Pubblicato su Juventud Rebelde del 6/12/15
Il dottor Carlos Juan Finlay
ha appena fatto una proposta assolutamente originale e scruta i volti dei suoi
compagni accademici di lavoro. Ha demolito tutte le teorie sulla febbre gialla.
Di più. Formula una nuova concezione circa il contagio, basata nel ruolo del
vettore nella trasmissione di malattie, visto che non si era mai esposta prima
e men che meno fu avallata sperimentalmente, la possibilità che gli insetti
servissero di ente trasmettitore di microrganismi patogeni.
Si conosce in un momento
chiave della sua esistenza. La profonda emozione che lo avvolge e la sicurezza
nella certezza delle sue esposizioni, gli servono appena per alleggerire
l’attitudine ostile del suo uditorio. Pensa che gli increduli dovranno cambiare
parere quando da a conoscere le prove che appoggiano le sue affermazioni.
Ma Finlay non riesce a
entusiasmare nessuno. Quando il presidente della sessione annuncia che darà la
parola a coloro che ne vogliano fare uso, si sente solo la voce del segretario
generale della corporazione per chiedere che il lavoro dell’illustre scienziato
“rimanga sul tavolo”, formula significante che non ci sarebbero stati commenti.
Nessuno degli studiosi che parteciparono quel 14 agosto del 1881 nella Sala
degli Atti dell’Accademia delle Scienze Mediche, Fisiche e Naturali dell’Avana,
impugnò i punti esposti da Finlay nella terra della zanzara Aedes aegypti come
agente trasmettitore della febbre gialla, né si mostrò d’accordo con essi. Il
silenzio fu l’unica risposta a un concetto che renderà possibile in futuro di
sradicare l’allora chiamato “vomito nero”, ma che aprì un capitolo nuovo nella
storia della Medicina tropicale.
Contro
l’avversità
Finlay fu un uomo in lotta
permanente con le avversità e le vicissitudini. Nella sua adolescenza fu
vittima di due gravi malattie, una delle quali gli lasciò un serio difetto di
pronuncia che non superò mai del tutto. Fece gli studi di medicina fuori di
Cuba, quando tornò all’isola per esercitare la sua professione lo bocciarono
all’esame di convalida del titolo, cosa che lo obbligò ad aspettare il tempo
regolamentare per tornare a presentarsi. Aspirò ad essere socio in sovrannumero
dell’Accademia delle Scienze e si vide frustrato al primo tentativo. Allora
reiterò la domanda come socio corrispondente e la risposta fu sfavorevole...Quando,
alla fine venne accettato all’Accademia, la sua teoria sulla relazione tra la
zanzara e la febbre gialla si accolse con indifferenza e si vide obbligato ad
aspettare più di 30 anni perché si comprovasse ufficialmente la sua scoperta e
si mettessero in pratica le misure sanitarie che raccomandò per l’estirpazione
del vettore.
Dopo la morte gli resteranno
due battaglie da vincere. Nonostante il XV Congresso Internazionale di Storia
della Medicina (1956) stabilì in modo definitivo che “a Carlos J. Finlay di
Cuba e solo a lui, corrisponde la scoperta dell’agente trasmettitore della
febbre gialla e l’applicazione della sua dottrina, il risanamento del tropico”,
alcune entità straniere, essenzialmente nordamericane, cercarono di
disconoscere la paternità dei suoi concetti. Da lì è che uno dei suoi biografi
afferma che Finlay è un omo avvolto dalla polemica permanente.
I suoi profusi e concludenti
esperimenti e le investigazioni in merito al morbo giallo e l’importanza della
sua scoperta, hanno fatto si che questo cubano geniale sia considerato e
valutato oggi a partire e attraverso la sua teoria sensazionale sul ruolo delle
zanzare nella trasmissione di malattie. Fra l’altro non fu questo l’unico ramo
della Medicina in cui si cimentò. Fu un eminente oculista, un internista
consumato e i suoi apporti alle malattie tropicali furono significativi come il
gozzo, la lebbra, la filariasi, la trichinellosi, il beri beri e il colera,
così come i suoi studi nel campo della parassitologia.
