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lunedì 30 maggio 2016
domenica 29 maggio 2016
venerdì 27 maggio 2016
Cuba e l'informazione
In
questi ultimi anni, anche l’informazione cubana ha fatto notevoli progressi,
purtroppo mi sembra che restino antichi retaggi di “incompletezza
professionale” dei giornalisti. Si danno spesso e volentieri notizie
incomprensibilmente incomplete.
Al di
la che personalmente non credo alla “stampa libera” in nessuna parte del mondo
, tutt’al più “pluralista” che non è lo stesso, ma mi sembra che dare
informazioni su fatti culturali non dovrebbe avere “censure” nella loro
completezza. Faccio degli esempi: grande (giusto) orgoglio per il prossimo
riconoscimento (7 giugno) dell’Avana come una delle “Sette città Meraviglia del
mondo”. Perfetto e ne sono contento, se lo merita, ma le altre 6 quali sono?
Qua nessuno lo ha detto.
Spesso
e volentieri, direi ogni giorno, si annunciano mostre, esposizioni, avvenimenti
culturali di vario genere, ma...salvo rarissime eccezioni, si da l’indirizzo esatto di dove si svolgono,
come se tutti fossero obbligati a sapere dove si trova la galleria tale, il
museo talaltro o il centro culturale pinco pallino...Non credo che sia un
grande sforzo dare le notizie complete...
mercoledì 25 maggio 2016
martedì 24 maggio 2016
lunedì 23 maggio 2016
Aguiar, di Ciro Bianchi Ross
Pubblicato su Juventud Rebelde del 22/5/16
Aguiar è la strada avanera che comincia nell’Avenida del Las Misiones e si introduce per 15 isolati nella città vecchie per morire in Sol, vicino alle mura del convento di Santa Clara, deve il suo nome a Luis José Aguiar, uno dei reggenti del municipio dell’Avana che si distinse in modo straordinario nella difesa della città di fronte all’aggressione inglese nel 1762. Uno dei ristoranti più emblematici dell’urbe all’Hotel nacional, porta anch’esso il suo nome, la sala da pranzo Aguiar.
Aguiar è la strada avanera che comincia nell’Avenida del Las Misiones e si introduce per 15 isolati nella città vecchie per morire in Sol, vicino alle mura del convento di Santa Clara, deve il suo nome a Luis José Aguiar, uno dei reggenti del municipio dell’Avana che si distinse in modo straordinario nella difesa della città di fronte all’aggressione inglese nel 1762. Uno dei ristoranti più emblematici dell’urbe all’Hotel nacional, porta anch’esso il suo nome, la sala da pranzo Aguiar.
Questa
strada – che conta con una magnifica sala da concerto nell’antico Oratorio di
San Filippo Neri, angolo con Obrapía, e dove tra poco avrá la sua sede il
Tribunale Supremo, al numero 367, antica sede della Royal Bank of Canada e
l’Istituto di Storia di cuba, nel tratto di via che corre tra Obispo e O’Reilly
lato numeri dispari – fu, a parere dello scriba, fino al 1958 e anche un po’
dopo, la via dei soldi.
Lì
avavno le case madri o le succursali nove banche e un elevato numero di di
compagnie e agenzie di assicurazioni e numerose associazioni commerciali come
la Camera di Commercio Britannica, l’Associazione delle Banche di Cuba e la
Camera Nazionale di Commercianti e Industriali.
Come se
ciò fosse poco, nella calle Aguiar aprivano le loro porte gli studi di oltre
105 avvocati, alcuni di loro pescecani del regime batistiano come Rafael Guas
Inclán, vice presidente della Repubblica, al numero 574 della via; Jorge García
Montes, primo ministro, al 310. Gastón Godoy, presidente della Camera dei
Rappresentanti, al numero 360 e al 305, Marino Lòpez Blanco, ministro
dell’Industria. Anche alcuni avvocati oppositori alla dittatura,, dalle file
dell’Ortodossia, come Francisco Carone ed Ernesto Dihigo, entrambi con ufficio
nell’edificio contrassegnato dal numero 556.
Naturalmente
non mancavano le case di abitazione e i locali che davano spazio a esercizi commerciali
come i Magazzini di Seteria e Chincaglieria,al 560, la sartoria e camiceria di
Ramón Gómez al numero 408 e il negozio di abiti da uomo di José Wladawsky, al
609. Al 402 si trovava il Club dello Sport e Sviluppo del Turismo all’Avana e
all’angolo di O’ Reilly, il bar dell’hotel Lafayette dove, si dice, si impose
“il cubanito”, il delizioso cocktail che si elabora con rum bianco, succo di
pomodoro, salsa inglese e pepe e che si guarnisce con sale. L’azionista
principale della fabbrica di cappelli di Barquín e Compagnia, numero 602, era
membro della Camera di Commercio della Repubblica.
In
Aguiar 569, si confezionavana le lenzuola Palacio. Un slogan commerciale viene
dalla notte dei tempi. Forse lo ricordano i maggiori dei 70 anni. Dice:
“Lenzuola Palacio, morbide come la seta e forti come il lino. Garntite per 360
lavaggi”.
Lo
scriba ignora se qualcuno si è messo di buzzo a contarle, qualche volta.
Il Distretto Bancario
José María
de la Torre scrive nel suo libro Los que
fuimos y lo que somos; La Habana antigua y moderna, pubblicato in questa
città nel 1857 che don Luis José Aguiar, il quale finì per dare nome a questa
strada, abitava all’angolo di Tejadillo. Aggiunge che il tratto di Aguiar fra
Teniente Rey e Muralla si chiamò Carnicería perché lì vi si trovava seconda
casa a destra entrando da Teniente Rey – la macelleria reale, mentre all’angolo
di Amargura la si chiamò De los Terceros per la cappella di Terzo Ordine di
Sant’Agostino e quella di O’ Reilly fu quella dell’Anticristo. Ad Aguiar, in certi
scritti, si da il nome di Contias, ma de la Torre dice che non ne conosce il
motivo.
Il
cosiddetto Distretto Bancario avanero, la nostra piccola Wall Street, si
trovava fra O’ Reilly, Amargura, Mercaderes e Compostela. In questo spazio si
trovavano le sedi dell banche principali; edifici maestosi, con facciate di
colonne monumentali che non lasciavano dubbi sulla loro solidità, la ricchezza
el’eternità delle istituzioni che vi albergavano anche se alcune crollavano
appena c’era un venticello che le sfiorava. Lì c’erano la Borsa dell’Avana, la
Loggia del Commercio, la Camera di Commercio della Repubblica – in quello che
sarà l’Hotel Raquel – e le camere di commercio spagnola, italiana, francese,
britannica e tedesca oltre alla Camera di Commercio Americana di Cuba. Uffici
di assicurazioni e prestiti, imprese dello zucchero e non...La Camera di
Commercio Cinese si trovava in Reina, numero 601, ai piani superiori, quella
ebraica alla fine della calle Muralla.
Aguiar
era uno degli assi di questo distretto. A parte dellla citata Banca del Canada,
vi aveva sede una succursale della Trust Company de Cuba, installata in quella
che fu sede della Banca del Commercio, all’angolo di Obrapía. Nell’edificio
dell’Oratorio di San Filippo Neri e di fronte, una succursale della Banca Nuñez.
La Banca Gelats, la più antica fra le case bancarie nazionali, occupava il
bellissimo edificio contrassegnato dal numero 456 della strada, oggi sede
della Tele Banca. Al numero 306 si trovava la Banca di Coloni, un immobile
attualmente in restauro. L’edificio del Chase Manhattan Bank – numero 310 –
appartiene al Banco de Credito y Comercio e la locale Banca Hispano Cubana, al
numero 305, si suddivise in due o tre appartamenti. L’edificio della banca di
Boston, al 411, angolo Lamparilla, è una dipendenza della Banca Centrale di
Cuba e la Banca Pedroso, all’angolo di Empedrado, è una mensa per lavoratori.
Lo
scriba ignora a quanto ascendessero i depositi del Chase e della banca di
Boston. Né quanto accumulava la Banca Pedroso, sebbene alla fine degli anni ’50
riportasse utilità superiori ai 100.000 pesos annuali. I depositi del resto
delle sei entità citate ascendevano a circa 530 milioni di pesos, secondo i
dati che apporta Guillermo Jímenez nella sua opera Las empresas de Cuba en 1958.
Banche e banchieri
Il
Trust, nonostante il suo nome, era una banca cubana, la principale, con
depositi per 232 milioni di pesos, 26 agenzie e 800 impiegati.
Era
l’anello bancario del più importante finanaziario e zuccheriero del Paese, la
Sucesión Falla Gutiérrez, proprietaria di sette centrali e il secondo maggiore
fra i gruppi zuccherieri installati sull’Isola.
Il
Trust comprò varie banche. Acquisì, fra gli altri il Banco de Comercio, in
quella che si considera la maggior transazione bancaria dal crack degli anni
’20, operazione che gli permise di ascendere al primo posto. Jiménez scrive che
contava di un’amministrazione molto efficiente e capace, la sua situazione
economica e finanziaria risultava molto buona e la sua espansione era
straordinaria, captava affari e depositi di continuo. Era una della ziende
cubane più redditizie, con utili che superavano il milione e mezzo di pesos
annuali.
