanto da una parte che dall’altra, si cucinava con menù unico. Il cliente non faceva richieste, ma riceveva quello che si era preparato per il giorno. Riso bianco o congrì (riso con fagioli neri e spezie, n.d.t.), un brodo di fagioli o un ajiaquito (brodino misto di carne e verdure, n.d.t.) e anche carne con patate, picadillo a la habanera (carne trita con salsa, n.d.t.), ropa vieja (carne di manzo sfilacciata in salsina, nd.t.), qualche pesce al forno...questo è, piatti che conformavano il cibo della trattoria cubana.
Certamente, in questi esercizi, esisteva quello che veniva chiamato “el globo” (il pallone, n.d.t.). Gli avanzi dei piatti e padelle versati in coni di carta o cartone. Non si regalavano. Mendicanti e accattoni compravano “los globos” a poco prezzo.

Sì, ma no. No, ma sì.

Dove eravamo. Esisteva la scatoletta di cibi, nella Cuba prima del 1959? Ho formulato questa domanda ad amici e lettori e le risposte sono state contradittorie. Alcuni negarono qualunque possibilità in questo senso, mentre altri dettero una risposta affermativa anche se, precisarono, non succedeva allo stesso modo negli esercizi di gastronomia.
Il collega Frank Agüero, per esempio, assicura che i mercoledì la sera tardi, suo padre portava a casa una scatoletta con riso fritto che comprava ai Mercati Generali di Cuatro Caminos o in quello di Carlos III, quando tornava dalle sessioni massoniche a cui assisteva. Riferisce che lo ricorda bene perché da allora, questo manicaretto, cede la preferenza solo davanti al sandwich chiamato, adesso “cubano”. Aggiunge Agüero: “È possibile che esistessero altre varianti di cibi in scatoletta, ma io non le ho conosciute, nemmeno nelle feste di fine corso delle scuole elementari. Nemmeno nei compleanni, adesso festini veri e propri per ragazzi e adulti, ma ai miei tempi e nel mio quartiere - Poey - erano poco frequenti”.
Della stessa opinione è Conchita de la Peña. Dice: “Il riso fritto dei Mercati Generali lo servivano in scatolette di cartone, sia per mangiare nello stesso esercizio, anche se ci fosse l’opzione di mangiarlo in piatti, pure, di cartone con posate dello stesso materiale. Non era lo stesso nei ristoranti cari o di altro livello che non fosse quello del Mercato. Al Centro Vasco, per esempio, se il cliente era deciso a portar via i cibi elaborati dalla casa, si offriva una teglia di terracotta”.
Anche nel Picken Chicken, sito nel parcheggio del supermercato Ekhlo dell’angolo di 42 e 39, nel quartiere Almendares. Racconta, il dottor Oscar Olivera García, chirurgo di Matanzas, che delle sue visite all’esercizio in compagnia dei suoi genitori, ricorda le scatolette di cartone dove si servivano le razioni di pollo - petto o coscia e controcoscia, con patatine fritte -.
In questo non coincidono tutte le opinioni. Lo scomparso, mio amico, Liborio Noval premio nazionale di Giornalismo, interrogato al rispetto disse a questo scriba che del suo vagabondaggio diurno e notturno per l’Avana, non ricordava nessun esercizio che servisse le proprie offerte in scatolette né che facilitasse al cliente contenitori di questo tipo perché portasse la sua ordinazione a casa. Confermava però, il famoso fotoreporter, che nelle pasticcerie c’erano scatole di diverse misure confezionate con cartoncino.
“Non ho mai visto tali scatolette, e si che abitavo in Belascoaín angolo Reina di fronte al caffé OK, famoso per i suoi sandwich. Ricordo, si, le gavette che ti portavano a casa o in ufficio, in ogni luogo”, dichiara enfatico il narratore Hugo Luis, autore della premiata novella El puente de coral. E lo storico Newton Briones Montoto dichiara, da parte sua: “Ricordo le gavette; non le scatolette”. Un’altra amica e acuta lettrice, Naty Revuelta, non nasconde i suoi dubbi. Commenta: “Non ricordo molte cose. La mia memoria non è tanto portentosa come si crede. Generalmente conservo ricordi di ciò che mi ha colpito; ricordi sopratutto visivi. Però perdo volti e lineamenti di questi volti. Mi dispiace quando qualcuno mi dice: Naty, non si ricorda di me?...” Naty crede di ricordare le scatolette di cartone bianco in qualche compleanno di bambini, però può assicurare che non ha mai portato a casa sua una scatoletta di cartone con cibi.