Nel 1911, nel prologo a Lavori scelti di Finlay, Juan Guiteras
scriveva: “La laboriosità del dottor Finlay è incredibile. In mezzo al lavoro
costante della sua professione e della produzione permanente di scritti su
fatti di patologia e terapeutica, nei quali si anticipò generalmente ai suoi
contemporanei, come si può vedere nei suoi lavori sulla trasmissione cutanea e
il colera, trova il tempo per decifrare un antico mnoscritto in latino,
immagazzinando fonti storiche, araldiche e filologiche per comprovare che la
Bibbia in cui appare lo scritto, dovette appartenere all’imperatore Carlo V nel
suo ritiro di Yuste, o lavora nella soluzione di problemi di scacchi, di alta
matematica o di filologia: o elabora complicate e originali teorie sul
Cosmo...”.
Medico
delle zanzare
Carlos J. Finlay nacque
nella città di Camagüey il 3 dicembre del 1833, data che si scelse per
celebrare la Giornata della Medicina Latinoamericana. Cominciò ad interessarsi
agli studi sulla febbre gialla nel 1870. Allora la malattia, endemica nel
continente americano, era già considerata una specie di male inevitabile e
contro di essa si provavano le misure più peregrine. Allora prevalevano due
ipotesi. Una diceva che si trasmetteva da malati a sani e che dove si
presentava un caso non tardavano a presentarsene molti altri.
L’altra diceva che nel caso
di questa malattia, le persone sane non la contraevano anche se usavano
indumenti del malato, fossero a contatto con lui, respirassero il suo alito o
fossero a contatto in qualsiasi modo con prodotti della malattia.
Siccome le due congetture si
basavano su fatti obiettivi e reali e sembrava che fossero certezze, Finlay
scelse un’altra strada ed elaborò il concetto della trasmissione meta....delle
malattie infettivo-contagiose. La rivelazione di questo modo nuovo e diverso
della trasmissione delle malattie, ha risolto grandi e complessi problemi
epidemiologici.
Durante più di tre decadi lo
scienziato affondò come mai nessuno nella patogenesi, epidemiologia, clinica e
trattamento della febbre gialla.
Giunsero a chiamarlo “il
medico delle zanzare”. Indifferenza, burle e ironia non riuscirono a erodere in
Finlay la fiducia in se stesso né la sua tenacia. Era frequente vederlo per le
strade avanere con varie provette dove aveva raccolto zanzare infettate e che
portava abitualmente nel taschino superiore sinistro della giacchetta, vicino
al cuore.
L’infamia
La teoria di Finlay prese
cammino. Gli abitanti dell’Isola non potevano evitare di stabilire una stretta
relazione fra l’apparizione della malattia e le pessime condizioni sanitarie
esistenti nella Cuba coloniale. D’altra parte, i medici d’idee più avanzate
finirono per accettarla. Mancava la pratica sociale che la confermasse
pienamente.
Durante il primo intervento
nordamericano a Cuba, il Governo degli Stati Uniti premette sui suoi medici
militari, staccati nell’Isola al fine di trovare una soluzione alla febbre
gialla.
Impotenti davanti alla
malattia, decisero di provare la teoria di Finlay.
Un pomeriggio del duro
inverno del 1900, i dottori Reed, Carrol e Lazear, fecero visita al loro
collega cubano nella sua casa di Paseo del Prado. Finlay in quel momento stava
discutendo con un altro illustre medico cubano, il dottor Díaz Albertini. I
nordamericani chiesero a Finlay dettagli delle sue investigazioni con la
promessa di comprovarle in pratica. Finlay, con una generosità straordinaria,
mise a disposizione dei visitatori il risultato dei suoi 30 anni di lavoro nel
tema e gli consegnò, in un portasapone di porcellana, uova di una zanzara
infettata.
