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martedì 15 dicembre 2015

La porta segreta di Batista, di Ciro Bianchi Ross

Pubblicato su Juventud Rebelde del 13/12/15

Nella storia di Cuba non manca una porta segreta quando non appare un tunnel o un passaggio mimetizzato da un armadio. Sembra che abbiamo visto troppe pellicole, come quelle di Zorro nelle quali, il soggetto col suo abito di tutti i giorni, si infilava in un camino e riappariva a cavallo e mascherato, da una cascata che riusciva ad attraversare senza che l’acqua gli bagnasse nemmeno il cappello. Zorro “mascherato e fuggiasco” come si diceva in quella serie di avventure delle sette e mezza di sera e che andavano in onda in diretta, con Julito Martínez e Jorge Sosías, ai tempi in cui la televisione era un cassone di legno.
Si parla di un tunnell che allaccia l’antico Palazo Presidenziale – oggi Museo della Rivoluzione – col Capitolio. Di quello che unisce la residenza dell’ex presidente Ramón Grau San Martín, nella quinta Avenida tra 12 e 14 a Miramar, con una casa della calle Tercera.
Del corridoio sotterraneo che porta dalla casa di Orestes Ferrara – attuale Museo Napoleonico – in San Miguel e Ronda, fino alla costa. Del passaggio segreto che corre tra il castello di Averhoff a Mantilla e il vecchio castello di Atarés, all’altro lato della città!
Se si visita Kuquine, la tenuta di riposo di Fulgencio Batista, qualcuno parlerà del passaggio sotto terra che unisce la casa del suddetto con la residenza del generale Roberto Fernández Miranda, cognatissimo del dittatore, a un kilometro di distanza dalla tenuta medesima. E non mancherà la menzione di un altro tunnel che se esistesse, sarebbe il più spettacolare dell’epoca: quello che unisce Kuquine con la città militare di Columbia, a circa 15 km. di distanza.
Il curioso di tutto ciò è che c’è sempre qualcuno che assicura di aver visto questi corridoi e di averci camminato, ma non danno mai l’ubicazione esatta della casa dove sbocca il tunnel di Grau né la parte della costa dove si apre quello di Ferrara. Non spiegano nemmeno il senso che avrebbe un passaggio segreto tra il Palazzo Presidenziale e il Capitolio né se Batista, da Kuquine, avrebbe percorso il tratto che lo separava dal campo di Columbia a piedi, cavallo o in bicicletta. Su ciò ci sono confessioni patetiche, come di quella persona che garantì allo scriba di aver scoperto il tunnel di Ferrara solo nel comprovare che un cancello con grosse sbarre di ferro lo chiudeva sotto l’intersezione di Infanta e San Lázaro. Se questo era certo, come sapeva che arrivava alla costa?
Si è parlato molto di questi tunnel. Ma niente ha fatto correre l’immaginazione come la cosiddetta porta segreta di Batista.

L’oroscopo dell’anno

Il mercoledì 13 marzo del 1957, un commando del Directorio Revolucionario assalì il Palazzo Presidenziale con l’intenzione di giustiziare il dittatore Fulgencio Batista. Diversi di questi giovani salirono al secondo piano e penetrarono nello studio ufficiale del presidente, ma l’ufficio era deserto. Si parlò in seguito di una porta segreta che si apriva in una scala che conduceva alle stanze private di Batista, al terzo piano. Fu questa porta che si trova nel breve corridoio che unisce lo studio col salone di riunione del Consiglio dei Ministri e che era allora nascosta da una tenda di velluto rosso, quella che permise al dittatore, dissero gli assaltanti, di fuggire miracolosamente. Aggiunsero che pur sapendo di un passaggio segreto, non poterono trovarlo e che il medesimo non era riportato nei disegni del Palazzo che avevano potuto reperire.
L’etnologa Natalia Bolívar, studiosa di religioni di origine africana, assicura che la fuga di Batista quel 13 di marzo, si relaziona con la cerimonia che nella santeria si conosce come “l’oroscopo dell’anno”, nella quale un gruppo di babalaos predice i fatti a venire e l’orisha che governerà in quel periodo. Natalia precisa che il segno reggente nel 1957 era Obbara Meyi che indica che il re deve cercare costantemente un’uscita, un’uscita segreta. Fu allora, ribadisce Natalia che Batista fece costruire non uno, ma tre passaggi segreti. Quello del Palazzo; quello di Kuquine e un’altro nella casa presidenziale di Columbia.
Victor Betancourt, altro studioso di religioni afrocubane, non è d’accordo con la famosa autrice di Los orishas en Cuba  e afferma che l’oroscopo vigente quell’anno era Odí Iká, segno che allude a un governante che sarà attaccato ddai suoi nemici.
Natalia menziona il foglietto intitolato Los babalaos tenían razón pubblicato, secondo lei,dalla rivista Bohemia in quella data e nella quale si appoggia la sua versione. Detto opuscolo non appare in nessuna biblioteca cubana né della Florida. Un altro studioso del tema, Abel Sierra Madero, scrive in un articolo che in nessuna delle cronache che si pubblicarono al momento dell’assalto al Palazzo, si fa menzione dell’oroscopo dell’anno e nemmeno della porta segreta.
Quanto era segreta davvero questa porta?

