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lunedì 2 dicembre 2013

Un agente segreto chiamato Galich di Ciro Bianchi Ross, pubblicato su Juventud Rebelde del 01/12/13

UN AGENTE SEGRETO CHIAMATO GALICH

Manuel Galich starebbe compiendo cent’anni in questi giorni, anniversario che la Casa de las Américas sta celebrando in grande con un seminario sulla sua vita e la sua opera, la presentazione di due dei suoi libri e un’esposizione fotografica che raccoglie la sua lunga e fruttifera presenza in questa istituzione culturale cubana. Altri parleranno sulla sua nobiltà d’animo e sapienza, il suo scintillante senso dell’humor, la sua conversazione affascinante. Durante lunghi anni, l’autore di questi titoli imprescindibili che sono: Mappa parlante dell’America Latina nell’anno del Moncada (1973) e I nostri primi padri (1979) fu uno dei pilastri della Casa de las Américas.
Dapprima disimpegnò la vicepresidenza e poi diresse il gruppo di Teatro e la rivista Conjunto.
Il cronista, in occasione del suo primo centenario, vuole evocare un passaggio poco conosciuto della vita di questo prestigioso drammaturgo e saggista guatemalteco, quello che lo portò ad assumere il ruolo di agente segreto del presidente Juan José Arévalo.

Percorso

Nel 1961, nella sua piéce teatrale “El pescado indigesto”, vinse il premio importante che assegna la Casa de las Américas. Quest’anno aveva avuto luogo l’invasione mercenaria di Girón e Galich scrisse ad Haydée Santamaria, presidentessa di questa istituzione culturale, per mettere l’ammontare del premio a disposizione di Cuba. Haydée declinò l’offerta: non le sembrava giusto né umano che un uomo che viveva esiliato a Buenos Ayres, con una situazione economica precaria e sette figli da mantenere, si privasse dei soldi che aveva guadagnato.
Durante il periodo democratico che ci fu in Guatemala fra l’abbattimento di Jorge Ubico (1944) e la caduta di Jacobo Arbenz dieci anni dopo, Galich disimpegnò incarichi importanti. Fu magistrato del Tribunale Superiore Elettorale e ministro dell’Educazione. Occupò anche il portafoglio delle Relazioni Estere e fu ambasciatore in Uruguay e Argentina. Li lo sorprese la deposizione di Arbenz. Il Governo di Juan Domingo Perón, per mezzo del cancelliere Remorino, si preoccupò per risolvere la situazione economica dell'ex Ambasciatore e, senza dilazioni burocratiche, legalizzò il suo soggiorno nel Paese. Poco dopo Peròn veniva deposto – fu lui che diede ai militari “golpisti” il titolo di “gorilla” -; lo status di Galich a Buenos Ayres cambiò radicalmente e dovette lavorare come imbianchino, lavoro che gli apportò più perdite che profitti: nel suo primo contratto confuse gli indirizzi e pitturò l’edificio contiguo a quello che avrebbe dovuto dipingere, con pregiudizio economico conseguente, ciò che mandò all’aria la piccola impresa.
Nel 1962 venne all’Avana come giurato del Premio casa de las Américas, al suo ritorno a Buenos Ayres dette a conoscere con il settimanale “Principios” che dirigeva Leónidas Barletta, dettagli del suo soggiorno sull’Isola.
Raccontò del milione di cubani che si era dato appuntamento nella Plaza de la Revolución per approvare la II Dichiarazione dell’Avana e di come, al suo ritorno in Argentina, attraversando la frontiera col Cile, lo arrestarono nel punto frontaliero di Las Cuevas e lo inviarono a Mendoza.
Poco dopo si scatenava in quel Paese la repressione contro gli intellettuali “pericolosi” e Galich, assieme ad altri 150 scrittori e artisti, fu schiaffato nel carcere di Caseros. Fu sempre convinto che il suo “delitto” fu quel viaggio a Cuba. Quello stesso anno o poco dopo, si installò all’Avana e cominciò a lavorare presso la Casa de las Américas. Avrebbe passato qua i suoi ultimi 22 anni di vita. Non poté tornare mai più in Guatemala.

Confidenziale

A metà dell’anno 1947, Manuel Galich, allora magistrato del Tribunale Superiore Elettorale, fu chiamato nel suo ufficio  dal presidente Juan José Arevalo. Molti anni dopo il drammaturgo ricordava le parole del presidente:
“È necessario che un uomo di assoluta fiducia vada all’Avana. La si sta preparando un movimento per abbattere Trujillo. Noi aiuteremo i rivoluzionari dominicani. Ma trujillo ha, all’Avana, uno spionaggio molto abile. Nessuno deve sapere che noi ci relazioniamo con i dirigenti del movimento antitrujillista. Il nostro contatto deve essere maneggiato con disvcrezione assoluta...”.
Si stava organizzando in quei giorni la, piú tardi frustrata, spedizione di cayo Confites, così chiamata per la località della costa nord di Holguin dove gli spedizionari ricevettero addestramento militare. Nella sua organizzazione erano coinvolti il presidente cubano Ramón Grau San Martín e altre figure del Governo. A Cuba, Galich, doveva mettersi in contatto con il dominicano Enrique Cotubanama Henríquez, cognato di Carlos Prío e uno dei dirigenti del movimento. Gli avrebbe consegnato una grossa somma di denaro.
Lo spionaggio trujillista era efficace e così il braccio lungo del sàtrapo dominicano per assassinare i suoi avversari fuori di Santo Domingo e quell’anno del 1947 era quello della nascita del Trattato Interamericano di Assistenza Reciproca (TIAR) e dell’inizio della guerra fredda. Il Governo progressista del Guatemala, tacciato di “comunista”, era nel mirino di Washington...Ogni precauzione sarebbe stata poca per l’agente di contatto Manuel Galich.
Prima di partire dal suo Paese, ricevette istruzioni minuziose: all’Avana si alloggerebbe in un hotel discreto, non abborderebbe nessun veicolo né farebbe domande. Per conto proprio, doveva localizzare quelli che i Prío chiamavano “la casa della mamma”, in Malecón 605, dove risiedeva Henríquez. Perché non si distinguesse, in Guatemala lo provvidero di una guayabera (camicia tipica cubana n.d.t.). Solo dopo aver compiuto la sua missione avrebbe reso pubblica la sua presenza sull’Isola: col pretesto di intercambiare informazioni ed esperienze solleciterebbe, quindi, di intervistarsi con magistrati del Tribunale Superiore Elettorale cubano.
Galich prese alloggio nel già scomparso Hotel Bristol, della calle Amistad angolo San Rafael, localizzò la casa dei Prío e consegnò il denaro. Conobbe Mauricio Báez, leader operaio dominicano rifugiato a Cuba. Fatto ciò che doveva fare, ruppe l’incognito e si presentò all’ambasciata del suo Paese nella capitale cubana.
La sorpresa nell'arrivare alla sede diplomatica fu grande. Uscì a riceverlo l’addetto culturale e, mentre lo abbracciava con effusione, proclamava con voce sonante:
“Arrivi in un momento interessante! Qua stiamo preparando una spedizione contro Trujillo. Il reclutamento lo fanno all' hotel San Luis...”
Ricordava, Galich, anni dopo:
“Fu allora che mi sentii “coniglio”. E io che ero andato per l’Avana senza quasi emettere parola! Perché “coniglio”? In Guatemala chiamiamo così quei tipi che non parlano, ma guardano da tutte le parti, con reticenza e dissimulando, come depositari di importanti e pericolose confidenze.. Un “ coniglio” misterioso e stupido”.