La commissione medica
nordamericana fece i suoi esperimenti a Marianao. Cominciò a prendere sul serio
la teoria di Finlay solo quando due dei suoi membri si contagiarono con le
zanzare infettate.
Carroll riuscì a
sopravvivere, Lazear morì: si era lasciato pungere coscientemente. I
nordamericani si avvantaggiarono su Finlay nella determinazione della natura
virale della malattia.
Fin dai primi contatti dei
nordamericani con Finlay cominciò la gestazione dell’infamia, ebbene, Reed che
fungeva da capo del gruppo, non si mostrò mai partitario di riconoscere al
cubano la paternità della scoperta nel caso si giungesse a corroborare la sua
teoria. Voleva il merito per sé solo e non tardò ad aggiudicarselo.
In questo obbediva a
orientamenti molto precisi che ricevette da Washington. Agli occhi di tutto il
mondo il Governo degli Stati Uniti voleva far passare il suo intervento a Cuba
come opera umanitaria e civilizzatrice, non come militare. Niente si prestava
meglio, a questo proposito, di far credere che il risanamento del Paese con il
combattimento alle zanzare e la scomparsa della febbre gialla erano il
risultato solo dei loro “umanitari” e “civilizzatori” progetti.
Gloria
Finlay reagì vigorosamente
di fronte all’usurpazione e i più distinti professionisti del suo tempo lo
assecondarono, così come prima si negarono a credere alle sue proposte. Presto
la gloria del medico cubano superò i limiti territoriali e il riconoscimento
universale giunse al saggio cubano. L’Università di Filadelfia, dove fece gli
studi, gli assegnò la Laurea in legge ad Honorem. La Scuola di Medicina
Tropicale di Liverpool, la Medaglia Mary Kingsley e il Governo francese lo
decorò con l’insegna di Ufficiale della legione d’Onore.
Quando, nel febbraio 1901,
si convocò all’Avana il III Congresso Panamericano di Medicina, regnava una
grande aspettativa tra i presenti. Nelle sue sessioni si sarebbero tornati a
incontrare, faccia a faccia, Finlay e Reed. Il cubano presiedeva la sezione di
Medicina Generale e avrebbe dato lettura a un saggio sui progressi contro la
propagazione della febbre gialla. Quando venne il turno di dar a conoscere la
sua esposizione, dice il suo biografo Rodríguez Expósito, “un’ovazione scrosciante
ricevette la figura venerabile, serena e degna del nobile anziano. I medici di
tutto il continente, rappresentati lì, rendevano un emotivo ed eloquente
omaggio, in questo modo, allo scopritore dell’agente trasmettitore della febbre
gialla”.
Il giorno seguente Reed si
diresse al Congresso. Lesse anch’egli un rapporto sulla febbre gialla, ma nelle
sue pagine non si menziona il nome di Finlay.
Già per allora si erano
iniziati i piani di risanamento dell’Avana e i suoi dintorni, così come nel
resto dell’Isola. Si bonificarono col petrolio aree suscettibili di alloggiare
zanzare e presto fu evidente la scomparsa di casi di morte a causa della
malattia. Tra settembre del 1901 e luglio del 1902 non si riportò un solo caso.
La notizia corse rapidamente per il mondo. L’applicazione delle raccomandazioni
del medico cubano rese possibile il risanamento, con risparmio conseguente di
vite umane di regioni estese in Brasile, sud degli Stati Uniti e in Paesi
dell’Africa e Asia. Così, si concluse la costruzione del canale di Panama.
Nel commemorare
l’anniversario 182 della nascita di Carlos J. Finlay, merita ricordare la
figura dell’illustre scienziato, la cui prodezza esce dal quadro dell’epoca che
toccò vivere alla Medicina del suo tempo e gettò a scala universale la base per
la ricerca e la soluzione dei problemi medico-sanitari.
Carlo J.Finlay morì
all’Avana, nella sua residenza di calle G tra 15 e 17, nel Vedado, il 20 agosto
del 1915.
