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lunedì 20 giugno 2016

Ciao Fossili, di Luca Lombroso

Dai primi di luglio in libreria il mio nuovo libro, qui le anticipazioni della scheda dell’Editore:


CIAO FOSSILI - Cambiamenti Climatici, Resilienza e Futuro Post Carbon

Il 2015 è stato un anno di svolta per i cambiamenti climatici. Da un lato le concentrazioni di CO2 in atmosfera hanno per la prima volta nella storia dell’evoluzione umana superato le 400 ppm. Siamo entrati, letteralmente, in un territorio nuovo, sconosciuto, mai vissuto dall’homo sapiens. 
Ondate di caldo, siccità, alluvioni, nubifragi, tornado, uragani sono ormai in una fase di “nuova normalità” con cui volenti o nolenti dobbiamo adattarci e convivere con resilienza.
Dall’altro, sappiamo che oltre una certa soglia non potremmo convivere. Qual è questa soglia e quale strada tracciare dunque per “salvare il mondo”? Siamo ancora in tempo? 
Ormai non ci sono più dubbi: per evitare cambiamenti climatici inauditi dobbiamo limitare il riscaldamento planetario ben al di sotto di 2°C, meglio ancora di 1.5°C, rispetto all’era preindustriale. È giunto il momento di avviarci alla definitiva decarbonizzazione della nostra società nel corso di questo stesso secolo. 
In questo ultimo libro, Luca Lombroso traccia nuovi scenari possibili di un futuro post carbon. A ispirare il suo percorso, due documenti di straordinario valore: l’enciclica Laudato Si’ di Papa Francesco sulla cura della Casa Comune e l’Accordo di Parigi approvato alla storica conferenza sul clima COP 21 tenutasi nella capitale francese a dicembre 2015.


La Terra non ci è stata lasciata in eredità dai nostri padri, ma ci è stata data in prestito dai nostri figli
Proverbio  indiano
Noi siamo la prima generazione a subire l’impatto del cambiamento climatico e l’ultima a poter fare qualcosa” 
Barack Obama,
COP 21, Parigi 2015
Non basta più dire che dobbiamo preoccuparci per le future generazioni. Occorre rendersi conto che quello che c’è in gioco è la dignità di noi stessi. Siamo noi
i primi interessati a trasmettere un pianeta abitabile
per l’umanità che verrà dopo di noi” 
Papa Francesco,
Enciclica Laudato si’, 2015
Le generazioni future e le altre specie, che condividono la biosfera con noi, non hanno voce per chiederci compassione, saggezza e autorità. Dobbiamo ascoltare il loro silenzio, dobbiamo essere la loro voce e agire per loro” 
Dichiarazione Buddhista
sui cambiamenti climatici, 2009
Cosa diranno le future generazioni di noi, che lasciamo loro in eredità un pianeta degradato?
Come ci presenteremo al nostro Signore e Creatore?” 
Dichiarazione islamica
sul cambiamento climatico globale, 2015







“L'uomo, danneggiando l'ambiente, si comporta proprio come le cellule cancerogene quando si espandono danneggiando l'organismo stesso dove vivono, ma quando l'organismo muore, muoiono anche loro” Cosa c’è oggi di più odiato delle cellule cancerogene che tutti direttamente o indirettamente abbiamo avuto modo di conoscere? Possiamo accettare di essere paragonate a loro? Certamente no. Allora non perdiamo tempo e corriamo ai ripari. Questo libro ci può certamente aiutare. Ci apre la mente, ci aggiorna sulla situazione attuale della nostra “casa comune” ma si offre a noi anche come una sorta di “istruzione per l’uso” utile a non distruggere noi stessi e i nostri figli.
(Dalla prefazione di Licia Colò)


Della stessa serie:




luca lombroso

La risposta alle mail potrebbe non essere immediata, la reperibilità telefonica potrebbe non essere continua. Questo per ottimizzare i tempi di vita e lavoro, perché non vengano sacrificati all'invasività delle comunicazioni.   
Ma anche perchè i sistemi tecnologi sono poco affidabili: email importanti possono, indipendentemente dalla nostra volontà, essere marcate come indesiderata dai software automatici, ai cellulari può mancare campo o scaricarsi la batteria... e anch'essi risentiranno, inevitabilmente, dell'impatto dei cambiamenti climatici e delle conseguenze del peak oil






Washington versus Madrid: pagine della guerra (I), di Ciro Bianchi Ross

Pubblicato su Juventud Rebelde del 19/6/16

Il combattimento cominciò alle sei di mattina del 1° luglio del 1898, quando l’artiglieria aprì il fuoco su El Caney e nell’opinione del comando nordamericano, doveva finire alle otto. Era completamente inconcepibile che 520 soldati spagnoli, resistessero per un tempo maggiore all’urto di 5.400 effettivi provenienti dagli Stati Uniti. Gli statunitensi attaccarono con valore e sprezzo per le loro vite, ma la difesa spagnola non era meno eroica e il fuoco di artiglieria degli attaccanti non risultò completamente efficace. Alle 11 della mattina, la fortezza era ancora in potere dei suoi difensori.
Il generale Lawton, capo nordamericano che comandava quell’operaione,decise allora di aggiungere al combattimento la truppa che teneva di riserva e sollecitò al maggior generale Calixto García, Luogotenente Generale dell’Esercito di Liberazione, l’incorporazione di soldati cubani. Al tempo stesso, accettava i consigli del capo mambí  per una miglior conduzione dell’attaccco e ad ognuno dei battaglioni di due delle brigate d’attacco si aggiungeva una compagnia del Reggimento Baconao.
All’una del pomeriggio si riannodò il combattimento su tutto il fronte. Quattro ore più tardi, il generale Shafter, massimo capo delle truppe nordamericane a Cuba, vedendo l’energica resistenza dei difensori, ordinò a Lawton che desistesse dal suo proposito. In realtà appropriarsi di quel paesetto, situato a sei chilometri da Santiago de Cuba era stata idea di Shafter, concepita come operazione che comprendeva un attacco simultaneo alla fortezza situata sulla Collina di San Juan, fatti che avrebbero preceduto la presa di Santiago.
Il suo piano prevedeva che la divisione comandata dal generale Lawton attaccasse prima El Caney e una volta compiuta la sua missione si incorporasse a quelle che avrebbero attaccato San Juan. Ma questa azione si dovette iniziare senza le truppe di Lawton, impantanate a El Caney.
La difesa di questo paese comprendeva il forte El Viso, con quattro fortini di legno connessi fra di loro con trincee protette da filo spinato, così come le case di mattoni del paese e la chiesa, preparate come opere difensive. Specialisti militari questionavano la necessità di attaccarlo, la sua ubicazione geografica e le forze di cui contava non erano considerate significative nei piani statunitensi di impadronirsi di Santiago de Cuba. Bastava, assicurano gli esperti, averlo aggirato.
Lawton non accettò l’ordine di ritirata di Shafter. Erano già passate le cinque del pomeriggio quando si riprese l’attacco. L’artiglieria degli assaltanti aumentò l’efficacia. El Viso cominciava a sentire gli effetti di spari centrati che ammorbidì la resistenza e il capo della piazza, generale Joaquín Vara del Rey, non ebbe alternativa che ordinare ai suoi uomini di uscire dal forte e cercare riparo in paese.
Mentre lo facevano, il generale fu ferito alle gambe e quando l’azione di ritirata si convertì in una fuga disordinata, gli uomini che lo portavano in barella lo abbandonarono alla sua sorte a metà strada. Solo pochi ufficiali rimasero al suo fianco. Alla fine morirà in un’imboscata della cavelleria cubana. Sopravviverà solamente un capo spagnolo, un tenente colonnello che riuscì a raggiungere Santiago al fronte di 60 subordinati.
Alle sei del pomeriggio El Caney cadde in potere degli assaltanti, dopo una carica finale alla quale parteciparono anche le truppe  mambise del colonnello Carlos González Clavell che si erano distinte in modo straordinario, quello stesso giorno, nel combattimento di San Juan. Al cessare questa azione, alle tre del pomeriggio, González Clavel e i suoi uomini si trasferirono a El Caney per rinforzare le truppe del generale Lawton e furono i primi a entrare nel paese. L’azione lasciò un saldo di 480 perdite per gli spagnoli, 420 per i nordamericani e un centinaio per i cubani.