Changò gira le spalle al generale

Si suppone che Batista fece costruire la porta in questione quando, nel gennaio 1957, si fecero conoscere i risultati dell’oroscopo dell’anno e che il 13 marzo successivo fosse già pronta. Il capitano Alfredo J. Sadulé, l’unico dei sei aiutanti presidenziali di Batista che è ancora vivo, in una lunga conversazione che abbiamo avuto a Miami alla fine del 2014 smentì l’esistenza di queste tre porte segrete e negò che quella del palazzo fosse stata costruita da Batista “almeno negli anni ‘50”. Precisò che il dittatore si serviva di questa porta quando voleva entrare o uscire dallo studio senza che lo vedessero, ma che abitualmente usava l’ascensore.
Batista seppe, all’inizio di gennaio delle minacce che gravavano su di lui in quel 1957? Conobbe e prese sul serio le previsioni dei babalaos?
Nella sua infanzia ebbe un’educazione protestante e già nel suo esilio in Spagna, dopo la morte a 19 anni di suo figlio Carlos Manuel, sembrò inclinarsi verso il cattolicesimo. Però si dice, anche se non si è potuto comprovare che ricevette la mano di Orula ed era figlio di Changó.
In una cronaca su Kuquine pubblicata su Bohemia – Edicción de la Libertad – il giornalista insiste nell’affermare che vide nella casa principale della tenuta, altari di santeria con chiocciole, zampe di gallo, e pannocchie di granoturco, ma...nelle sue pagine non c’è una sola foto che avalli l’affermazione.
Sempre su Bohemia, il 24 maggio del 1959, un’altro servizio con il titolo di Io sono stato lo stregone di Batista, firmato da Guillermo Villaronda, rende nota l’esistenza di Chano Betongó, una relazione che se fosse vera, si era tenuta nascosta per diversi anni.
Secondo Villaronda, Batista fu a “consultarsi” con Betongó che risiedeva al Calvario, quando era ancora un oscuro sergente. Il soggetto invocò Changó per predire il futuro del suo cliente Batista avrebbe percorso un cammino lungo e tranquillo, anche se alla fine lo attendeva “un mare immenso, agitato dall’uragano, spesso e rosso”. Era un mare che cominciava in “una riva d’oro” e finiva per unirsi a un cielo di un rosso più vivo di quello del sangue. Batista sarebbe arrivato alla fine di questo cammino, ma dipendeva da lui farlo felicemente. Non doveva nemmeno arrivare alla fine, quando poteva fermarsi all’ombra di un albero e ricevere il saluto affettuoso dei passanti. Poco dopo, Betongó, venne a sapere che quel soggetto dai capelli lisci, pelle da indio e con le narici dilatate era stato protagonista, il 4 settembre del 1933, del colpo di Stato contro il presidente Céspedes.
Batista convocò Betongó a Kuquine, prima delle elezioni generali del 1952. Voleva sapere se avesse conquistato la presidenza della Repubblica. Non coi voti, rispose Betongó, ma qualcosa si poteva realizzare se si sacrificavano un vitello e un cervo. Batista fu d’accordo e nella tenuta si fecero i sacrifici. Ci fu un’altra convocazione. Questa volta Betongó entrò a Palazzo. I venti che guarivano lo spirito di Batista si stavano allontanando, per contrastare le avversità lo stregone sacrificò, nel medesimo studio presidenziale, vari galli neri e un porcellino.  Ciò nonostante non era sufficiente e raccomandò inoltre di prendere la terra delle sei province e quindi di ricoprire galli e galline con molto miele. Disse a Bohemia: “Io volevo rimuovere la coscienza di Changó, ma non fu possibile”. A partire da lì tutto andò crollando. Il dittatore chiamò Betongó dopo le elezioni spurie del 1954. Questa volta la sua sentenza fu lapidaria. Le strade di batista erano chiuse “vicino al mare dalle acque rosse” una mare che finirebbe inghiottendolo. Non c’era già salvezza possibile. Disse Betongó: “Changó girava le spalle al generale”.
Elogiato da Juan Ramón Jiménez e da Pablo Neruda, Guillermo Villaronda era un poeta, il suo libro Hontanar meritò il Premio Nazionale di Poesia nel 1937. La cronaca citata, a giudizio dello scriba, ha più della poesia che della realtà. Accettiamo che un intervistatore colorisca in qualche modo il linguaggio del suo intervistato, ma il linguaggio di Betongó non è quello di un letterato, cosa che mette in crisi la credibilità del testo di Villaronda, a parte che sacrificare un porcellino nello studio ufficiale dei presidenti cubani è qualcosa di inconcepibile. Per fortuna, allora, non si parlava ancora della porta segreta, se no Betongó avrebbe avuto qualcosa da dire al rispetto. Alcuni anni or sono ho cercato di rintracciare Chano Betongó al Calvario; non lo conosceva nessuno.
Non se lo ricorda nemmeno il capitano Sadulé. Mentre pranzavamo, invitati da Max Lesnik, presidente dell’Alleanza Martiana, nel miglior ristorante di cucina spagnola di Miami, l’aiutante presidenziale negava con enfasi qualunque relazione di Batista con le religioni di origine africana. “Marta, sua moglie ne aveva terrore”, disse mentre degustava un piatto di riso nero. Rivela peraltro che nel 1954 alla vigilia delle elezioni, il dittatore consultò uno spiritista. Poi non tornò a vederlo, ma alla fine del 1956 Sadulé si imbatté casualmente con lui. Gli disse che presentiva che il palazzo sarebbe stato assaltato e che per 13 pesos avrebbe fatto un amuleto a lui e a suo padre, membro della scorta di Batista. Sadulé chiese a suo padre se dovevano dirlo al presidente, ma accordarono di non farlo.
Sierra Madero dice, anche se non ha potuto confermarlo che il “padrino” di Batista fu Bernardo Rojas, sacerdote di Ifá molto rispettato. Aggiunge che fu lui, anche se nemmeno questo ha potuto confermarlo, che fece la previsione dell’assalto al Palazzo. Quel 13 di marzo il dittatore non scappò da una porta segreta. Non  poteva farlo, semplicemente perché non era nello studio ufficiale. Salvo eccezioni, non scendeva al secondo piano prima delle cinque del pomeriggio. Quel giorno, all’ora dell’assalto, si preparava a pranzare al terzo piano con Marta e Andrés Domingo, segretario della Presidenza. Ma esisteva quella porta?
“Oltre mezzo secolo dopo, risulta difficile stabilire con certezza che e quando si costruì la porta, e meno ancora se fu costruita a seguito di qualche previsione religiosa”, scrive Sierra Madero. Indubbiamente la risposta è semplice.
Questa porta non ebbe mai niente di segreto. Era lì fin dalla costruzione del Palazzo Presidenziale e nella stessa posizione, si ripete al primo piano dell’edificio. La usò Batista così come la usarono i suoi predecessori dal presidente Menocal e continuarono ad usarla quelli che gli succedettero.



La puerta secreta de Batista
Ciro Bianchi Ross • digital@juventudrebelde.cu
12 de Diciembre del 2015 21:43:18 CDT

