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lunedì 7 settembre 2015

Destini, di Ciro Bianchi Ross, (II e fine)

Delle centinaia di complici, civili e militari, del dittatore Fulgencio Batista che fuggirono da Cuba dopo la vittoria del 1° gennaio del 1959, nessuno fu estradato, nonostante le richieste del Governo cubano in questo senso. Sono passati già più di 50 anni e non edovon essere molti quelli che sono ancora vivi. Con la morte del generale di brigata Francisco Tabernilla Palmero, alias Silito, segretario militare di Batista, dev’essersi estinta la cosca dgli alti ufficiali della dittatura. Con quelli che si opposreo, a suo tempo, al batistato e poi si affrontarono alla Rivoluzione per optare definitivamente per l’esilio, succede lo stesso. Il tempo non trascorre invano. Sono morti quasi tutti.


La Calambrina

Lo scriba prosegue, questa domenica, col tema iniziato la settimana scorsa. Cosa è successo della gente che per un motivo o l’altro e non poche volte per una ragione triste, godette di celebrità a Cuba prima del 1959? A cosa si è dedicata dopo l’uscita dall’Isola? Alcuni nomi non appariranno, in una relazione forzosamente incompleta
Il tenente colonnello Esteban Ventura Novo – il macellaio di Humboldt, fra altri omicidi macabri – se ne andò da Cuba con lo stesso arereo di Batista. Quello non era il suo posto, ma si introdusse sul velivolo passando a braccetto del capitano Alfredo J. Sadulé, aiutante presidenziale, che cercavo di controllare l’accesso di chi sarebbe partito con quel volo, secondo quanto mi ha riferito lo stesso Sadulé a Miami, meno di un anno fa. Ci fu uno scambio di parole forti; ma Batista dal suo sedile, li richiamò all’ordine e Ventura rimase a bordo dell’apparecchio. Aveva tanta fretta di uscire dal Paese che non solo si imbarcò sullaereo che non gli corrispondeva, ma che non attese l’arrivo di sua moglie e le sue due figlie piccole le quali, in mezzo al caos, il generale José Eleuterio Pedraza poté montare sull’ultimo velivolo che decollò quel giorno dall’aeroporto militare. Giorni dopo, inviava sua moglie all’Avana nel tentativo di recuperare 20.000 pesos che aveva nel suo conto in banca. La signora che era dottoressa in Medicina, venne arrestata. Non tardò molto ad essere rimessa in libertà e uscì nuovamente dal Paese.
Già a Miami, Ventura, scrisse le sue memorie e organizzò un’azienda di servizi di sicurezza. Un giorno lo assalirono, non riuscirono a rubargli i valori che custodiva, ma lo ferirono. Molti anni dopo, morì tranquillamente nel suo letto a causa di un attacco cardiaco, il 24 maggio del 2001, a 87 anni d’età.
Un suo compare nella Polizia Nazionale, il colonnello Conrado Carratalà, capo della Direzione di quel corpo repressivo, vendette pizze a Portorico prima di installarsi a Miami. Quelli che lo videro durante le sue ultime ora a Cuba, racontano che andava in giro come sgonfio. Il colonnello Orlando Elena Piedra Negueruela, accompagnò Batista nella sua fuga. Fu capo dell’Ufficio di Investigazioni della Polizia Nazionale, ma più di questo era l’uomo a cui il dittatore affidava la sua sicurezza.
Per mezzo della CIA, Piedra si assunse l’Operazione 40 che sorse al calore  dell’Operazione Pluto, nel 1961, che doveva essere parte essenziale dell’invasione mercenaria di Playa Girón fatta dal corpo repressivo della Brigata d’Assalto 2506, se questa riusciva aconsolidare le posizioni. Uomini dell’Operazone 40 si sarebbe quindi impossessati degli archivi della Sicurezza e della Polizia cubana, avrebbero occupato gli edifici dei principali organismi dell’amministrazione centrale dello Stato e varbbero arrestato i dirigenti più in vista.
Nel 1963, l’FBI interrogò Piedra con relazione alla morte di J.F. Kennedy. In incartamenti sequestrati al presunto assassino, Lee Harvey Hoswald, apparvero il nome e l’indirizzo del colonnello cubano. Nel 1944 col titolo “Parla il colonnello Orlando Piedra”, pubblicò le sue memorie. Morì in un ospizio per anziani, a quanto si dice, per effetto di percosse ricevute. Batista era abituato a premiare i suoi collaboratori con un anello che portava incastonata un’ametista. L’anello con ametista di Piedra è adesso in possesso di Julián Pérez, un membro dell’Ufficio di Investigazioni che si era distinto come custode della casa presidenziale di Columbia che riuscì a scappare con un areo rubato e che adesso dirige il Museo Storico Cubano di Miami.
Non tutti i batistiani fuggirono per aria. Il senatore Rolando Masferrer, capo dei paramilitari conosciuti come Le Tigri che tasnte morti e dolori hanno seminato specialmente nella regione orientale dell’Isola, fuggì con uno yacht ormeggiato a Barlovento, attuale Marina Hemingway, dopo aver obbligato il suo equipaggio a buttarsi in mare. A Miami Masferrer si dedicò a estorcere i piccoli commercinati cubani che vi si erano stabiliti e, in definitiva, al banditismo politico fino alla sua morte, il 31 ottobre del 1975, per lo scoppio di una bomba collocata sotto la sua auto.

