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lunedì 20 ottobre 2014

Un altro pomeriggio a Kuquine. di Ciro Bianchi Ross

Pubblicato su Juventud Rebelde del 19/10/14

Il dittatore Fulgencio Batista, aveva una maniera molto particolare di appropriarsi dei soldi dello Stato. La sua posizione politica privilegiata, dice Guillermo Jiménez nel suo libro Los propietarios de Cuba ; 1958, gli dette l’opportunità di aprofittarsi in modo stupefacente della politica di finanziamento e concessioni promossa dalle istituzioni bancarie statali diretta da Joaquín Martínez Sáenz, presidente del Banco Nacional, sia mediante la richiesta di detti finanziamenti o mediante la riscossione, tramite terzi, di un’elevata gabella specialmente per quegli imprenditori beneficiati da quell’originale modo di malversazione che istituí.
Aggiunge Jiménez che oltre agli introiti delle sue numerose aziende - circa 70 - riceveva regolarmente i guadagni provenienti da vari modi di costrizione, malversazioni e altre imposizioni. Fra queste, quelle prodotte dal gioco clandestino e il 30 per cento che i contrattisti pagavano in contanti per la concessioni delle opere ricevute, di cui ispezionava personalmente i crediti. Ciò gli permise di ammassare una fortuna calcolata in 300 milioni di dollari. Due aneddoti illustrano queste affermazioni. Li rivela il generale Francisco Tabernilla Palmero nel suo libro di memorie che col titolo  di Palabras esperadas, pubblicò a Miami nel 2009. Tabernilla Palmero,conosciuto col soprannome di “Silito” era il segretario militare di Batista, capo del Reggimento Misto 10 di Marzo e, già negli ultimi tempi della dittatura, capo della Divisione di Fanteria Generale Alejandro Rodríguez, entrambi con sede nella Città Militare di Columbia – oggi Ciudad Libertad -, truppe che si notavano come il pollo del riso col pollo delle Forze Armate cubane dell’epoca.
Con relaione al 30 per cento che pagavano gli imprenditori “premiati” con l’esecuzione di qualche opera pubblica, dice “Silito” che i beneficiati arrivavano all’ufficio del Presidente con una valigia piena di soldi e uscivano dallo studio presidenziale senza un centesimo e a volte senza valigia perché a Batista piaceva.
Incassi favolosi
Inoltre racconta che alla morte, nel 1956, del brigadier generale Rafael Salas Cañizares, capo della Polizia Nazionale, Batista chiamò al Palazzo Hernando Hernández che recentemente promosso a Brigadiere Generale, aveva appena ottenuto il comando del corpo poliziesco e gli chiese che verificasse quanto riceveva Salas Cañizares per concetto del gioco  proibito all’Avana. L’investigazione scoprì una somma favolosa: oltre 700.000 pesos mensili. Allora Batista ordinò a Hernando Hernández che si occupasse della raccolta di questi soldi e li portasse al Palazzo al fine che sua moglie lo destinasse a “opere di carità”.
A questo fatto allude anche il padre di “Silito” in una lettera che invia a Batista, il 24 agosto del 1960. Batista trascorre il suo esilio a Funchal, nell’Isola di Madeira e il tenente generale Francisco Tabernilla Dolz, Capo dello Stato Maggiore Congiunto delle Forze Armate della dittatura, risiede a Riviera Beach, in Florida. Il “Vecchio Pancho”, come lo chiamavano, dice nella sua lettera a Batista: “Lei ha permesso l’auge del gioco d’azzardo in tutta la Repubblica di Cuba, facendo entrare i favolosi introiti dalla porta principale del medesimo Palazzo Presidenziale...”
Chiaro che è un’accusa tardiva, con pentimento e lacrime di coccodrillo comprese. La lettera è motivata dal libro che Batista aveva appena pubblicato. S’intitola Respuesta e lui vuole giustificare l’ingiustificabile; salvare le sue responsabilità nel crollo del suo Governo e incolpare del disastro i Tabernilla che accusa di essere traditori.
 Tabernilla risponde: “Il traditore più grande che Cuba ha avuto è lei, signor Batista, per il suo pessimo agire e la miopia nel problema di Cuba...In quanto alla sua mancanza di coraggio, nessuno lo discute, sono tutti d’accordo, ebbene la sua inconsulta e precipitosa fuga lo dimostra senza dar adito a dubbi”.
Tabernilla accusa con durezza il suo antico capo, quello che accompagnava fino dal colpo di Stato del 4 settembre 1933, quando fu fra i molto contati ufficiali – era allora tenente – che si aggiunse alla ribellione dei sergenti. Scrive: “Le bugie, calunnie e falsità con le quali lei tratta di giustificarsi nel libro Respuesta per discolparsi, mi creda don Fulgencio, non le rendono nessun favore”.
A loro volta i Tabernilla cercarono di discolparsi anche loro e pagheranno José Suárez Nuñez, batistiano fino all’ultimo momento del regime, per un libro contro Batista, El gran culpable.
Dice che fu l’appoggio dei Tabernilla che permise a Batista di mantenersi al potere ebbene “senza di loro non sarebbe arrivato a un anno di Governo”. Anche così si considera una vittima dell’astuto ex presidente. Il vecchio militare si copre di manto di pecora e scrive: “L’ammirazione, lealtà e sincera amicizia che professavo per lei, oscurarono la mia capacità di intendere, non potendo rendermi conto in tempo del suo egoismo, rovinosità e cattiveria. Lei mi ha utilizzato come paravento per coprire le sue molte porcherie...”