1200 uomini

La spedizione antitrujillista giunse a riunire, a Cuba, circa 1200 uomini tra dominicani e cubani. La comandavano gli esiliati Juan Rodríguez e Juan Bosch. La farebbe abortire il generale Genovevo Pérez, capo di Stato Maggiore dell’esercito cubano.
Le cose successero così. Al conoscere dell’organizzazione della spedizione, il generale Marshall, Segretario di Stato nordamericano, istruì Norweb suo ambasciatore all’Avana: doveva fare pressione sul presidente Grau perché la schiacciasse “con rapidità ed efficacia”. Ma Grau non era un uomo facile da pressionare. Forse per quello si optò per invitare Genovevo a Washington. Il militare vi rimase durante i giorni 15 e 16 settembre e al suo ritorno procedette a smantellare la spedizione che era già partita verso la sua destinazione e che fu intercettata da imbarcazioni della Marina Militare cubana.
Si dice che Trujillo ricompensò Genovevo con un’alta somma di denaro. Poco dopo l’insuccesso di cayo Confites, Juan Bosch domandò direttamente, in un incontro nella spiaggia di Guanabo, se quello del pagamento era vero. Il militare si rifiutò di rispondere. Disse che se non fosse arrivato a interrompere la spedizione, sarebbero morti tutti perché Trujillo era stato avvisato ed era pronto a liquidarli. Bosch allora domandò come avesse fatto a convincere Grau perché gli permettesse di fare quello che fece. Gli dissi le stesse cose, rispose Genovevo.
Storici dominicani giunsero alla conclusione  che il generale cubano non disse tutta la verità, perché sebbene il dittatore fosse stato informato dall’Intelligenza nordamericana di quello che si preparava, non gli riferì quello che sapeva bene: navi e aerei degli Stati Uniti avrebbero impedito la spedizione. Il presidente Truman aveva appena finito di proclamare la sua politica di contenzione dell’influenza sovietica e Trujillo era considerato, dal Governo nordamericano, un alleato impagabile.
Fidel Castro, uno di quegli spedizionari che frequentava allora il terzo anno di università e presiedeva l’associazione di alunni della Scuola di Diritto dell’Università dell’Avana e il Comitato per la Democrazia Dominicana in quella casa degli studi, dirà poi in una sua intervista con lo scrittore colombiano Arturo Alape, che considerò che il suo primo dovere fu quello di arruolarsi come soldato in quella spedizione. Precisò: “Senza dubbio, siccome il Governo e figure del medesimo partecipavano alla spedizione e io ero all’opposizione del Governo, non avevo niente a che vedere con l’organizzazione della spedizione...” Aggiunse: “Restammo diversi mesi in cayo Confites, dove si stava addestrando la spedizione.  Mi avevano fatto tenente di un plotone. Alla fine si svolsero dei  fatti a Cuba, si produssero contraddizioni tra il Governo e l’Esercito e questi decise di sospendere la spedizione. Così le cose; alcune persone disertarono di fronte a una situazione di pericolo, mi fecero capo di una delle compagnie di un battaglione di spedizionari. Allora uscimmo, trattammo di raggiungere Santo Domingo. Alla fine ci intercettarono quando mancavano circa 24 ore per arrivare in zona e arrestarono tutti. Non arrestarono me perché mi gettai in mare, non mi lasciai arrestare più che altro per una questione d’onore, mi vergognavo che quella spedizione finisse interrotta. Quindi, nella baia di Nipe mi lanciai in acqua, nuotai fino alla costa di Saetía e me ne andai”.
E Mauricio Báez, quell’esiliato dominicano che Galich conobbe a Cuba? Ebbe una sorte sinistra. Nella notte di domenica 10 dicembre del 1950, agenti di Trujillo lo fecero uscire dalla casa di calle Cervantes numero 8, nel reparto Sevillano e non si seppe mai più niente di lui.



De: Ciro Bianchi Ross <cirobianchiross@gmail.com>
Enviado el: Sunday, December 1, 2013 9:45 PM
Asunto: Ciro te recomienda

Un agente secreto llamado Galich
 
Ciro Bianchi Ross • digital@juventudrebelde.cu
30 de Noviembre del 2013 17:36:22 CDT

Manuel Galich estaría cumpliendo cien años en estos días, aniversario que la Casa de las Américas está 
celebrando por todo lo alto con un conversatorio acerca de su vida y su obra, presentaciones de dos de sus 
libros, y una exposición fotográfica que recoge su larga y fructífera presencia en esa institución cultural cubana.
Otros hablarán sobre su nobleza y sabiduría, su chispeante sentido del humor, su conversación fascinante. 
Durante largos años, el autor de esos títulos imprescindibles que son Mapa hablado de la América Latina en el 
año del Moncada (1973) y Nuestros primeros padres (1979) fue uno de los pilares de la Casa de las Américas. 
Desempeñó primero su vicepresidencia, y dirigió luego el departamento de Teatro y la revista Conjunto.
Quiere el cronista, en ocasión de su centenario, evocar un pasaje poco conocido de la vida de ese prestigioso 
dramaturgo y ensayista guatemalteco, aquel que lo llevó a asumir en La Habana el papel de agente secreto del 
presidente Juan José Arévalo.

Trayectoria
En 1961 su pieza teatral El pescado indigesto ganó el importante premio que otorga Casa de las Américas. Ese 
año había tenido lugar la invasión mercenaria de Girón, y Galich escribió a Haydée Santamaría, presidenta de 
esa institución cultural, para poner el monto en metálico del galardón a disposición de Cuba. Haydée declinó el
ofrecimiento: no le pareció justo ni humano que un hombre que vivía exiliado en Buenos Aires, con una 
situación económica precaria y siete hijos que mantener, se privara del dinero que había ganado.
Durante el período democrático que existió en Guatemala entre el derrocamiento de Jorge Ubico (1944) y la 
caída de Jacobo Arbenz diez años después, Galich desempeñó cargos de importancia. Fue magistrado del 
Tribunal Superior Electoral y ministro de Educación. Ocupó asimismo la cartera de Relaciones Exteriores y fue 
embajador en Uruguay y la Argentina. Allí lo sorprendió la deposición de Arbenz. El Gobierno de Juan Domingo 
Perón, por intermedio del canciller Remorino, se preocupó por solucionar la situación económica del ex 
Embajador y, sin dilaciones burocráticas, legalizó su estancia en el país. Poco después Perón era derrocado —
fue él quien dio a los militares golpistas el mote de «gorilas»—; el estatus de Galich en Buenos Aires cambió 
radicalmente, y tuvo que emplearse como pintor de brocha gorda, oficio que le reportó más pérdidas que 
ganancias: en su primera contrata, confundió las direcciones y pintó el edificio contiguo al que debía pintar, 
con el perjuicio económico consiguiente, lo que dio al traste con la pequeña empresa.
En 1962 vino a La Habana como jurado del Premio Casa de las Américas, y al retornar a Buenos Aires dio a 
conocer en el semanario Principios, que dirigía Leónidas Barletta, detalles de su estancia en la Isla.
Contó sobre el millón de cubanos que se dio cita en la Plaza de la Revolución para aprobar la II Declaración de 
La Habana, y de cómo a su regreso a la Argentina, al cruzar la frontera con Chile, lo detuvieron en el punto 
fronterizo de Las Cuevas y lo enviaron preso a Mendoza.
Poco después se desataba en ese país la represión contra los intelectuales «peligrosos», y Galich, junto a otros 
150 escritores y artistas, dio con sus huesos en la cárcel de Caseros. Siempre estuvo convencido de que su 
«delito» fue el de aquel viaje a Cuba. Ese mismo año o poco después se instaló en La Habana y empezó a 
trabajar en la Casa de las Américas. Pasaría aquí los últimos 22 años de su vida.
Nunca más pudo regresar a Guatemala.

Confidencial
A mediados del año 1947, Manuel Galich, entonces magistrado del Tribunal Superior Electoral, fue llamado a su 
despacho por el presidente Juan José Arévalo. Muchos años después, el dramaturgo recordaba las palabras del 
mandatario:
«Es necesario que un hombre de absoluta confianza vaya a La Habana. Se está preparando allí un movimiento 
para derrocar a Trujillo. Nosotros vamos a ayudar a los revolucionarios dominicanos. Pero Trujillo tiene en La 
Habana un espionaje muy hábil. Nadie debe saber que nosotros nos relacionamos con los dirigentes del 
movimiento antitrujillista.
Nuestro enlace debe manejarse con absoluta discreción…».
Se gestaba en esos días la después frustrada expedición de cayo Confites, llamada así por el lugar de la costa 
norte holguinera donde los expedicionarios recibieron entrenamiento militar. En su organización estaban 
involucrados el presidente cubano Ramón Grau San Martín y otras figuras del Gobierno. En Cuba, Galich debía 
ponerse en contacto con el dominicano Enrique Cotubanama Henríquez, cuñado de Carlos Prío, y uno de los 
dirigentes del movimiento. Le haría entrega de una gruesa suma de dinero.
El espionaje trujillista era eficaz y largo el brazo del sátrapa dominicano para asesinar a sus adversarios fuera de 
Santo Domingo, y aquel año de 1947 era el del nacimiento del Tratado Interamericano de Asistencia Recíproca 
(TIAR) y del inicio de la guerra fría. El Gobierno progresista de Guatemala, tachado de «comunista», estaba en 
la mirilla de Washington… Todas las precauciones serían pocas para el agente de enlace Manuel Galich. 
Recibió, antes de salir de su país, instrucciones minuciosas: en La Habana se alojaría en un hotel discreto, no 
abordaría vehículo alguno ni haría preguntas. Por su cuenta, debía localizar lo que los Prío llamaban «la casa de 
mamá», en Malecón 605, donde residía Henríquez. Para que no se singularizara, en Guatemala lo proveyeron 
de una guayabera. Solo después de cumplir su misión haría pública su presencia en la Isla: con el pretexto de 
intercambiar información y experiencias solicitaría entonces entrevistarse con magistrados del Tribunal 
Superior Electoral cubano.
Galich se alojó en el ya desaparecido hotel Bristol, en la calle Amistad esquina a San Rafael, localizó la casa de 
los Prío y entregó el dinero. Conoció a Mauricio Báez, líder obrero dominicano refugiado en Cuba. Hecho lo que 
tenía que hacer, rompió el incógnito y se personó en la embajada de su país en la capital cubana.
Grande fue su sorpresa al arribar a la sede diplomática. Salió a recibirlo el agregado cultural y, mientras lo 
abrazaba con efusión, proclamaba a voz en cuello:
«¡Vienes en un momento interesante! Aquí estamos preparando una expedición contra Trujillo. El 
reclutamiento lo hacen en el hotel San Luis…».
Recordaba Galich años después:
«Entonces fue cuando me sentí “conejo”. ¡Y yo que había andado por La Habana casi en punta de pie y sin 
emitir casi nada más que monosílabos! ¿Por qué “conejo”? Así decimos en Guatemala de esos tipos que no 
hablan sino viendo a todos lados, con reticencias y disimulos, como depositarios de importantes y peligrosas 
confidencias… Un “conejo” misterioso y tonto».