La
Banca Nuñez, con 22 agenzie, era per l’importo dei suoi depositi -97 milioni –
la quarta tra le entità bancarie. Carlos Nuñez, suo unico proprietario, nato
nel 1885 a Holguin, non aveva acquisito la sua fortuna per eredità, matrimonio
o sostegni politici. Figlio di un umile spagnolo, frequentò solo le elementari.
All’inizio comprò varie carrette per il trasporto della canna e poi comprò
terreni coltivati a canna. Il 21 marzo 1921, in pieno crack bancario, inaugurò
in un locale prestato, la sua banca di successo, una della ziende cubane più
redditizie con più di un milone di pesos di utile. Nel 1939 la portò all’Avana e
tre anni più tardi la strutturò come una società anonima i cui azinisti erano
lui e i suoi sette figli.
La
Banca Gelats era la nona nel Paese a ragione della quantità dei suoi depositi:
46 milioni di pesos nel 1956 ed era molto relazionata con gli interessi dela
Spagna, dove possedeva investimenti sostanziali in valori. Operava con conti in
dollari nel Convegno di Pagamento dei due Paesi. Gelats era la maggior
personalità degli interessi economici della Chiesa Cattolica, consigliere
economico dell’Arcivescovado dell’Avana e banchiere a Cuba di Sua Santità il
Papa.
Gelats
controllava in modo unipersolnale la politica della sua banca e gli si
addossavano metodi di direzione obsoleti, Jiménez nel citato libro dice: “La
sua rinuncia ad agenzie gli causò la perdita di clienti; ne aprì solo una
all’inizio della calle Linea, già nel 1958. Nonostante la sua banca perdesse
posizioni, continuava ad essere uno dei più importanti, con solide radici tra i
capitali più tradizionali del Paese”.
La
Banca del Canada, con 23 agenzie, aveva depositi per 127 milioni di pesos. La
Banca dei Coloni – 22 milioni in depoositi – fu fondata nel 1942 da un gruppo
di coloni oriundi delle Canarie, con il proposito di finanziare piccoli
agricoltori, ma in meno di dieci anni abbandonò questa politica per convertirsi
in finanzieri dei proprietari dei grandi zuccherifici. Il suo ultimo presidente
fu il già citato Gastón Godoy, molto legato al regime batistiano: fuggì con
batista, nel suo stesso aereo, il 1° gennaio del 1959 e alla sua morte, nell’agosto
del 1973, si fece carico delle onoranze funebri. Presiedette l’Associazione
Nazionale dei Coloni di Cuba che aveva sede nell’edificio della banca.
Di
quelli ubicati nella calle Aguiar, la banca con il minor saldo in depositi era
l ‘Hispano Cubana. La sua fondazione fu idea di quattro investitori italiani
presieduti da Guido Pereda, ma alla sua morte prima che si inaugurasse la
banca, l’affare passò nelle mani di due prestanome di Batista: Manuel Pérez
Benitoa e José López Vilavoy che controllavano quasi in parti uguali l’80%
delle azioni del dittatore. Si immagini, il lettore, come andavano le cose fino
a che Il Banco Nacional de Cuba lo ipotecò a partire dal settembre 1957 e nel
luglio dell’anno seguente immpose ai suoi proprietari a che lo vendessero per
insolvenza a salsare debiti in sospeso, per cinque milioni di pesos.
Pranzo a Wall Street
In quel
distretto bancario ci fu un ristorante che si chiamò, naturalmente, Wall Street
al numero 370 della calle Aguiar. Il 14 marzo del 1945, il Dottor Eugenio
Llanillo un avvocato grosso, di statura bassa con sorriso e sigaro in
permanenza, pranzò nel ristorante Wall Street e accompagnò il cibo con vino
Marqués de Riscal. Poi salì nel suo ufficio nell’edificio dalla Banca del
Canada e poco dopo tornò al ristorante per bere un bicchiere di sidro. Alcune
ore dopo apparve assassinato nella strada che va da Punta Brava alla spiaggia di
Santa Fe. Il letterato era stato oggetto di una detenzione illegale della
polizia che eccedette nel dargli un trattamento troppo severo per fulminarlo
con due colpi alla testa.
Perché
uccisero Llanillo? Perché, come altri crimini dell’epoca non si chiarì mai del
tutto? Fu un regolamento di conti i cosiddetti “uomini d’azione” per essere
stato, fino alla sua morte avvocato di Batista e Marta o come supposto complice
dell’ingresso clandestino all’Isola dell’ex colonnello José Eleuterio Pedraza,
col proposito di rovesciare il Governo del presidente Grau San Martín? Furono
gli uomini di Pedraza che lo ultimarono per aver dlatato il loro capo?
Lo
vedremo in un’altra occasione.
Aguiar, la calle del dinero
Ciro Bianchi
Ross • digital@juventudrebelde.cu
21 de Mayo del 2016 21:51:24 CDT
Aguiar, esa calle habanera que
comienza en la Avenida de las Misiones y se interna a lo largo de unas 15
cuadras en la ciudad vieja para morir en Sol, junto a los muros del convento de
Santa Clara, debe su nombre a Luis José Aguiar, uno de los regidores del Ayuntamiento
de La Habana, que se destacó de manera extraordinaria en la defensa de la
ciudad ante la agresión inglesa de 1762. Uno de los restaurantes más
emblemáticos de la urbe, en el Hotel Nacional, lleva también su nombre, El
Comedor de Aguiar.
Esta calle —que cuenta con una
magnífica sala de conciertos en el antiguo Oratorio de San Felipe Neri, en la
esquina con Obrapía, y donde pronto tendrán su sede el Tribunal Supremo, en el
número 367, antigua sede de The Royal Bank of Canada, y el Instituto de Historia
de Cuba, en el tramo de la vía que corre entre Obispo y O’Reilly, acera de los
nones— fue, en opinión del escribidor, hasta 1958 e incluso un poco después, la
calle del dinero.
Allí tenían casas matrices o
sucursales nueve bancos y un elevado número de compañías, agencias de seguro y
numerosas asociaciones comerciales como la Cámara de Comercio Británica, la
Asociación de Bancos de Cuba y la Cámara Nacional de Comerciantes e
Industriales.
Como si eso fuese poco, sobre la
calle Aguiar abrían sus puertas los bufetes de más de 105 abogados, entre ellos
algunos pejes gordos del régimen batistiano como Rafael Guas Inclán,
vicepresidente de la República, en el número 574 de la calle; Jorge García
Montes, primer ministro, en el 310. Gastón Godoy, presidente de la Cámara de
Representantes, en el número 360, y en el 305, Marino López Blanco, ministro de
Hacienda. Y también algunos abogados opuestos a la dictadura, desde las filas
de la Ortodoxia, como Francisco Carone y Ernesto Dihigo, ambos con oficinas en
el edificio marcado con el número 556.
No faltaban, desde luego, las casas
de vivienda y los locales que daban cabida a establecimientos comerciales, como
los Almacenes de Sedería y Quincallería, en el 560, la sastrería y camisería de
Ramón Gómez, en el número 408, y la tienda de ropa hecha para caballeros de
José Wladawsky, en el 609. En el 402 se hallaba el Club de Sport y Fomento del
Turismo de La Habana, y, en la esquina de O’Reilly, el bar del hotel Lafayette
donde, se dice, se impuso el «cubanito», el sabroso coctel que se elabora con
ron blanco, zumo de tomate, salsa inglesa y pimienta, y que se puntea con sal.
El propietario principal de la fábrica de sombreros de Barquín y Compañía,
número 602, era miembro de la Cámara de Comercio de la República.
En Aguiar 569 se confeccionaban las
sábanas Palacio. Un eslogan comercial viene desde el fondo de los tiempos.
Acaso lo recuerden los mayores de 70 años. Dice: «Sábanas Palacio. Suaves como
la seda y fuertes como el lino. Garantizadas por 360 lavadas».
Desconoce el escribidor si alguien
se animó a contarlas alguna vez.
El distrito bancario
Escribe José María de la Torre en su
libro Lo que fuimos y lo que somos; La Habana antigua y moderna, publicado en
esta ciudad en 1857, que don Luis José Aguiar, que terminó dando nombre a esta
calle, vivía en la esquina de Tejadillo. Añade que al tramo de Aguiar entre
Teniente Rey y Muralla se le llamó Carnicería por hallarse allí —segunda casa a
la derecha según se entraba por Teniente Rey— la carnicería real, mientras que
a la esquina de Amargura se le llamó De los Terceros por la capilla de la
Tercera Orden de San Agustín, y la de O’Reilly fue la del Anticristo. A Aguiar
se da el nombre de Contias en algunas escrituras, pero dice De la Torre que
desconoce los motivos.