“L’unica accusa che mi faccio è per la mia debolezza, per non aver mantenuto con carattere irrevocabile le dimissioni che le ho presentato...lo stesso giorno che gli insorti hanno attaccato la caserma Goicuria nella provincia di Matanzas...Questo fu il mio grave errore, di non essermi ritirato in quell’occasione, ma mi trattenne l’idea di cosa potessero pensare i miei compagni, che abbandonavo la nave per paura dei futuri accadimenti che già si profilavano. Per questo ho continuato al suo fianco, ma le diedi l’opportunità di infangarmi e di distruggere il mio onore come militare, ma Dio Onnipotente saprà castigare quelli che continuano così”.
Un altro rimprovero scoppia alla fine della lettera, quello dei soldi. Batista estrasse il suo, almeno gran parte. Tabernilla, sorpreso dal crollo della dittatura e dalla fuga precipitosa, non poté fare lo stesso. Scrive al rispetto: “Mi permetto chiarirle...che i soldi che i castristi mi hanno rubato nelle banche di Cuba non furono il prodotto di nessun tipo di affare, concessione, asta del Governo, eccetera. Quesi soldi li ho accumulati con i compensi che mi hanno pagato per suo ordine, corrispondenti agli anni in cui rimasi fuori o per meglio dire pensionato dall’Esercito, per disposizione del Dott. Grau San Martín e le briciole che lei mi regalava, ebbene la modesta casa che possedevo l;ho fabbricata nell’anno 1950”.
Questi voti di povertà sono discutibili in un uomo come Tabernilla. Suo figlio Carlos era capo della Forza Aerea e la voce popolare garantiva che svolgevano un bell’affare con il contrabbando – sigarette, liquori, elettrodomestici, ecc. – dagli Stati uniti. Quando il tenente colonnello Ángel Sánchez Mosquera – il più grande assassino e ladro di tutti i capi militari che aveva Batista, al dire del Che Guevara – fu ferito alla testa durante la seconda battaglia di Santo Domingo, non c’era un elicottero per portarlo via dalla Sierra Maestra. I mezzi aerei di carico e trasporto dell’Esercito erano in funzione dei torbidi affari dei capi.
Dice Tabernilla: “Non voglio domandarle a quanto ammonta la sua favolosa fortuna né come la acquisí o dove la tiene depositata. Questi sono segreti di Stato. Ebbene, don Fulgencio, lei sì è stato furbo a mettere i suoi spiccioli in un luogo sicuro”.
L’Indio
Queste e altre riflessioni vengono alla mente dello scriba mentre visita di nuovo la residenza di Kuquine, il ritiro campestre di Batista nei dintorni dell’Avana. Qualcuno che preferisce mantenere il suo anonimato raccontò a chi scrive le sue visite alla tenuta quando era ancora occupata dalla famiglia del presidente. Vicino alla porta d’ingresso c’era una stanza refrigerata dove Martha Fernández, la moglie di Batista, teneva le sue pellicce e, nella zona della cucina, una dispensa con la capacità, si diceva, a provviste alimentari per un anno. Oltre alla piscina, c’era un quadrilatero per la boxe, tre o quattro cani da caccia  e fra altri quadrupedi, un cavallo bianco che era il preferito dal dittatore. Due automobili antiche, erano pure conservate nel feudo: una marca Ford, modello T, forse lo stesso che Batista aveva nei suoi giorni da sergente eil Chrysler dorato di Roberto, il fratello di Martha che viveva anche lui nella tenuta, in una casa sita a un chilometro dalla principale e che seppure più piccola è sempre sembrata più lussuosa di quella di suo cognato. La biblioteca occupava due sale del piano terra, divise da un patio e ad essa si accedeva da un portico. Le camere da letto erano al piano superiore ed erano tutti identificate da un’iscrizione dove si leggeva il nome dei loro occupanti. Il maggiordomo era negro. Questa fu solo una delle sue residenze private. Si aggiungono quella della spiaggia di Varadero, quella di Tope de Collantes e quella del’Isola dei Pini.
Batista fu un politico straordinariamente abile, con l’astuzia dell’animale forte. Un maestro nell’arte di fingere. Al fine di raggiungere i suoi obbiettivi poteva muovere, senza scrupolo, qualunque risorsa, fino alla repressione illimitata. Il suo mandato costò al Paese, non si deve dimenticare, migliaia di morti.
Nella pagina della scorsa settimana, pure dedicata a Kuquine, ho riferito del ritrovamento, già nel 1959, in un locale di disimpegno della casa e nascoste da una montagna di libri vecchi e polverosi, di cinque casse di legno...contenevano circa 800 oggetti preziosi valutati in un paio di milioni di dollari. Fra questi c’era una spilla d’oro puro con l’effigie di un indio. La testa della figura era adornata di pietre preziose con i colori della bandiera che batista instaurò nelle Forze Armate dopo il colpo di Stato del 4 settembre del 1933.
A batista piaceva far credere che godeva della protezione di un indio. Quando era candidato del Partito d’Azione Unitaria (PAU) qualcuno, a Kuquine, gli scattò una fotografia che ha per sfondo dei rampicanti. Una sera chiamò il suo segretario Raúl Acosta Rubio e gli disse: “Non vedi un  indio sullo sfondo? È ben chiaro e definito”. Acosta risposose di sì; era evidente che i rami configuravano la testa di un indio pellerossa. Batista, disposto ad aprofittarsi di quella situazione, domando immediatamente: “Che te ne pare di mandarne a stampare qualche migliaio di copie della foto perché ;a gente che crede in ciò, e qua sono migliaia, veda che ho la protezione di un capo indiano? Sarebbe una buona pubblicità!”.
Concludeva, Acosta Rubio, nel suo libro Todos culpables che com’era logico si mandò a riprodurre la fotografia in questiuone in migliaia di copie. Nell’intimità Batista ci scherzava sopra, ma quando qualcuno gli parlava del fatto, sorgeva sul suo volto un sorriso enigmatico con la quale dava per certo che contava con la protezione dell’al di la.