En la historia de Cuba no falta una puerta secreta cuando no aparece un túnel o pasadizo disimulado por un escaparate. Parece que hemos visto demasiadas películas, como aquellas del Zorro en las que el sujeto, con su atuendo de calle, se escabullía por una chimenea y reaparecía, a caballo y disfrazado, por una cascada que lograba atravesar sin que el agua le mojara siquiera el sombrero. El Zorro «enmascarado y fugitivo», como se decía en aquellas Aventuras de las siete y treinta de la tarde, que salían al aire en vivo, con Julito Martínez y Jorge Sosías, en tiempos en que la TV era de palo.
Se habla del túnel  que enlaza el antiguo Palacio Presidencial —hoy Museo de la Revolución— con el Capitolio. Del que conecta la residencia del ex presidente Ramón Grau San Martín, en Quinta Avenida entre 12 y 14, en Miramar, con una casa de la calle Tercera. Del corredor subterráneo que lleva desde la casa de Orestes Ferrara —actual Museo Napoleónico—, en San Miguel y Ronda, a la costa. Del pasadizo que corre entre el castillo de Averhoff, en Mantilla, y el viejo castillo de Atarés, ¡al otro lado de la ciudad!
Si se visita Kuquine, la finca de descanso de Fulgencio Batista, alguien le hablará del paso bajo tierra que une la casa de vivienda del predio con la residencia del general Roberto Fernández Miranda, cuñadísimo del dictador, a un kilómetro de distancia en la propia finca. Y no faltará la mención de otro túnel que, de existir, sería el más espectacular de la época: el que conecta Kuquine con la Cuidad Militar de Columbia, a unos 15 kilómetros de distancia.
Lo curioso de todo esto es que siempre hay alguien que asegura haber visto esos corredores y haber caminado por ellos, pero nunca dejan claro la ubicación exacta de la casa donde desemboca el túnel de Grau ni el lugar de la costa donde se abre el de Ferrara. Tampoco explican el sentido que tendría un paso secreto entre el Palacio Presidencial y el Capitolio ni si Batista, desde Kuquine, recorrería el tramo que lo separaba del campamento de Columbia a pie, a caballo o bicicleta. Hay en esto confesiones patéticas, como la de la persona que aseguró al escribidor haber descubierto el túnel de Ferrara solo para comprobar que una reja de gruesos barrotes lo cerraba bajo la intersección de Infanta y San Lázaro. Si eso era así, ¿cómo supo entonces que llegaba a la costa?
Mucho se ha hablado sobre esos túneles. Pero nada ha hecho correr tanto la imaginación  como la llamada puerta secreta de Batista.

La letra del año

El miércoles 13 de marzo de 1957, un comando del Directorio Revolucionario asaltó el Palacio Presidencial con la intención de ajusticiar al dictador Fulgencio Batista. Varios de esos jóvenes subieron al segundo piso y penetraron en el despacho oficial del mandatario, pero la oficina estaba desierta. Se habló después de una puerta secreta que se abría a una escalera que conducía a las habitaciones privadas de Batista, en la tercera planta. Fue esa puerta, que se halla en el breve pasillo que une el despacho con el salón de reuniones del Consejo de Ministros, y que estaba entonces disimulada por una cortina de terciopelo rojo, la que permitió al dictador, dijeron los asaltantes,  escapar milagrosamente. Añadieron que aunque sabían de un pasadizo secreto, no pudieron hallarlo y que el mismo no aparecía reflejado en los planos del Palacio que habían podido allegar.
La etnóloga Natalia Bolívar, estudiosa de las religiones de origen africano, asegura que la huida de Batista aquel 13 de marzo se relaciona con la ceremonia que en la santería se conoce como «la letra del año», en la que un grupo de babalaos predice los sucesos venideros  y el orisha que gobernará  en el período. Precisa Natalia que el signo regente  en 1957 fue Obbara Meyi, que indica que el Rey debe buscar constantemente una salida, una salida oculta. Fue entonces, recalca Natalia, que Batista hizo construir no uno, sino tres escapes secretos. El de Palacio; el de Kuquine y otro más en la casa presidencial de Columbia.
Víctor Betancourt, otro estudioso de las religiones afrocubanas, no coincide con la célebre autora de Los orishas en Cuba y afirma que la letra vigente en ese año fue Odí Iká, signo que alude a un gobernante que será atacado por sus enemigos.
Natalia menciona el folleto titulado Los babalaos tenían razón, publicado, según ella, por la revista Bohemia en esa fecha y en el que apoya su versión. Dicho opúsculo no aparece en ninguna biblioteca cubana ni de Florida. Otro estudioso del tema, Abel Sierra Madero, escribe en un artículo que en ninguno de los reportajes que en su momento se publicaron sobre el asalto a Palacio se menciona la letra del año ni tampoco la puerta secreta.
¿Cuán secreta era en verdad esa puerta?