Da dove viene la scatoletta?

Lo spirituano (abitante di Santi Spiritus, n.d.t.) Antonio Díaz, che rende celebre il soprannome di “pittore dei tetti”, ricorda le scatolette di cartone delle pasticcerie e assicura che nessun ristorante o esercizio di vendita di cibi della sua città offrisse i suoi prodotti lavorati in questo tipo di contenitori. A suo giudizio, le scatolette, si imposreo nella celebrazione di nozze o compleanni. Apparvero come soluzione quando i piatti a perdere cominciarono a scarseggiare.
Per il dottor Ismael Pérez Gutiérrez, le scatolette di cibi e non solo quelle che si utilizzavano per i dolci, sono sempre esistite. Dice che ha fatto camminare indietro la macchina del tempo e che la scatoletta è presente fin dove arriva la sua memoria. Annota un dato scherzoso: la scatoletta dei dolci era, per gli sposi, il mezzo più economico per “pulirsi l’immagine” con la sposa o la suocera.
Puntualizza il buon dottor Pérez Gutiérrez: “Ricordo anche di aver visto impacchettare in qualche scatoletta delle “completas” (piatti unici, n.d.t.) di congrí, carne di maiale, banane fritte e insalata. Chiaro, nei luoghi per feste la scatoletta poteva essere colorata e portava stampato il nome e il marchio dell’esercizio. Questo di “ricevere la scatoletta” è più in qua, quando i suddetti contenitori si generalizzarono in feste di ogni tipo”.
Attendibile il criterio del giornalista Manuel Vaillant. Scrive:
“Ci sono cose che esistono da tanto tempo e a uno sembra che siano sempre esistite. Credo di ricordare, come in sogno, che la prima volta che vidi le scatoline di cibo fu nel 1961 nei club di spiaggia, allora recentemente nazionalizzati. Questi stabilimenti balneari cominciarono a chiamarsi circoli sociali operai e coloro che fino ad allora videro vietata la possibilità di godere di buone spiagge e installazioni come quelle, si gettarono su di esse. In quei posti, le mense o ristoranti - non so come li chiamavano gli antichi soci - non avevano capacità sufficiente per far sedere tutti coloro che ne richiedevano i servizi. E come modo di soddisfare tutti, nacque la scatolina che uno poteva portarsi via per gustarne il contenuto altrove”.
Aggiunge Vaillant: “Mia moglie, (...) dice che le scatolette nacquero con la Rivoluzione e lo fondamenta quando precisa che prima del trionfo del 1959 non si vedavano scatolette con cibi nei battesimi, nozze o compleanni. Nemmeno nell’addio al nubilato o di celibato. Solo piatti o bicchieri a perdere erano utilizzati in queste celebrazioni”.

Festa dello scriba

Fino qua arriva l’investigazione. Ci sono argomenti in un senso o nell’altro e il lettore può scegliere la versione che preferisce. Solo un’interrogante: cominciò con le scatolette l’abitudine del cubano di mangiare in piedi o mentre cammina, che si è introdotta negli ultimi anni? Come dice un carissimo amico, qua ve la lascio e vi metto a pensare.
Prima però, lo scriba, vuole condividere una gioia. Domani lunedì (oggi, n.d.t.) questa colonna compie i 12 anni in cui appare in questo giornale, domenica dopo domenica. Ringrazio l’attenzione che il lettore da alla pagina e alla benevolenza con cui la accoglie, così come i commenti, che su di lei mi fanno giungere da diverse vie.