El llamado Distrito Bancario
habanero, nuestro pequeño Wall Street, se enmarcaba entre O’Reilly y Amargura,
y Mercaderes y Compostela. En ese espacio se hallaban las sedes de los bancos
principales; edificios majestuosos y con fachadas de columnas monumentales que
no dejaban duda sobre la solidez, la riqueza y la eternidad de las
instituciones que albergaban, aunque a veces algunos se desmoronaban cuando les
soplaba un vientecito platanero. Estaban allí la Bolsa de La Habana, la Lonja
del Comercio, la Cámara de Comercio de la República —en lo que sería el Hotel
Raquel— y las cámaras de comercio española, italiana, francesa, británica y
alemana, y también la Cámara de Comercio Americana de Cuba. Oficinas de
agencias de seguro y fianzas y de empresas azucareras y no azucareras… La
Cámara de Comercio China radicaba en Reina número 161, altos, y la hebrea, al
final de la calle Muralla.
Aguiar era uno de los ejes de ese
Distrito. Aparte del ya mencionado Banco de Canadá, radicaba allí una sucursal
del Trust Company de Cuba, instalada en lo que fuera la sede del Banco del
Comercio, en la esquina con Obrapía, en el edificio del Oratorio de San Felipe
Neri, y enfrente, una sucursal del Banco Núñez. El Banco Gelats, el más antiguo
entre las casas bancarias nacionales, ocupaba el bellísimo edificio marcado con
el 456 de la calle, sede hoy de la Tele Banca. En el número 360 se hallaba el
edificio del Banco de los Colonos, un inmueble ahora en remodelación. El
edificio del Chase Manhattan Bank —número 310— pertenece al Banco de Crédito y
Comercio, y el local del Banco Hispano Cubano, en el número 305, se subdividió
en dos o tres apartamentos. El edificio del Banco de Boston, en el 411 esquina
a Lamparilla, es una dependencia del Banco Central de Cuba, y el Banco Pedroso,
en la esquina de Empedrado, es un comedor obrero.
Desconoce el escribidor a cuánto
ascendían los depósitos del Chase y del Banco de Boston. Ni cuánto acumulaba el
Banco Pedroso, si bien a fines de los años 50 reportaba utilidades superiores a
los 100 000 pesos anuales. Los depósitos del resto de las seis entidades
mencionadas ascendían a unos 530 millones de pesos, según datos que aporta
Guillermo Jiménez en su obra Las empresas de Cuba 1958.
Bancos y banqueros
El Trust, pese a su nombre, era un
banco cubano, el principal, con depósitos por 232 millones de pesos, 26
sucursales y 800 empleados.
Era el eslabón bancario del más
importante grupo financiero-azucarero del país, la Sucesión Falla Gutiérrez,
propietaria de siete centrales y el segundo mayor entre los grupos azucareros
asentados en la Isla.
El Trust compró varios bancos.
Adquirió entre otros el Banco del Comercio, en lo que se considera la más
importante transacción bancaria desde el crack de los años 20, operación que le
permitió ascender al primer lugar. Escribe Jiménez que contaba con una
administración muy eficiente y capaz. Su situación económica y financiera
resultaba muy buena y su expansión era extraordinaria, captaba negocios y
depósitos continuamente. Era una de las empresas cubanas más rentables, con
utilidades que superaban el millón y medio de pesos anuales.
El Banco Núñez, con 22 sucursales,
era, por el monto de sus depósitos
—97 millones—, el cuarto entre las
entidades bancarias. Carlos Núñez, su propietario único, nacido en Holguín, en
1885, no había adquirido su fortuna por herencia, matrimonio ni prebendas
políticas. Hijo de un español humilde, apenas cursó estudios primarios. Compró
en un inicio varias carretas para el transporte de caña y adquirió luego
colonias cañeras. El 21 de marzo de 1921, en pleno crack bancario, inauguró en
un local prestado su exitoso banco, una de las empresas cubanas más rentables
con utilidades superiores al millón de pesos. En 1939 lo trasladó para La
Habana y tres años más tarde lo reestructuró como una sociedad anónima cuyos
accionistas eran él y sus siete hijos.
El Banco Gelats era el noveno del
país en razón del monto de sus
depósitos: 46 millones de pesos en
1956, y estaba muy relacionado con los intereses de España, donde poseía
inversiones sustanciales en valores. Operaba la cuenta en dólares del Convenio
de Pago entre los dos países. Gelats era la más alta personalidad de los intereses
económicos de la Iglesia Católica, consejero económico del Arzobispado de La
Habana y banquero en Cuba de Su Santidad el Papa.
Gelats controlaba de manera
unipersonal la política de su banco y se le achacaban métodos de dirección
obsoletos, dice Jiménez en el libro citado. Su renuncia a las sucursales le
causó pérdida de clientes; solo abrió una, al comienzo de la calle Línea, ya en
1958. Aunque su banco descendía en posición, seguía siendo de los más
importantes, sólidamente arraigado entre los capitales más tradicionales del
país.
El Banco de Canadá, con 23
sucursales, tenía depósitos por 127 millones de pesos. El Banco de los Colonos
—22 millones en depósitos— fue fundado en 1942 por un grupo de colonos oriundos
de Canarias, con el propósito de refaccionar a pequeños cosecheros, pero en
menos de diez años abandonó esa política para convertirse en prestamista de
propietarios de grandes centrales azucareros. Su último presidente fue el ya
mencionado Gastón Godoy, muy vinculado al régimen batistiano: huyó con Batista
en su mismo avión el 1ro. de enero de 1959, y a su muerte, en agosto de 1973,
asumiría la despedida de duelo. Presidió la Asociación Nacional de Colonos de
Cuba, que radicaba en el edificio del banco.
De los ubicados en la calle Aguiar,
el banco con menor monto de depósitos era el Hispano Cubano. Su fundación fue
idea de cuatro inversionistas italianos presididos por Guido Pereda, pero al
fallecer este antes de que el banco se inaugurara, el negocio fue a parar a
manos de dos testaferros de Batista: Manuel Pérez Benitoa y José López Vilavoy,
quien controlaba casi a partes iguales el 80% de las acciones con la esposa del
dictador. Imagine el lector cómo andarían las cosas allí, que el Banco Nacional
de Cuba lo intervino a partir de septiembre de 1957 y en julio del año
siguiente apremió a sus propietarios a que lo vendieran por incumplimiento del
compromiso de saldar deudas pendientes por cinco millones de pesos.
Almuerzo en Wall Street
En aquel distrito bancario hubo un
restaurante que se llamó, por supuesto, Wall Street, en el 370 de la calle
Aguiar. El 14 de marzo de 1945 el Doctor Eugenio Llanillo, un abogado grueso,
de baja estatura, con sonrisa y tabaco perpetuos, almorzó en el restaurante
Wall Street y acompañó la comida con vino Marqués de Riscal. Luego subió a su
oficina en el edificio del Banco de Canadá y poco después volvió al restaurante
para beber una copa de sidra. Horas después aparecía asesinado en la carretera
que va de Punta Brava a la playa de Santa Fe. El letrado había sido objeto de
una detención ilegal por la policía, que se excedió al propinarle un trato
demasiado severo y fulminarlo con dos balazos en la cabeza.
¿Por qué mataron a Llanillo? Como
otros crímenes de la época, este suceso no se dilucidó del todo. ¿Le pasaron la
cuenta los llamados «hombres de acción» por haber sido hasta su muerte, abogado
de Batista y Marta, o por suponerlo cómplice de la entrada clandestina en la
Isla del excoronel José Eleuterio Pedraza, con el propósito de derrocar al
gobierno del presidente Grau San Martín? ¿Fueron los hombres de Pedraza los que
lo ultimaron, al suponer que había delatado a su jefe?
Ya lo veremos en otra ocasión.
Ciro Bianchi
Ross
domenica 22 maggio 2016
Programma "Community" su Rai Italia
Per chi fosse interessato a vedere la puntata di "Community" su Cuba, di mercoledì 25 prossimo e visibile solo fuori dall'Europa via satellite per televisione, CREDO che sia possibile vederla in "streaming" su internet alle 7.45 e in replica alle 11.30 ora italiana. Si sbalio mi corigerete e se avete tempo e voglia...guardate.
sabato 21 maggio 2016
giovedì 19 maggio 2016
Scuse a Ciro e ai lettori
Per pubblicare il post "Disastri", mi ci sono voluti più di due giorni. I potenti mezzi di ETECSA non me lo hanno permesso prima, nonostante i molti tentativi...
Disastri, di Ciro Bianchi Ross
Pubblicato su Juventud Rebelde del 15/6/16
L’uragano del 20 ottobre 1926, il cosiddetto “ciclone del ‘26”, è uno dei fenomeni atmosferici più distruttivi che abbia fustigato l’Isola. Il giorno 17, i primi pronostici si riferivano a una perturbazione ciclonica a cento miglia dalla costa orientale del Nicaragua e già il 18, nel pomeriggio, si era trasformato in uragano poderoso il cui occhio, si calcolava nella sua possibile traiettoria, avrebbe attraversato la provincia dell’Avana.
E cisì fu. Il vortice dell’uragano, dopo aver attraversato l’Isola dei Pini e devastato Nueva Gerona, penetrò per la foce di Batabanó, passò per Melena del Sur eproseguì nella sua marcia distruttiva per Quivicán, managua, Santa María del Rosario...fin che uscì in mare per la costa nord, vicino a Bacuranao. Ebbe venti massimi, si dice, di 250 km all’ora, ma per la verità è solo una supposizione, non si poté misurare la forza del vento. Le raffiche distrussero gli anemometri enll’Osservatorio di Belén si registrò un massimo di 103 miglia (circa 165,7 km l’ora), prima che i contatori venissero inutilizzati.