 Otra tarde en Kuquine
Ciro Bianchi Ross * digital@juventudrebelde.cu
18 de Octubre del 2014 22:09:03 CDT

El dictador Fulgencio Batista tenía una forma muy particular de
apropiarse del dinero del Estado. Su posición política privilegiada,
dice Guillermo Jiménez en su libro Los propietario de Cuba; 1958, le
dio la oportunidad de aprovecharse de manera asombrosa de la política
de financiamiento y concesiones promovida por las instituciones
bancarias estatales dirigida por Joaquín Martínez Sáenz, presidente
del Banco Nacional, bien mediante la requisa de esos financiamientos o
mediante el cobro, a través de terceros, de una elevada gabela en
especie a aquellos empresarios beneficiados por tal original forma de
malversación que implantó.
Añade Jiménez que además de los ingresos de sus numerosas empresas
--unas 70-- recibía regularmente las ganancias provenientes de varias
formas de cohecho, malversación y otras imposiciones. Entre estas, las
producidas por el juego prohibido y el 30 por ciento de comisión que
los contratistas pagaban en efectivo por las concesiones de obras
recibidas, cuyos créditos supervisaba él personalmente. Lo que le
permitió amasar una fortuna calculada en 300 millones de dólares.
Dos anécdotas ilustran esas afirmaciones. Las revela el general
Francisco Tabernilla Palmero en su libro de memorias que con el título
de Palabras esperadas publicó en Miami en 2009. Tabernilla Palmero,
conocido por el sobrenombre de “Silito”, era el secretario militar de
Batista, jefe del Regimiento Mixto 10 de Marzo y, ya en los últimos
tiempos de la dictadura, jefe de la División de Infantería General
Alejandro Rodríguez, ambos con sede en la Ciudad Militar de Columbia
--hoy Ciudad Libertad--, tropas que se evidenciaban como el pollo del
arroz con pollo de las Fuerzas Armadas cubanas de la época.
Con relación al 30 por ciento que pagaban los empresarios “premiados”
con la ejecución de alguna obra pública, dice “Silito” que los
beneficiados llegaban a la oficina del Presidente con una maleta
cargada de dinero y salían del despacho presidencial sin un centavo y
a veces sin maleta porque Batista se antojaba de ella.