Changó da la espalda al general

Se ha sugerido que Batista mandó a construir la puerta en cuestión cuando en enero de 1957 se dieron a conocer los resultados de la letra del año y que ya estaba lista el 13 de marzo siguiente. El capitán Alfredo J. Sadulé, el único de los seis ayudantes presidenciales de Batista que aún vive, en una larga conversación que sostuvimos en Miami a fines del año 2014 desmintió la existencia de esas tres salidas secretas y negó que la de Palacio fuese construida por Batista «al menos en los años 50». Precisó que el dictador se valía de  esa puerta cuando quería entrar o salir del despacho sin que lo vieran, pero que usualmente utilizaba el ascensor.
¿Supo Batista, a inicios de enero, de las amenazas que lo asechaban en aquel 1957? ¿Conoció y tomó en serio las predicciones de los babalaos?
Tuvo en su infancia una formación protestante, y ya en su exilio en España, luego de la muerte, con 19 años, de su hijo Carlos Manuel, pareció inclinarse hacia el catolicismo. Pero se dice, aunque no ha podido comprobarse, que recibió la mano de Orula y era hijo de Changó.
En un reportaje gráfico sobre Kuquine publicado en Bohemia —Edición de la Libertad— el periodista insiste en afirmar que vio en la casa de vivienda de la finca altares de santería con caracoles, patas de gallo y mazorcas de maíz… pero no hay en sus páginas una sola foto que avale la afirmación.
También en Bohemia, el 24 de  mayo de 1959 otro reportaje bajo el título de Yo fui el brujo de Batista y firmado por Guillermo Villaronda, da cuenta de la existencia de Chano Betongó, una relación que, de ser cierta, se había mantenido oculta durante años.
Según Villaronda, Batista fue a «consultarse» con Betongó, que residía en el Calvario, cuando era todavía un oscuro sargento. El sujeto invocó a Changó para predecir el futuro de su cliente. Batista recorrería un camino largo y plácido, aunque al final lo esperaba «un mar inmenso, agitado por el huracán, espeso y rojo». Era un mar que empezaba en «una orilla de oro» y terminaba junto a un cielo de un rojo más vivo que el de la sangre. Batista llegaría al final de ese camino, pero de él dependía hacerlo felizmente. Tampoco tenía porqué llegar al final cuando podía detenerse y a la sombra de un árbol recibir el saludo afectuoso de los caminantes. Poco después, Betongó se enteraba que aquel sujeto de pelo lacio y tez aindiada, que no se había relajado durante la «consulta» y que lo escuchó con las aletas de la nariz dilatadas, había protagonizado, el 4 de septiembre de 1933, el golpe de Estado contra el presidente Céspedes.
Batista llamó a Betongó a Kuquine antes de las elecciones generales de 1952. Quería saber si ganaría la presidencia de la República. No por votos, respondió Betongó, pero algo podría lograrse si se sacrificaban un novillo y un venado. Batista estuvo de acuerdo y los sacrificios se hicieron en la finca. Hubo otro llamado. Esta vez Betongó entró en Palacio. Los vientos que sanaban el espíritu de Batista iban alejándose, y, para contrarrestar las adversidades, el brujo sacrificó, en el propio despacho presidencial, varios gallos negros y un becerro. Con todo, no era suficiente y recomendó además tomar tierra de las seis provincias  de entonces y ofrendar gallos y gallinas con mucha miel. Dijo a Bohemia: «Yo quería remover la conciencia de Changó, pero no fue posible». A partir de ahí todo fue cuesta abajo. El dictador llamó a Betongó luego de la elecciones espurias de 1954. Esta vez su sentencia fue lapidaria. Los caminos de Batista estaban cerrados «junto al mar de agua roja», un mar que terminaría tragándoselo. Ya no había salvación posible. Decía Betongó:
«Changó le daba la espalda al General».
Elogiado por Juan Ramón Jiménez y por Pablo Neruda, Guillermo Villaronda era un poeta, Su libro Hontanar mereció Premio Nacional de Poesía en 1937. El  reportaje citado, a juicio del escribidor, tiene más de poesía que de realidad. Aceptemos que un entrevistador matice de alguna manera el lenguaje de su entrevistado. Pero el lenguaje de Betongó no es el de un mayombero, lo que pone en crisis la credibilidad del texto de Villaronda, aparte de que sacrificar un becerro  en el despacho oficial de los presidentes cubanos, es algo inconcebible. Por suerte, no se hablaba entonces de la puerta secreta, si no Betongó hubiera tenido algo que decir al respecto. Hace unos diez años traté de rastrear la huella de Chano Betongó en el Calvario; nadie lo conocía.
Tampoco lo recuerda el capitán Sadulé. Mientras almorzamos, invitados por Max Lesnik, presidente de la Alianza Martiana,  en el mejor restaurante de cocina española de Miami, el ayudante presidencial niega con énfasis cualquier relación de Batista con religiones de origen africano. «Marta, su esposa, le tenía terror a eso», dice mientras degusta un plato de arroz negro. Revela, sin embargo, que en 1954, en vísperas de los comicios, el dictador consultó a un espiritista. Luego no lo volvió a ver, pero a fines de 1956 Sadulé se lo tropezó de manera casual. Le dijo que presentía que Palacio sería asaltado y que por 13 pesos le haría un amuleto a él y a su padre, miembro de la escolta de Batista. Sadulé preguntó a su padre si se lo decían al Presidente, y acordaron no hacerlo.
Dice Sierra Madero, aunque no pudo confirmarlo, que el «padrino» de Batista fue Bernardo Rojas, sacerdote de Ifá muy respetado. Añade que fue él, aunque tampoco pudo confirmarlo, quien hizo la predicción del asalto a Palacio. Aquel 13 de marzo de 1957 el dictador no escapó por una puerta secreta. No podía hacerlo sencillamente porque no estaba en el despacho oficial. Salvo excepciones, no bajaba al segundo piso antes de las cinco de la tarde. Aquel día, a la hora del asalto, se disponía a almorzar en la tercera planta con Marta y Andrés Domingo, secretario de la Presidencia. Pero ¿existía esa puerta?
«Más de medio siglo después, resulta difícil establecer con certeza quién y cuándo se construyó la puerta, mucho menos si fue construida a raíz de alguna predicción religiosa», escribe Sierra Madero. Sin embargo, la respuesta es simple.
Esa puerta no tuvo nunca nada de secreta. Estuvo allí desde la construcción del Palacio Presidencial, y, con idéntica posición, se repite en el primer piso del edificio. La usó Batista así como la usaron sus antecesores desde el presidente Menocal y siguieron usándola los que le sucedieron.

Ciro Bianchi Ross






















lunedì 14 dicembre 2015

Chiuso il 37° Festival del Nuovo Cine Latinoamericano

Con le parole del Presidente del Festival, Ivan Giroud che ha ricordato i grandi cineasti che hanno contribuito alla creazione del Nuovo Cine Latinoamericano compreso lo stesso festival dell'Avana, la Fondazione e la Scuola Internazionale di Cinema e Televisione di S. Antonio de los Baños si è conclusa anche questa edizione che oltre alle centinaia di proiezioni offerte, non solo nella capitale, ha visto svolgere seminari, conferenze, colloqui, mostre, lezioni magistrali e una vasta serie di attività collaterali, si sono spenti i riflettori anche su questa edizione 2015 che ha visto premiato con il "Coral" per il miglior film, "El Club" del cileno Pablo Larrain che ha ricevuto il trofeo dalle mani di Geraldine Chaplin, presidentessa della giuria per i lungometraggi di fiction.






Facce da Festival

Una piccola galleria di personaggi famosi a Cuba, ma non solo...incrociati al Festival del Nuovo Cine Latinoamericano
n° 37























                                             Geraldine Chaplin   (GBR)




















Ethan Hawke (USA) attore e soggettista


























                                                                                                                                                                   Laura de la Uz (Cuba) attrice



              Mirtha Ibarra (Cuba) attrice



                                                                              Enrique Molina (Cuba) attore



      Vladimir Cruz (Cuba) attore-regista



                                                            Daisy Granados e Manuel Porto (Cuba) attori



Benicio del Toro (Portorico) attore - regista




                                Quando il flash ti tradisce...al momento giusto

venerdì 11 dicembre 2015

Visite al Festival: Ethan Hawke

L’attore e soggettista nordamericano Ethan Hawke, nominato 4 volte all’Oscar, due come attore e 2 come autore di soggetto, è fra gli ospiti del Festival. Ha partecipato ad oltre 50 film el il suo “lancio” è stata una scelta di Robin Williams. Fra i suoi progetti e desideri c’è la possibilità di “girare” a Cuba e non esclude di poterlo fare nel  prossimo anno.




mercoledì 9 dicembre 2015

Cuba/USA, disgelo su tutti i fronti

Proseguono a ritmo serrato le conversazioni fra le delegazioni di Governo dei due Paesi. Dopo un primo approccio alla possibilità di riannodare le comunicazioni commerciali aeree e navali, adesso si sta affrontando il tema dei risarcimenti richiesti da ambo le parti per differenti cause. Naturalmente l'argomento è lungo e spinoso e le cifre in discussione sono da capogiro...speriamo che almeno nei primi due casi (navigazione aerea e marittima) si giunga presto a un accordo con beneficio di tutti.
Nel frattempo prosegue la collaborazione nel campo culturale con una nuova presentazione al Trianón della compagnia mista diretta da Carlos Díaz che ha partecipato al recente Festival del Teatro e che adesso partecipa alle attività collaterali di quello del cinema con l'esordio di "Yellow Dream Road", sempre una storia, anzi cinque, di emigrazione cubana negli Stati Uniti con lo sfondo religioso rappresentato dal sogno di una di loro riguardante la Caridad del Cobre, Patrona di Cuba.
Sempre nel quadro del Festival cinematografico, è stata presentata la prima coproduzione cubano-statunitense con il film "Papa",  con soggetto di Denne Bart Petitclerc e direzione artistica di Aramís Balebona Recio,sulla presenza a Cuba di Ernest Hemingway con sottofondo dell'incipiente Rivoluzione e la storia di un giovane giornalista testimone del declino dello scrittore per depressione e alcolismo. 