Una cronologia

Si sono compiuti in questi giorni -10 giugno 1898 – 118 anni dalla sbarco nelle vicinanze di Guantánamo, del primo gruppo di fanti della marina che prenderà parte alla guerra contro la Spagna. Il grosso della truppa – il quinto corpo d’armata degli Stati Uniti – tarderà ancora una decina di giorni a sbarcare. Il loro capo, il generale Shafter e l’ammiraglio Simpson, capo della flotta che la trasportava, intercambiarono criteri con Calixto García. Sampson espresse che l’obbiettivo iniziale doveva essere il santiaghero, per poi impadronirsi della città.
Calixto aveva un piano ben diverso: il quinto corpo sarebbe sbarcato in Daiquirí e avrebbe attaccato Santiago dall’est, mentre i cubani lo avrebbero fatto dall’ovest, per cui si sarebbe completato un accerchiamento che avrebbe impedito l’entrata di rinforzi per le truppe spagnole.
Prevalse il criterio di Calixto, accettato dai capi nordamericani.
Il 20 giugno, forze cubane al comando del generale Agustín Cebreco, occupano posizioni all’ovest e nordovest di Santiago al fine di intercettare rinforzi e iniziare un’operazione destinata a distrarre gli spagnoli. Il giorno seguente, il generale Castillo Duany e il colonnello González Clavell iniziano un’operazione di pulizia della costa che avrebbe facilitato lo sbarco.
Parallelamente, un forte contingente cubano situato alla periferia di Guantánamo impedisce l’uscita di rinforzi spagnoli da questa città e González Clavell, al comando di circa 530 mambises prende il paesetto di Daiquirí per assicurare lo sbarco dei 16.000 soldati statunitensi che arriveranno il giorno seguente.
Tremila soldati spagnoli che l’attacco di González Clavell obbligò a ritirarsi da Daiquirí e Siboney si concentrano a Las Guasimas. Un generale nordamericano si decide ad attaccarli e chiede il concorso del citato ufficiale cubano, ma questi ha istruzioni di Calixto di ubbidire solo al generale Lawton e d’altra parte c’è un ordine di Shafter che proibisce l’avanzata nordamericana mentre i rifornimenti non sono assicurati. Ciò nonostante il generale attacca gli spagnoli ed   duramente castigato, tanto che si vede obbligato a chiedere rinforzi al generale Lawton. In realtà non sono necessari.
Inspiegabilmente gli spagnoli si ritirano e Las Guasimas, Sevilla e redondo restano in mano ai nordamericani.
Mentre ciò succede, il maggior generale Calixto García arriva a Siboney e il generale Jesús Rabí assume il comando delle truppe cubane. Tre giorni dopo, il generale Shafter sbarca a Siboney. Nonostante l’incalzare costante dei mambises, il colonnello Federico Escario, al fronte di una colonna di 3.700 uomini che era uscita da Manzanillo il 27 di giugno, riesce a entrare a Santiago e rinforza la città assediata.
Prima, il 1° luglio, ci furono le battaglie di El Caney e San Juan. Anche se le cifre differiscono tra una fonte e l’altra, il Dizionario Enciclopedico di storia militare de la FAR, assicura che in quest’ultima azione, tra morti e feriti, gli spagnoli persero 400 uomini e i nordamericani 650, mentre le perdite cubane si aggiravano sulle 50.
Erano in origine, dice la stessa fonte, circa 450 effettivi spagnoli al comando del colonnello Baquero, 6.000 nordamericani e circa 600 cubani comandati dall’inevitabile González Clavell.
Gli spagnoli risposero al fuoco di artiglieria nordamericano con un’artiglieria ben camuffata che impiegava polvere senza fumo, cosa che rese difficile la sua ubicazione. Seguì l’attacco di cavalleria che protetta dalla frondosa boscaglia, riuscì a mettersi a tiro di fucile della fortezza senza essere scoperta dai suoi difensori. Gli spagnoli rispondevano vigorosamente e le perdite degli attaccanti cominciarono ad essere numerose, ma mantennero le loro posizioni senza esitazioni. Tre alti ufficiali nordamericani che avanzavano al comando delle loro rispettive brigate caddero in combattimento. Giunsero i rinforzi inviati da Shafter e i mambises che dal fianco opposto, guidavano ina truppa degli Stati Uniti, si approssimarono all’obbiettivo sotto l’intenso fuoco nemico che difendeva San Juan con fermezza e valore. Il 71° Reggimento di Volontari di New York si fermò davanti alle scariche del nemico e cominciò a retrocedere. Il cubano González Clavell allora fece avanzare i suoi uomini, ristabilì la linea di fuoco e ottenne che gli effettivi del 71° Reggimento proseguissero la loro avanzata. Questo valse al colonnello mambí una felicitazxione del comando nordamericano in pieno campo di battaglia.
La resistenza spagnola si indebolì e San Juan cadde in potere nordamericano e cubano. La soret di Santiago de Cuba era ormai gettata.