Castigò l’Avana per 10 ore e i suoi effetti si fecero sentire a Pinar del Río, Matanzas e Las Villas. Occasionò danni in 5.000 immobili, lasciò affondate 300 imbarcazioni e 120.000 alberi al suolo. Una zattera di cento tonnellate fu ritrovata a 10 km dalla costa. C’è un’immagine che è rimasta come il ricordo di questo uragano. L’asse di legno che attraversò il tronco di una palma reale. Ispirato da ciò, Sindo Garay compose L’uragano e la Palma. Il ciclone del 1926 lasciò un saldo di 650 morti e perdite per oltre cento milioni di pesos.
L’ “uragano di San Marco”, dell’ottobre 1870 provocò un vero disastro nella provincia di Matanzas, dovuto che in questo fenomeno si combinarono la sua lenta traslazione, i suoi venti da uragano, piogge intense e un sollevamento del livello del mare che occasionò una drammatica inondazione nella capitale del territorio. Le vittime mortali si stimarono in 800.'
Traiettorie curiose
Alcuni uragani ebbero traiettorie molto curiose. Quello del 10 ottobre del 1910 che penetrò per la porzione più occidentale di Pinar del Río descrisse, già sul mare, ma ancora vicino alla costa un cicrcolo perfetto prima di seguire per la Florida.
L’unico ciclone che completò un circolo perfetto sul territorio insulare fu il Flora, nell’ottobre 1963. Noi che non abbiamo vissuto i cicloni né del 1944 né del 1926, abbiamo nel Flora il riferimento più triste su ciò che si riferisce a disastri naturali. Causò disastri senza pari nell’agricoltura, l’allevamento, le case, strade e sentieri e le infrastrutture in generale. Causò un numero enorme di danneggiati. Morirono annegate 1.126 persone. Prime di entrare a Cuba,il Flora aveva lasciato 4.000 vittime fatali ad Haiti.
Entrò al Paese dall’est della baia di Guantánamo e con traiettoria nord est incrociò sopra Yateras, Mayarí e la città di Holguin. Quindi cercò il sud est e fece un giro sopra Jiguaní per uscire a Campechuela e al golfo di Guacanayabo con rotta ovest e penetrare ancora sull’Isola nelle vicinanaze di Santa Cruz del Sur, salire, ariivare alla città di Camagüey, girare al sud est, passare vicino a Manzanillo e Bayamo e già, con rotta nord, sfiorare di nuovo la città di Holguin e uscire da Gibara.
Nel 1810, la furia di un uragano affondò 70 navi nella baia dell’Avana. Nel 1844 sarebbero naufragate 158 e 239 nel 1846, nel mezzo di un uragano che inoltre causò 114 morti e danneggiò 4.000 case.
Durante il secolo scorso, uragaani memorabili per l’intensità dei loro venti, valori delle precipitazioni e di conseguenza per i danni causati furono, fra gli altri, quelli del 1910, 1915, 1917 e 1924 che come Gustav e Ike, ataccarono tutti la provincia di Pinar del Río.
L’uragano del 18 ottobre del 1944, il comunemente chimatao “ciclone del ‘44”, fustigò per prima l’Isola dei Pini e poi penetrò per la zona orientale di Pinar del Río causando gravissimi danni nella capitale.
Persistette sulla città per 14 ore con venti che raggiungevano raffiche anche di 262 km all’ora, lasciando 300 morti.
Fra tutte, la maggior tragedia naturale che si registra nella nostra storia successe a Santa Cruz del Sur in provincia di Camagüey, nel novembre del 1932. Il giorno 9 un uragano penetrò per la costa meridionale della provincia e con lo spazzare coi venti della sua ala destra le acque del mare, le spinse su questo paese costiero e provocò la morte di oltre 3.000 persone e lesioni ad altrettante. Solo un edificio rimase in piedi nel luogo.
Gli abitanti del porto di Júcaro, situato alla sinistra della traiettoria dell’uragano riferirono, poi che videro come il mare si ritirava diversi metri dalla costa per tornare con forza ad essa e divorarsi Santa Cruz. A Júcaro i venti più intensi furono da terra verso fuori. Testimonianza impressionante di questo sinistro è la foto in cui si vedono ardere, in una gigantesca pira, i cadaveri oltre metà della popolazione di Santa Cruz del Sur.
Nasce la Difesa Civile
Dei fenomeni naturali che flagellano l’umanità, nessuno, come gli uragani è portatore di tanta morte e distruzione (e i terremoti? N.d.t.), secondo le statistiche causano una media di 5.000 morti all’anno. I cicloni prendono il nome di uraganoqueno i loro venti massimi sostenuti sono uguali o superiori ai 118 km all’ora
E d’accordo all’intensità del vento che genera, gli si da una categoria in scala che va da uno a cinque. Però di fatto, tifone, uragano e ciclone tropicale sono lo stesso fenomeno che nei Caraibi si chiama uragano e nel nord est del Pacifico tifone.
Per la sua ubicazione geografica, Cuba è sottoposta a diverse minacce di origine idrometeorologica. Lo scriba ha fatto riferimento ad alcuni dei fenomeni naturali che causano al Paese un maggior impatto negativo nel corso della storia, sopratutto a quelli che restano registrati nella memoria della gente, ma ci sono solo pochi dati su incidenti e catastrofi di minore conseguenze perché, nella decade del ’60 nel secolo scorso mancava, nell’Isola, un’istituzione di carattere nazionale o locale che mantenesee i registri pertinenti.
Ed è così che a Cuba, prima del 1959, non esisteva un sistema che permettesse un’effettiva riduzione dei disastri naturali. Solo la Croce Rossa, il Corpo dei Pompieri e la Polizia Nazionale attuavano in determinate situazioni di salvataggio davanti a tanta pioggia, allagamenti, crolli e altre sequele di cicloni e uragani.
La Difesa Civile nasce il 31 luglio del 1962. Il suo obbiettivo era di difendere la popolazione e l’economia dalle aggressioni di nemici esterni e interni e debbe un precedente con la cosiddetta Difesa Popolare. Successivamente riceva anche la missione di difendere la popolazione dai disastri naturali, tecnologici e sanitari.
“L’essenza del nosto lavoro è di salvaguardare i cittadini, i loro beni personali e le risorse dell’economia. È strutturato da leggi, decreti, direttive che costituiscono la base giuridica del Sistema di Difesa Civile. Certo, col tempo questo si è perfezionato secondo i piani di riduzione dei disastri in qualunque luogo”, dice il generale di divisione Ramón Pardo Guerra, Eroe della Repubblica di Cuba e capo dello Stato Maggiore Nazionale della Difesa Civile ricalcando che i dieci anni in cui ricopre questo incarico gli hanno permesso di portare a capo il suo compito “più nobile”.
Il leggendario combattente dele colonne 4 e 8 dell’Esercito Ribelle comandate dal Che, precisa che la Difesa Civile lavora in modo permanente anche se molti pensano che si attiva solo in caso di uragani. Risponde anche a spargimenti di idrocarburi, peneterzioni del mare, maremoti, terremoti, incendi forestali e industriali, grandi siccità, malattie che danneggiano la saluta umana e animale, plaghe dell’agricoltura...Cuba inoltre collabora con altri Paesi in questa materia. Si ricordino i terremoti del Perú, Pakistan, Ecuador, il maremoto in Indonesia e frequenti disastri naturali nei Caraibi, per citare solo alcuni esempi.
Ridurre i rischi
Si dice che il ruolo della Difesa Civile, in un Paese si definisce tramite la proiezione del Governo e il grado d’importanza che le autorità conferiscono alla sua gestione per la riduzione del rischio di disastri. Cuba mostra un sistema di Difesa Civile in costante perfezionamento. Pone l’uomo al centro della sua volontà politica e pertanto stabilisce direttive vincolate in prima instanza alla protezione della popolazione. Per questo privilegia la prevenzione come strategia efficace per la riduzione dei rischi.
Ancora nell’ottobre del 1963 il Paese non era ancora sufficientemente preparato per affrontare un pericolo della dimensione del Flora e ridurre il suo impatto. Ciò nonostante si procedette con efficacia nell’evacuazione e il riscatto di persone con gli anfibi dell’Esercito, al servizio della popolazione, cosa che rese possibile di evitare danni maggiori. Il Comandante in Capo Fidel Castro che assunse, durante il fenomeno, il compito di salvezza e riscatto nella pianura del Cauto e che fu a punto di perdere la vita, dirà poi telegraficamente che “l’acqua scendeva a ondate”.
A partire da lì Fidel dette impulso a un compito di prevenzione che si tradusse nella costruzione di decine di bacini e dighe per regolare le acque ed evitare inondazioni e che sarebbero serviti inoltre come sostegno all’agricoltura e rifornimento alla popolazione. L’incremento dell’educazione, l’estensione della cultura, la potabilizzazione dell’acqua, lo sviluppo stradale e delle vie di comunicazione, l’ampliamento della distribuzione di energia elettrica e del sistema della salute sono, allo stesso modo, baluardi nella protezione della popolazione e dell’economia. Bisognerebbe aggiungere che la creazione dell’Istituto di Meteorologia, il 12 ottobre 1965. L’aver affrontato nel 2008 tre uragani di grande intensità in poco più di due mesi, con un minimo di perdite di vite umane, è il coronamento importante di quanto fatto.