Cogí cajita

Ciro Bianchi Ross • digital@juventudrebelde.cu
2 de Noviembre del 2013 20:56:57 CDT

Recibí hace ya meses un mensaje inquietante. ¿Cuándo —preguntaba el
interesado— comenzaron las cajitas de comida? Esto es, en qué momento
empezaron, en eventos privados y públicos, a utilizarse esos recipientes
para servir el refrigerio. Otra pregunta se incluía en el texto de aquel
correo electrónico, y esta más difícil de responder.
¿Era frecuente, antes de 1959, que los restaurantes hicieran su oferta en
cajas de cartón? En una época en la que no existían las llamadas charolas,
esos prácticos termo envases de plástico o poliespuma, ¿de qué medios se
valía el cliente si quería llevar a su casa porciones de comida ya
elaborada? Había una tercera interrogante. ¿Cómo se repartía el buffet en
la celebración de un cumpleaños, una fiesta de 15 digamos, o en una boda?
El tema, ya de por sí, es interesante. Más aún, porque como dice Tere
Castillo en su libro Nostalgia cubana, las cajitas de fiesta pasaron al
habla popular y se instalaron en el imaginario colectivo. «Cogió cajita» o
«llegó tarde al reparto de cajitas», son frases que se emplean
metafóricamente para indicar que alguien tuvo buena o mala suerte.
Precisemos enseguida que una buena cajita —de cumpleaños o de cualquier
fiesta— debe contener ensalada fría, dos o tres croqueticas, un bocadito
de jamón y queso, por mínimo que sea, y el inevitable pedazo de cake.

De globos y cantinas

En La Habana de mi infancia, tanto en fiestas de aniversario como en bodas
y bautizos, se utilizaban en el buffet los platos y los vasos de cartón y
los cubiertos de plástico. Todo desechable, aunque en algunas casas, con
sentido especial del ahorro, luego de pasarlos por agua y jabón, se
conservaban cucharitas y tenedores para hacerlos relucir de nuevo cuando
la ocasión lo requiriera. Digamos, por otra parte, que los cubiertos
indicaban ya el nivel económico de la familia o la persona que auspiciaba
la fiesta. Lo habitual era que, con la caja de comida, se entregara una
cucharita; nada más. Hacerla acompañar también de tenedor y cuchillo que,
por lo general, no se utilizaba, era como tirar la casa por la ventana.
Hasta aquí llega mi memoria, aunque recuerdo también las cantinas.
Pero las cantinas eran otra cosa. Recipientes confeccionados especialmente
para transportar alimentos, fueran líquidos o sólidos, generalmente de
aluminio, con tapas que garantizaban su hermeticidad.
Cada uno de aquellos depósitos disponía de sus asas correspondientes y una
varilla que se pasaba a través de ellas posibilitaba ensartarlas de una
vez y hacer fácil y cómodo su traslado, pues una cantina contaba con más
de un recipiente. Pero la cantina no era utensilio propio de restaurantes
ni de fiestas. Un obrero podía llevar su almuerzo a la fábrica en una
cantina o alguien, en una de ellas, podía enviar a un familiar o a un
amigo la comida del día. Había familias que se dedicaban a cocinar para
cantinas, que luego un muchacho repartía entre la clientela. Como debía
llevar varias a la vez, y hacerlo a pie, el empleado se valía de un listón
de madera que pasaba a través de las agarraderas de aquellos recipientes.
No solo comían de cantina gente de bajos recursos. Los de medio pelo para
arriba, sin sonrojo alguno, podían hacerse llevar la comida en las
cantinas de El Carmelo, de Calzada y D, en el Vedado, el mejor grill room
habanero de los años 50. Eran termos que conservaban la temperatura de lo
que contenían y se transportaban en una camioneta pequeña.
Para aquellas cantinas, tanto las de un bando como las del otro, se
cocinaba con un menú único. El cliente no hacía un pedido, sino que
recibía lo que se había cocinado para el día. Arroz blanco o congrí, un
guiso de frijoles o un ajiaquito y también carne con papas, picadillo a la
habanera, ropa vieja, algún pescado asado… esto es, platos que también
conformaban el menú de la fonda cubana.
Por cierto, en esos establecimientos existía lo que se llamaba el globo.
Era la sobra de platos y cazuelas envasada en cartuchos. No se regalaban.
Mendigos y limosneros adquirían los globos por un precio ínfimo.