Ultimi giorni

Allora succede qualcosa di inspiegabile. Il generale Shafter, vapo dell’esercito nordamericano di terra, si demoralizza nel contare il numero di perdite sofferte dalle sue truppe a San Juan e El Caney. Il clima dell’Isola, d’altra parte, gli provoca sofferenze inenarrabili.
Scrive al generale Lawton, suo secondo: “La mia presente posizione mi è costata mille uomini e non sono disposto a perderne ancora”. E con riferimento a Santiago, dice al Segretario della Guerra del suo Paese: “Noi abbiamo accerchiato la città dal nord e dall’est, am con una linea moilto debole. All’avvicinarci abbiamo trovato che le difese sono di tal classe e forza che sarà impossibile prenderle d’assalto con le forze che ho. Sto considerando seriamente di ritirarmi cinque miglia dalla mia posizione attuale e prenderne una nuova tra il fiume San Juan e Jardinero”.
In un Consiglio di Guerra, Shafter espose la sua decisione di ritirarsi dalla lotta e chiedere rinforzi a Washington. La sua ufficialità rigettò il proposito “pericoloso all’estremo perché potrebbe aumentare il morale del nemico e seminare sconcerto nel corpo di spedizione”.
Shafter si vide obbligato a presentare le sue dimissioni e consegnare il comando a Lawton. L’alto comando nordamericano si sentì allora tanto disorientato che giunse a proporre al generale Calixto García che assumesse il comando delle operazioni, cosa che il veterano mambí non accettò perché se lo avesse fatto si sarebbe convertito in esecutore della politica nordamericana a Cuba. Ebbene, prima con Shafter, insistette sui vantaggi di non interrompere l’attacco, cosa che avrebbe dato agli spagnoli l’opportunità di riorganizzarsi e inviare a Santiago rinforzi considerevoli.
Per allora, l’Esercito di Liberazione aveva sferrato un’offensiva generale all’ovest di Santiago con cui si completò l’accerchiamento. I mambises, successivamente, si impadronirono di San Vicente, Dos Bocas, Boniato, Cuabitas e delle colline strategiche de la Loma de Quintero, da dove si dominava interamente la città. le guarnigioni spagnole accampate in quei punti, li abbandonarono precipitosamente.
Questo succedeva il 2 luglio. Il 3, l’ammiraglio Pascual Cervera riceva l’ordine di rompere, con la sua squadra, l’assedio che la flotta dell’ammiraglio Sampson aveva posto alla baia di Santiago, un fatto di enorme trascendenza militare che precipitò la fine della contesa.
Così lo vedremo la settimana prossima.


Washington vs. Madrid: páginas de la guerra (I) Ciro Bianchi Ross • digital@juventudrebelde.cu
18 de Junio del 2016 23:34:49 CDT

El combate comenzó a las seis de la mañana del 1ro. de julio de 1898, cuando la artillería abrió fuego sobre El Caney y, en opinión del mando norteamericano, debía concluir a las ocho. Resultaba totalmente inconcebible que 520 soldados españoles resistieran por más tiempo el embate de 5 400 efectivos procedentes de Estados Unidos. Los estadounidenses atacaron con valor y desprecio de sus vidas, pero la defensa española no era menos heroica y el fuego artillero de los atacantes no resultó totalmente eficaz. A las 11 de la mañana, la fortaleza continuaba en poder de sus defensores.
El general Lawton, jefe norteamericano que comandaba aquella operación, decidió entonces sumar al combate a la tropa que se mantenía en reserva y solicitó al mayor general Calixto García, Lugarteniente General del Ejército Libertador, la incorporación de soldados cubanos. Al mismo tiempo, aceptaba los consejos del jefe mambí para una mejor conducción del ataque, y a cada uno de los batallones de dos de las brigadas en acción se adicionaba una compañía de infantería del Regimiento Baconao.
A la una de la tarde se reanudó el combate en toda la línea. Cuatro horas más tarde, el general Shafter, jefe máximo de las tropas norteamericanas en Cuba, viendo la enérgica resistencia de los defensores, ordenó a Lawton que desistiera de su propósito. En realidad, apoderarse de ese poblado, situado a seis kilómetros de la ciudad de Santiago de Cuba, había sido idea de Shafter, concebida como una operación que incluía el ataque simultáneo a la fortaleza situada en la Loma de San Juan, hechos que antecederían a la toma de Santiago.
Su plan contemplaba que la división que mandaba el general Lawton atacara primero a El Caney y, una vez cumplida su misión, se incorporara a las que atacarían San Juan. Pero esta acción debió de iniciarse sin las tropas de Lawton, atascadas en El Caney.
La defensa de ese poblado incluía el fuerte El Viso, de cuatro fortines de madera conectados entre sí por trincheras y alambradas, así como las casas de mampostería del pueblo y la iglesia, preparadas como obras defensivas. Especialistas militares cuestionan la necesidad de atacarlo, pues por su ubicación geográfica y las fuerzas conque contaba, no era significativo en los planes estadounidenses de apoderarse de Santiago de Cuba. Bastaba, aseguran los expertos, con haberlo flanqueado.
Lawton no acató la orden de retirada de Shafter. Pasaban ya de las cinco de la tarde cuando se reanudó el ataque. La artillería de los asaltantes aumentó en eficacia. El Viso comenzó a sentir los efectos de un tiro certero que aflojó la resistencia, y el jefe de la plaza, general Joaquín Vara del Rey, no tuvo más alternativa que ordenar a sus hombres salir del fuerte y buscar refugio en el poblado.
Mientras lo hacían, el general fue herido en las piernas, y cuando la acción de retirada se convirtió en una fuga desordenada, los hombres que lo conducían en camilla lo abandonaron a su suerte en medio del camino. Solo unos pocos oficiales quedaron a su lado. Moriría, en definitiva, en una emboscada de la caballería cubana. Solo sobreviviría un jefe español, un teniente coronel que logró llegar a Santiago al frente de unos 60 subordinados.
A las seis de la tarde cayó El Caney en poder de los asaltantes, tras una carga final en la que participaron asimismo las tropas mambisas del coronel Carlos González Clavell, que se habían destacado de manera extraordinaria ese mismo día en el combate de San Juan. Al cesar esa acción, a las tres de la tarde, González Clavel y sus hombres se trasladaron a El Caney para reforzar las tropas del general Lawton y fueron los primeros en entrar al poblado.
La acción arrojó un saldo de 480 bajas para los españoles, 420 para los norteños y unas cien para los cubanos.