Sandy sorprese Santiago de Cuba nelle prime ore del 25 ottobre del 2012. Si pensava seguisse con direzione nord, quando girò al nord est, incrementò la sua velocità e intensificò i suoi venti penetrando nella provincia come uragano di categoria tre. Giorni prima, quando era solo una tormenta tropicale, lo Stato Maggiore Nazionale della Difesa Civile, aveva avvisato dei suoi effetti distruttivi e i danni furono notevoli, sebbene la popolazione fu adeguatamente protetta. La ptrecezione maggiore di rischio fu in alcuni municipi più che in altri. Il Presidente Raùl Castro percorse le zone colpite, prese nota delle loro necessitàe mantenne contatto diretto con i residenti. Rimase nella provincia fino a che non si ristabilirono le condizioni essenziali per la vita del popolo.
Da lì l’importanza di Meteoro, esercitazione popolare per le azioni nelle situazioni di disastro, Un’esperienza cubana che con carattere annuale, incrementa e comprova la preparazione, pianificazione e organizzazione delle misure della Difesa Civile e mette il Paese in condizioni migliori per affrontare eventi disastrosi e ridurre al minimo i rischi e i danni.
Desastres
Ciro Bianchi Ross • digital@juventudrebelde.cu
14 de Mayo del 2016 20:45:01 CDT
El huracán del 20 de octubre de 1926, el llamado «ciclón del 26», es uno de los meteoros más destructivos que ha azotado la Isla. El día 17, los primeros partes se refirieron a una perturbación ciclónica a cien millas de la costa oriental de Nicaragua, y ya el 18, por la tarde, se había convertido en un poderoso huracán cuyo ojo, se precisaba en su posible trayectoria, atravesaría la provincia de La Habana.
Así fue. El vórtice del huracán, después de cruzar Isla de Pinos y devastar Gerona, penetró por el Surgidero de Batabanó, pasó por Melena del Sur y prosiguió con marcha destructiva por Quivicán, Managua, Santa María del Rosario… hasta que finalmente salió al mar por la costa norte, cerca de Bacuranao. Tuvo vientos máximos, se dice, de 250 kilómetros por hora, pero en verdad eso es solo una suposición, pues no pudo medirse la fuerza del viento. Las ráfagas destruyeron los anemómetros, y en el Observatorio de Belén se registró una máxima de 103 millas por hora (unos 165,7 kilómetros por hora) antes de que los contadores quedaran inutilizados.
Castigó a La Habana durante diez horas y sus efectos se hicieron sentir en Pinar del Río, Matanzas y Las Villas. Ocasionó daños en 5 000 inmuebles, dejó 300 embarcaciones hundidas y 120 000 árboles en el suelo. Una patana de cien toneladas fue encontrada a unos diez kilómetros de la costa. Hay una imagen que ha quedado como la representación de este meteoro. El listón de madera que atravesó el tronco de una palma real. Inspirado en ella, Sindo Garay compuso El huracán y la palma. El ciclón del 26 dejó un saldo de 650 muertos y pérdidas por más de cien millones de pesos.
El «huracán de San Marcos», de octubre de 1870 ocasionó un verdadero desastre en la provincia de Matanzas debido a que en ese fenómeno se combinaron su lento desplazamiento, sus vientos huracanados y lluvias intensas y una sobreelevación del nivel del mar, que ocasionó una dramática inundación en la capital del territorio. Las víctimas mortales se estimaron en unas 800.
Trayectorias curiosas
Algunos huracanes tuvieron trayectorias muy curiosas. El de octubre de 1910, que penetró por la porción más occidental de la provincia de Pinar del Río, describió ya sobre el mar, pero todavía pegado a la costa, un lazo perfecto antes de seguir rumbo a la Florida.
El único ciclón que completó un lazo sobre el territorio insular fue Flora, en octubre de 1963. Los que no vivimos los ciclones de 1944 ni de 1926, tenemos en Flora la más triste de las referencias en lo que a desastre natural se refiere. Ocasionó destrozos sin cuento en la agricultura, la ganadería, la vivienda, carreteras y caminos vecinales y la infraestructura en general. Provocó un número enorme de damnificados. Unas 1 126 personas murieron ahogadas. Antes de entrar en Cuba, el Flora había dejado en Haití 4 000 víctimas fatales.
Entró al país por el este de la bahía de Guantánamo y con trayectoria noroeste cruzó sobre Yateras, Mayarí y la ciudad de Holguín. Buscó entonces el sudeste e hizo un lazo sobre Jiguaní para con rumbo oeste salir por Campechuela al golfo de Guacanayabo y penetrar otra vez en la Isla por las inmediaciones de Santa Cruz del Sur, subir, llegar a la ciudad de Camagüey, girar al sudeste, pasar cerca de Manzanillo y Bayamo y, ya con rumbo norte, rozar de nuevo la ciudad de Holguín y salir por Gibara.
En 1810 la furia de un huracán hundió 70 buques en la bahía de La Habana. En 1844 naufragarían 158, y 239 en 1846; en medio de un huracán que además causó 114 muertos y destruyó 4 000 viviendas.
Durante la centuria pasada huracanes memorables por la intensidad de sus vientos, valor de las precipitaciones y, en consecuencia, por los daños causados, fueron, entre otros, los de 1910, 1915, 1917 y 1924 que, al igual que Gustav e Ike, atacaron todos la provincia de Pinar del Río.
El huracán del 18 de octubre de 1944, el comúnmente llamado «ciclón del 44», azotó primero a Isla de Pinos y penetró luego por la zona oriental de Pinar del Río y causó daños cuantiosos en la capital.
Asoló la ciudad durante 14 horas con vientos que alcanzaron rachas de hasta 262 kilómetros por hora y dejó alrededor de 300 muertos.
Con todo, la mayor tragedia natural que se registra en nuestra historia ocurrió en Santa Cruz del Sur, provincia de Camagüey, en noviembre de 1932. El día 9 un huracán penetró por la costa meridional de la provincia y al barrer con los vientos de su ala derecha las aguas del mar, las empujó sobre ese poblado costero y provocó la muerte de más de 3 000 personas y lesiones a otras tantas. Solo una edificación quedó en pie en la localidad.
Los habitantes del puerto de Júcaro, situado a la izquierda de la trayectoria del huracán, refirieron después que vieron cómo el mar se retiraba varios metros de la costa para volver con fuerza sobre ella y tragarse a Santa Cruz. En Júcaro los vientos más intensos fueron de la tierra hacia fuera. Testimonio impactante de ese siniestro es la foto en la que se ve arder, en una pira gigantesca, los cadáveres de más de la mitad de la población de Santa Cruz del Sur.
Surge la defensa civil
De los fenómenos naturales que flagelan a la humanidad, ninguno como el huracán es portador de tanta muerte y destrucción; según las estadísticas causan un promedio de 5 000 muertos al año. Los ciclones reciben el nombre de huracán cuando sus vientos máximos sostenidos son iguales o superiores a los 118 kilómetros por hora, y, de acuerdo con la intensidad de los vientos que genera, se categoriza mediante una escala que va del uno al cinco. Pero de hecho tifón, huracán y ciclón tropical son un mismo fenómeno que en el Caribe se denomina huracán y en el noroeste del Pacífico, tifón.
Por su ubicación geográfica, Cuba está sometida a diversas amenazas de origen hidrometeorológico. El escribidor hizo referencia arriba a algunos de los fenómenos naturales que causaron al país un mayor impacto negativo a lo largo de la historia, sobre todo a aquellos que quedaron grabados en la memoria de la gente, pero apenas hay datos sobre accidentes y catástrofes con menores consecuencias porque hasta la década de los 60 del siglo pasado faltó en la Isla una institución de carácter nacional o sectorial que llevara los registros pertinentes.
Y es que en Cuba, con anterioridad a 1959, no existió un sistema que permitiese una efectiva reducción de los desastres naturales. Solo la Cruz Roja, el Cuerpo de Bomberos y la Policía Nacional actuaban en determinadas labores de salvamento ante intensas lluvias, inundaciones, derrumbes y otras secuelas de ciclones y huracanes.
La Defensa Civil surge el 31 de julio de 1962. Su objetivo fue el de defender al pueblo y la economía de agresiones de enemigos externos e internos, y tuvo antecedentes en la llamada Defensa Popular. Con posterioridad también recibe la misión de proteger a la población de desastres naturales, tecnológicos y sanitarios.
«La esencia de nuestro trabajo es salvaguardar a los ciudadanos, sus bienes personales y los recursos de la economía. Se encuentra estructurado por leyes, decretos, directivas que constituyen el basamento jurídico del Sistema de Defensa Civil. Claro, con el tiempo esto se ha perfeccionado según los planes de reducción de desastres en cada lugar» expresa el general de división Ramón Pardo Guerra, Héroe de la República de Cuba y jefe del Estado Mayor Nacional de la Defensa Civil, quien recalca que los diez años que lleva en ese cargo le han permitido acometer su tarea «más noble».