Sí, pero no. No, pero sí

A lo que íbamos. ¿Existió la cajita de comida en la Cuba anterior a 1959?
Formulé esta pregunta a amigos y lectores y las respuestas fueron
contradictorias. Algunos negaron cualquier posibilidad en ese sentido,
mientras que otros dieron una respuesta afirmativa, aunque precisaron que
no ocurría de la misma manera en todos los establecimientos gastronómicos.
El colega Frank Agüero, por ejemplo, asegura que los miércoles, tarde en
la noche, su padre llevaba a la casa una cajita con arroz frito que
compraba en el Mercado Único de Cuatro Caminos o en la plaza de Carlos III
al regresar de las sesiones masónicas a las que asistía. Refiere que lo
recuerda bien porque desde entonces ese manjar cede solo en su preferencia
ante el sándwich, ahora apellidado «cubano». Añade Agüero:
«Es posible que existieran otras variantes de comida en cajita, pero yo no
las conocí, ni siquiera en las fiestas de fin de curso de la escuela
primaria. Tampoco en los cumpleaños, ahora verdaderos festines para
muchachos y mayores, pero que en mi época y en mi barrio —Poey— eran poco
frecuentes».
De la misma opinión es Conchita de la Peña. Dice: «El arroz frito del
Mercado Único lo servían en cajas de cartón, así fuera para comer en el
propio establecimiento, aunque existía la opción de comerlo en platos
también de cartón, con cubiertos del mismo material. No sucedía lo mismo
en restaurantes caros o de otro nivel que los del Mercado. En el Centro
Vasco, por ejemplo, si el cliente decidía llevar comida elaborada para la
casa, se le facilitaba una cazuela de barro».
Había también cajas de cartón en el Picken Chicken situado en el parqueo
del supermercado Eklho de la esquina de 42 y 39, en el reparto Almendares.
Cuenta el doctor Oscar Olivera García, cirujano de Matanzas, que de sus
visitas al establecimiento, en compañía de sus padres, recuerda las
cajitas de cartón en las que servían las raciones de pollo —pechuga o
postas de muslo y contra muslo, con papas fritas.
No coinciden en eso todas las opiniones. El ya fallecido amigo Liborio
Noval, premio nacional de Periodismo, preguntado al respecto dijo a este
escribidor que de sus andanzas diurnas y nocturnas por La Habana no
recordaba establecimiento alguno que sirviera sus ofertas en cajitas ni
que facilitara al cliente envases de ese tipo para que llevara su pedido a
la casa. Sí, precisaba el destacado fotorreportero, había en las dulcerías
cajitas de diferentes tamaños confeccionadas con un cartón muy fino.
«Nunca vi tales cajitas, y eso que yo vivía en Belascoaín esquina a Reina,
frente al café OK, famoso por sus sándwiches. Recuerdo, sí, las cantinas,
que te hacían llegar a la casa, a la oficina, a cualquier parte», expresa,
enfático, el narrador Hugo Luis, autor de la laureada novela El puente de
coral. Y el historiador Newton Briones Montoto expresa por su parte:
«Recuerdo las cantinas; no las cajitas». Otra amiga y aguda lectora, Naty
Revuelta, no oculta sus dudas. Comenta:
«No me acuerdo de tantas cosas. Mi memoria no es lo portentosa que cree la
gente. Generalmente, guardo recuerdos de lo que me ha sensibilizado;
recuerdos sobre todo visuales. Pero pierdo rostros y rastros de esos
rostros. Me apena cuando alguien me dice: Naty, no se acuerda de mí…».
Naty cree recordar cajitas de cartón blanco en algunos cumpleaños de
niños, pero sí puede asegurar que nunca llevó a su casa una cajita de
cartón con comida.