Civili e Militari

Il pure senatore Santigo Rey, ministro degli Interni cercò rifugio, con altri funzionari del batistato, nell’Ambasciata del Cile. Visse tra Miami e Santo Domingo fino alla sua morte nel 2003. Guillermo de Zéndegui, direttore dell’Istituto Nazionale della Cultura, si propose di lavorare nella OEA (Organizzazione degli Stati Americani, n.d.t.) anche fosse come portiere. “Un portiere con mantello”, diceva per scherzo. Ottenne la direzione della rivista Américas. Anch’egli per via diplomatica abbandonó il Paese il senatore Eusebio Mujal, segretario generale dalla Confederazione dei Lavoratori di Cuba. Cercó rifugio nell’Ambasciata argentina. All aeroporto, una moltitudine furiosa cercò di aggredirlo quando si disponeva a salire sull’aereo. Il Governo Rivoluzionario gli rilasciò il salvacondotto a condizione che le autorità argentine lo trattenessero fino a che la Cancelleria cubana presentasse il fascicolo per l’estradizione, accordo che il Governo argentino si compromise a rispettare. Ma Mujas, senza che nessuno glie lo impedisse, si trasferì da Buenos Aires a Miami dove gli si dette rifugio. Lì, vincolato alla cotrorivoluzione, fondò un Sindacato che gli permise di lucrare fino alla sua morte, occorsa nel 1986, nel Maryland.
Non ebbe questa fortuna Jouaquín Martínez Sáenz, presidente del Banco Nacional e responsabile della politica finanziaria della dittatura. Lo arrestarono il 1° gennaio nel suo stesso ufficio, in compagnia del suo secondo, lo storico Emeterio Santovenia. Già nella forteza della Cabaña, Santovenia addusse problemi di salute e Che Guevara gli permise di andare a casa sua, dove doveva attendere il reclamo della giustizia. Nel viaggio di andata verso il suo domicilio, si mise in un’ambasciata. Martínez Sáenz rimase in prigione Nello stesso anno 1959, pubblicò all’Avana il suo libro “Per l’indipendenza economica di Cuba”, col quale pretese giustificare la sua gestione del Banco e il cui prologo è datato nella prigione militare.
Nemmeno sfuggirono alla giustizia rivoluzionaria il brigadiere generale Hernando Hernández, ex capo della Polizia Nazionale e il generale di brigata Julio Sánchez Gómez, dell’Esercito, capo de La Cabaña prima e poi del campo di Managua, accusato per la sua attitudine repressiva durante lo sciopero del 9 aprile 1958 e per i morti che apparvero in Ciudad Jardín.