Una cronología

Se cumplieron en estos días —10 de junio de 1898— 118 años del desembarco en las cercanías de Guantánamo del primer grupo de infantes de marina que tomaría parte en la guerra contra España. El grueso de la tropa —el quinto cuerpo del ejército de EE. UU.— demoraría aún unos diez días en desembarcar. Su jefe, el general Shafter, y el almirante Sampson, jefe de la flota que la transportaba, intercambiaron criterios con Calixto García. Sampson expresó que el objetivo inicial debía ser el Morro santiaguero, para apoderarse después de la ciudad.
Calixto tenía un plan bien distinto: el quinto cuerpo desembarcaría por Daiquirí y atacaría Santiago por el este, mientras que los cubanos lo harían por el oeste, con lo que se completaría un cerco que impediría la entrada de refuerzos para las tropas españolas.
Prevaleció el criterio de Calixto, aceptado por los jefes norteamericanos.
El 20 de junio fuerzas cubanas al mando del general Agustín Cebreco ocupan posiciones al oeste y al noroeste de Santiago, a fin de interceptar refuerzos y acometer una operación destinada a distraer a los españoles. Al día siguiente, el general Castillo Duany y el coronel González Clavell inician una operación de limpieza de costa que facilitaría el desembarco. Paralelamente, un fuerte contingente cubano situado en las afueras de Guantánamo impide la salida de refuerzos españoles desde esa ciudad, y González Clavell, al frente de unos 530 mambises toma el caserío de Daiquirí, para asegurar el desembarco de los 16 000 soldados estadounidenses que arribarían al día siguiente.
Tres mil soldados españoles que el ataque de González Clavell obligó a retirarse de Daiquirí y Siboney, se concentran en Las Guásimas. Un general norteamericano se decide a atacarlos y pide el concurso del aludido oficial cubano. Pero este tiene instrucciones de Calixto de obedecer solo al general Lawton y, por otra parte, hay una orden de Shafter que prohíbe el avance norteamericano mientras los abastecimientos no estén seguros. Aun así el general ataca a los españoles y es duramente castigado, tanto que se ve obligado a pedir refuerzos al general Lawton. A la postre no son necesarios.
Inexplicablemente los españoles se retiran, y Las Guásimas, Sevilla y Redondo quedan en manos de los norteamericanos.
Mientras eso sucede, el mayor general Calixto García llega a Siboney y el general Jesús Rabí asume el mando de las tropas cubanas. Tres días después, el general Shafter desembarca en Siboney. Pese al hostigamiento constante de los mambises, el coronel Federico Escario, al frente de una columna de 3 700 hombres que salió de Manzanillo el
27 de junio, logra entrar en Santiago y refuerza la ciudad sitiada.
Antes, el 1ro. de julio, ocurrieron las batallas de El Caney y San Juan. Aunque las cifras difieren entre unas fuentes y otras, el Diccionario enciclopédico de historia militar, de las FAR, asegura que en esa última acción, entre muertos y heridos, los españoles perdieron
400 hombres y 650 los norteamericanos, mientras que las bajas cubanas rondaron las 50. Eran originalmente, dice la misma fuente, unos 450 efectivos españoles, al mando del coronel Baquero, 6 000 norteamericanos y unos 600 cubanos mandados por el inevitable González Clavell.
Los españoles respondieron al fuego artillero norteamericano con una artillería bien disimulada que empleaba pólvora sin humo, lo que hizo difícil su localización. Siguió el ataque de la caballería que, protegida por la frondosa arboleda, logró ponerse a tiro de fusil de la fortaleza sin ser advertida por sus defensores. Los españoles respondían con denuedo y las bajas de los atacantes comenzaron a ser numerosas, pero mantuvieron sus posiciones sin vacilación. Tres altos oficiales norteamericanos que avanzaban al frente de sus respectivas brigadas cayeron en combate. Llegaron refuerzos enviados por Shafter y los mambises que, por el flanco opuesto, guiaban a una tropa de EE.UU., se aproximaron al objetivo bajo el profuso fuego enemigo que defendía San Juan con firmeza y valor. El Regimiento 71 de Voluntarios de Nueva York se detuvo ante las descargas del enemigo y comenzó a retroceder. El cubano González Clavell hizo entonces avanzar a sus hombres, restableció la línea de fuego y logró que los efectivos del Regimiento 71 prosiguieran su avance. Eso valió al coronel mambí una felicitación del mando norteamericano en pleno campo de batalla.
Aflojó la resistencia española y San Juan cayó en poder de norteamericanos y cubanos. La suerte de Santiago de Cuba estaba echada.

Últimos días

Ocurre entonces algo inexplicable. El general Shafter, jefe del ejército norteamericano de tierra, se desmoraliza al computar el número de bajas sufridas por sus tropas en San Juan y El Caney. El clima de la Isla, por otra parte, le provoca sufrimientos sin cuento.
Escribe al general Lawton, su segundo: «Mi presente posición me ha costado mil hombres y no estoy dispuesto a perder más». Y, en alusión a Santiago, dice al Secretario de Guerra de su país: «Nosotros tenemos cercada la población por el norte y por el este, pero con una línea muy débil. Al acercarnos, nos hemos encontrado con que las defensas son de tal clase y tal fuerza, que será imposible tomarlas por asalto con las fuerzas que tengo. Estoy considerando seriamente retirarme cinco millas de mi actual posición y tomar una nueva entre el río San Juan y Jardinero».
En un Consejo de Guerra expuso Shafter su decisión de retirarse de la lucha y pedir refuerzos a Washington. Su oficialidad rechazó el propósito «peligroso en extremo porque podría aumentar la moral del enemigo y sembrar el desconcierto entre el cuerpo expedicionario».
Shafter se vio obligado a presentar su renuncia y entregar la jefatura a Lawton. El alto mando norteamericano se sintió entonces tan desorientado, que llegó a proponerle al mayor general Calixto García que asumiera el mando de las operaciones, lo que el veterano mambí no aceptó porque de hacerlo se hubiera convertido en el ejecutor de la política norteamericana en Cuba. Antes bien, insistió con Shafter en las ventajas de no interrumpir el ataque, lo que hubiera dado a los españoles la oportunidad de reorganizarse y enviar a Santiago refuerzos considerables.
Ya para entonces el Ejército Libertador había desatado una ofensiva general en el oeste de Santiago, con lo que se completó el cerco. Los mambises se apoderaron sucesivamente de San Vicente, Dos Bocas, Boniato y Cuabitas y de las estratégicas alturas de la Loma de Quintero, desde las que se dominaba la ciudad por entero. Las guarniciones españolas emplazadas en esos puntos, los abandonaban precipitadamente.
Eso ocurría el 2 de julio. El 3, el almirante Pascual Cervera recibía la orden de romper, con su escuadra, el sitio que a la bahía de Santiago había puesto la flota del almirante Sampson, un hecho de enorme trascendencia militar que precipitó el fin de la contienda.
Así lo veremos la próxima semana.

Ciro Bianchi Ross




domenica 19 giugno 2016

Ricevo da Luca Lombroso: Clima è allarme!

Una mia intervista "leggera" con, in anteprima, il titolo del mio nuovo libro


Clima: è allarme! (2016 Giugno 17) - E’ troppo presto per dire che tempo farà quest’estate ma a preoccupare sono i cambiamenti climatici: “ci dobbiamo abituare a vivere in un ambiente più estremo, e anche mediamente più caldo” sostiene Luca Lombroso dell’Osservatorio Geofisico dell’Università di Modena e Reggio Emilia. In base alle sue simulazioni, senza azioni virtuose di limitazione delle emissioni serra, il riscaldamento aumenterebbe  di quattro gradi e in quel caso il mare potrebbe arrivare fino a Ravenna e Ferrara. Sarà un’estate pazzerella? Altro ci deve preoccupare... E’ bastato un inizio di giugno variabile per scatenare l’inevitabile ridda di previsioni catastrofiche sull’estate alle porte. A riportare tutti all’ordine è Luca Lombroso: “è  impossibile fare previsioni sul meteo dei prossimi mesi” puntualizza sottolineando ancora una volta il vero grande problema: l’emergenza ambientale. Lombroso ha partecipato a Parigi alla Conferenza delle Parti (COP 21) delle Nazioni Unite per il Clima, l’evento dedicato al clima e al riscaldamento globale ed è in uscita il suo ultimo libro