De dónde vino la cajita

El espirituano Antonio Díaz, que hace célebre el apelativo de «el pintor
de los tejados», recuerda las cajitas de cartón de las dulcerías y asegura
que ningún restaurante o casa de comida de su ciudad natal ofrecía sus
productos elaborados en ese tipo de envase. A su juicio, la cajita se
impuso en las celebraciones de bodas y cumpleaños. Apareció como la
solución cuando los platos desechables comenzaron a escasear.
Para el doctor Ismael Pérez Gutiérrez, las cajitas de comida, y no solo
las que se utilizaban para los dulces, existieron siempre. Dice que hace
correr hacia atrás la máquina del tiempo y que la cajita está presente
hasta donde alcanza su memoria. Apunta un dato jocoso: la cajita de dulces
era, para los novios, el recurso más socorrido y barato para «limpiarse»
con la novia o con la suegra.
Puntualiza el buen doctor Pérez Gutiérrez: «También recuerdo ver
empaquetar en cajitas alguna que otra “completa” de congrí, carne de
puerco, tostones y ensalada. Claro, en los lugares “fistos” la cajita
podía ser de colores y llevaba impresos el nombre y el membrete del
establecimiento. Eso de “coger cajita” es más para acá, cuando los
susodichos envases se generalizaron en fiestas de todo tipo».
Atendible es el criterio del periodista Manuel Vaillant. Escribe:
«Hay cosas que llevan tanto tiempo que a uno le parece que existieron
siempre. Creo recordar como en un sueño que la primera vez que vi las
cajitas con comida fue, en 1961, en los clubes de playa, recién
nacionalizados entonces. Esos balnearios empezaron a llamarse círculos
sociales obreros, y los que hasta entonces vieron vedada la posibilidad de
disfrutar de buenas playas e instalaciones como esas, se volcaron sobre
ellas. Allí, los comedores o restaurantes —desconozco cómo le llamarían
sus antiguos asociados— no tenían capacidad suficiente para dar asiento a
todos los que demandaban de sus servicios. Y como una manera de satisfacer
a todos, surgió la cajita que podía llevarse con uno y gustar de su
contenido en cualquier sitio».
Añade Vaillant: «Mi mujer, (…) dice que las cajitas surgieron con la
Revolución, y lo fundamenta cuando precisa que antes del triunfo de
1959 no se vieron cajitas con comida en bautizos, bodas ni cumpleaños.
Tampoco en despedidas de soltera o soltero. Solo platos y vasos
desechables se utilizaban en esas celebraciones».

Fiesta del escribidor

Hasta aquí llega la indagación. Hay argumentos en un sentido y en otro y
el lector puede escoger la versión que más le acomode. Solo una
interrogante. ¿Empezó con la cajita la costumbre del cubano de comer de
pie o mientras camina que se ha entronizado en los últimos años?
Como dice un amigo muy querido, ahí se las dejo y los pongo a pensar.
Quiere antes el escribidor compartir una alegría. Mañana lunes 4 esta
columna cumple 12 años de aparecer en este diario domingo tras domingo.
Agradezco la atención que el lector dispensa a la página y la benevolencia
con que la acoge, así como los comentarios que en torno a ella me hacen
llegar por diferentes vías.

Ciro Bianchi Ross
ciro@jrebelde.cip.cu

Carogna

CAROGNA: casa che porta sfortuna

domenica 3 novembre 2013

Nascita e fine (secondo El Nuevo Herald) del divertimento televisivo a Cuba

Il 24 ottobre 1950 nasceva la televisone cubana ecco la sua storia, condensata e vista dall'altra sponda
Fonte: El Nuevo herald