1 200 hombres
La expedición antitrujillista llegó a reunir en Cuba a unos 1 200 hombres entre dominicanos y cubanos. La 
comandaban los exiliados Juan Rodríguez y Juan Bosch. La haría abortar el general Genovevo Pérez, jefe del 
Estado Mayor del ejército cubano.
Las cosas sucedieron así. Al saberse de la organización de la expedición, el general Marshall, secretario de 
Estado norteamericano, instruyó a Norweb, su embajador en La Habana: debía presionar al presidente Grau 
para que la aplastara «rápida y eficazmente». Pero Grau no era hombre fácil de presionar. Tal vez por eso se 
optó por invitar a Genovevo a Washington. El militar permaneció allí durante los días 15 y 16 de septiembre, y 
a su regreso procedió a desmantelar la expedición que había salido ya rumbo a su destino y que fue 
interceptada por unidades de la Marina de Guerra cubana.
Se dice que Trujillo recompensó a Genovevo con una crecida suma de dinero. Poco después del fracaso de cayo 
Confites, Juan Bosch le preguntó directamente, durante un encuentro en la playa de Guanabo, si lo del dinero 
era cierto. El militar rehuyó la respuesta. Dijo que si él no hubiera llegado a impedirla, todos los expedicionarios 
estarían muertos porque Trujillo estaba alertado y preparado para liquidarlos.
Preguntó Bosch entonces cómo había logrado convencer a Grau para que le permitiera hacer lo que hizo. Le 
dije lo mismo, respondió Genovevo.
Historiadores dominicanos llegaron a la conclusión de que el general cubano no reveló toda la verdad, porque 
si bien el dictador estaba enterado por la Inteligencia norteamericana de lo que se gestaba, no le refirió lo que 
bien sabía: barcos y aviones de Estados Unidos impedirían la expedición. El presidente Truman acababa de 
proclamar su política de contención de la influencia soviética, y Trujillo era considerado por el Gobierno 
norteamericano un aliado invaluable.
Fidel Castro, uno de aquellos expedicionarios que cursaba entonces el tercer año de la carrera y presidía la 
asociación de alumnos de la Escuela de Derecho de la Universidad de La Habana y el Comité Pro Democracia 
Dominicana en esa casa de estudios, diría después, en su entrevista con el escritor colombiano Arturo Alape, que consideró que su deber primero era el de enrolarse como soldado en aquella expedición. Precisó:
«Sin embargo, como el gobierno y figuras del gobierno participaban en la expedición, y yo estaba en la 
oposición al gobierno, no tenía nada que ver con la organización de la expedición…».
Añadió:
«Estuvimos varios meses en cayo Confites, donde estaba entrenándose la expedición. A mí me habían hecho 
teniente de un pelotón. Al final tienen lugar acontecimientos en Cuba, se producen contradicciones entre el 
gobierno y el ejército y este decide suspender la expedición.
Así las cosas, alguna gente deserta frente a una situación de peligro, y a mí me hacen jefe de una de las 
compañías de un batallón de los expedicionarios. Entonces salimos, tratábamos de llegar a Santo Domingo. Al 
final, nos interceptan cuando faltaban unas 24 horas para llegar a aquella zona y arrestan a todo el mundo. A 
mí no me arrestan porque yo me fui por mar, no me dejé arrestar más que nada por una cuestión de honor, me 
daba vergüenza que aquella expedición terminara arrestada. Entonces en la bahía de Nipe me tiré al agua y 
nadé hasta las costas de Saetía y me fui».
¿Y Mauricio Báez, aquel exiliado dominicano que Manuel Galich conoció en Cuba? Tuvo una suerte siniestra. En 
la noche del domingo 10 de diciembre de 1950, agentes de Trujillo lo sacaron de la casa de la calle Cervantes 
número 8, en el reparto Sevillano, y nunca más volvió a saberse de él.
 
Ciro Bianchi Ross
ciro@jrebelde.cip.cu
http://wwwcirobianchi.blogia.com/
http://cbianchiross.blogia.com/















   

domenica 1 dicembre 2013

Giuseppe verdi trionfa al "Mella"

Grande serata di chiusura della Settimana della Cultura Italiana a Cuba. In realtà le ultime attività si svolgono ancora nella giornata odierna, ma quella di ieri sera è stata quantomeno la chiusura simbolica. Non sarò certo io a scoprire Giuseppe Verdi uomo, musicista e patriota. Di tutto questo si è parlato tra una presentazione e l'altra di alcune delle sue più o meno celebri ouvertures, romanze e duetti. Travolgente inzio con la Marcia Trionfale dell'Aida e altrettanto coinvolgente finale con il Brindisi della Traviata. L'orchestra era composta da "professori" quindicenni...!! dell'Istituto Superiore di Arte (ISA) e anche i cantanti che si sono avvicendati, tutti giovanissimi. Così come le due pianiste chi li accompagnavano alternativamente. Una piacevole sorpresa, così come quella di vedere numerosi giovani e giovanissimi tra il pubblico, cosa estremamente rara per uno spettacolo di questo genere. Complimenti al Ministero della Cultura di Cuba che coltiva questi giovani talenti, veramente bravissimi e anche al nostro Ministero degli Esteri e Amabasciata che hanno organizzato questa XVIma edizione con un grande evento, ricordando i 200 anni della nascita del "Cigno di Busseto", mi perdonino i "roncolesi".

Ciuccio

CIUCCIO: A.C. Napoli

sabato 30 novembre 2013

Appunti di viaggio

Orlando è una città veramente a misura d’uomo, al di la del dolce clima della Florida, non torrido come a Miami, gli spazi sono rilassanti con abbondanza di verde e specchi d’acqua abitati da fauna che non ha il minimo timore per il contatto con l’uomo. La dimensione, più “piccola” rispetto alla consorella del sud, la rende veramente abitabile certamente meno “esasperata”. Non mancano i dettagli “kitch” che risentono, probabilmente, dalla presenza sul territorio di due grandi centri di divertimento per grandi e piccoli come Disney World e gli Universal Studios. Il clima politico è più disteso, anche se ho potuto notare, anno dopo anno, che anche a Miami non c’è più un clima esagitato nei confronti di Cuba e del suo regime. Certo, non lo si ama, ci sono ancora movimenti e manifestazioni estremiste, ma vanno sempre più assottigliandosi e per contro gli atteggiamenti di tolleranza sono sempre più frequenti. Ormai l’emigrante cubano non è più il richiedente asilo per ideologia, per aver passato anni in prigione o per essere stato espropriato di tutti i suoi averi. È certamente un’emigrazione economica, che in parte è anche politica, ma gli animi sono ben diversi da quelli di alcune decadi orsono. Conversando con molte persone comuni, ho sempre sentito una disponibilità e una voglia di “disgelo” fra le parti, pochissimi (personalmente non ho sentito nessuno se non in qualche programma tv) sono quelli favorevoli al mantenimento della linea dura dell’embargo. Le parole di Obama e Kerry lasciano ben sperare, anche se la ventata di ottimismo è stata appannata proprio poche ore fa dal fatto che la banca americana che gestiva i fondi dell’Ufficio d’Interessi cubano a Washington si è detta non più disponibile a gestirli, mettendo così in grave crisi il funzionamento della medesima. Questo in un momento in cui le maglie dello spostamento di visitatori “qualificati” e quindi autorizzati dal Dipartimento del Tesoro statunitense, era in notevole crescita. Lo scorso fine settimana, a Miami Beach è stata presentata la piece “Ana en el Trópico” dalla stessa compagnia mista che l’ha proposta al recentemente concluso Festival del Teatro dell’Avana, con notevole successo di pubblico e critica in ambedue le città. Recentemente si erano riprese le trattative per ristabilire il servizio postale diretto tra i due Paesi. Un rapporto intergovernativo sempre difficile e contraddittorio che sicuramente ha stremato le popolazioni cubane di ambo i lati dello stretto e che si spera possa, almeno, migliorare. Banche e amministrazioni finanziarie permettendo.