Ciao Fossili,
 Cambiamenti climatici resilienza e futuro nell’era post carbon Edizioni Artestampa

dedicato al tema della transizione, appunto, al futuro post combustibili fossili alla luce di due importanti novità, l’enciciclica Laudato Si di Papa Francesco e i risultati di COP 21 di Parigi. Lombroso, la variabilità di questo inizio di giugno potrebbe caratterizzare l’intera estate? “E’ troppo presto per dirlo. Le previsioni si possono formulare fino a cinque/sette giorni, tendenze indicative possono arrivare fino a otto/dieci giorni e quindi  è impossibile fare una previsione precisa di come sarà la restante parte dell’estate. Negli ultimi anni abbiamo assistito a grandissimi estremi in un verso e nell’altro, con la prevalenza sempre del caldo. Non mi stupirei però di questa situazione di variabilità: è capitato in anni recenti che si siano verificate situazioni di caldo precoce ma il mese di maggio appena trascorso non è stato così anomalo come sembra”. Ci dobbiamo abituare a un clima generalmente più caldo? “Ci dobbiamo abituare a vivere in un ambiente più estremo, e anche mediamente più caldo. Negli ultimi anni ci siamo un po’ assuefatti al caldo e consideriamo normale che ci siano 27 gradi già a maggio e a inizio giugno, che però non sono periodi caldi. L’estate meteorologica, lo ricordiamo, inizia il 1° giugno, quella astronomica il 21. Il mese di maggio con 30 gradi fino al 2000 era l’eccezione, non la norma come è stato spesso invece dal 2001 in poi, con anni come il 2006 e il 2009  quando il caldo è stato esagerato e duraturo come nel 2003. Negli ultimi anni, nel mese di maggio non ci sono state particolari ondate di caldo precoce e basta andare solo a  tre anni fa per trovare un mese di maggio più fresco di quello appena trascorso. Certo se guardiamo l’andamento dall’inizio del 2016, qui all’Osservatorio Geofisico del Dipartimento di Ingegneria dell’Università, vediamo che ci sono stati molti momenti caldi, anche lunghi e precoci: addirittura la giornata dell’11 gennaio è stata più calda di alcune di maggio. Si tratta di sbalzi a cui la natura e il corpo umano non rispondono bene”. In pochi anni ci sono stati cambiamenti climatici evidenti? “Siamo di fronte a un problema planetario, lo dimostra la recente conferenza di Parigi a cui ho partecipato, ma anche epocale perché è causato dall’uomo e perché il cambiamento avviene in poco tempo. Dobbiamo immaginare che, in linea con i cambiamenti che ci sono stati a livello globale, già dagli Anni Novanta  nel nostro territorio è come se fosse scattata una molla. Siamo entrati in una nuova normalità fatta di temperature mediamente più alte e con un conseguente problema che ormai è vistoso e indiscutibile: l’aumento di frequenza e intensità dell’ondata di caldo estivo e l’andamento anomalo delle piogge per cui  si alternano precipitazioni anche intense a periodi in cui la pioggia manca completamente. Basta andare allo scorso dicembre quando praticamente non è piovuto e poi fra gennaio e febbraio è caduta tutta la pioggia mancata nei mesi precedenti. Quest’estremizzazione (è già un dato di fatto) si ripercuote naturalmente sull’uomo e sulle sue attività ma naturalmente anche sulla flora, sulla fauna, sull’agricoltura e sull’economia perché il turismo vorrebbe situazioni di meteo stabile. Già accetta difficilmente la normale variabilità figuriamoci questi eccessi sempre più frequenti. E’ un po’ per questo che poi si va a cercare come colpevole (che poi colpevole non è) il meteorologo e le previsioni se mancano i turisti nei fine settimana sulle spiagge o sulle piste da sci durante l’inverno. Non è il meteorologo il problema! E non dimentichiamoci che con questi fenomeni estremi non si scherza: si rischia la vita. Lo dimostra ciò che è successo recentemente a Chioggia Sottomarina con un tornado vero e proprio che ha devastato le spiagge”. Rispetto ai cambiamenti climatici, quanto dobbiamo essere preoccupati da uno a dieci? “Io direi dieci. E’ positiva la decisione della Conferenza di Parigi ma ora si tratta di attuarla e non solo a livello globale. COP 21 chiede un impegno agli Stati ma anche a livello subnazionale, alle realtà e alle amministrazioni locali. Cito, tra gli esempi, quello che stiamo facendo a Carpi e a Campogalliano come Movimento di Città di Transizione (https://campogallianotransizione.wordpress.comhttps://carpitransizione.wordpress.com), cioè come cittadini che stanno cercando di passare a un’era post carbon, caratterizzata da comunità resilienti”. Che cosa significa? “Le concentrazioni di anidride carbonica in atmosfera sono oltre 400 parti per milione ed è un fatto nuovo nell’intera storia dell’evoluzione umana. Le conseguenze non sono ben chiare e solitamente si pensa che sia qualcosa di lontano da noi, un problema di orsi polari. Con il ritiro dei ghiacci del Polo Nord (in queste settimane sono ai minimi storici e addirittura c’è il rischio che questa sia la prima estate che vede il Polo Nord libero da ghiacci) oltre ad aprirsi contenziosi internazionali, per esempio, sulle nuove rotte marine e nelle esplorazioni petrolifere, si verifica un’alterazione della circolazione generale dell’atmosfera. E’ possibile che, in conseguenza della mancanza di ghiaccio al Polo Nord, ci ritroviamo con climi più estremi: inverni anche più brutali e gran caldo improvviso. Tutto ciò perché la mancanza di ghiaccio sostanzialmente va a cambiare la circolazione generale dell’atmosfera. Di fronte a questi rischi, ci sono gruppi di cittadini che dal basso hanno pensato di agire perché i grandi potenti arrivano tardi  e l’azione dei singoli è troppo limitata: nel mezzo ci sono le comunità  che possono affrontare questi problemi di resilienza, cioè la capacità di convivere con un clima più brutale, e sanno come comportarsi quando c’è un’alluvione, un’allerta meteo o un temporale forte. Allo stesso tempo avviano piani di decrescita energetica e di conversione a fonti rinnovabili”. Questo presuppone però una grande consapevolezza del problema… “E’ ovvio la consapevolezza è il primo dei problemi e il tempo stringe. C’è da lavorare molto nelle scuole per le giovani generazioni perché sono quelle che vengono coinvolte dalla Conferenza di Parigi: se tali decisioni saranno attuate, traghetteranno la società a qualcosa di diverso e, credo, migliore. Ma allo stesso tempo non dobbiamo illuderci che basti agire nelle scuole perché l’educazione ambientale deve coinvolgere i consigli regionali, comunali, il parlamento e anche i consiglieri d’amministrazione delle aziende”. E se non faremo nulla a cosa andremo incontro? “Se nel corso di questo secolo (quindi è una cosa che riguarda i nostri bambini),  non si fa niente si va verso un riscaldamento del pianeta oltre i 4/5 gradi e la Banca Mondiale ritiene questo scenario incompatibile con la civiltà globale interconnessa. Di fatto vaste zone andrebbero incontro al collasso e, come sono crollati l’Impero romano e quello dei maya nell’America centrale, a causa anche di cambiamenti ambientali, così potrebbe capitare anche a noi. Città come New York, Londra e non solo le coste del Bangladesh o piccole isole come le Maldive sarebbero sommerse dall’acqua scatenando ondate migratorie. Sul nostro territorio avevo provato a fare alcune simulazioni: se conteniamo il riscaldamento entro i due gradi di temperatura (meglio ancora 1,5) diciamo che avrebbero dei grossi problemi Venezia (che è quasi condannata) ma anche le zone costiere della riviera, però i danni sarebbero di entità tutto sommato accettabile e potremmo conviverci con resilienza. Se il riscaldamento arrivasse a quattro gradi il mare potrebbe arrivare fino a Ravenna e Ferrara”. Sara Gelli