Fabulosas recaudaciones

Cuenta además que a la muerte, en 1956, del brigadier general Rafael
Salas Cañizares, jefe de la Policía Nacional, Batista llamó a Palacio
a Hernando Hernández que, recién ascendido a Brigadier General,
acababa de asumir la jefatura del cuerpo policial, y le pidió que
averiguara cuánto percibía Salas Cañizares por concepto del juego
prohibido en La Habana. La investigación arrojó una suma fabulosa: más
de 700 000 pesos mensuales. Batista ordenó entonces a Hernando
Hernández a que se ocupara de la recaudación de ese dinero y lo
llevara a Palacio a fin de que su esposa lo destinara a “obras de
caridad”.
A ese hecho también alude el padre de “Silito” en una carta que envía
a Batista, el 24 de agosto de 1960. Batista pasa su exilio en Funchal,
en las Islas Madeiras, y el teniente general Francisco Tabernilla
Dolz, jefe del Estado Mayor Conjunto de las Fuerzas Armadas de la
dictadura, radica en Riviera Beach, en la Florida. Dice el “Viejo
Pancho”, como le llamaban, en su carta a Batista: “Usted permitió el
auge del juego prohibido en toda la República, llegando las fabulosas
recaudaciones a penetrar por la puerta principal del mismo Palacio
Presidencial...”
Claro que es una acusación tardía, con arrepentimiento y lágrimas de
cocodrilo incluidas. Motiva la carta el libro que Batista acababa de
publicar. Se titula Respuesta y quiere con él justificar lo
injustificable; salvar su responsabilidad en el derrumbe de su
Gobierno y culpar del desastre a los Tabernilla, a los que acusa de
traidores.
Responde Tabernilla: “El traidor más grande que han tenido Cuba y las
Fuerzas Armadas es usted, señor Batista, por vuestra pésima actuación
y miopía en el problema de Cuba... En cuanto a su falta de valor, nadie
lo discute, todo el mundo está de acuerdo, pues su inconsulta y
precipitada fuga así lo demuestra sin lugar a dudas”.
Tabernilla increpa con dureza a su antiguo jefe, al que acompañaba
desde el golpe de Estado del 4 de septiembre de 1933, cuando fue de
los muy contados oficiales --era entonces teniente-- que se sumó a la
rebelión de los sargentos. Escribe: “Las mentiras, calumnias y
falsedades con las que usted trata de valerse en el libro Respuesta
para exculparse, créame, don Fulgencio, que no le hacen ningún favor.
A su turno, los Tabernilla también tratarían de exculparse y pagarían
a José Suárez Núñez, batistiano hasta la víspera, un libro contra
Batista, El gran culpable.
Dice que fue el apoyo de los Tabernilla lo que permitió a Batista
mantenerse en el poder pues “sin ellos no hubiera llegado a un año en
el Gobierno”. Aun así, se considera una víctima del astuto mandatario.
Se cubre el viejo militar con piel de oveja y escribe:
“La admiración, lealtad y sincera amistad que le profesaba, nublaron
mi entendimiento, no pudiendo darme cuenta a tiempo de su egoísmo,
ruindad y maldad. Usted me utilizó a mí de mampara para cubrir sus
múltiples fechorías...”.
“La única acusación que me hago yo, es la debilidad mía por no haberle
mantenido con carácter irrevocable la renuncia que le presenté... el
mismo día que los insurgentes atacaron el cuartel Goicuría, en la
provincia de Matanzas... Ese fue mi gran error, el no haberme retirado
en aquella ocasión, pero me retuvo la idea de lo que podían pensar mis
compañeros, que abandonaba la nave por temor a los futuros
acontecimientos que ya se vislumbraban. Por eso seguí al lado de
usted, pero le di la oportunidad de mancharme de lodo y de destruir mi
honor como militar, pero Dios Todopoderoso sabrá castigar a los que
así proceden”.
Un reproche más explota al final de la misiva, el del dinero. Batista
sacó el suyo o al menos una gran parte. Tabernilla, sorprendido por el
derrumbe de la dictadura y la fuga precipitada, no pudo hacer lo
mismo. Escribe al respecto:
“Me permito aclararle... que el dinero que los castristas me robaron en
los bancos de Cuba no fue el producto de ninguna clase de negocios,
concesiones, subastas del Gobierno, etc. Ese dinero lo acumulé con los
haberes que por orden suya me pagaron, correspondientes a los años que
estuve fuera o mejor dicho retirado del Ejército, por disposición del
Dr. Grau San Martín, y las migajas con que usted me obsequiaba, pues
la modesta casa que tenía la fabriqué en el año 1950”.
Esos votos de pobreza en un hombre como Tabernilla son discutibles. Su
hijo Carlos era el jefe de la Fuerza Aérea y la voz popular aseguraba
que acometían un negocio tremendo de contrabando --cigarrillos,
licores, efectos eléctricos, etc.-- desde Estados Unidos. Cuando el
teniente coronel Ángel Sánchez Mosquera --el más valiente, asesino y
ladrón de todos los jefes militares que tenía Batista, al decir de Che
Guevara-- fue herido en la cabeza durante la segunda batalla de Santo
Domingo, no había un helicóptero para sacarlo de la Sierra Maestra.
Medios aéreos de carga y transporte del Ejército estaban en función de
los negocios turbios de los jefes.
Dice Tabernilla: “No deseo preguntarle a usted a cuánto asciende su
fabulosa fortuna ni cómo la adquirió ni dónde la tiene depositada.
Esos son secretos de Estado. Ahora bien, don Fulgencio, usted sí fue
listo al poner sus quilitos en lugar seguro”.