Inter...scampus

Nel programma ufficiale della Settimana della Cultura Italiana appare per oggi, 30 novembre alle 9.30: "Festival Inter Campus Cuba, premiazione e torneo di calcio. Luogo: Stadio Pedro Marrero". Vero è che l'Avana e tutta la parte centro occidentale della costa nord dell'Isola sono state colpite, in questi giorni, da violenti nubifragi e anche oggi la giornata è iniziata con piovaschi. Facile prevedere che avrebbero potuto esserci dei cambiamenti, ma...allo Stadio Pedro Marrero, nessuno del personale in luogo o membri della Federazione calcistica sapeva niente.
Ora, per cause di forza maggiore una manifestazione può essere: ANNULLATA, SOSPESA, RIMANDATA, TRASFERITA, mi sembra strano invece che sia SPARITA.
Se l'Inter Campus funziona così...viva il Milan.

Circumnavigazione

CIRCUMNAVIGAZIONE: spostamento circense via mare

venerdì 29 novembre 2013

Circonferenza

CIRCONFERENZA: simposio tenuto sotto un tendone

giovedì 28 novembre 2013

Circolazione

CIRCOLAZIONE: Prendere il caffelatte al circo

Riscaldamento globale

Ricevo e pubblico:

ciao Aldo
forse hai già letto perchè era anche su Cubadebate, comunque:
http://video.gelocal.it/altoadige/sport/sciatore-travolto-da-valanga-e-salvo-non-fate-come-me/20871/20891

la temperatura media anual en Cuba aumentó 0,9 grados celsius durante los
últimos 60 años y se espera que para finales de este siglo se incremente en
otros 2 o 3 grados debido al calentamiento global, informó hoy el diario
oficial Granma.

Estudios realizados por el Centro del Clima del Instituto de Meteorología
de Cuba precisaron que entre 1951 y 2010 la temperatura promedio del país
caribeño subió 0,9 grados celsius, con un aumento de la mínima promedio en
alrededor de 1,9 grados, indicó el periódico.

“Igualmente, se registra un incremento en la frecuencia de eventos de
sequías más intensas y prolongadas, sobre todo a partir de 1961, tendencia
que constituye una de las variaciones climáticas más importantes observadas
en el archipiélago cubano durante las últimas cinco décadas”, añadió.

Los expertos prevén que en los próximos años el clima será más cálido y
seco en la isla, y estiman posibles incrementos en la temperatura media
anual para finales de siglo de dos a tres grados.

*“Más allá de modelar los futuros escenarios, la nación también trabaja
desde ahora en el diseño y aplicación de diversas acciones dirigidas a
enfrentar las consecuencias de tan complejo desafío ambiental”, señaló
Granma.*

Las autoridades cubanas desarrollan el programa “Cambio Climático en Cuba:
impacto, mitigación y adaptación”, que involucra a 27 instituciones con el
objetivo de encontrar soluciones a los problemas del calentamiento global
en áreas como la agricultura, los recursos hídricos, los suelos, los
ecosistemas costeros y los asentamientos.

FUENTE: AGENCIA EFE

Luca Lombroso
www.lombroso.it
ATTENZIONE: scrivere sempre all'indirizzo principale
luca@lombroso.it

mercoledì 27 novembre 2013

Circolare

CIRCOLARE: nota informativa di formato rettangolare

martedì 26 novembre 2013

Cinofilo

CINOFILO: amante della Cina

Cambio climatico, conclusa a Varsavia la 19a conferenza delle Nazioni Unite sul tema

Ricevo dall'amico Luca Lombroso:


Si é conclusa con scarni accordi, generici e prevalentemente di intenti, a Varsavia, la 19° Conferenza Delle Parti sui Cambiamenti Climatici (COP 19) delle Nazioni Unite. Già il numero dice tutto, sono 19 volte in 21 anni, dall’Earth Summit di Rio del Janerio del 1992, che l’ONU prova a far trovare, ai 195 paesi aderenti oggi. un forte accordo sul clima, senza riuscirci.

Gli accordi  presi riguardano principalmente il “loss&damage” una sorta di rimborso; è come se i  paesi ricchi facessero da assicurazione a quelli in via di sviluppo quando danneggiati da eventi estremi climatici, come il tifone nelle Filippine (o, perché no, l’alluvione in Sardegna); si è parlato anche di aspetti organizzativi del green climate found istituito a Cancun nel 2010 e del mantenimento dei controversi meccanismi flessibili (carbon market) previsti dal protocollo di Kyoto su cui vi sono state proteste e distinguo di Venezuela, Ecuador e Bolivia. Per qualcuno sono comunque passi avanti nel processo negoziale multilaterale, per altri c’è stato un fallimento totale. Senza entrare nel merito, molto tecnico e spesso burocratico, dei vari documenti approvati, la sostanza é scarsa e prevale l’arte del rimandare; negli accordi economici non si parla di soldi e di impegni precisi e quelli sul taglio delle emissioni sono rimandati a Parigi 2015 per metterli in pratica dopo il 2020.

Le conferenze delle parti sono una sorta di “assemblea di condominio” del pianeta terra dove si dovrebbe deliberare per adempiere agli obblighi della convenzione sul clima delle nazioni unite, cioè stabilizzare le emissioni serra ad un livello tale che non crei pericolose interferenze col sistema climatico. E come in tutte le assemblee di condominio, si litiga e non ci si mette d’accordo, nemmeno su quello che è di interesse comune, la tutela della “casa” dove abitiamo, la Terra, per noi e per le future generazioni.

Probabilmente dunque non staremo dentro alla “soglia di pericolo” del global warming, stabilita dagli scienziati e recepita dagli accordi in 2 gradi di surriscaldamento rispetto all’era preindustriale. Ciò significherebbe il fallimento degli obiettivi delle Nazioni Unite e della UNFCCC, la convenzione sul clima; il che non sarebbe buona cosa. Ma alla conferenza si è anche detto, fra le altre, una cosa importante: nelle città vive più di metà della popolazione mondiale e sono responsabili di altrettante, circa,  emissioni serra globali. Sono dunque le città, forse ancor più degli stati, la chiave della soluzione e sarà lì che si dovrà agire, sia sul versante della mitigazione, cioè riducendo le emissioni serra (ed anche quelle direttamente inquinanti, ben legate ai gas serra) ma anche sull’adattamento, ovvero la capacità di “sopportare” le calamità meteo climatiche.

Vediamo dunque cosa si fa, cosa non si fa e cosa si potrebbe fare nella nostra Modena.

La nostra città ha aderito al patto dei sindaci: una bella iniziativa che ha per obiettivo la riduzione delle emissioni serra (quindi, mitigazione) del 20% entro il 2020 ma, a nostro avviso, messa in pratica male e in modo contraddittorio. Molto si basa sulle “buone pratiche ambientali”, producendo migliaia di inutili depliants che stressano i cittadini col classico “chiudi il rubinetto mentre ti lavi i denti”, sul piazzare qua e la qualche pannello solare su scuole o edifici pubblici e poco più.

Serve ben altro, a partire dalla più importante buona pratica, quella che dà motivazione ai cittadini: dal buon esempio; occorre coerenza tra le azioni dell’amministrazione locale e ciò che essa chiede ai cittadini (vedi il proliferare di acqua minerale e stoviglie usa e getta nei convegni ed eventi pubblici).

Mitigazione significa attuare piani seri; le proposte già ci sono, basta guardarci in giro.

Mitigazione dei cambiamenti climatici non è fare inutili strade, gradite ai politici nostrani di destra e di sinistra, come il prolungamento autostradale da Campogalliano a Sassuolo. Vuol dire invece, promuovere, ad esempio, la mobilità sostenibile e il trasporto pubblico.

Poi, oltre a mitigare, occorrono azioni di adattamento. La città non è sufficientemente attrezzata ad affrontare i cambiamenti climatici in corso (lo si vede ad ogni temporale estivo) e ancor meno quelli futuri; Modena non ha e non ci risulta stia predisponendo un piano di adattamento ai cambiamenti climatici, mentre Bologna lo sta facendo e la Lombardia lo ha presentato proprio a Varsavia in un “side event” della Fondazione Lombardia per l’Ambiente. Pochi lo sanno, ma esiste anche una strategia  nazionale di adattamento al cambiamento climatico, ed è attualmente in consultazione pubblica nel sito del Ministero dell’Ambiente.