Ciro Bianchi Ross • digital@juventudrebelde.cu
5 de Diciembre
del 2015 20:26:26 CDT
El doctor
Carlos Juan Finlay acaba de hacer un planteamiento absolutamente original y
escruta los rostros de sus compañeros de labores académicas. Ha echado por
tierra todas las teorías sobre la fiebre amarilla. Es más. Formula una nueva
concepción acerca del contagio basada en el papel de los vectores en la
transmisión de enfermedades, ya que nunca antes se expuso, y mucho menos se
avaló experimentalmente, la posibilidad de que los insectos sirviesen de entes
transmisores de microorganismos patógenos.
Se sabe en un
momento clave de su existencia. La honda emoción que lo embarga y la confianza
en la certeza de sus postulados apenas le deja reparar en la actitud hostil de
su auditorio. Piensa que los incrédulos tendrán que mudar de parecer cuando dé
a conocer las pruebas que respaldan sus afirmaciones.
Pero Finlay no
logra entusiasmar a nadie. Cuando el
presidente de la sesión anuncia que concederá la palabra a los que quieran
hacer uso de ella, solo se escucha la voz del secretario general de la
corporación para solicitar que el trabajo del ilustre científico «quede sobre
la mesa», formulismo que indicaba que no
habría comentarios. Ninguno de los estudiosos que concurrieron aquel 14 de
agosto de 1881 a la sala de actos de la Academia de Ciencias Médicas, Físicas y
Naturales de La Habana, impugnó los puntos expuestos por Finlay en la teoría
del mosquito Aedes aegypti como agente transmisor de la fiebre amarilla, ni se
mostró de acuerdo con ellos. El silencio
fue la única respuesta a una concepción que no solo posibilitaría a la postre
la erradicación del entonces llamado «vómito negro», sino que abrió un nuevo
capítulo en la historia de la Medicina tropical.
Contra la adversidad
Finlay fue un
hombre en lucha permanente contra la adversidad y las vicisitudes. En su
adolescencia fue víctima de dos graves enfermedades, una de las cuales le dejó
un serio trastorno de pronunciación que nunca superó del todo. Hizo estudios de
Medicina fuera de Cuba y, cuando regresó a la Isla para ejercer su profesión,
lo suspendieron en el examen de reválida del título, lo que lo obligó a esperar
el tiempo reglamentario para volver a presentarse. Aspiró a socio
supernumerario de la Academia de Ciencias y se vio frustrado en el primer
intento; reiteró entonces su solicitud para socio corresponsal y la respuesta
fue desfavorable… Cuando por fin resultó aceptado en la Academia, su teoría
sobre la relación entre el mosquito y la fiebre amarilla se acogió con
indiferencia y se vio precisado a esperar más de 30 años para que se comprobara
oficialmente su descubrimiento y se pusieran en práctica las medidas sanitarias
que recomendó para la erradicación del vector.
Después de
muerto le quedarían batallas por ganar. Pese a que el XV Congreso Internacional
de Historia de la Medicina (1956) estableció de manera definitiva que «a Carlos
J. Finlay, de Cuba, y solo a él, corresponde el descubrimiento del agente
transmisor de la fiebre amarilla y a la aplicación de su doctrina, el
saneamiento del trópico», algunas entidades extranjeras, esencialmente
norteamericanas, trataron de escamotearle la paternidad de su concepción. De
ahí que uno de sus biógrafos afirme que
Finlay es un hombre envuelto en una polémica permanente.
Sus profusos y
concluyentes experimentos e investigaciones en cuanto al morbo amarillo y la
importancia de su descubrimiento, han hecho que este genial cubano sea
considerado y valorado hoy a partir y a través de su teoría sensacional sobre
el papel de los mosquitos en la transmisión de enfermedades. Sin embargo, no
fue esa la única rama de la Medicina en la cual descolló. Fue un oculista
eminente y un internista consumado, y resultaron significativos sus aportes en
enfermedades tropicales como el bocio exoftálmico, la lepra, la filaria, la
triquinosis, el beri-beri y el cólera, así como sus estudios en el campo de la
parasitología.