La televisión en Cuba: comienzo y final de la diversión

ARMANDO LÓPEZ
ESPECIAL/EL NUEVO HERALD

El 24 de octubre de 1950, el dueño de Unión Radio, el animador Gaspar Pumarejo, inauguró, desde el patio de su casa en Mazón 52, esquina a San Miguel, en La Habana, el canal 4 de televisión.
Lo primero en aparecer en unas pocas pantallitas de 17 pulgadas, colocadas en comercios de la capital, fue una cajetilla de cigarros Competidora Gaditana, acompañada de una guaracha de Ñico Saquito, seguida de las felicitaciones del presidente Carlos Prío y de una fiesta, en los jardines, entre estrellas de cine mexicanas, como Pedro Armendáriz, y cubanas como Carmen Montejo y Raquel Revuelta.
Con Unión Radio Televisión nacía la televisión en Cuba.
Para Goar Mestre, dueño del circuito radial CMQ, fue un golpe duro. Había construido Radiocentro, en 23 y L, en el Vedado –esquina que sería el corazón de La Habana–, para albergar los más sofisticados estudios de radio y televisión del continente. Desde el monumental edificio –el primero con aire acondicionado central en la isla– había anunciado que, en un plazo de tres años, CMQ comenzaría a operar la televisión en Cuba.
Mestre contaba con el financiamiento de la fábrica de televisores Dumont y del mexicano Emilio Azcárraga, y el apoyo técnico de la cinematográfica Warner Brothers. ¿Cómo era posible que su antiguo subordinado en CMQ, con pocos recursos, se le adelantara y lanzara la televisión en la isla?
LA TV EN EL MUNDO
Las primeras emisiones de televisión las había efectuado la BBC en Inglaterra, en 1927. En 1930 la siguieron la CBS y la NBC en Estados Unidos. El 30 de abril de 1939, una televisión casi de juguete transmitiría la inauguración de la Exposición Universal de Nueva York. Pero en 1949, los estadounidenses ya disfrutaban en la pequeña pantalla del show del comiquísimo Jack Benny. El 31 de agosto de 1950 comenzó la televisión en México, le siguió Brasil el 18 de septiembre, Cuba el 24 de octubre.
Mestre, graduado de negocios en la prestigiosa Universidad de Yale, no podía entender cómo el autodidacta Gaspar Pumarejo, desde un patio, había logrado lanzar un canal de televisión. Pero Pumarejo sabía vencer obstáculos. Había sido vendedor de telas en la calle Muralla, cantante de tangos y, a base de ganarse la vida, había entrenado la sonrisa y logrado convertirse en el imprescindible de la radio cubana. El vasco que había llegado a Cuba con 8 años había aprendido a batallar, a competir y a triunfar. Había logrado que la firma Crusellas lo colocara de animador del programa estelar de la época:Fiesta Radial Jabón Candado.
Cuando Mestre compró CMQ, contrató a Pumarejo como su jefe de programación. Pero el carismático animador era ambicioso. Apenas un año después, adquirió Unión Radio y se convirtió en competencia de CMQ, con el apoyo de la Radio Cadena Azul, de Diego Trinidad, el magnate de los cigarros Trinidad y Hermano. En 1950, con el lanzamiento de la televisión, entre Pumarejo y Mestre la guerra estaba declarada.
UN REMOTO DE GRANDES LIGAS
Pumarejo consiguió ganar a Mestre una batalla el 24 de octubre, cuando logró transmitir por control remoto –utilizando un globo aerostático– un juego de pelota de Grandes Ligas, patrocinado, nada menos, que por la petrolera Esso Standard Oil. Dada la falta de estudios, el canal 4 se especializaría en transmisiones en remoto. La lucha libre, el boxeo y espectáculos en teatros se convirtieron en espacios habituales para los televidentes cubanos.
El 18 de diciembre saldría al aire el Canal 6, de Goar Mestre, CMQ Televisión, con un programa dramático escrito por Marcos Behemaras y protagonizado por Alejandro Lugo. CMQ era una filosofía. Mestre respetaba a los creadores. No censuraba nada y tenía la sabiduría de tener a tres publicitarias que producían programas: Siboney, Crusellas y Sabatés.
Pero Pumarejo no se quedaba atrás. Creó Hogar Club, organización que agrupó a cientos de miles de amas de casa, rifaba autos y casas. En 1957, este genio de la publicidad realizó en el estadio de El Cerro el Festival 50 años de Música Cubana, reencuentro de los artistas cubanos residentes en el extranjero, junto a boricuas como Tito Puente y Tito Rodríguez y al bolerista chileno Lucho Gatica.
Para ese monumental espectáculo, Pumarejo mandó a buscar desde Francia a Humberto Cobo, Rudy Castell, Antonio Picallo y Raúl Zequeira. De España trajo a Antonio Machín, Raúl del Castillo y Zenaida Manfugás. Desde Turquía a Mariano Barreto. De México a Gilberto Urquiza y Everardo Ordaz .Desde Estados Unidos vinieron Mario Bauzá, René Touzet, Vicentico Valdés, Gilberto Valdés y Machito.
CUBA EXPORTABA TELEVISIÓN
La fuerte competencia entre Mestre y Pumarejo contribuyó a que un lustro más tarde Cuba exportara técnicos de televisión y libretos de telenovelas a todo el continente, y a que La Habana se convirtiera en capital de la música popular. Nat King Cole vendría a grabar con la orquesta de Armando Romeu. Edith Piaf, Frankie Laine, Johnnie Ray, Pedro Vargas, Katyna Ranieri y otras estrellas de la música internacional colmarían los cabarets Montmartre, Tropicana y Sans Souci, gracias a la televisión.
En 1958, Cuba contaba con 25 transmisores de televisión con una potencia de 150.5 kw instalados en La Habana, Matanzas, Santa Clara, Ciego de Avila, Camagüey, Holguín y Santiago de Cuba. Tres cadenas nacionales con siete transmisores cada una. CMQ Televisión, Unión Radio Televisión y Telemundo. Los 4 transmisores restantes estaban instalados en La Habana (3) y en Camagüey.
La publicidad en Cuba era la mejor de América Latina. En las agencias trabajaban escritores como Justo Rodríguez Santos, Carballido Rey, Marcos Behemaras e Iris Dávila; directores de televisión como Roberto Garriga, Ernesto Casas y Caiñas Sierra; diseñadores como Martínez Pedro y René Portocarrero. Se publicitaban no solo productos cubanos, también de México, Puerto Rico y Colombia. Se llegó a crear una escuela de publicidad cubana, con pegajosos comerciales cantados ( jingles), como “Café Pilón, sabroso hasta el último buchito”, y la popularísima saeta “esos aplausos son para Magnesúrico”.
Los humoristas Garrido y Piñero, Celia Cruz y la locutora Consuelito Vidal eran contratados por Siboney. La cantante Rita Montaner y la actriz Minín Bujones lo eran por Crusellas. ¿Qué ponía CMQ? Los estudios y los técnicos. Aunque también tenía artistas y nueve directores contratados. Había una estrecha colaboración entre CMQ y las publicitarias. Joaquín Condal, que cobraba por CMQ, producía para una publicitaria el estelar Jueves de Partagás.
SE ACABÓ LA DIVERSIÓN