El indio

Esas y otras reflexiones acuden a la mente del escribidor mientras
recorre de nuevo la casa de vivienda de Kuquine, el predio campestre
de Batista en las afueras de La Habana. Alguien que prefiere mantener
su anonimato contó a quien esto escribe sus visitas a la finca cuando
la ocupaba aún la familia del mandatario. Cerca de la puerta de
entrada de la casa había un cuarto refrigerado donde Martha Fernández,
la esposa de Batista, guardaba sus abrigos de piel, y, en el área de
la cocina, una despensa que daba cabida, se decía, a una provisión de
alimentos para un año. Además de la piscina, había un cuadrilátero de
boxeo y tres o cuatro perros de caza y, entre otros cuadrúpedos, un
caballo blanco que era el preferido del dictador. Dos automóviles
antiguos se conservaban en el feudo: uno marca Ford, modelo T, quizá
el mismo que tenía Batista en sus días de sargento, y el Chrysler
dorado de Roberto, el hermano de Martha, que también vivía en la
finca, en una casa situada a un kilómetro de la casa principal y que,
aunque más pequeña, a mi interlocutor le pareció siempre más lujosa
que la de su cuñado. La biblioteca ocupaba dos salas de la planta
baja, divididas por un patio, y se accedía a esta desde el portal. Los
dormitorios estaban en la planta alta y todos estaban identificados
con una inscripción donde se leía el nombre de su ocupante. El
mayordomo era negro. Esta fue solo una de sus residencias privadas. Se
suman la de la playa de Varadero, la de Topes de Collantes y la de
Isla de Pinos.
Batista fue un político extraordinariamente hábil, con la astucia del
animal fuerte. Un maestro en el arte de fingir. Con tal de lograr sus
objetivos, podía mover, sin escrúpulo, cualquier recurso, hasta la
represión ilimitada. Su mandato, no hay que olvidarlo, costó al país
miles de muertos.
En la página de la semana anterior, dedicada también a Kuquine, referí
el hallazgo ya en 1959, en un cuarto de deshago de la casa y
disimuladas por una montaña de libros viejos y empolvados, de cinco
cajas de madera.. Contenían unas 800 alhajas valoradas en unos dos
millones de dólares. Entre estas había una sortija de oro puro con la
efigie de un indio. Adornaban la cabeza de la figura piedras preciosas
con los colores de la bandera que Batista instauró en las Fuerzas
Armadas tras el golpe de Estado del 4 de septiembre 1933.
Gustaba Batista de hacer creer que disfrutaba de la protección de un
indio. Cuando era candidato presidencial por el Partido de Acción
Unitaria (PAU) alguien, en Kuquine, le tomó una fotografía que tiene
como fondo una enredadera. Una noche llamó a su secretario, Raúl
Acosta Rubio, y le dijo: “¿No ves un indio en el fondo? Está bien
clarito y definido”. Respondió Acosta que sí; era evidente que las
ramas configuraban la cabeza, pero de un indio piel roja. Batista,
dispuesto a aprovecharse de esa situación, preguntó enseguida: “¿Qué
te parece mandar a imprimir unos cuantos millares de la foto, para que
la gente que cree en eso, y aquí son miles, vea que tengo la
protección de un cacique? ¡Sería una buena propaganda!’.
Concluía Acosta Rubio en su libro Todos culpables que, como era
lógico, se mandó a reproducir por millares la fotografía en cuestión.
En la intimidad, Batista hacía burlas de aquello, pero cuando alguien
le hablaba del asunto, asomaba a su rostro una sonrisa enigmática con
la que daba por seguro de que contaba con la protección del más allá.



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