Luca LOMBROSO


sabato 18 giugno 2016

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venerdì 17 giugno 2016

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lunedì 13 giugno 2016

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BIG BOY: anglicismo, ragazzone

Lettere con andata e ritorno, di Ciro Bianchi Ross

Pubblicato su Juventud Rebelde del 12/6/16


Lo scriba vuole dedicare la pagina di oggi a dare risposta, fino dov’è possibile, a parte dell’abbondante corrispondenza ricevuta.
Un lettore che si firma solo col nome – Emiliano – nel suo messaggio si lamenta dello stato deplorevole in cui si trova la fortezza matanzera El Morrillo, dove cadde in combattimento Antonio Guiteras, mentre Arlan Sánchez inquisisce sul numero di presidenti in carica che hanno visitato Cuba, prima della vittoria della Rivoluzione. José Horacio Rodríguez formula una strana domanda sulle scarpe a due toni, sulle quali non ho niente da dire. Guillermo Ramírez di Holguin, mi chiede che scriva sul giornalista Mario Kuchilán. Lo compiacerò prossimamente.
María Elena Menéndez a nome, dice, di un gruppo di persone, esprime il suo disaccordo con la possibile vendita della tomba in cui riposano i resti di Alberto Yarini che secondo lei, ha nei piani la vedova di un discendente del famoso prosseneta Yarini “appartenente al nostro patrimonio di cubanìa e identità”, dice María Elena e aggiunge che la tomba è curata da devoti “che la abbelliscono e adornano ebbene, Yarini, come Amelia (Goyri), concede miracoli”.
Altri tre lettori sembrano essersi messi d’accordo con le loro richieste. Queste ruotano attorno a edifici coloniali. Yamilé Cándales vorrebbe dettagli sul Palazzo de Balboa mentre sul Palazzo de Pedroso, sede del Palazzo dell’Artigianato, si interessa il suo amministratore, José Enrique Hernández, mentre Gustavo Rodríguez chiede i precedenti dell’edificio che ospita la Società Rosalía de Castro, sito in Egido e Monte all’Avana. Dice: “ Conversando con un amico che fa parte del personale di sicurezza dell’immobile, mi raccontava le curiose e assurde storie che lì raccontano agli stranieri che lo visitano, le guide turistiche che lavorano in proprio”.

Visita al Morrillo

Il lettore Emiliano racconta che in compagnia di suo figlio di dieci anni, ha visitato El Morrillo. Aveva questo debito con se stesso. È situato allo sbocco del río Canímar e prossimo all’autostrada Matanzas-Varadero. Fu una batteria di cannoni che l’ingegner Francisco Baldenoche eresse nel 1807, nello stesso luogo dove c'era una torre dal XVIII secolo. L’installazione acquisì significato storico per essere stata scenario storico della morte di Guiteras e del suo compagno, il venezuelano Carlos Aponte.
Lì riposano i resti dei due combattenti. Emiliano si sentì emozionato e volle trasmettere il sentimento a suo figlio, a cui spiegò chi era Guiteras e il suo significato rivoluzionario. Però la delusione non tardò a colpirlo. Non poteva spiegarsi l’abbandono che avvertì nel luogo che gli dissero, è in restauro da due anni e non si sa quando si finisce. I custodi sono ansiosi che termini il restauro del museo, “se così si può chiamare un posto dove c’è solo una foto di Guiteras e un’altra di Aponte”.
Emiliano termina il suo messaggio: “Per mantenera la memoria storica della nostra Patria, dobbiamo influire, in un modo o nell’altro perché si concludano le opere di restauro a El Morrillo. Non importa quali siano le difficoltà o carenze. Fra l’altro, è inglobato in un bel posto, un posto che perciò può risultare attraente anche per il turismo”.

Presidenti a Cuba

In questi giorni, in occasione del Vertice del Caribe, si è rivelato che solo nel trascorso dell’anno passato sono venuti a Cuba oltre 30 capi di Stato. Non so cosa rispondere al lettore Anlan Sánchez. Prima della vittoria della Rivoluzione furono molto pochi i presidenti in carica che sono venuti. Lo scriba si spreme la memoria e ne ricorda solo due: Calvin Coolidge, degli Stati Uniti e Romulo Gallegos del Venezuela che i militari abbatterono ed espulsero dal Paese, ma non poterono obbligarlo a dimettersi. Da lì che arrivasse a Cuba come presidente del grande Paese sudamericano. Di sovrani detronizzati ne vennero vari e si ospitarono tutti all’Hotel Nacional. Venne anche il principe Baldovino che giunse ad essere re del Belgio e don Juan de Borbón di Spagna, un re che non fu mai.
Nemmeno i presidenti cubani viaggiavano tanto mentre restavano al potere. Gerardo Machado visitò gli Stati Uniti come presidente eletto e vi tornò essendo già in carica, anche Ramón Grau fu a washington come presidente eletto e come tale carlos Prío andò in Messico. Già nell’esercizio della sua carica Prío ando in Guatemala di nascosto, senza l’autorizzazione del Congresso, al fine di dare il suo appoggio al Governo guatemalteco minacciato dall’aggressione nordamericana istigata dalla United Fruit. Fulgencio Batista fu presente al Vertice Panamericano di Panama, nel 1956 e almeno una volta, essendo presidente, si recò a Daytona Beach in Florida, dove aveva una casa, per celebrare il cosiddetto “Giorno di Batista”.
Per certo, sulla visita di Prío in Messico c’è un aneddoto delizioso. Già in esilio, Max Lesnick, direttore dil pi Radio Miami e delegato dell’Alleanza Martiana – ex presidente della Gioventù Ortodossa – una volta chiese a Prío, suo vecchio nemico, quale fu il momento più imbarazzante della sua vita e Prío gli rispose che fu in Messico in occasione della sua visita come presidente eletto.
Il politico cubano visitò Il Presidente del Messico nella sua residenza ufficiale e questi, alla fine lo invitò a un giro per la capitale messicana. A quei tempi il protocollo non era tanto stretto come quello di oggi e ai presidenti aztechi piacevano quelli che il giornalista Luis Suárez chiamava “bagni di popolo”. Uscirono dal Palazzo in un auto decapottabile: Prío e sua moglie, Mary Tarrero e il presidente Manuel Ávila Camacho con la sua. L’auto si fermò a un semaforo e un messicano qualunque si rivolse al presidente del suo Paese: -Senta don Manuel, lasci quella vechia e si cerchi una donna carina come doña Mary che è molto bella.
Mary Tarrero era di certo molto bella e lo fu fino alla fine quando, già con la mente ferita, manteneva intatta la sua bellezza. Ma in quel momento, così confessò a Max Lesnik, Carlos Prío non seppe dove nascondere la faccia.
In quanto alla vendita della tomba di Yarini, lo scriba pensa che non ci sia niente da fare se la presunta discendente ne ha titolo di proprietà. Però varrebbe la pena di dare battaglia.