Precisa el legendario combatiente de las columnas 4 y 8 del Ejército Rebelde comandadas por el Che, que la Defensa Civil trabaja en forma permanente, aunque son muchos los que piensan que solo se activa en caso de huracán. Responde asimismo ante derrames de hidrocarburos, penetraciones del mar, maremotos, terremotos, incendios forestales e industriales, grandes sequías, enfermedades que afecten la salud humana y animal, plagas en la agricultura… Cuba además colabora con otros países en esta materia. Recuérdense los terremotos de Perú, Pakistán y Ecuador, el maremoto de Indonesia y frecuentes desastres naturales en el Caribe, por mencionar solo algunos ejemplos.
Reducir riesgos
Se dice que el rol de la defensa civil en un país se define a través de la proyección del Gobierno y el grado de importancia que las autoridades confieren a la gestión para la reducción de riesgos de desastres. Cuba muestra un Sistema de Defensa Civil en constante perfeccionamiento. Sitúa al hombre en el centro de su voluntad política y, por tanto, establece directivas vinculadas a la protección de la población en primera instancia. Para eso prioriza la prevención como estrategia eficaz en la reducción de riesgos.
Todavía en octubre de 1963 el país no estaba suficientemente preparado para enfrentar un peligro de la magnitud del Flora y reducir su impacto. Aun así se procedió con eficacia y energía en la evacuación y rescate de personas, con los anfibios del Ejército al servicio de la población, lo que posibilitó evitar males mayores. El Comandante en Jefe Fidel Castro, que asumió durante el fenómeno la dirección de las tareas de rescate y salvamento en los llanos del Cauto, y que estuvo a punto de perder la vida, diría después, muy gráficamente, que el agua «bajaba en oleadas».
A partir de ahí Fidel impulsaría una tarea de prevención que se tradujo en la construcción de decenas de presas y embalses para regular las aguas y evitar inundaciones y que servirían además como sostén de la agricultura y abastecimiento de la población. El incremento de la educación, la extensión de la cultura, la potabilización del agua, el desarrollo vial y de las comunicaciones, la ampliación del suministro de energía eléctrica y del sistema de salud son, de la misma manera, baluartes en la protección de la población y la economía. Habría que agregar la creación del Instituto de Meteorología, el 12 de octubre de 1965. El haber enfrentado durante 2008 tres huracanes de gran intensidad en poco más de dos meses, con un mínimo de pérdidas de vidas humanas, es colofón importante de todo el quehacer.
Sandy sorprendió a Santiago de Cuba en las primeras horas del 25 de octubre de 2012. Se esperaba que siguiera con rumbo norte cuando giró al nordeste, incrementó su velocidad e intensificó sus vientos y penetró en el territorio de la provincia como un huracán de categoría tres. Días antes, cuando no era más que una tormenta tropical, el Estado Mayor Nacional de la Defensa Civil había advertido de sus efectos destructivos y los daños fueron cuantiosos, si bien la población fue adecuadamente resguardada. La percepción de riesgo fue mayor en unos municipios que en otros. El Presidente Raúl Castro recorrió las zonas afectadas, particularizó sus necesidades y mantuvo contacto directo con sus residentes. Permaneció en la provincia mientras no se restablecieron las condiciones esenciales para la vida del pueblo.
De ahí la importancia de Meteoro, ejercicio popular de las acciones para situaciones de desastre. Una experiencia cubana que con carácter anual incrementa y comprueba la preparación, planificación y organización de las medidas de la Defensa Civil y pone al país en mejores condiciones para enfrentar eventos de desastre y reducir al mínimo los riesgos y los daños.
Ciro Bianchi Ross
martedì 17 maggio 2016
Italiani all'estero e interviste RAI
Il
prossimo 25 maggio (mercoledì), DOVREBBE andare in onda una intervista che mi è
stata fatta nei mesi scorsi. Il “pezzo” doveva essere inserito in “Peoples” (credo sia questo il titolo) che
se mal non ricordo andava in onda la domenica mattina, poi mi è stato detto che
vista la “lunghezza” sarebbe stato rimandato.
Ora mi è stato comunicato che DOVREBBE, appunto, andare in onda
mercoledì 25. Purtroppo la realizzatrice non mi ha comunicato il programma e l’ora
di messa in onda. Siccome gli annunci me li aveva dati a suo tempo via FB sito,
sul quale mi è sempre più difficile entrare e sopratutto scambiare messaggi,
non avendo la sua mail, se qualcuno riesce a sapere qualcosa tramite i
palinsesti e/o programmi Rai e me lo fa sapere, gli bacio le mani. Grazie.
aldoab@enet.cu
domenica 15 maggio 2016
mercoledì 11 maggio 2016
martedì 10 maggio 2016
lunedì 9 maggio 2016
Quello che non ho detto della Cattedrale, di Ciro Bianchi Ross
Pubblicato su Juventud Rebelde dell' 8/5/16
Lo
sapevate che il giornale “della domenica” si ideò nella Plaza de la Catedral
quando il giornale La Discusión si installò in quello che fu il palazzo dei
Conti di casa Bayona? Che fu la prima volta che a Cuba si utilizzò la linotype
che rese possibile “comporre” i giornali in meno tempo e potessero aumentare il
numero delle pagine?
Sapevate
che il 20 gennaio del 1804 la cassaforte della Tesoreria Reale, installata
nella casa del marchese di Arcos, pure nella Plaza de la Catedral fu scassinata
dalla guardia incaricata della sua custodia che sottrasse il denaro contenuto,
cosa che mise i Tesoriere della Industria Reale nella disgiuntiva di riporre,
coi propri soldi, quano rubato o finire in carcere?
Un
altro scandalo ebbe luogo in questa casa quando Sebastián Calvo de la Puerta y
O’ Farrill rapì, col consenso della giovane, la figlia del Tesoriere Reale
dvanti al rifiuto di dargliela in sposa.
Nella
casa d’angolo del Callejón del Chorro, dove si può vedere la targa
commemorativa della Zanja Real si installarono, verso il 1840, i bagni pubblici
di Guiliasti, i primi del loro tipo che esistettero all’Avana, aprofittavano
l’antico scarico della Zanja. Non sarà fino alle decadi della fine del XIX
secolo quando i principali alberghi e pensioni cominciarono a includere quello
che si chiamava “il lusso del bagno”. Gli esercizi che non lo avevano si
limitavano a indicare ai loro clienti dove potevano lavarsi per un prezzo di
circa 30 centesimi.
Già che
si è alluso alla Zanja, diciamo rapidamente che fu l’opera di ingegneria più
importante del XVI secolo.
La sua
sorgente si prese dal río Almendares e le acque si fecero scendere dolcemente
per gravità, fino a quella che sarà la Plaza de la Catedral, la zona più bassa
della città. La vecchia lapide ricorda la costruzione del primo acquedotto
avanero.
Dice:
“Quest’acqua la portò il maresciallo di campo Juan de Tejada nell’anno 1592”.
Quello
che rende attraente questa casa senza portici e meno “palazzo” delle su vicine,
è la sua cattiva ombra. Come ha già detto lo scriba nella pagina corrispondente
alla settimana anteriore, due dei suoi proprietari finirono, in momenti
diversi, in carcere e vi morirono senza che la loro fortuna ed enorme prestigio
sociale si salvasse. Nel 1740, Antonio Palacín y Gatica, tenente governatore e
auditore di guerra – il secondo al comando nella difesa dell’Avana – che creò
inoltre una cattedra di Legge nell’Università avanera. Ebbene, questo soggetto,
in compagnia di Gabriel Beltrán de Santa Cruz, altro abitante importante della
città, presentò una denuncia contro il Capitano Generale Francisco Güemes de
Horcasitas, conte di Revillagigedo che processato dal governatore interinale,
fu a mettere le sue ossa nell’oscuro castello-prigione di san Juan de Ulúa, in
Messico, dove morì.
Nel
1571 la casa fu acquistata dal colonnello Sebastian Peñalver y Calvo de la
Puerta, reggente, tenente di capo di polizia maggiore e sindaco dell’Avana in
diverse occasioni. Si distinse nella difesa della città durante l’attacco
britannico del 1762, ma una volta che gli inglesi abbandonarono la città l’anno
seguente, le autorità spagnole lo accusarono di collaborazione col nemico e fu
recluso a Ceuta, da dove non tornò.
La
settimana scorsa abbiamo detto che il Plazzo di Lombillo ha due facciate. Una
guarda la Plaza de la catedral e l’altra a Empedrado.
Il 27
settembre del 1932, il dottor Ricardo Dolz, avvocato con studio e residenza in
questo immobile, salvò miracolosamente la vita peché, avvisato a tempo, uscì da
una porta mentre i sicari entravano da un’altra. Erano i giorni del Governo
dispotico di Gerardo Machado e il dittatore volle vendicare Clemente Vázquez
Bello, presidente del senato e massima figura del Partito Liberale, mnorto in
un attentato, con l’assassinio di vari oppositori.