Adattamento non vuol dire prendere a scusa la difesa idraulica per colare cemento e cavare ghiaia con impianti di mini idroelettrico. Significa sì rafforzare le difese idrauliche ma soprattutto fare una buona manutenzione del territorio, dalle strade alla rete fognaria ed anche, coibentare meglio gli edifici, (incominciando da quelli pubblici) per difendersi dal freddo ma soprattutto dal caldo estivo, nonché prepararsi ed educare la popolazione ad eventi anche insoliti, basti ricordare il tornado del maggio scorso. Tutto questo risulta convivente anche economicamente. Ma a Modena, ed anche in Emilia Romagna per non dire in quasi tutt’Italia, siamo ancora lontani, molto lontani da una vera e coerente azione di lotta ai cambiamenti climatici.

Luca Lombroso 
www.lombroso.it
Email: 
luca@lombroso.it

Inviato da iPad

lunedì 25 novembre 2013

Ritorna la spia tedesca di Ciro Bianchi Ross, pubblicato su Juventud Rebelde del 24/11/13

Pubblicazioni cubane dell'epoca lo presentarono come una super spia e lo stesso, fecero, non poche riviste nordamericane. La stampa di entrambi i Paesi insisté nella sua rigorosa formazione come agente segreto e nel suo dominio della lingua spagnola, che gli facilitavano la ricerca di informazioni a Cuba. I giornali affermavano che prima del suo arrivo sull'Isola si era disimpegnato con successo in altre nazioni, come Santo Domingo; che furono sue le informazioni che provocarono le tragedie dei cargo Manzanillo e Santiago de Cuba, silurati in alto mare da sommergibili tedeschi il 12 agosto del 1942 e che furono numerosi i rapporti che inviò ai suoi capi per tenerli al corrente dell'economia e della situazione politica e sociale del Paese, così come quelli in cui comunicava gli indirizzi privati delle figure principali del Governo cubano.
Dopo essere trascorsi 70 anni dalla fucilazione, all'Avana, di Heinz August Luning, alcuni investigatori sono del parere che attorno alla figura di questo nonno di James Bond si formò una leggenda quasi romanzesca creata, in parte, da elementi del Governo di Batista alla quale non furono estranei personaggi del Governo di Washington all'epoca dei fatti. I giapponesi avevano appena attaccato la base americana di Pearl Harbor e sommergibili tedeschi che circolavano nei Caraibi e nel Golfo del Messico, avevano affondato circa 600 navi alleate. Lo sviluppo della guerra si inclinava a favore dell'asse Roma-Tokyo-Berlino e i suoi avversari avevano bisogno di dimostrare che erano nelle condizioni di arrestare un'offensiva che sembrava demolitrice.
Le autorità nordamericane, in particolare Edgar Hoover, capo dell'Ufficio Federale di Investigazioni (FBI), vollero trarre profitto dalla cattura di Luning. Lo stesso volle averne Batista, impegnato a ottenere il miglior prezzo per lo zucchero e altri vantaggi nella sfera dello scambio commerciale. Anche il generale Manuel Benitez, tenebroso capo della Polizia Nazionale cubana ne voleva ottenere vantaggi, desideroso di guadagnare popolarità giacché pretendeva, come si vide nel 1944, succedere a Batista come Capo di Stato.
Il dottor Leonel Antonio Cuesta, professore dell'Università Internazionale della Florida, definisce ”spia da quattro soldi” Heinz August Luning, mentre il professor Thomas D. Schoonover, dell'Università della Louisiana, in Lafayette, dopo una vasta investigazione sul tema che portò a termine per suggerimento del professor Louis  A. Pérez, riferisce che non vi è costanza che l'informazione inviata da Luning ai suoi superiori avesse reale importanza  per gli sviluppi della guerra. Molte volte i suoi rapporti non passavano da essere semplici rumori che raccoglieva nei posti più impensati. Non c'è nemmeno prova che fu colpevole dell'affondamento di nessun bastimento. In ogni modo Heinz August Luning fu l'unica spia tedesca catturata nell'area dell'America Centrale e i Caraibi. Il Tribunale d'Urgenza dll'Avana lo condannò a morte e il Tribunale Supremo confermò la sentenza ratificata dallo stesso generale Fulgencio Batista, presidente della Repubblica, che non volle commutarla.
Quando vide avvicinarsi quelli che lo avrebbero condotto al muro per la fucilazione, nei fossati del Castello del Principe, Heinz August Luning si alzò in piedi e chiese al suo avversario che accettasse di lasciare in pareggio la partita di scacchi che stava giocando e che le circostanze gli impedivano di concludere e, sereno, si incamminò verso il suo destino per mettersi in posizione di attenti davanti al plotone d'esecuzione che avrebbe messo fine alla sua vita. Guardò i soldati e poi il suo sguardo completamente inespressivo, si posò sull'ufficiale che era al comando della truppa e che gli avrebbe dato il colpo di grazia. Non pronunciò una sola parola né modificò atteggiamento all'udire le voci di comando, così, come se negli ultimi due anni della sua esistenza si fosse stato preparando per una simile fine. Erano le otto di mattina del 10 novembre del 1942. Giorni dopo, il capo della Prigione dell'Avana, mentre riferiva i dettagli dell'accaduto, disse al poeta José Lezama Lima, allora segretario del Consiglio Superiore della Difesa Sociale, con sede nel Castello: “Quell'uomo mostrava una marzialità tremenda e a me, che comandavo il plotone d'esecuzione, tremavano le gambe”.

Quello che si disse prima

Cuba entrò nella Seconda Guerra Mondiale  il 9 dicembre del 1941 quando, dopo il bombardamento giapponese a Pearl Harbour, avvenuto il giorno 7, dichiarò guerra al Giappone e, due giorni dopo, alla Germania e Italia. Ma, in queste date, Luning era già all'Avana svolgendo i suoi compiti. Sotto la copertura di commerciante hondureño e un passaporto che lo accreditava come Enrique Augusto Luning, giunse in questa capitale nel settembre di quell'anno. Arivava dalla Spagna con il fine di stabilirsi nell'Isola e avviare qua una propria attività. Aveva, allora, 30 anni d'età. Foto sue, che si conservano, lo mostrano come un uomo di corporatura robusta, dal profilo affilato con capigliatura abbondante, di quelle che sembrano spuntare dalla stessa fronte. Quelli che lo conobbero lo ricordano come una persona fredda e di poche parole, ma cortese, ben vestito e di buone maniere.  Dominava l'inglese e lo spagnolo ed era stato accuratamente preparato per il suo compito,  che aveva già svolto in altri Paesi. Per il suo lavoro d'intelligence aveva a disposizione un potente apparecchio radio che gli permetteva ricevere e inviare messaggi, un'antenna con doppia frequenza e due tastiere telegrafiche così come, per comunicazioni epistolari, si sarebbe valso di inchiostro simpatico.
Dapprima cercò alloggio in un hotel e poi si installò in una pensione ubicata nel secondo piano dell'edificio segnato dal 336 della calle Teniente Rey, tra Villegas y Aguacate, nell'Avana Vecchia e installò la sua attività nella calle Industria al 314, una casa di moda che chiamò La Estampa.
Già in questa data, la rete spionistica tedesca si estendeva in tutta l'America, incluso gli Stati Uniti ed è possibile che Luning avesse contatto con qualche agente staccato presso l'Ambasciata di Germania sita, allora, al numero 408 della calle H angolo con19 nel Vedado. Sembra, però, che fu lui il capo o almeno il centro, della rete spionistica nazi nell'Isola. Molte delle informazioni che trasmise gli caddero nelle mani con una faciltà stupefacente. Glie la fornivano prostitute, marinai e operai del porto ai quali, fra un bicchierino e l'altro, si ingegnava per sciogliergli la lingua.

Quello che si dice adesso

Una nuova versione, circa il personaggio, la offre il professor Thomas D. Schoonover nel suo libro Hitler's Man in Havana. Heinz Luning and Nazi Espionage in Latin America, pubblicato dall'editrice dell'Università del Kentucky nel 2008. Quello che dice distrugge tutto ciò che si affermava fino a quel momento. L'autore si appoggiò in un ampia bibliografia e la sua investigazione lo condusse agli archivi di Germania, Inghilterra e Stati Uniti, paradossalmente non venne a Cuba. Dichiara che qualcuno gli disse che il fascicolo della Causa 1366 del 1942, riguardante la spia, non era rintracciabile negli archivi giudiziari cubani. Lo scriba non sa niente al merito.
Schoonover descrive Luning come un uomo poco intelligente ed educato. Scarsa la sua cultura generale e mediocre la sua conoscenza delle lingue. Non simpatizzava con i nazisti ed aveva, invece, amici ebrei. Volle far uscire sua moglie e suo figlio dalla Germania di Hitler e non lo conseguì per mancanza di soldi. Entrò nella Abwehr, uno dei 20 servizi di intelligenza che esistevano nel suo Paeses per evadere il servizio militare. Dopo sei settimane di addestramento in una scuola di spionaggio di Amburgo, lo assegnarono a Cuba, un Paese di cui non sapeva assolutamente niente. Nel suo bagaglio portava un'attrezzatura di radiotelegrafia che non riuscì mai a far funzionare e pertanto non poté mai comunicarsi con nessun sommergibile tedesco. Le comunicazioni coi suoi superiori le effettuò per posta, nonostante non avesse mai imparato a usare bene gli inchiostri invisibili. Inviò anche telegrammi in codice a intermediari in Cile e Argentina. Nel suo libro, il professor Schoonover non precisa come Luning ottenne il permesso di residenza a Cuba, cosa molto didelle Attività Nemichefficile in quel momento.