En 1911, en el
prólogo a Trabajos selectos, de Finlay, escribía Juan Guiteras:
«La
laboriosidad del doctor Finlay es pasmosa. En medio del trabajo constante de su
profesión y de la producción permanente de escritos sobre asuntos de patología
y terapéutica, en los que se adelantó generalmente a sus contemporáneos, como
puede verse en sus trabajos sobre la filaria y el cólera, encuentra tiempo, por
ejemplo, para descifrar un antiguo manuscrito de latín, haciendo acopio de
fuentes históricas, heráldicas y filológicas para comprobar que la Biblia en que
aparece el escrito hubo de pertenecer al emperador Carlos V en su retiro de
Yuste, o trabaja en la resolución de problemas de ajedrez, de altas matemáticas
o de filología: o elabora complicadas y originales teorías sobre el Cosmos…».
Médico de los mosquitos
Carlos J.
Finlay nació en la ciudad de Camagüey, el 3 de diciembre de 1833, fecha que se escogió para la celebración del Día de
la Medicina Latinoamericana. Comenzó a interesarse en los estudios sobre la
fiebre amarilla en 1870. Entonces la enfermedad, endémica del continente
americano, era considerada ya una especie de mal inevitable y contra ella se
ensayaban las medidas más peregrinas. Dos hipótesis prevalecían entonces. Una
decía que se transmitía de enfermos a sanos y que donde se presentaba un caso,
no tardaban en aparecer muchos más.
La otra
planteaba que en el caso de este padecimiento, las personas sanas no lo
contraían aun cuando usaran las ropas del enfermo, estuvieran en contacto con
él, respiraran sus hálitos o fueran afectados de algún modo con los productos
de la enfermedad.
Como las dos
conjeturas se basaban en hechos objetivos y reales, y parecían estar en lo
cierto, Finlay se decidió por otro camino y elaboró el concepto de la
transmisión metaxénica de las enfermedades infecto-contagiosas. La revelación
de este modo nuevo y distinto de la transmisión de enfermedades ha resuelto
grandes y complejos problemas epidemiológicos.
Durante más de
tres décadas el científico ahondó como nadie en la patogenia, epidemiología,
clínica y tratamiento de la fiebre amarilla.
Llegaron a
apodarle «el médico de los mosquitos». Indiferencia, burlas e ironía no
lograron erosionar en Finlay la fe en sí mismo ni su tenacidad. Era frecuente
verlo por las calles habaneras con varios tubos de ensayo donde había recogido
mosquitos infectados y que solía llevar en el bolsillo superior izquierdo de la
levita, junto al corazón.
La infamia
La teoría de
Finlay se abrió paso. Los habitantes de la Isla no podían dejar de establecer
una estrecha relación entre la aparición de la enfermedad y las pésimas
condiciones sanitarias existentes en la Cuba colonial. Por otra parte, los
médicos de ideas más avanzadas terminaron por aceptarla. Faltaba la práctica
social que la confirmara plenamente.
Durante la
primera intervención norteamericana en Cuba, el Gobierno de Estados Unidos
presionó a sus médicos militares destacados en la Isla para que buscasen una
solución al problema de la fiebre amarilla.
Impotentes ante
la enfermedad, decidieron ensayar la teoría de Finlay.
Una tarde del
duro verano de 1900 los doctores Reed, Carroll y Lazear visitaron a su colega
cubano en su casa del Paseo del Prado. Discurría Finlay en aquel momento con
otro ilustre médico cubano, el doctor Díaz Albertini. Los norteamericanos
pidieron a Finlay detalles de sus investigaciones con la promesa de
comprobarlas en la práctica. Finlay, con una generosidad extraordinaria, puso a
disposición de los visitantes el resultado de sus 30 años de trabajo en el tema
y les hizo entrega, en una jabonera de porcelana, de huevos de un mosquito
infectado.