La programación de CMQ era una fiesta de música y humor. Contaba con los mejores cómicos de Cuba: Alvarez Guedes, Garrido y Piñero; Leopoldo Fernández con su Tremenda Corte; Lita Romano; Luis Echegoyen con el personaje de Mamacusa Alambrito; Manela Bustamante e Idalberto Delgado eran Cachucha y Ramón; Lilia Lazo era Popa. Los más famosos cantantes: Olga Guillot, Celia Cruz, Fernando Albuerne, Blanca Rosa Gil y La Lupe se presentaban en sus estelares Casino de la alegría y Jueves de Partagás.
Pero el primero de enero de 1959, el trovador Carlos Puebla auguró con su guaracha: “Se acabó la diversión, llegó el Comandante y mandó a parar”. Fidel Castro se haría omnipresente a través de la pequeña pantalla en todos los hogares cubanos. Sus maratónicos discursos ocuparían noches enteras, desplazando al resto de la programación. El 6 de agosto de 1960 todas las plantas de radio y televisión pasarían a integrar el ICR (Instituto Cubano de Radiodifusión), luego ICRT (Instituto Cubano de Radio y Televisión).
Más de medio siglo después, los estudios de televisión en Cuba siguen siendo los mismos de CMQ. Escritores, directores y artistas trabajan bajo la lupa ideológica: con la revolución todo, contra la revolución nada. Sería injusto callar que, con apenas recursos, la creatividad del cubano ha logrado hacer algunos programas de calidad, pero el pueblo espera la película del sábado.
La historia de la televisión cubana está signada por tres hombres: Gaspar Pumarejo, Goar Mestre y Fidel Castro. Los dos primeros la crearon. El Comandante la convirtió en un instrumento para alimentar su mito.

Carabiniere

CARABINIERE: nei secoli fedele alle barzellette