Catturato

Col suo arresto e successiva esecuzione, si pose fina a una vasta azione di una rete di spionaggio che si estendeva per tutto il continente americano e che aveva provocato l’affondamento di circa 600 navi alleate e fra loro alcune cubane. La maggior stranezza di questa storia è che Luning fu l’unica spia tedesca imprigionata durante la Seconda Guerra Mondiale nell’America latina e i Caraibi, come dice il professor De la Cuesta nelle sue postille al libro di Schoonover. Efficente o no, la spia non avrebbe operato impunemente per molto tempo. I servizi di controintelligenza americani e britannici stabilirono nelle Bermude un ufficio che filtrava la corrispondenza che usciva dall’America verso gli altri continenti. Una lettera spedita dall’Avana e diretta a un conosciuto falangista spagnolo attirò l’attenzione degli agenti di questa entità. Fu allora che al Servizio di Investigazioni delle Attività Nemiche (SIAE), sito nella calle Sarabia, nel Cerro, e sotto la direzione del capitano Mariano Faget, giunsero ufficiali nordamericani e britannici che verificarono la corrispondenza in cerca di messaggi per il nemico. La controintelligenza cubana cercò di identificare tutti coloro che ricevevano denaro dall’estero. Una firma come costanza di ricevuta attirò l’attenzione degli investigatori e un postino ricordò che apparteneva all’inquilino di una pensione della calle Teniente Rey. Si tese una trappola e Luning abboccò. Già detenuto riconobbe la sua colpevolezza. Fu sepolto nella necròpoli di Colón sotto un nome fittizio e i suoi resti, a richiesta della famiglia vennero rimpatriati, in Germania, nel 1953.
Rimane da dire che gli investigatori nordamericani e britannici che seguirono il caso all’Avana non furono partitari dell’arresto immediato della spia. Però il generale Benitez decise di procedere appena ebbe la notizia dell’esistenza di Luning e lo fece con grande pubblicità. L’FBI e il M-16 britannico avrebbero preferito dar corda al soggetto con il fine di scoprire, probabilmente, la rete completa di spie e collaboratori.
Heinz August Luning non fu l’unica spia tedesca che operò a Cuba, anche se fu l’unico a pagare per la sua colpa. Si dice che fu una cortina di fumo che permise di nascondere Frederick Degan, il vero agente, e garantì alle autorità locali un caso chiuso da offrire a Stati Uniti e Gran Bretagna, disgustati per l’inoperosità dei loro alleati della zona. Lo scriba sa che molti lettori si sorprenderanno quando gli dica che nell’Avana del 1938 - calle 10 numero 406, tra la 17 e la 19, nel Vedado - si costituì il Partito Nazi Cubano e che esistì qua, nello stesso periodo, il Partito Fascista Nazionale, i quali furono autorizzati dal registro Speciale delle Associazioni del Governo provinciale. I nazi cubani dicevano di vedere nel comunismo il nemico frontale e, secondo il loro regolamento, si preparavano a cooperare coi poteri pubblici “in quello che concerne gli immigrati antillani” e “altre immigrazioni indesiderabili”  per cui si proponevano espellere dal Paese, non solo haitiani e giamaicani che lavoravano come braccianti nella raccolta di canna da zucchero, ma anche gli ebrei, dedicati fondamentalmente agli affari, verso i quali spingevano, inoltre, per una “legislazione sulla restrizione di licenze commerciali e industriali”.


Retorna el espía alemán

Ciro Bianchi Ross • 
digital@juventudrebelde.cu
23 de Noviembre del 2013 17:46:00 CDT

Publicaciones cubanas de la época lo presentaron como un superespía, y
lo mismo hicieron no pocas revistas norteamericanas. La prensa de
ambos países insistió en su rigurosa formación como agente secreto y
en su dominio del idioma español, que le facilitaba la búsqueda de
información en Cuba. Afirmaron los periódicos que antes de su llegada
a la Isla se había desempeñado con éxito en otras naciones, como Santo
Domingo; que fueron sus informes los que provocaron la tragedia de los
cargueros Manzanillo y Santiago de Cuba, torpedeados en alta mar por
submarinos alemanes el 12 de agosto de 1942, y que menudearon los
reportes que dirigió a sus jefes a fin de ponerlos al tanto de la
economía y la situación política y social del país, así como aquellos
en los que comunicaba las direcciones particulares de las figuras
principales del Gobierno cubano.
Al cabo de los 70 años transcurridos desde el fusilamiento en La
Habana de Heinz August Luning, algunos investigadores opinan que en
torno a la figura de este abuelo de James Bond se tejió una leyenda,
casi una novela creada, en parte, por elementos del Gobierno de
Batista y a la que no fueron ajenos personeros del Gobierno de
Washington en la fecha de los sucesos. Los japoneses acababan de
atacar la base norteamericana de Pearl Harbor y submarinos alemanes,
que merodeaban por el Caribe y el Golfo de México, habían hundido unos
600 buques aliados. El desarrollo de la guerra se inclinaba a favor de
los países del eje Roma-Berlín-Tokio, y sus contrarios necesitaban
demostrar que estaban en condiciones de parar una ofensiva que parecía
demoledora.
Las autoridades norteamericanas, y en especial Edgar Hoover, jefe del
Buró Federal de Investigaciones (FBI), quisieron sacar provecho de la
captura de Luning. Quiso igualmente sacarlo Batista, empeñado en
conseguir un precio mejor para el azúcar y ventajas en otros rubros
del intercambio comercial. También pretendía obtenerlo el general
Manuel Benítez, tenebroso jefe de la Policía Nacional cubana, deseoso
de ganar en popularidad, ya que pretendía, como se vio en 1944,
suceder a Batista en la jefatura del Estado.
El doctor Leonel Antonio Cuesta, profesor de la Universidad
Internacional de la Florida, llama «espía de pacotilla» a Heinz August
Luning, en tanto que el profesor Thomas D. Schoonover, de la
Universidad de Luisiana, en Lafayette, luego de la vasta investigación
sobre el tema que llevó a cabo por sugerencia del profesor Louis A.
Pérez, advierte que no hay constancia de que la información enviada
por Luning a sus superiores tuviera real importancia para el
desarrollo de la guerra. Muchas veces sus informes no pasaban de ser
meros rumores que recogía en los lugares más inimaginables. Tampoco
hay pruebas de que fuera culpable del hundimiento de buque alguno.
De cualquier manera Heinz August Luning fue el único espía alemán
capturado y juzgado en el área de Centroamérica y el Caribe. El
Tribunal de Urgencia de La Habana lo condenó a muerte y el Tribunal
Supremo confirmó la sentencia, ratificada asimismo por el general
Fulgencio Batista, presidente de la República, que no quiso
conmutársela.
Cuando vio acercarse a los que lo conducirían al paredón de
fusilamiento, en los fosos del Castillo del Príncipe, Heinz August
Luning se puso de pie y pidió a su oponente que accediera a dejar
tablas aquella partida de ajedrez, que la fuerza de las circunstancias
le impediría concluir y, sereno, caminó hacia su destino para situarse
en posición de firme ante la escuadra de fusileros que acabaría con su
vida. Miró a los soldados y luego su mirada, totalmente inexpresiva,
se posó en el oficial que estaba al frente de la tropa y que le daría
el tiro de gracia. No pronunció una sola palabra ni pareció inmutarse
al escuchar las voces de mando, como si durante los últimos años de su
existencia hubiera estado preparándose para un final así. Eran las
ocho de la mañana del 10 de noviembre de 1942. Días después, el jefe
de la Prisión de La Habana, mientras refería los detalles del suceso,
dijo al poeta José Lezama Lima, entonces secretario del Consejo
Superior de la Defensa Social, con sede en el castillo: «Aquel hombre
daba muestra de una marcialidad tremenda y a mí, que mandaba el
pelotón, me temblaban las piernas».