Carlos Finlay ha compiuto 182 anni, di Ciro Bianchi Ross

Pubblicato su Juventud Rebelde del 6/12/15

Il dottor Carlos Juan Finlay ha appena fatto una proposta assolutamente originale e scruta i volti dei suoi compagni accademici di lavoro. Ha demolito tutte le teorie sulla febbre gialla. Di più. Formula una nuova concezione circa il contagio, basata nel ruolo del vettore nella trasmissione di malattie, visto che non si era mai esposta prima e men che meno fu avallata sperimentalmente, la possibilità che gli insetti servissero di ente trasmettitore di microrganismi patogeni.
Si conosce in un momento chiave della sua esistenza. La profonda emozione che lo avvolge e la sicurezza nella certezza delle sue esposizioni, gli servono appena per alleggerire l’attitudine ostile del suo uditorio. Pensa che gli increduli dovranno cambiare parere quando da a conoscere le prove che appoggiano le sue affermazioni.
Ma Finlay non riesce a entusiasmare nessuno. Quando il presidente della sessione annuncia che darà la parola a coloro che ne vogliano fare uso, si sente solo la voce del segretario generale della corporazione per chiedere che il lavoro dell’illustre scienziato “rimanga sul tavolo”, formula significante che non ci sarebbero stati commenti. Nessuno degli studiosi che parteciparono quel 14 agosto del 1881 nella Sala degli Atti dell’Accademia delle Scienze Mediche, Fisiche e Naturali dell’Avana, impugnò i punti esposti da Finlay nella terra della zanzara Aedes aegypti come agente trasmettitore della febbre gialla, né si mostrò d’accordo con essi. Il silenzio fu l’unica risposta a un concetto che renderà possibile in futuro di sradicare l’allora chiamato “vomito nero”, ma che aprì un capitolo nuovo nella storia della Medicina tropicale.

Contro l’avversità

Finlay fu un uomo in lotta permanente con le avversità e le vicissitudini. Nella sua adolescenza fu vittima di due gravi malattie, una delle quali gli lasciò un serio difetto di pronuncia che non superò mai del tutto. Fece gli studi di medicina fuori di Cuba, quando tornò all’isola per esercitare la sua professione lo bocciarono all’esame di convalida del titolo, cosa che lo obbligò ad aspettare il tempo regolamentare per tornare a presentarsi. Aspirò ad essere socio in sovrannumero dell’Accademia delle Scienze e si vide frustrato al primo tentativo. Allora reiterò la domanda come socio corrispondente e la risposta fu sfavorevole...Quando, alla fine venne accettato all’Accademia, la sua teoria sulla relazione tra la zanzara e la febbre gialla si accolse con indifferenza e si vide obbligato ad aspettare più di 30 anni perché si comprovasse ufficialmente la sua scoperta e si mettessero in pratica le misure sanitarie che raccomandò per l’estirpazione del vettore.
Dopo la morte gli resteranno due battaglie da vincere. Nonostante il XV Congresso Internazionale di Storia della Medicina (1956) stabilì in modo definitivo che “a Carlos J. Finlay di Cuba e solo a lui, corrisponde la scoperta dell’agente trasmettitore della febbre gialla e l’applicazione della sua dottrina, il risanamento del tropico”, alcune entità straniere, essenzialmente nordamericane, cercarono di disconoscere la paternità dei suoi concetti. Da lì è che uno dei suoi biografi afferma che Finlay è un omo avvolto dalla polemica permanente.
I suoi profusi e concludenti esperimenti e le investigazioni in merito al morbo giallo e l’importanza della sua scoperta, hanno fatto si che questo cubano geniale sia considerato e valutato oggi a partire e attraverso la sua teoria sensazionale sul ruolo delle zanzare nella trasmissione di malattie. Fra l’altro non fu questo l’unico ramo della Medicina in cui si cimentò. Fu un eminente oculista, un internista consumato e i suoi apporti alle malattie tropicali furono significativi come il gozzo, la lebbra, la filariasi, la trichinellosi, il beri beri e il colera, così come i suoi studi nel campo della parassitologia.
Nel 1911, nel prologo a Lavori scelti di Finlay, Juan Guiteras scriveva: “La laboriosità del dottor Finlay è incredibile. In mezzo al lavoro costante della sua professione e della produzione permanente di scritti su fatti di patologia e terapeutica, nei quali si anticipò generalmente ai suoi contemporanei, come si può vedere nei suoi lavori sulla trasmissione cutanea e il colera, trova il tempo per decifrare un antico mnoscritto in latino, immagazzinando fonti storiche, araldiche e filologiche per comprovare che la Bibbia in cui appare lo scritto, dovette appartenere all’imperatore Carlo V nel suo ritiro di Yuste, o lavora nella soluzione di problemi di scacchi, di alta matematica o di filologia: o elabora complicate e originali teorie sul Cosmo...”.

Medico delle zanzare

Carlos J. Finlay nacque nella città di Camagüey il 3 dicembre del 1833, data che si scelse per celebrare la Giornata della Medicina Latinoamericana. Cominciò ad interessarsi agli studi sulla febbre gialla nel 1870. Allora la malattia, endemica nel continente americano, era già considerata una specie di male inevitabile e contro di essa si provavano le misure più peregrine. Allora prevalevano due ipotesi. Una diceva che si trasmetteva da malati a sani e che dove si presentava un caso non tardavano a presentarsene molti altri.
L’altra diceva che nel caso di questa malattia, le persone sane non la contraevano anche se usavano indumenti del malato, fossero a contatto con lui, respirassero il suo alito o fossero a contatto in qualsiasi modo con prodotti della malattia.
Siccome le due congetture si basavano su fatti obiettivi e reali e sembrava che fossero certezze, Finlay scelse un’altra strada ed elaborò il concetto della trasmissione meta....delle malattie infettivo-contagiose. La rivelazione di questo modo nuovo e diverso della trasmissione delle malattie, ha risolto grandi e complessi problemi epidemiologici.
Durante più di tre decadi lo scienziato affondò come mai nessuno nella patogenesi, epidemiologia, clinica e trattamento della febbre gialla.
Giunsero a chiamarlo “il medico delle zanzare”. Indifferenza, burle e ironia non riuscirono a erodere in Finlay la fiducia in se stesso né la sua tenacia. Era frequente vederlo per le strade avanere con varie provette dove aveva raccolto zanzare infettate e che portava abitualmente nel taschino superiore sinistro della giacchetta, vicino al cuore.