La reliquia più bella

Lo storico Emilio Roig considera come una delle reliquie più belle dell’architettura coloniale, il Palazzo de Pedroso nella calle Cuba tra Cuarteles e Peña Pobre. Fu costruito nel 1780 da don Mateo Pedroso, reggente e sindaco ordinario dell’Avana. Consta di quattro piani compreso l’interrato e sulla sua facciata monumentale e sobria allo stesso tempo, mostra un balcone lungo, di legno, di tipo moresco. Nel 1840 la magione fu affittata a don Juan Montalvo y O’ Farril, zio della famosa Contessa di Merlin che visse in questa casa durante il suo soggiorno all’Avana, nel 1844. Dieci anni dopo, fu sede della Pretura, sloggiata dal Palazzo dei Capitani Generali e che poi passerà al carcere di Tacón, alla fine del Paseo del Prado. Nel 1898, lì si installò il comando di Polizia della città e torno nelle mani di un discendente della famiglia dei proprietari d’origine negli anni ’30 dello scorso secolo. Fu allora che Joaquín Weiss vi fece un ammirevole lavoro di restauro.
Il Palazzo de Balboa, del quale si interessa Yamilé Cándales, fu costruito dai marchesi con questo nome e si trova nell’isolato compreso tra le clles Egido, Zulueta, Gloria e Apdaca. Il già citato Emilio Roig gli celebra, innanzitutto, il suo stile architettonico. Edificato nel 1871, vale a dire nel pieno splendore dello stile neoclassico, si separa quasi completamente dalle line di questa tendenza. Pedro Tomé Verecruisse, l’architetto che lo progettò sembra che si sia ispirato, nell’erigerlo, nelle belle palazzine d’influenza francese che erano di oda allora nel Paseo de la Castellana di Madrid, alcune delle quali forse, furono proprio opera dello stesso Tomé Verecruisse.
Si distingue anche per essere il primo edificio, di carattere privato che si progettò dentro alla città per occupare un intero isolato, tutto circondato da giardini e con facciate ai quattro lati, seppure nessuna col portico.
Lì visse e da lì uscì per sposarsi Amelia Goyri. Era nipote della Marchesa e passò alla posterità come La Milagrosa. Si tratta di una santa e per questo la sua tomba, nel cimitero di Colón è piena di offerte e messsaggi di gratitudine di coloro che in un momento di sconforto implorarono il suo aiuto e lei concesse ciò che le chiedevano, quasi sempre il ritrovamento della persona amata e il ristabilimento della relazione amorosa. Il suo è il sepolcro più visitato della necropoli di Colón.
L’attuale Museo della Rivoluzione si cominciò a costruire come sede del Governo Provinciale dell’Avana. Mariana seba, figlia del maggior generale Mario García Menocal, presidente della Repubblica, si innamorò dell’edificio e riuscì a far si che suo marito lo confiscasse e pagasse al governo Avanero. Fu allora che l’edificio al numero uno della calle Refugio divenne il Palazzo Presidenziale, studio e residenza ufficiale dei presidenti cubani e il Governo Provinciale si installò nel Palazzo de Balboa. All’inizio della decade del 1960, questa forma di governo e l’immobile accoglie la Giunta di Coordinamento, Esecuzione e Ispezione della provincia, fino a che da ingresso al Comitato Statale della Scienza, Tecnica e Medio Ambiente. Successivamente accoglie la direzione di un’impresa commerciale.

Per finire parleremo del palazzo dei conti di Casa Moré, poi chiamato palazzo dei marchesi di Villalba. Sito di fronte alla piazzetta delle Orsoline che occupa un’area di 2.000 metri quadrati. Fu costruito nel 1872 ed è opera dell’ingegner Eugenio Rayneri. In questo edificio ebbe sede il Senato del Governo Autonomo. Successivamente lì ci fu la sede dell’impresa inglese dell’Unione Ferroviaria e oggi ospita la Società Culturale Spagnola.


Cartas de ida y vuelta
·        
·         Ciro Bianchi Ross •
11 de Junio del 2016 19:53:45 CDT

Quiere el escribidor dedicar la página de hoy a dar respuesta, hasta donde es posible, a parte de la abundante correspondencia recibida.
Un lector que firma solo con su nombre de pila —Emiliano— se queja en su mensaje electrónico del lamentable estado en que se encuentra la fortaleza matancera de El Morrillo, donde cayó en combate Antonio Guiteras, mientras que Anlan Sánchez inquiere sobre el número de mandatarios en ejercicio que visitaron Cuba antes del triunfo de la Revolución. Y José Horacio Rodríguez formula una extraña pregunta sobre los zapatos de dos tonos, de los que no tengo nada que decir. Guillermo Ramírez, de Holguín, me pide que escriba sobre el periodista Mario Kuchilán. Lo complaceré próximamente.
María Elena Menéndez, a nombre, dice, de un grupo de personas, expresa su inconformidad con la probable venta de la tumba donde reposan los restos de Alberto Yarini que, según ella, tiene en planes la viuda de un descendiente del famoso proxeneta. Yarini «pertenece a nuestro patrimonio por su cubanía e identidad», dice María Elena y añade que su tumba es atendida por devotos «que la embellecen y adornan, pues Yarini al igual que Amelia (Goyri) concede milagros».
Otros tres lectores parecen haberse puesto de acuerdo en sus peticiones. Estas giran en torno a edificios coloniales. Yamilé Cándales precisa detalles sobre el Palacio de Balboa; y sobre el Palacio de Pedroso, sede del Palacio de la Artesanía, se interesa el administrador de este, José Enrique Hernández, en tanto que Gustavo Rodríguez requiere los antecedentes del edificio que alberga a la sociedad Rosalía de Castro, sita en Egido y Monte, en La Habana. Dice: «Conversando con un amigo que forma parte del cuerpo de seguridad del inmueble, me contaba las curiosas y absurdas historias que allí cuentan a los extranjeros que lo visitan los guías turísticos por cuenta propia».

Visita al morrillo

Relata el lector Emiliano que en compañía de su hijo de diez años visitó El Morrillo. Tenía esa deuda consigo mismo. Está situado a la entrada del río Canímar y próximo a la Autopista Matanzas-Varadero. Fue una batería de cañones que el ingeniero Francisco Baldenoche erigió en 1807 en el mismo lugar donde hubo un torreón desde el siglo XVIII.
La instalación adquirió significación histórica por haber sino escenario de la muerte de Guiteras y de su compañero, el venezolano Carlos Aponte.
Reposan allí los restos de los dos combatientes. Emiliano se sintió emocionado y quiso transmitir el sentimiento a su hijo, a quien explicó quién era Guiteras y su significación revolucionaria. La decepción empero no tardó en embargarlo. No podía explicarse el abandono que advirtió en el lugar que, le dijeron, lleva dos años en una restauración que no tiene para cuándo acabar. Las veladoras están ansiosas porque concluya la restauración del museo, «si así se puede llamar a un lugar donde solo hay una foto de Guiteras y otra de Aponte».
Finaliza Emiliano su mensaje: «Para mantener la memoria histórica de nuestra patria, debemos influir de una forma u otra para que se concluyan las obras de restauración en El Morrillo. No importa cuáles sean las dificultades y carencias. Está enclavado, por otra parte, en un bello paraje; un sitio que por eso puede también resultar atractivo para el turismo».