Antibatistiani

L’ex candidato presidenziale Carlos Márquez Sterling, sconfitto nelle elezioni del 1958, fu professore all’Università di Columbia. Passava lunghe ore chino sulla sua macchinetta Smith Corona e scrisse diversi libri, ma mai le sue memorie. Conosceva troppo bene la vita repubblicana e non voleva scoprire pubblicamente basse passioni, meschinità e intrighi, ma esaltare il meglio dei suoi compatrioti, nascondendo i loro difetti.
Scrisse anche vari libri il colonnello Ramón Barquín, leader della cosiddetta cospirazione dei puri che assieme a un gruppo di ufficiali, lo condusse in carcere nel 1956. Dopo la fuga di Batista asunse, ancora vestito da carcerato e senza consultare nessuno, il comando delle forze armate, ma il suo mento era passato. Il 1° di gennaio non era il 4 aprile, scoraggiato finì trapassando il comando al comandante Camilo Cienfuegos. Ancora coi gradi di colonnello fu consigliere dell’Esercito di Liberazione. Dice nel suo libro “I miei dialoghi con Fidel, Raúl, Camilo e il Che”, apparso dopo la sua morte, che per ragioni famigliari e di salute, respinse il Ministero della Difesa.
Acceto l’incarico di ambasciatore straordinario e ambasciatore plenipotenziario di Cuba in Europa, una missione speciale e di carattere itinerante che gli avrebbe permesso di familiarizzarsi con armi, tecniche e programmi di eserciti europei. Nel 1961 si stabilì a Portorico, dove ebbe una grande ed esitosa carriera come proprietario e direttore di un gran collegio. Come corridore di fondo, pertecipò e vinse non poche gare per uomini della teraz età. Uno stadio portoricano porta il suo nome. Morì il 3 marzo del 2008.
Finì anch’egli a Portorico il dottor José Miró Cardona, presidente del Collegio degli Avvocati di Cuba e segretario esecutivo della Società Degli Amici della Repubblica. Il Governo Rivoluzionario gli affidò l’incarico di primo ministro che disimpegnò per poche settimane. Dopo fu ambasciatore in Spagna. Disertò e Washington lo designò, alla vigilia dell’invasione di Girón, presidente di un ipotetico Governo cubano nell’esilio. Morì nel 1963.
Aureliano Sánche Arango, ministro dell’Educazione del presidente Prío, morì nel 1976 negli Stati Uniti, dove viveva col modesto salario di ispettore scolastico. Nicolás Castellanos, ex sindaco dell’Avana, morì a Portorico il 10 febbraiuo del 1985. Era tornato al suo vecchio mestiere e curava una ferriera. Mario Salabarría, uno dei protagonisti dei fatti di Orfila (1947), morì a Miami a 94 anni, per il cuore. La Contessa de Revilla de Camargo morì nel 1963 in Spagna. La lettera con cui accusa i dirigenti cubani di essersi appropriati dela sua palazzina del Vedado è falsa. Lo scriba chiese ai suoi nipoti sulla veridicità della missiva e risposero che la loro zia aveva troppa classe per un gesto come quello.