L’infamia

La teoria di Finlay prese cammino. Gli abitanti dell’Isola non potevano evitare di stabilire una stretta relazione fra l’apparizione della malattia e le pessime condizioni sanitarie esistenti nella Cuba coloniale. D’altra parte, i medici d’idee più avanzate finirono per accettarla. Mancava la pratica sociale che la confermasse pienamente.
Durante il primo intervento nordamericano a Cuba, il Governo degli Stati Uniti premette sui suoi medici militari, staccati nell’Isola al fine di trovare una soluzione alla febbre gialla.
Impotenti davanti alla malattia, decisero di provare la teoria di Finlay.
Un pomeriggio del duro inverno del 1900, i dottori Reed, Carrol e Lazear, fecero visita al loro collega cubano nella sua casa di Paseo del Prado. Finlay in quel momento stava discutendo con un altro illustre medico cubano, il dottor Díaz Albertini. I nordamericani chiesero a Finlay dettagli delle sue investigazioni con la promessa di comprovarle in pratica. Finlay, con una generosità straordinaria, mise a disposizione dei visitatori il risultato dei suoi 30 anni di lavoro nel tema e gli consegnò, in un portasapone di porcellana, uova di una zanzara infettata.
La commissione medica nordamericana fece i suoi esperimenti a Marianao. Cominciò a prendere sul serio la teoria di Finlay solo quando due dei suoi membri si contagiarono con le zanzare infettate.
Carroll riuscì a sopravvivere, Lazear morì: si era lasciato pungere coscientemente. I nordamericani si avvantaggiarono su Finlay nella determinazione della natura virale della malattia.
Fin dai primi contatti dei nordamericani con Finlay cominciò la gestazione dell’infamia, ebbene, Reed che fungeva da capo del gruppo, non si mostrò mai partitario di riconoscere al cubano la paternità della scoperta nel caso si giungesse a corroborare la sua teoria. Voleva il merito per sé solo e non tardò ad aggiudicarselo.
In questo obbediva a orientamenti molto precisi che ricevette da Washington. Agli occhi di tutto il mondo il Governo degli Stati Uniti voleva far passare il suo intervento a Cuba come opera umanitaria e civilizzatrice, non come militare. Niente si prestava meglio, a questo proposito, di far credere che il risanamento del Paese con il combattimento alle zanzare e la scomparsa della febbre gialla erano il risultato solo dei loro “umanitari” e “civilizzatori” progetti.

Gloria

Finlay reagì vigorosamente di fronte all’usurpazione e i più distinti professionisti del suo tempo lo assecondarono, così come prima si negarono a credere alle sue proposte. Presto la gloria del medico cubano superò i limiti territoriali e il riconoscimento universale giunse al saggio cubano. L’Università di Filadelfia, dove fece gli studi, gli assegnò la Laurea in legge ad Honorem. La Scuola di Medicina Tropicale di Liverpool, la Medaglia Mary Kingsley e il Governo francese lo decorò con l’insegna di Ufficiale della legione d’Onore.
Quando, nel febbraio 1901, si convocò all’Avana il III Congresso Panamericano di Medicina, regnava una grande aspettativa tra i presenti. Nelle sue sessioni si sarebbero tornati a incontrare, faccia a faccia, Finlay e Reed. Il cubano presiedeva la sezione di Medicina Generale e avrebbe dato lettura a un saggio sui progressi contro la propagazione della febbre gialla. Quando venne il turno di dar a conoscere la sua esposizione, dice il suo biografo Rodríguez Expósito, “un’ovazione scrosciante ricevette la figura venerabile, serena e degna del nobile anziano. I medici di tutto il continente, rappresentati lì, rendevano un emotivo ed eloquente omaggio, in questo modo, allo scopritore dell’agente trasmettitore della febbre gialla”.
Il giorno seguente Reed si diresse al Congresso. Lesse anch’egli un rapporto sulla febbre gialla, ma nelle sue pagine non si menziona il nome di Finlay.
Già per allora si erano iniziati i piani di risanamento dell’Avana e i suoi dintorni, così come nel resto dell’Isola. Si bonificarono col petrolio aree suscettibili di alloggiare zanzare e presto fu evidente la scomparsa di casi di morte a causa della malattia. Tra settembre del 1901 e luglio del 1902 non si riportò un solo caso. La notizia corse rapidamente per il mondo. L’applicazione delle raccomandazioni del medico cubano rese possibile il risanamento, con risparmio conseguente di vite umane di regioni estese in Brasile, sud degli Stati Uniti e in Paesi dell’Africa e Asia. Così, si concluse la costruzione del canale di Panama.
Nel commemorare l’anniversario 182 della nascita di Carlos J. Finlay, merita ricordare la figura dell’illustre scienziato, la cui prodezza esce dal quadro dell’epoca che toccò vivere alla Medicina del suo tempo e gettò a scala universale la base per la ricerca e la soluzione dei problemi medico-sanitari.
Carlo J.Finlay morì all’Avana, nella sua residenza di calle G tra 15 e 17, nel Vedado, il 20 agosto del 1915.




 Finlay cumplió 182 años

Ciro Bianchi Ross • digital@juventudrebelde.cu
5 de Diciembre del 2015 20:26:26 CDT

El doctor Carlos Juan Finlay acaba de hacer un planteamiento absolutamente original y escruta los rostros de sus compañeros de labores académicas. Ha echado por tierra todas las teorías sobre la fiebre amarilla. Es más. Formula una nueva concepción acerca del contagio basada en el papel de los vectores en la transmisión de enfermedades, ya que nunca antes se expuso, y mucho menos se avaló experimentalmente, la posibilidad de que los insectos sirviesen de entes transmisores de microorganismos patógenos.
Se sabe en un momento clave de su existencia. La honda emoción que lo embarga y la confianza en la certeza de sus postulados apenas le deja reparar en la actitud hostil de su auditorio. Piensa que los incrédulos tendrán que mudar de parecer cuando dé a conocer las pruebas que respaldan sus afirmaciones.
Pero Finlay no logra  entusiasmar a nadie. Cuando el presidente de la sesión anuncia que concederá la palabra a los que quieran hacer uso de ella, solo se escucha la voz del secretario general de la corporación para solicitar que el trabajo del ilustre científico «quede sobre la mesa»,  formulismo que indicaba que no habría comentarios. Ninguno de los estudiosos que concurrieron aquel 14 de agosto de 1881 a la sala de actos de la Academia de Ciencias Médicas, Físicas y Naturales de La Habana, impugnó los puntos expuestos por Finlay en la teoría del mosquito Aedes aegypti como agente transmisor de la fiebre amarilla, ni se mostró  de acuerdo con ellos. El silencio fue la única respuesta a una concepción que no solo posibilitaría a la postre la erradicación del entonces llamado «vómito negro», sino que abrió un nuevo capítulo en la historia de la Medicina tropical.