Come
venne a sapere Dolz di cosa stava succedendo?Nello sparire il giornale La
Discusión, si mantenne nell’edificio che era occupato da un museo giornalistico
che passò opportunamente all’Associazione dei Reporters, in calle Zulueta, a
fianco della caserma dei pompieri, quando la casa de la Discusión fu comprata
dalla fabbrica di rum Arechabala. In questo immobile della casa Zulueta
funzionò, inoltre a partire dagli anni ’40, il Collegio Nazionale dei
Giornalisti, entità che scomparvero poco dopo la vittoria dell Rivoluzione.
Sorgeva, quindi, l’unione dei Giornalisti di Cuba che si installà nella magione
che fu del senatore liberale (e machadista) Agustín García Osuna, ampia e
confortevole come casa di abitazione, ma poco pratica per la sua nuova funzione.
Si era lasciato, dietro, un edificio costruito espressamente per il settore,
dotato di sale di riunione, biblioteca, ristorante, bar, barbiere, sala da
scherma, palestra...tutto quello che la sede
della UPEC (Unión de Periodistas y Escritores Cubanos, n.d.t.) Lo scriba
non vuole andare oltre nel pronunciarsi sulla convenienza del cambio, vuole
solo fare una domanda. Dove sono andati a finire i pezzi che conformavano il
Museo della Stampa?
La più bella
Ci fu
un epoca in cui i giornali si componevano a mano. Un operaio abile ed esperto –
il tipografo – univa velocemente una lettera con l’altra in unione
obbligatoria, così come fanno i muratori coi mattoni, fino a creare la
muraglia. Allora, i giornalisti consegnavano alle redazioni i loro lavori
scritti a mano, a volte con calligrafia infernale e le prime pagine si
riservavavno per annunci commerciali e di navigazione, perfino per annunci
funebri.
La
linotype è una macchina per comporre provvista di matrici e che fonde le
lettere per righe intere fino a comporre un solo blocco, si introdusse a Cuba,
nel giornale La Discusión – nel 1899 – e si impose non senza resistenza, fra
l’altro perché eliminava il tipografo che era l’anima del periodo classico. Non
tardarono a scoprirsi i suoi vantaggi: i giornali potevano aumentara la loro
impaginazione, si componevano in minor tempo e ammettevano maggior quantità di
testo.
Con la
linotype si instaurò l’uso della macchina da scrivere e su acordo del sindacato
dei linotipisti si decise che questi non lavorassero su originali che non gli
giungessero fra le mani scritti a macchian con doppia spaziatura.
Manuel
Márquez Sterling – ultimo romantico – fu l’unico giornalista che si negò a
utilizzare la macchina da scrivere. Continuò a scrivere a mano i suoi articoli
fino al 1934, quando morì.
Adesso
andiamo alla casa del marchese di Arcos.
Nel
1871, Ignacio de Peñalver y Cárdenas, tesoriere generale dell’Industria Reale e
dell’Esercito, si oppose alla richiesta di matrimonio di Sebastián Calvo de la
Puerta y O’ Farril con sua figlia Maria Luisa, considerata la più bella donna
della città.
Sebastián
decise di rapirla e portarla in altro luogo. Così. La marchesa di Jústiz e sua
figlia María Josefa, questa cognata del pretendente, pianificarono e portarono
a termine l’audace azione, nella chiesa di San Francesco, contando con la
complicità della ragazza che fu condotta alla residenza delle Jústiz.
Lo
scandaloso affronto del Tesoriere Reale contro la Marchesa, ciascuno col potere
dei suoi titoli e l’inviolabilità dei suoi spazi privati, dette motivo
all’intervento del Capitano Generale che affidò la custodia della giovane al
convento di Santa Teresafino a che si riuscì a portare a termine il matrimonio
senza il consenso del padre, poco prima che il contraente pertisse per una
campagna militare in Luisiana.
Entrato
il XIX secolo, il figlio di Ignacio Peñalver de Cárdenas, marchese di Arcos, fu
nominato tesoriere dell’Industria Reale, rimanendo installata la medesima, come da costume dell’epoca, nella stessa
residenza del responsabile.
Nella
notte del 20 gennaio del 1804, la guardia incaricata della custodia della
cassaforte del Real Tesoro, la scassinò e sottrasse i 150.000 pesos che vi si
trovavano. A Cuba esisteva, allora, la disposizione che stabiliva che il
funzionario pubblico a cui si sottraevano benefici a suo carico, aveva due
alternative: li rimetteva immediatamente dai suoi propri averi, anche se non
fosse responsabile della perdita, o finiva in carcere.
Il
Governatore Generale, marchese di Someruelos, venuto a conoscenza dell’atto
vandalico e senza sapere se il tesoriere potesse riporre il denaro, mandò un
messaggio a Peñalver. Gli offriva un prestito in contanti al fine che riponesse
quanto rubato.
Il
marchese di raco espresse il suo ringraziamento all’emissario del Governatore
Generale e nel rifiutare l’offerta gli mostrò le 9.500 once d’oro, tolte dalle
sue tasche con cui aveva già coperto l’ammanco.
Casa di due porte
Casa di
due porte, è cattiva da conservare, dice il refrain. Ma queste due porte furono
la salvezza di Ricardo Dolz.
L’avvocato
Carlos Manuel de la Cruz fermò la sua automobile e comprò l’Heraldo de Cuba,
giornale che serviva da portavoce al regime di Machado. In prima pagina si
rendeva conto della morte del senatore Vázquez Bello. Si diceva inoltre che per
mano di sconosciuti erano morti Dolz, Il rappresentante della Camera Miguel
Ángel Aguiar, i fratelli Gonzalo, Guillermo e Leopoldo Freire de Andrade e lo
stesso Carlos Manuel de la Cruz. Questi capì al volo che non c’era errore nella
redazione della notizia. Già nel suo studio della calle O’ Reilly, chiamò per
telefono Dolz che dallo stesso giornale aveva appena appreso della sua morte.
De la Cruz uscì dal retro dell’edificio e non si fermò fino all’Ambasciata
uruguayana, ubicata nell’appartamento 245 della Manzana de Gómez, mentre Dolz
trovava rifugio nell’Ambasciata del Brasile in 17 e A, nel Vedado.
Poterono
sfuggire a tempo gli avvocati Pedro Cue, Juan Marinello e Mayito García
Menocal, figlio dell’ex presidente che doveva essere eliminato “per dispetto a
suo padre”. Ad Aguiar i sicari lo fulminarono sulla porta del suo domicilio, in
19 angolo B, nel Vedado. Poco prima arrivarono alla casa di B numero 13, quasi
angolo a Calzada. Chiesero di Gonzalo Freire de Andrade che nella lista che avevano
era l’unico compromesso con l’opposizione. Ma già dentro alla residenza gli
assassini, non potendo identificarlo, ebbero eccesso di zelo ultimando tutti e
tre.
Lo que no dije de la Catedral
Ciro Bianchi
Ross • digital@juventudrebelde.cu
7 de Mayo del 2016 20:57:01 CDT
¿Sabía usted que el periódico «del
domingo» se ideó en la Plaza de la Catedral cuando el periódico La Discusión se
instaló en el que fue el palacio de los condes de Casa Bayona? ¿Que fue en ese
diario donde se utilizó por primera vez en Cuba el linotipo que posibilitó que
los periódicos se «compusieran» en menos tiempo y pudieran aumentar el número
de sus páginas?
¿Sabía que el 20 de enero de 1804 la
caja fuerte de la Real Tesorería, instalada en el palacio del marqués de Arcos,
también en la Plaza de la Catedral, fue violentada por la guardia encargada de
su custodia que sustrajo el dinero que había en ella, lo que situó al Tesorero
de la Real Hacienda en la disyuntiva de reponer de su peculio lo robado o ir
preso?
Otro escándalo tendría lugar en esta
casa cuando Sebastián Calvo de la Puerta y O’Farrill raptó, con el
consentimiento de la joven, a la hija del Tesorero Real ante la negativa de
este de dársela en matrimonio.
En la casa de la esquina del
Callejón del Chorro, donde puede verse la tarja conmemorativa de la
construcción de la Zanja Real, se instalaron, alrededor de 1840, los baños públicos
de Guiliasti, los primeros en su clase que existieron en La Habana;
aprovechaban el antiguo desagüe de la Zanja. No sería hasta las décadas finales
del siglo XIX cuando los principales hoteles y casas de huéspedes empezaron a
incluir lo que entonces se llamaba «el lujo del baño». Los establecimientos que
carecían de ese servicio se limitaban a indicar a sus clientes dónde podían
bañarse por un precio que giraba en torno a los 30 centavos.
Ya que se aludió a la Zanja, digamos
de paso que fue la obra ingeniera más importante del siglo XVI. Su fuente se
buscó en el río Almendares y las aguas se hicieron descender suavemente, por
gravedad, hasta lo que sería la Plaza de la Catedral, la cota más baja de la
villa. La vieja lápida consigna la construcción del primer acueducto habanero.
Dice: «Esta agua la trajo el maese
de campo Juan de Tejada en el año de 1592».