Padre e figlia

María Luisa Lobo, figlia di Julio, venne a Cuba nel 1975 col proposito di reclamare alcuni manoscritti di Napoleone che suo padre aveva lasciato in deposito. Non poté recuperarli, ma cominciò a guardare l’Isola senza rancore. Tornò molte volte e lavorò quì su un libro sull’Avana che apparve, dopo la sua morte, nel 1998. I quoi quattro figli, allora, vennero a Cuba e sparsero le sue ceneri nello zuccherificio Tinguaro, a Matanzas, il preferito dalla sua famiglia.
Quando partì da Cuba, nel 1960, Julio Lobo aveva una fortuna che – d’accordo ai parametri attuali – si calcola in 5 miliardi di dollari, ma secondo quanto confessò potò nel suo esilio solo una valigetta e uno spazzolino da denti. A differenza di altri grandi capitalisti cubani come i Falla Bonet che prima dell’arrivo della Rivoluzione, fecero uscire dal Paese tra i 40 e i 50 milioni di dollari, lobo comprò tre zuccherifici nel 1959 e continuò ingrossando la sua collezione di opere d’arte. Specialisti assicurano che si rovinò due volte; una a Cuba e l’altra a Wall Street, quando si vide obbligato a pagare i tre zuccherifici menzionati.
Nel 1965, in Spagna, cominciò la seconda tappa del suo esilio. Il suo capitale si era ridotto a circa 200 mila dollari, ma anche senza lo splendore di prima seppe vivere, disse sua figlia, felice e senza amarezze. L’uomo che ebbe tra le sue amanti le attrici più celebri di Hollywood che sopravvisse a tre infarti e a un attentato con una pallottola che gli strappò un pezzo di cranio, occasionandogli conseguenze motorie permanenti, passò gli ultimi due anni della sua vita con il corpo completamente paralizzato, salvo la bocca e le ciglia, seguito con cura dalla sua prima moglie che finì perdonandogli tutte le sue infedeltà. Morì il 30 gennaio del 1983 a 84 anni d’età e lo inumarono vesto di guayabera e avvolto in una bandiera cubana. Così lo aveva voluto.

Destinos (II y final)
Ciro Bianchi Ross • 
digital@juventudrebelde.cu
5 de Septiembre del 2015 22:39:04 CDT

De los cientos de cómplices, civiles y militares, del dictador
Fulgencio Batista que huyeron de Cuba tras el triunfo del 1ro. de
enero de 1959, ninguno fue extraditado, pese a las reclamaciones  del
Gobierno cubano en ese sentido. Pasaron ya más de 50 años y no deben
ser muchos los que queden vivos. Con la muerte del general de brigada
Francisco Tabernilla Palmero, alias Silito, secretario militar de
Batista, debe haberse extinguido la camarilla de la alta oficialidad
de la dictadura. Con los que en su momento se opusieron al batistato y
se enfrentaron después a la Revolución para optar en definitiva por el
camino del exilio, sucede lo mismo. El tiempo no transcurre en vano.
Casi todos han muerto.
El escribidor prosigue este domingo con el tema que inició la semana
pasada. ¿Qué se hizo de gente que por una razón u otra, y no pocas
veces por una triste razón, gozó de celebridad en Cuba antes de 1959?
¿A qué se dedicó tras su salida de la Isla?  Algunos nombres salen al
paso en una relación forzosamente incompleta.