Contra la adversidad

Finlay fue un hombre en lucha permanente contra la adversidad y las vicisitudes. En su adolescencia fue víctima de dos graves enfermedades, una de las cuales le dejó un serio trastorno de pronunciación que nunca superó del todo. Hizo estudios de Medicina fuera de Cuba y, cuando regresó a la Isla para ejercer su profesión, lo suspendieron en el examen de reválida del título, lo que lo obligó a esperar el tiempo reglamentario para volver a presentarse. Aspiró a socio supernumerario de la Academia de Ciencias y se vio frustrado en el primer intento; reiteró entonces su solicitud para socio corresponsal y la respuesta fue desfavorable… Cuando por fin resultó aceptado en la Academia, su teoría sobre la relación entre el mosquito y la fiebre amarilla se acogió con indiferencia y se vio precisado a esperar más de 30 años para que se comprobara oficialmente su descubrimiento y se pusieran en práctica las medidas sanitarias que recomendó para la erradicación del vector.
Después de muerto le quedarían batallas por ganar. Pese a que el XV Congreso Internacional de Historia de la Medicina (1956) estableció de manera definitiva que «a Carlos J. Finlay, de Cuba, y solo a él, corresponde el descubrimiento del agente transmisor de la fiebre amarilla y a la aplicación de su doctrina, el saneamiento del trópico», algunas entidades extranjeras, esencialmente norteamericanas, trataron de escamotearle la paternidad de su concepción. De ahí que uno  de sus biógrafos afirme que Finlay es un hombre envuelto en una polémica permanente.
Sus profusos y concluyentes experimentos e investigaciones en cuanto al morbo amarillo y la importancia de su descubrimiento, han hecho que este genial cubano sea considerado y valorado hoy a partir y a través de su teoría sensacional sobre el papel de los mosquitos en la transmisión de enfermedades. Sin embargo, no fue esa la única rama de la Medicina en la cual descolló. Fue un oculista eminente y un internista consumado, y resultaron significativos sus aportes en enfermedades tropicales como el bocio exoftálmico, la lepra, la filaria, la triquinosis, el beri-beri y el cólera, así como sus estudios en el campo de la parasitología.
En 1911, en el prólogo a Trabajos selectos, de Finlay, escribía Juan Guiteras:
«La laboriosidad del doctor Finlay es pasmosa. En medio del trabajo constante de su profesión y de la producción permanente de escritos sobre asuntos de patología y terapéutica, en los que se adelantó generalmente a sus contemporáneos, como puede verse en sus trabajos sobre la filaria y el cólera, encuentra tiempo, por ejemplo, para descifrar un antiguo manuscrito de latín, haciendo acopio de fuentes históricas, heráldicas y filológicas para comprobar que la Biblia en que aparece el escrito hubo de pertenecer al emperador Carlos V en su retiro de Yuste, o trabaja en la resolución de problemas de ajedrez, de altas matemáticas o de filología: o elabora complicadas y originales teorías sobre el Cosmos…».

Médico de los mosquitos

Carlos J. Finlay nació en la ciudad de Camagüey, el 3 de diciembre de 1833, fecha  que se escogió para la celebración del Día de la Medicina Latinoamericana. Comenzó a interesarse en los estudios sobre la fiebre amarilla en 1870. Entonces la enfermedad, endémica del continente americano, era considerada ya una especie de mal inevitable y contra ella se ensayaban las medidas más peregrinas. Dos hipótesis prevalecían entonces. Una decía que se transmitía de enfermos a sanos y que donde se presentaba un caso, no tardaban en aparecer muchos más.
La otra planteaba que en el caso de este padecimiento, las personas sanas no lo contraían aun cuando usaran las ropas del enfermo, estuvieran en contacto con él, respiraran sus hálitos o fueran afectados de algún modo con los productos de la enfermedad.
Como las dos conjeturas se basaban en hechos objetivos y reales, y parecían estar en lo cierto, Finlay se decidió por otro camino y elaboró el concepto de la transmisión metaxénica de las enfermedades infecto-contagiosas. La revelación de este modo nuevo y distinto de la transmisión de enfermedades ha resuelto grandes y complejos problemas epidemiológicos.
Durante más de tres décadas el científico ahondó como nadie en la patogenia, epidemiología, clínica y tratamiento de la fiebre amarilla.
Llegaron a apodarle «el médico de los mosquitos». Indiferencia, burlas e ironía no lograron erosionar en Finlay la fe en sí mismo ni su tenacidad. Era frecuente verlo por las calles habaneras con varios tubos de ensayo donde había recogido mosquitos infectados y que solía llevar en el bolsillo superior izquierdo de la levita, junto al corazón.

La infamia

La teoría de Finlay se abrió paso. Los habitantes de la Isla no podían dejar de establecer una estrecha relación entre la aparición de la enfermedad y las pésimas condiciones sanitarias existentes en la Cuba colonial. Por otra parte, los médicos de ideas más avanzadas terminaron por aceptarla. Faltaba la práctica social que la confirmara plenamente.
Durante la primera intervención norteamericana en Cuba, el Gobierno de Estados Unidos presionó a sus médicos militares destacados en la Isla para que buscasen una solución al problema de la fiebre amarilla.
Impotentes ante la enfermedad, decidieron ensayar la teoría de Finlay.
Una tarde del duro verano de 1900 los doctores Reed, Carroll y Lazear visitaron a su colega cubano en su casa del Paseo del Prado. Discurría Finlay en aquel momento con otro ilustre médico cubano, el doctor Díaz Albertini. Los norteamericanos pidieron a Finlay detalles de sus investigaciones con la promesa de comprobarlas en la práctica. Finlay, con una generosidad extraordinaria, puso a disposición de los visitantes el resultado de sus 30 años de trabajo en el tema y les hizo entrega, en una jabonera de porcelana, de huevos de un mosquito infectado.
En Marianao acometió la comisión médica norteamericana sus experimentos. Solo comenzó a tomar en serio la teoría de Finlay cuando dos de sus miembros se contagiaron con los moquitos infectados.
Carroll logró sobrevivir; Lazear falleció: se había dejado picar conscientemente. Los norteamericanos solo aventajaron a Finlay en la determinación de la naturaleza viral de la enfermedad.
Desde los primeros contactos de los norteamericanos con Finlay comenzó a gestarse la infamia, pues Reed, quien fungía como jefe del grupo, nunca se mostró partidario de reconocer al cubano la paternidad del descubrimiento en caso de que llegase a corroborarse su teoría. Quería el mérito solo para sí y no demoró en adjudicárselo.
Obedecía en eso a orientaciones muy precisas que recibió de Washington. Ante los ojos del mundo entero el Gobierno de Estados Unidos quería hacer pasar su intervención en Cuba como una obra humanitaria y civilizadora, no militar. Nada se prestaba mejor a ese propósito que hacer creer que el saneamiento del país con el combate del mosquito y la erradicación de la fiebre amarilla eran colofón únicamente de sus «humanitarios» y «civilizadores» desvelos.