En Marianao
acometió la comisión médica norteamericana sus experimentos. Solo comenzó a
tomar en serio la teoría de Finlay cuando dos de sus miembros se contagiaron
con los moquitos infectados.
Carroll logró
sobrevivir; Lazear falleció: se había dejado picar conscientemente. Los
norteamericanos solo aventajaron a Finlay en la determinación de la naturaleza
viral de la enfermedad.
Desde los
primeros contactos de los norteamericanos con Finlay comenzó a gestarse la
infamia, pues Reed, quien fungía como jefe del grupo, nunca se mostró
partidario de reconocer al cubano la paternidad del descubrimiento en caso de
que llegase a corroborarse su teoría. Quería el mérito solo para sí y no demoró
en adjudicárselo.
Obedecía en eso
a orientaciones muy precisas que recibió de Washington. Ante los ojos del mundo
entero el Gobierno de Estados Unidos quería hacer pasar su intervención en Cuba
como una obra humanitaria y civilizadora, no militar. Nada se prestaba mejor a
ese propósito que hacer creer que el saneamiento del país con el combate del
mosquito y la erradicación de la fiebre amarilla eran colofón únicamente de sus
«humanitarios» y «civilizadores» desvelos.
Gloria
Finlay
reaccionó vigorosamente ante la usurpación, y los más distinguidos
profesionales de su tiempo lo secundaron, así como antes se negaron a creer en
sus planteamientos. Pronto la gloria del médico rebasó nuestros límites
territoriales, y el reconocimiento universal llegó al sabio cubano. La
Universidad de Filadelfia, donde cursó estudios, le otorgó, ad honorem, el
doctorado en Leyes. La Escuela de Medicina Tropical de Liverpool, la Medalla
Mary Kingsley, y el Gobierno francés lo condecoró con la insignia de Oficial de
la Legión de Honor.
Cuando en
febrero de 1901 se convocó en La Habana el III Congreso Panamericano de
Medicina, una gran expectación reinaba entre los asistentes. En sus sesiones
volverían a encontrarse cara a cara Finlay y Reed. El cubano presidía la
sección de Medicina General y daría lectura a un informe sobre los adelantos
contra la propagación de la fiebre amarilla.
Cuando le tocó
el turno para dar a conocer su ponencia, dice su biógrafo Rodríguez Expósito,
«una ovación cerrada recibió la figura venerable, serena y digna del noble
anciano. Los médicos de todo el continente allí representados rendían de ese
modo un emotivo y elocuente homenaje al descubridor del agente transmisor de la
fiebre amarilla».
Al día
siguiente, Reed se dirigió al Congreso. Leyó asimismo un informe sobre la
fiebre amarilla, pero el nombre de Finlay no se menciona en sus páginas.
Ya para
entonces se habían iniciado los planes para la higienización de La Habana y sus
alrededores, y también del resto de la Isla. Se petrolizaron áreas susceptibles
de alojar mosquitos y pronto se evidenció que desaparecían los casos de muerte
a causa de la enfermedad. Entre septiembre de 1901 y julio de 1902 no se
reportó un solo caso. La noticia corrió rápidamente por el mundo. La aplicación
de las recomendaciones del médico cubano posibilitó el saneamiento, con el
ahorro consiguiente de vidas humanas, de extensas regiones en Brasil, el sur de
Estados Unidos y en países de África y Asia. Así, se concluyó la construcción
del canal de Panamá.
Al conmemorarse
el aniversario 182 del natalicio de Carlos J. Finlay, vale recordar la figura
del ilustre científico, cuya proeza se sale del marco de la época que le tocó
vivir a la Medicina de su tiempo y sentó, a escala universal, la base para la
búsqueda y la solución de los problemas
médico-sanitarios.
Carlos Juan
Finlay murió en La Habana, en su residencia de la calle G entre 15 y 17, en el
Vedado, el 20 de agosto de 1915.
Ciro Bianchi Ross
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