Lo que hace llamativa esa casa sin
portales y menos palacial que sus vecinas, es su mala sombra. Como ya dijo el
escribidor en la página correspondiente a la semana anterior, dos de sus
propietarios fueron a parar, en diferentes momentos, a la cárcel y murieron en
ella sin que su fortuna y enorme prestigio social los salvara. En 1740, Antonio
Palacín y Gatica, teniente gobernador y auditor de guerra —el segundo al mando
en la defensa de La Habana— que creó además una cátedra de leyes en la
universidad habanera. Pues bien, este sujeto, en compañía de Gabriel Beltrán de
Santa Cruz, otro vecino principal de la ciudad, presentó una denuncia contra el
capitán general Francisco Güemes de Horcasitas, conde de Revillagigedo, y,
procesado por el gobernador interino, fue a dar con sus huesos al sombrío
castillo-presidio de San Juan de Ulúa, en México, donde murió.
En 1751 la casa fue adquirida por el
coronel Sebastián Peñalver y Calvo de la Puerta, regidor, teniente de alguacil
mayor y alcalde de La Habana en diferentes ocasiones. Se destacó en la defensa
de la ciudad cuando el ataque británico de 1762, pero una vez que los ingleses
abandonaron la villa al año siguiente, las autoridades españolas lo acusaron de
colaboración con el enemigo y fue recluido en Ceuta, de donde no volvió.
Dijimos la semana pasada que el
Palacio de Lombillo tiene dos fachadas. Una mira a la Plaza de la Catedral, y
la otra, a Empedrado.
El 27 de septiembre de 1932, el
doctor Ricardo Dolz, abogado con bufete y residencia en ese inmueble, salvó
milagrosamente la vida porque, avisado a tiempo, logró huir por una de las
puertas mientras los porristas entraban por la otra. Eran los días del Gobierno
despótico de Gerardo Machado y el dictador quiso vengar a Clemente Vázquez
Bello, presidente del Senado y máxima figura del Partido Liberal, muerto en un
atentado, con el asesinato de varios opositores.
¿Cómo se enteró Dolz de lo que
sucedería?
Al desaparecer el periódico La
Discusión, se mantuvo en el edificio que ocupaba un museo periodístico que
oportunamente pasó a la Asociación de Reporteros, en la calle Zulueta, al lado
del cuartel de bomberos, cuando la casa de La Discusión fue adquirida por la ronera
Arechabala. En ese inmueble de la calle Zulueta funcionó además, a partir de
los años 40, el Colegio Nacional de Periodistas, entidades que desaparecieron
poco después del triunfo de la Revolución. Surgía entonces la Unión de
Periodistas de Cuba que se instaló en la mansión que fuera del senador liberal
(y machadista) Agustín García Osuna, amplia y confortable como casa de
vivienda, pero poco práctica para su nueva función. Se dejaba atrás un
edificio, construido expresamente por y para el sector, dotado de salas de
reunión, biblioteca, restaurante, bar, barbería, sala de esgrima, gimnasio…
todo lo que la sede de la UPEC no tiene. No quiere el escribidor pronunciarse
sobre la conveniencia del cambio; quiere solo hacer una pregunta. ¿Dónde fueron
a parar las piezas que conformaron el museo de la prensa?
La más hermosa
Tiempo hubo en que los periódicos se
«paraban» a mano. Un operario hábil y experto —el tipógrafo— unía
aceleradamente una letra con otra en obligada familia, al igual que hacen los
albañiles con los ladrillos, hasta formar la galerada. Entonces los periodistas
entregaban a la redacción sus trabajos escritos a mano, a veces con caligrafía
infernal, y las primeras páginas se reservaban para anuncios comerciales y de
navegación y hasta para esquelas mortuorias.
El linotipo, que es una máquina de
componer provista de matrices y que funde las letras por líneas completas hasta
formar un solo bloque, se introdujo en Cuba —en el periódico La Discusión— en
1899 y se impuso no sin resistencia, entre otros motivos, porque eliminaba al
tipógrafo, que era el alma del periódico clásico. No tardaron en descubrirse
sus ventajas: los diarios podían aumentar su paginación, se componían en menos
tiempo y admitían una mayor cantidad de textos.
Con el linotipo se instauró el uso
de la máquina de escribir, y, por acuerdo del gremio de linotipistas, se
decidió que estos no trabajarían originales que no llegasen a sus manos
escritos a máquina y a dos espacios.
Manuel Márquez Sterling —último
romántico— fue el único periodista que se negó a utilizar la máquina de
escribir. Siguió haciendo sus artículos a mano hasta 1934, cuando murió.
Surgió también allí el periódico
«del domingo».
En los albores del siglo XX existía
en Cuba el criterio, generalizado entre los directores de publicaciones, que
los periódicos dominicales no funcionaban. De hecho, los diarios más
importantes de la época —La Discusión y La Lucha— no aparecían los domingos, y
los que lo hacían, aunque a veces daban cabida a folletines, en poco se
diferenciaban en su edición dominical de las del resto de la semana. Pero
Manuel María Coronado, director de La Discusión, tenía una idea opuesta.
Pensaba que un periódico elaborado especialmente para ser leído en la calma del
domingo, con temas variados y materiales extensos y bien escritos e
ilustraciones en colores, sería todo un éxito, y puso a su gente a trabajar. Su
idea marcó un paso de progreso en la prensa nacional y fue pronto imitada por
otras publicaciones. Llega hasta hoy.
Vayamos ahora hasta la casa del marqués
de Arcos.
En 1781, Ignacio de Peñalver y
Cárdenas, tesorero general de la Real Hacienda y del Ejército, se opuso a la
solicitud de matrimonio de Sebastián Calvo de la Puerta y O’Farrill con su hija
María Luisa, considerada como la mujer más hermosa de la ciudad.
Sebastián decidió raptarla y
llevarla en depósito a otro lugar. Así, la marquesa de Jústiz y su hija María
Josefa, cuñada esta del pretendiente, planearon y ejecutaron la audaz acción en
la iglesia de San Francisco, contando con la complicidad de la novia, que fue
conducida a la residencia de las Jústiz.
El escandaloso enfrentamiento del
Tesorero Real contra la Marquesa, cada uno con el poder de sus títulos y la
inviolabilidad de sus espacios privados, dio motivo a la intervención del
Capitán General, que confió la custodia de la joven al convento de Santa Teresa
hasta que se logró llevar a cabo el matrimonio sin consentimiento del padre,
poco antes de que el contrayente partiera hacia Luisiana en una campaña
militar.
Entrado el siglo XIX, el hijo de
Ignacio Peñalver y de Cárdenas, marqués de Arcos, fue nombrado tesorero de la
Real Hacienda, quedando instalada la Real Tesorería, como era costumbre en la
época, en la propia residencia de su responsable.
En la noche del 20 de enero de 1804,
la guardia encargada de la custodia de la caja fuerte del Real Tesoro la
violentó y sustrajo los 150 000 pesos que se guardaban en ella.
Existía en la Cuba de entonces una
disposición que establecía que el funcionario público al que se le sustrajesen
caudales a su cargo, tenía dos alternativas: los reponía de inmediato de su
propio peculio, aunque no fuese responsable de la pérdida, o iba preso.
El gobernador general, marqués de
Someruelos, enterado del hecho vandálico y sin saber si el Tesorero podía
reponer el dinero, envió un recado a Peñalver. Le ofrecía un préstamo en
efectivo a fin de que repusiese lo robado.
El marqués de Arcos expresó su
agradecimiento al emisario del Gobernador General y al rehusar el ofrecimiento
le mostró las 9 500 onzas de oro sacadas de su bolsillo con las que había ya cubierto el desfalco.
Casa de dos puertas
Casa de dos puertas, mala es de
guardar, dice el refrán. Pero esas dos puertas fueron la salvación de Ricardo
Dolz.
El abogado Carlos Manuel de la Cruz
detuvo su automóvil y compró el Heraldo de Cuba, diario que servía de vocero al
régimen de Machado. En la primera página se daba cuenta de la muerte del
senador Vázquez Bello. Se decía además que a manos de desconocidos habían
muerto los oposicionistas Dolz, el
representante a la Cámara Miguel Ángel Aguiar, los hermanos Gonzalo, Guillermo
y Leopoldo Freire de Andrade y el propio Carlos Manuel de la Cruz, Este
comprendió de golpe que no había error en la redacción de la noticia. Ya en su
bufete, en la calle O’Reilly, llamó por teléfono a Dolz, que por el mismo
periódico acababa de enterarse de su muerte. De la Cruz salió por el fondo del
edificio y no paró hasta la Embajada uruguaya, sita en el departamento245 de la
Manzana de Gómez, mientras Dolz hallaba refugio en la Embajada de Brasil, en 17
y A, en el Vedado.
Pudieron escabullirse a tiempo los
abogados Pedro Cue y Juan Marinello, y Mayito García Menocal, hijo del
expresidente, que debía ser eliminado «para escarmiento de su padre». A Aguiar
los porristas lo fulminaban en la puerta de su domicilio, en 19 esquina a B, en
el Vedado. Poco antes llegaron a la casa de B número 13 casi esquina a Calzada.
Preguntaron por Gonzalo Freire de Andrade que era el que llevaban en la lista porque de los
tres hermanos, era el único comprometido con la oposición. Pero ya en el
interior de la residencia los asesinos no pudieron identificarlo y extremando
su celo, los ultimaron a los tres.
Ciro Bianchi
Ross
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