Gloria

Finlay reaccionó vigorosamente ante la usurpación, y los más distinguidos profesionales de su tiempo lo secundaron, así como antes se negaron a creer en sus planteamientos. Pronto la gloria del médico rebasó nuestros límites territoriales, y el reconocimiento universal llegó al sabio cubano. La Universidad de Filadelfia, donde cursó estudios, le otorgó, ad honorem, el doctorado en Leyes. La Escuela de Medicina Tropical de Liverpool, la Medalla Mary Kingsley, y el Gobierno francés lo condecoró con la insignia de Oficial de la Legión de Honor.
Cuando en febrero de 1901 se convocó en La Habana el III Congreso Panamericano de Medicina, una gran expectación reinaba entre los asistentes. En sus sesiones volverían a encontrarse cara a cara Finlay y Reed. El cubano presidía la sección de Medicina General y daría lectura a un informe sobre los adelantos contra la propagación de la fiebre amarilla.
Cuando le tocó el turno para dar a conocer su ponencia, dice su biógrafo Rodríguez Expósito, «una ovación cerrada recibió la figura venerable, serena y digna del noble anciano. Los médicos de todo el continente allí representados rendían de ese modo un emotivo y elocuente homenaje al descubridor del agente transmisor de la fiebre amarilla».
Al día siguiente, Reed se dirigió al Congreso. Leyó asimismo un informe sobre la fiebre amarilla, pero el nombre de Finlay no se menciona en sus páginas.
Ya para entonces se habían iniciado los planes para la higienización de La Habana y sus alrededores, y también del resto de la Isla. Se petrolizaron áreas susceptibles de alojar mosquitos y pronto se evidenció que desaparecían los casos de muerte a causa de la enfermedad. Entre septiembre de 1901 y julio de 1902 no se reportó un solo caso. La noticia corrió rápidamente por el mundo. La aplicación de las recomendaciones del médico cubano posibilitó el saneamiento, con el ahorro consiguiente de vidas humanas, de extensas regiones en Brasil, el sur de Estados Unidos y en países de África y Asia. Así, se concluyó la construcción del canal de Panamá.
Al conmemorarse el aniversario 182 del natalicio de Carlos J. Finlay, vale recordar la figura del ilustre científico, cuya proeza se sale del marco de la época que le tocó vivir a la Medicina de su tiempo y sentó, a escala universal, la base para la búsqueda  y la solución de los problemas médico-sanitarios.
Carlos Juan Finlay murió en La Habana, en su residencia de la calle G entre 15 y 17, en el Vedado, el 20 de agosto de 1915.

Ciro Bianchi Ross






lunedì 7 dicembre 2015

Colloquio di Marco Bellocchio

Un momento di gelo ha accolto l’inizio del colloquio di Marco Bellocchio con  i partecipanti a questa edizione del Festival dell’Avana che peraltro hanno atteso l’arrivo del regista per oltre 15 minuti oltre l’ora fissata. 
I presenti sono rimasti basiti quando Luciano Castillo, direttore dell Cinemateca de Cuba e anfitrione dell'attività ha chiesto all’illustre ospite se avesse qualcosa da dire prima di rivolgergli delle domande. La risposta raggelante è stata: “Io non ho niente da dire”, accompagnata da un’alzata di spalle.
Fortunatamente e immediatamente ha aggiunto, chiarendo, che intendeva con quelle parole esprimere il fatto di non essere un grande oratore, non gli piace parlare e specialmente parlare spontaneamente di sé stesso. In breve la situazione si è “normalizzata” e sulle domande di Castillo, grande conoscitore delle opere di Bellocchio si è creata una buona sintonia col pubblico che ha seguito con molto interesse le spiegazioni che di volta in volta ha fornito sui suoi lavori, i motivi che li hanno ispirati e il suo modo di lavorare che non comporta schemi precostituiti. In tutta la conversazione ha sottolineato le sue origini culturali di sinistra con una breve militanza anche in movimenti estremi. Ha detto che le sue preferenze sono soggetti creati a proposito, senza escludere la possibilità di realizzazioni per lo schermo di novelle o racconti. Non è partitario dei grandi classici che pure sono stati realizzati, non da lui, asserendo che per un grande romanzo la durata di un film non potrà mai riproporne la ricchezza originale, è più un compito da serie televisive con diversi capitoli, secondo il suo pensiero.
Molte sono state le pellicole evocate della sua prolifica carriera e non poteva mancare “I pugni in tasca” che, ha detto, oggi non rifarebbe più, secondo lui sarebbe anacronistica seppure in molte presentazioni all’estero, anche recenti, molti giovani che all’epoca non erano nemmeno nati, si sono ritrovati nei loro ambienti famigliari.
Ha parlato della sua educazione cattolica e della successiva scelta dell’agnosticismo, le sue idee di sinistra, anche radicali che d’altra parte, ha sempre rispecchiato nei suoi film sempre a carattere politico o sociale.
Pellicole che hanno avuto largo consenso, specialmente negli anni ’70 e che hanno sollevato, però molte polemiche specie da parte degli “opportunisti” che si vendono al potere appoggiando qualunque idea per reazionaria che sia, pur di ricavarne vantaggio politico. Ha posto come esempio Benito Mussolini che da proletario, rivoluzionario e socialista, pur di raggiungere e mantenere il potere si è venduto al Vaticano siglando i Patti Lateranensi.

Alla fine dell’incontro si è intrattenuto con ammiratori ed ha rilasciato un’intervista alla Televisione Cubana, dichiarando di avere l’opportunità di tornare a Cuba, pur non essendo più tanto giovane...Nelle manifestazioni collaterali c’è una retrospettiva delle sue opere divisa in due parti. Ha consigliato vivamente il pubblico cubano di non perdere “il diavolo in corpo”.