Lo que se dijo antes

Cuba entró en la Segunda Guerra Mundial el 9 de diciembre de 1941,
cuando tras el bombardeo japonés a Pearl Harbor, ocurrido el día 7,
declaró la guerra a Japón, y dos días después, el 11, a Alemania y a
Italia. Pero ya para esa fecha Luning estaba en La Habana haciendo de
las suyas. Bajo la cobertura de un comerciante hondureño y un
pasaporte que lo acreditaba como Enrique Augusto Luning llegó a esta
capital en septiembre de ese año. Venía de España a fin de
establecerse en la Isla y montar aquí un negocio propio.
Tenía entonces unos 30 años de edad. Fotos suyas que se conservan lo
muestran como un hombre ligeramente grueso, de perfil afilado y una
cabellera abundante, de esas que parecen brotar desde la frente misma.
Los que lo conocieron lo recuerdan como una persona fría y de pocas
palabras, pero amable, bien vestido y de buenos modales. Dominaba el
inglés y el español y había sido entrenado cuidadosamente para su
tarea, que antes cumplió con éxito en otros países. Disponía para su
labor de inteligencia de un potente aparato de radio que le permitía
recibir y transmitir mensajes, una antena de doble línea y dos
manipuladores telegráficos, y como también pasaría información por la
vía epistolar, se valdría de tinta simpática invisible.
Buscó primero alojamiento en un hotel y se instaló después en una casa
de huéspedes ubicada en el segundo piso del edificio marcado con el
número 366 de la calle Teniente Rey, entre Villegas y Aguacate, en La
Habana Vieja, y estableció su negocio en la calle Industria 314, una
casa de modas a la que puso el nombre de La Estampa.
Ya para esa fecha la red de espionaje alemán se extendía por toda la
América, incluido EE.UU., y es posible que Luning hiciera contacto con
algún agente destacado en la Embajada de Alemania, ubicada entonces en
la calle H, 408, esquina a 19, en el Vedado. Pero parece que él fue el
jefe, o al menos el centro, de la red de espías nazis en la Isla.
Muchas de las informaciones que allegó y transmitió le cayeron en las
manos con una facilidad pasmosa. Se las suministraban prostitutas,
marineros y obreros portuarios a los que, entre trago y trago, se las
arreglaba para tirarles de la lengua.

Lo que se dice ahora

Una nueva versión acerca del personaje ofrece el profesor Thomas D.
Schoonover en su libro Hitler’s Man in Havana. Heinz Luning and Nazi
Espionage en Latin America, publicado por la editorial de la
Universidad de Kentucky, en 2008. Lo que dice hace trizas lo que hasta
ese momento se afirmaba. El autor se apoyó en una amplia bibliografía
y su investigación lo llevó a archivos de Alemania, Inglaterra y
Estados Unidos. Paradójicamente, no estuvo en Cuba. Expresa que
alguien le dijo que el expediente de la Causa 1366 de 1942, que se
siguió al espía, no podía localizarse ya en los archivos judiciales
cubanos. Nada sabe el escribidor al respecto.
Schoonover describe a Luning como un hombre falto de inteligencia y
educación. Pobre era su cultura general y mediocres sus conocimientos
de idiomas. No simpatizaba con los nazis y tenía, en cambio, amistades
judías. Quiso sacar a su mujer y a su hijo de la Alemania de Hitler y
no lo consiguió por falta de dinero. Ingresó en la Abwehr, uno de los
20 servicios de inteligencia que existían en su país, para evadir el
servicio militar. Tras seis semanas de entrenamiento en una escuela de
espionaje en Hamburgo, lo destinaron a Cuba, país del que no sabía ni
jota. Traía en su equipaje un aparato de radiotelegrafía que nunca
pudo hacer funcionar, y por lo tanto no logró comunicarse con ningún
submarino alemán. Las comunicaciones con sus superiores las efectuó
por correo, aunque no aprendió a usar bien las tintas invisibles.
También envió cablegramas en clave a intermediarios en Argentina y
Chile. No precisa en su libro el profesor Schoonover cómo Luning logró
el permiso de residencia en Cuba, algo muy difícil en aquellos
momentos.

Capturado

Con su arresto y posterior ejecución se puso fin a la acción de una
vasta red de espionaje que se extendía por todo el continente
americano y que había provocado el hundimiento de unos 600 buques
aliados, entre estos varios cubanos. Lo más raro de esta historia es
que Luning, como se dijo, fue el único espía alemán apresado durante
la Segunda Guerra Mundial en Latinoamérica y el Caribe, dice el
profesor De la Cuesta en sus apostillas al libro de Schoonover.
Eficiente o no, el espía no operaría impunemente por mucho tiempo. Los
servicios de contrainteligencia norteamericano y británico
establecieron en las Bermudas una oficina que filtraba la
correspondencia que salía desde América hacia otros continentes. Una
carta remitida en La Habana y dirigida a un connotado falangista
español llamó la atención de agentes de esa entidad. Abrieron el sobre
y el análisis del papel reveló un mensaje en clave escrito con tinta
invisible. Fue entonces que a la sede del Servicio de Investigaciones
de Actividades Enemigas (SIAE), sito en la calle Sarabia, en el Cerro,
y bajo la dirección del capitán Mariano Faget, llegaron oficiales
norteamericanos y británicos que revisaron la correspondencia en busca
de mensajes para el enemigo. La contrainteligencia cubana trató de
identificar a todos los que recibían dinero del exterior. Una firma,
como constancia de recibo de una remesa, llamó la atención de los
investigadores, y un cartero recordó que correspondía al inquilino de
una casa de huéspedes en la calle Teniente Rey. Se le tendió una
trampa y Luning mordió el anzuelo. Ya detenido, reconoció su
culpabilidad. Fue inhumado en la necrópolis de Colón bajo un nombre
supuesto y sus restos, a pedido de su familia, se repatriaron a
Alemania en 1953.
Vale anotar que los investigadores norteamericanos y británicos que
seguían el caso en La Habana no fueron partidarios de la inmediata
detención del espía. Pero el general Benítez decidió proceder en
cuanto recibió la noticia de la existencia de Luning y lo hizo con
gran despliegue publicitario. El FBI y el M-16 británico preferían que
se diera cordel al sujeto a fin de descubrir tal vez toda una red de
espías y colaboradores.
Heinz August Luning no fue el único espía alemán que operó en Cuba,
aunque sí el único que pagó su culpa. Se dice que fue una cortina de
humo que permitió ocultar a Frederick Degan, el verdadero agente, y
garantizó a las autoridades locales un caso cerrado que ofrecer a
Estados Unidos y Gran Bretaña, disgustados por la inoperancia de sus
aliados del patio. Sabe el escribidor que muchos lectores se
sorprenderán cuando les diga que en La Habana de 1938 —calle 10 número
406, entre 17 y 19, en el Vedado— se constituyó el Partido Nazi Cubano
y que existió aquí, en la misma época, el Partido Fascista Nacional,
los cuales fueron autorizados por el Registro Especial de Asociaciones
del Gobierno provincial. Los nazis cubanos decían ver en el comunismo
su enemigo frontal y, según su reglamento, se aprestaban a cooperar
con los poderes públicos «en lo que respecta al reembarque de
emigrados antillanos» y otras «emigraciones indeseables», con lo que
se proponían sacar del país no solo a haitianos y jamaicanos, que
trabajaban mayormente como braceros en la zafra azucarera, sino a los
hebreos, dedicados en lo fundamental a los negocios, por lo que
abogaban además por «una legislación sobre restricciones de licencias
comerciales e industriales».
        
Ciro Bianchi Ross
ciro@jrebelde.cip.cu
http://wwwcirobianchi.blogia.com/
http://cbianchiross.blogia.com/


Cinodromo

CINODROMO: pista per corse cinese

domenica 24 novembre 2013

Cineteca

CINETECA: raccolta di oggetti cinesi

sabato 23 novembre 2013

Cinefilo

CINEFILO: amante dei cinesi

venerdì 22 novembre 2013

Settimana della Cultura Italiana e Mostra "In viaggio con Calvino"

Lunes 25

16.00 – Inauguración de la XVI Semana de la Cultura Italiana en Cuba a cargo del Ministerio de Cultura, la Oficina del Historiador y la Embajada de Italia
Patio del Convento de San Francisco de Asís

A continuación – Apertura de la exposición de carteles y partituras verdianas
Patio del Convento de San Francisco de Asís

17.30 – Concierto inaugural de Antonio Ballista con la Orquesta Sinfónica de Holguin
Basílica Menor de San Francisco de Asís

Martes 26

10.00 – En colaboración con ARCI convocatoria del premio literario Italo Calvino
Sala Villena - UNEAC

12.00 – En colaboración con ARCI acto de entrega de ejemplares de “Las ciudades invisibles” de Italo Calvino
Biblioteca Nacional

16.00 – Apertura de la exposición “L’arte fuori di sé” homenaje a Paolo Rosa
Centro Provincial de Artes Plásticas y Diseño – Luz y Oficios

17.00 – Presentación del catálogo de la Editora Maretti del Pabellón de Cuba en la Bienal de Venecia
Centro de Arte Contemporáneo Wifredo Lam

20.00 – Espectáculo de marionetas “El secreto de Polichinela” de Bruno Leone
Teatro Guiñol

Miércoles 27

10.00 – Conferencia “El Jardín Encantado de los Calvino” de Marta Blaquier Ascaño
Sala Latinoamericana, Facultad de Artes y Letras UH ?