Presidentes en Cuba

En estos días, en ocasión de la Cumbre del Caribe, se reveló que solo en el transcurso del último año vinieron a Cuba más de 30 jefes de Estado. No sé qué responder al lector Anlan Sánchez. Antes del triunfo de la Revolución fueron muy pocos los mandatarios en ejercicio que vinieron. El escribidor se estruja la memoria y solo recuerda a dos: Calvin Coolidge, de EE.UU., y Rómulo Gallegos, de Venezuela, a quien los militares derrocaron y sacaron del país, pero no pudieron obligar a renunciar. De ahí que llegara a Cuba como Presidente del gran país sudamericano. Monarcas destronados vinieron varios, y se alojaron todos en el Hotel Nacional. Vino también el príncipe Balduino, que llegaría a ser rey de Bélgica, y don Juan de Borbón, de España, un rey que nunca llegó a serlo.
Tampoco los presidentes cubanos viajaban mucho mientras permanecían en el poder. Gerardo Machado visitó EE. UU. como presidente electo y volvió otra vez, siéndolo ya en ejercicio. Ramón Grau también viajó a Washington como presidente electo, y como tal fue Carlos Prío a México. Ya en el ejercicio de su cargo, Prío viajó a Guatemala, oculto y sin autorización del Congreso, a fin de dar su apoyo al Gobierno guatemalteco amenazado por la agresión militar norteamericana instigada por la United Fruit. Fulgencio Batista estuvo presente en la Cumbre Panamericana de Panamá, en 1956, y por lo menos una vez, siendo presidente, viajó a Daytona Beach, en Florida, donde tenía una casa, a celebrar el llamado «Día de Batista».
Por cierto, de la visita de Prío a México en 1948 hay una anécdota deliciosa. Ya en el exilio, Max Lesnik, director de Radio Miami y delegado de la Alianza Martiana —expresidente de la Juventud Ortodoxa— preguntó una vez a Prío, su antiguo enemigo, cuál era el momento más embarazoso de su vida, y Prío le respondió que en México, en ocasión de su visita como presidente electo.
Visitó el político cubano en su residencia oficial al Presidente de México y este al final lo invitó a un paseo por la capital mexicana. Cuando aquello el protocolo no era tan estricto como el de hoy, y los mandatarios aztecas gustaban de lo que el periodista Luis Suárez llamaba «esos baños de pueblo». En un auto descapotable salieron de Palacio Prío y su esposa, Mary Tarrero, y el presidente Manuel Ávila Camacho con la suya. Se detuvo el convertible ante un semáforo, y un mexicano de a pie espetó al mandatario de su país:
—Oiga, don Manuel, deje a esa vieja y búsquese a una mujer tan bonita como doña Mary, que esa sí que es linda.
Era ciertamente muy linda Mary Tarrero y lo siguió siendo hasta el final cuando, ya con la mente herida, mantenía intacta su belleza. Pero en aquel momento, y así se lo confesó a Max Lesnik, Carlos Prío no supo dónde meter la cara.
En cuanto a la venta de la tumba de Alberto Yarini, piensa el escribidor que no hay nada que hacer si la presunta descendiente tiene el título de propiedad. Pero bien valdría la pena dar la pelea.

La más bella reliquia

El historiador Emilio Roig considera como una de las más bellas reliquias de la arquitectura colonial el Palacio de Pedroso, en la calle Cuba entre Cuarteles y Peña Pobre. Fue construido en 1780 por don Mateo Pedroso, regidor y alcalde ordinario de La Habana. Consta de cuatro pisos, incluyendo el entresuelo, y su fachada, monumental y sobria a la vez, luce un balcón corrido, de madera, de tipo morisco. En 1840 la mansión fue alquilada a don Juan Montalvo y O’Farrill, tío de la famosa Condesa de Merlin, que vivió en esa casa durante su viaje a La Habana, en 1844. Diez años más tarde fue sede de la Audiencia Pretorial, desalojada del Palacio de los Capitanes Generales y que pasaría luego a la Cárcel de Tacón, al final de Paseo del Prado. En 1898 se instaló allí la jefatura de Policía de la ciudad, y volvió a manos de un descendiente de la familia de los propietarios originales en los años 30 del siglo pasado. Fue por entonces que Joaquín Weiss hizo allí un admirable trabajo de restauración.
El Palacio de Balboa, por el que se interesa Yamilé Cándales, fue construido por los marqueses de ese nombre y se ubica en la manzana enmarcada por las calles Egido, Zulueta, Gloria y Apodaca. El ya citado Emilio Roig le celebra, en primer término, su estilo arquitectónico. Edificado en 1871, es decir en pleno esplendor del estilo neoclásico, se aparta casi totalmente de las líneas de esa tendencia. Pedro Tomé Verecruisse, el arquitecto que lo proyectó, se inspiró al parecer para erigirlo en los bellos palacetes con marcada influencia francesa que entonces estaban de moda en el Paseo de la Castellana, de Madrid, algunos de los cuales quizá fueran obra del propio Tomé Verecruisse.
Se distingue asimismo por ser el primer edificio de carácter particular que, dentro de la ciudad, se proyectó para que ocupara por entero una manzana, todo rodeado de jardines y con fachadas por los cuatro costados, aunque sin portal en ninguna.
Allí vivió y de allí salió para casarse Amelia Goyri. Era sobrina de la Marquesa y pasó a la posteridad como La Milagrosa. Se trata casi de una santa y por eso su tumba, en el cementerio de Colón, está llena de ofrendas y mensajes de agradecimiento de aquellos que en un momento de angustia imploraron su ayuda y ella les concedió lo que le pidieron, casi siempre el rencuentro con la persona amada y el restablecimiento de la relación amorosa. Es el suyo el panteón más visitado de la necrópolis de Colón.
El actual Museo de la Revolución empezó a construirse como sede del Gobierno Provincial de La Habana. Mariana Seba, esposa del mayor general Mario García Menocal, presidente de la República, se enamoró del edificio y logró que su esposo lo confiscara y pagara al Gobierno habanero. Fue entonces que el edificio de la calle Refugio número 1 pasó a ser Palacio Presidencial, despacho y residencia oficial de los mandatarios cubanos, y el Gobierno Provincial se instaló en el Palacio de Balboa. A comienzos de la década de 1960 se extingue esa forma de gobierno y el inmueble acoge a la Junta de Coordinación, Ejecución e Inspección de la provincia, hasta que da cabida al Comité Estatal de Ciencia, Técnica y Medio Ambiente. Acoge después a la dirección de una empresa comercial.
Hablaremos por último del palacio de los condes de Casa Moré, luego llamado palacio de los marqueses de Villalba. Situado frente a la plazuela de las Ursulinas, ocupa un área de 2 000 metros cuadrados. Fue construido en 1872 y es obra del ingeniero Eugenio Rayneri. Funcionó en este edificio el Senado del Gobierno Autonómico. Luego estuvo allí la empresa inglesa de los Ferrocarriles Unidos y hoy da albergue a la Sociedad Cultural Española.