11.30 – Conferencia “Si una noche de inverno un viajero” de Francesca Bernardini
Universidad de La Habana – Sala Latinoamericana

16.00 – En  colaboración con CENESEX y FMC mesa redonda “La no discriminación de la orientación sexual” con Mariela Castro, Isabel Moya, Vivian Martinez, Alina Narciso, Gianni Torres, ..., moderada por Emanuela Fusaro
Teatro del Museo de Bellas Artes

21.00 – Concierto “...” de Laritza Bacallao, Emilia Morales y Valerio Liboni
Teatro del Museo de Bellas Artes
 Jueves 28

10.00 – Presentación de arte clásico y contemporáneo de Silvio Mignano”   ”
Universidad de La Habana – Sala Latinoamericana.

11.00 – Conferencia “Eva Mameli Calvino: de Cerdeña a América con microscopio y familia” de Maria Cristina Secci
Centro cultural Dulce María Loynaz – Sala Federico García Lorca

15.00 – Presentación de la novela “Ella no responde” de Matilde Serao
Centro cultural Dulce María Loynaz – Patio

16.00 – En colaboración con ARCI presentación de las iniciativas editoriales para el 90 aniversario del nacimiento di Italo Calvino
Pabellón Cuba

A continuación – Apertura de la exposición de Sandor Gonzalez y M.Arte inspirada en la obra de Italo Calvino
Pabellón Cuba

19.00 – En colaboración con COSPE “Giovanni Boccaccio, Decamerone, novella settima giornata seconda: Alatiel in italiano e decime cubane” en ocasión del VII centenario de su nacimiento a cargo de Alexis Diaz Pimienta y David Riondino
Teatro del Museo de Bellas Artes

21.00 – Estreno del espectáculo inspirado en Las ciudades invisibles de Italo Calvino “Inferni” de Venti Lucenti en colaboración con Casa Gaia
Teatro Casa Gaia
Viernes 29

10.00 – Lectura comparada de “I promessi sposi” y “Cecilia Valdés” de Silvio Mignano “   ”
Universidad de La Habana – Sala Latinoamericana

12.00 – Presentación del libro “The Economy of Cuba after the VI Party Congress: Between State Socialism and Market Socialism” de Alberto Gabriele
Centro Juan Marinello

15.00 – Estreno del espectáculo de marionetas “Historias de Polichinela” de Bruno Leone
Teatro Guiñol

15.00 – En colaboración con ARCI visita al Centro Experimental del INIFAT
Santiago de las Vegas

A continuación – Presentación de “El archivo Calvino en el INIFAT” de Marta Acosta
Santiago de las Vegas

17.00 – En colaboración con IXCO clausura de la exposición “En viaje con Calvino”
Centro Hispanoamericano de Cultura

A continuación - En colaboración con COSPE presentación de “Il trombettiere” con David Riondino y Alexis Diaz Pimienta
Centro Hispanoamericano de Cultura

 Sábado 30

9.30 – Festival “InterCampus” Cuba: premiación y torneo de fútbol
Estadio Pedro Marrero

18.00 – En colaboración con ARCI inauguración de la sala de cine
Santa Fe

21.00 – Velada musical “Viva Verdi”
Teatro Mella

Domingo 1º

10.00 – Monólogo teatral
Franco Cardellino interpreta “Tutto in un punto”, una de Las Cosmicómicas de Italo Calvino Casa Garibaldi

A continuación – XIII Mesa redonda “Emigración y Presencia Italiana en Cuba”, moderada por Domenico Capolongo...
Casa Garibaldi

A continuación – Presentación del libro de la Editora Maretti “De Lavanga a La Habana” de Raffaele Ciccarelli e inauguración de la VI Exposición de Emigrantes y Familias de Origen Italiano en Cuba
Casa Garibaldi

15.00 – Espectáculo teatral Comedy Show de y con Giorgio Donati y Jacob Olesen y con la participación de chicas y chicos de la “Colmenita”
Teatro de la Orden Tercera


18.00 – En colaboración con COSPE espectáculo de niños repestistas de la provincia de Mayabeque... Güines









XVI SEMANA DE LA CULTURA ITALIANA EN CUBA
PROGRAMA 29 noviembre 2013
05.00 pm. Proyeccion del video “HOMENAJE A LAS CIUDADES
INVISIBILES: RETRATOS DE ARQUITECTURAS” de Moreno Maggi e
Diana Alessandrini
05.20 pm. Debate sobre “LAS LECCIONES AMERICANAS: SEIS
CONCEPTOS POR EL NUEVO MILENIO” con Reynaldo Gonzalez,
Jorge Fernandez Torres, Nelson Ramirez De Arellano Conde,
Nelson Herrera Ysla, Gustavo Arcos, Alexis Diaz Pimienta,
David Riondino, Piero Meogrossi y otros invitados
a continuacion: en colaboracion con el Proyecto Punto
Cubano, financiado por la UE, COSPE y GIANO, presentacion del
espectaculo “IL TROMBETTIERE” con Alexis Diaz Pimienta y
David Riondino



Cinemascope

CINEMASCOPE: ramazze per sale cinematografiche

giovedì 21 novembre 2013

Tecnologia e impotenza

Dopo circa una settimana, ho potuto accedere al mio spazio come amministratore. Arrivato a Miami non ho avuto difficoltà con la connessione wireless della casa in cui sono ospite, poi sono partito per Orlando ed ho trovato la sorpresa che il mio pc non "riconosceva"  la rete dell'altra casa. Ho trovato la cosa alquanto strana dato che l'anno scorso non ho avuto di questi problemi nelle stesse condizioni. Per  per una rapida poter entrare e gestire il blog da una "macchina" diversa, su cui non sono memorizzati i dati dell'amministratore, bisogna richiedere l'autorizzazione a Google che manda un codice al cellulare che nel mio caso è...col numero cubano, pertanto non accessibile. Al di la del fatto che dovevo usare, per poter almeno leggere la posta, uno scomodissimo tablet oppure il pc aziendale di mio genero con tastiera...scandinava. Dopo qualche tentativo ho deciso di limitarmi solo alla lettura della corrispondenza.
Ieri siamo tornati a Miami facendo una deviazione a Cape Canaveral visita esterna al centro spaziale dal quale, proprio il giorno prima era partito un altro vettore per Marte, ed io l'ho saputo casualmente soltanto dopo, dal momento che non seguivo molto la tv e men che meno i notiziari in inglese.
Il tempo, per quasi tutto il soggiorno a Orlando è stato bruttino con pioggia e vento anche se la temperatura era sempre sopra i 25 gradi. Come itinerario per il ritorno a Miami, da Cape Canaveral, ho scelto di percorrere la US 1 che in Florida ha il nome di South Dixie Higway e corre lungo la costa. Sicuramente meno monotona delle parallele I-95 o Florida Turnpike (questa a pagamento). Durante il percorso è cominciato a piovere ed a un certo punto la tormenta era di tale violenza che si doveva procedere a passo d'uomo: non si vedeva a più di 5 metri di distanza. I grandi spazi disponibili e la natura del territorio, hanno impedito la formazione di torrenti e l'abbondante precipitazione è stata assorbita in modo eccellente.
Una schiarita, preludio al tempo migliore di Miami, ci ha permesso di notare la bellezza di Palm Beach, una località abbastanza esclusiva, come si nota dalle imponenti ville circondate da parchi e giardini.
Poco più a sud, a West Palm Beach, sopraggiungendo la sera, abbiamo lasciato la mitica "1" che attraversa paesi è città con relativi semafori, per prendere la più scorrevole I-95 che in ogni caso era soffocata dal traffico. Alle 19.30 circa siamo finalmente arrivati a casa, avendo iniziato il viaggio alle 10.00.
Al momento della connessione...stesso problema riscontrato a Orlando, ma presentatosi dopo una breve connessione attiva: caduta del segnale e impossibilità di riconoscere la rete, in questo caso abbiamo scoperto la ragione...il router wireless assegna un IP alla macchina e se c'è già in memoria un'altra rete...va in tilt. Spento e riacceso il router...tutto nella norma. Speriamo...