La Calambrina

El teniente coronel Esteban Ventura Novo —el carnicero de Humboldt,
entre otros asesinatos macabros— salió de Cuba en el mismo avión de
Batista. No era ese su sitio, pero se coló en la aeronave al pasar por
debajo del brazo al capitán Alfredo J. Sadulé, ayudante presidencial,
que intentaba controlar la entrada de quienes irían en ese vuelo,
según me refirió el propio Sadulé en Miami hace menos de un año. Hubo
entre ambos un intercambio de palabras fuertes; pero Batista, desde su
asiento, los llamó al orden y Ventura permaneció a bordo del aparato.
Tenía tanta prisa en salir del país que no solo abordó el avión que no
le correspondía, sino que no esperó la llegada de su esposa y sus dos
pequeñas hijas, a las que en medio del caos, el general José Eleuterio
Pedraza pudo montar en la última nave que despegó ese día en el
aeropuerto militar. Días después, enviaba a su esposa a La Habana en
el intento de recuperar los 20 000 pesos depositados en su cuenta
bancaria. La señora, que era doctora en Medicina, fue detenida. No
demoró en ser puesta en libertad y salió otra vez del país.
Ya en Miami, Ventura escribió sus memorias y montó una empresa de
seguridad.  Un día lo asaltaron, no pudieron robarle los valores que
custodiaba, pero resultó herido. Muchos años después murió
tranquilamente en su cama, de un ataque cardiaco, el 24 de mayo de
2001, a los 87 años de edad.
Un compinche suyo en la Policía Nacional, el coronel Conrado
Carratalá, jefe de Dirección de ese cuerpo represivo, vendió pizzas en
Puerto Rico antes de instalarse en Miami. Los que lo vieron durante
sus últimas horas en Cuba cuentan que andaba como desinflado.
El coronel Orlando Eleno Piedra Negueruela acompañó a Batista en su
fuga. Fue jefe del Buró de Investigaciones de la Policía Nacional,
pero más que eso, el hombre a quien el dictador confiaba su seguridad.
Por conducto de la CIA, Piedra se sumó a la Operación 40, que surgió
al calor de la Operación Pluto, en 1961, y que debía ser parte
esencial de la invasión mercenaria de Playa Girón; el cuerpo represivo
de la Brigada de Asalto 2506, si esta llegaba a consolidar posiciones.
Hombres de la Operación 40 se apoderarían entonces de los archivos de
la Seguridad y la Policía cubanas, ocuparían los edificios de los
principales organismos de la administración central del Estado y
detendrían a los dirigentes más destacados.
En 1963, el FBI interrogó a Piedra con relación a la muerte de J. F.
Kennedy. En papeles que se le ocuparon al supuesto asesino, Lee Harvey
Oswald, aparecieron el nombre y la dirección del ex coronel cubano. En
1994, bajo el título de Habla el coronel Orlando Piedra, publicó sus
memorias. Falleció en un asilo de ancianos, al parecer, dicen, a
consecuencia de una golpiza. Batista acostumbraba a premiar a sus
colaboradores con una sortija que llevaba una amatista engarzada. La
sortija con la amatista de Piedra está en poder ahora de Julián Pérez,
un miembro del Buró de Investigaciones destacado como custodio en la
casa presidencial de Columbia, que logró escaparse en un avión robado
y que dirige el Museo Histórico Cubano de Miami.
No todos los batistianos salieron por el aire. El senador Rolando
Masferrer, jefe de los paramilitares conocidos como Los Tigres, que
tanta muerte y dolor sembraron sobre todo en la región oriental de la
Isla, huyó en un yate fondeado en Barlovento, actual Marina Hemingway,
luego de obligar a su tripulación a hacerse a la mar. En Miami,
Masferrer se dedicó a extorsionar a los pequeños comerciantes cubanos
allí establecidos y, en definitiva, al gansterismo político hasta su
muerte, el 31 de octubre de 1975, al estallar una bomba colocada
debajo de su auto.

Civiles y militares

El también senador Santiago Rey, ministro de Gobernación (Interior)
buscó refugio, con otros funcionarios del batistato,  en la Embajada
de Chile. Vivió entre Miami y Santo Domingo hasta su muerte, en  2003.
Guillermo de Zéndegui, director del Instituto Nacional de Cultura, se
propuso trabajar en la OEA, aunque fuera de portero. “Un portero con
levita”, decía en  broma. Obtuvo la dirección de la revista Américas.
También por la vía diplomática abandonó el país el senador Eusebio
Mujal, secretario general de la Confederación de Trabajadores de Cuba.
Buscó refugio en la Embajada argentina. En el aeropuerto, una multitud
enardecida lo escarneció cuando se disponía a abordar el avión. El
Gobierno Revolucionario le otorgó el salvoconducto que le permitiría
salir de la Isla, a condición de que las autoridades argentinas lo
retuvieran hasta que la Cancillería cubana presentara el expediente de
extradición, acuerdo que el Gobierno argentino se comprometió a
respetar. Pero Mujal, sin que nadie se lo impidiera, se trasladó desde
Buenos Aires a Miami, donde se le dio amparo. Allí, vinculado a la
contrarrevolución, fundó una CTC, que le posibilitó seguir lucrando
hasta su muerte, ocurrida en 1986, en Maryland.
No tuvo esa suerte Joaquín Martínez Sáenz, presidente del Banco
Nacional y responsable de la política financiera de la dictadura. Lo
apresaron el 1ro. de enero en su propia oficina, en compañía de su
segundo, el historiador Emeterio Santovenia. Ya en la fortaleza de la
Cabaña, Santovenia alegó problemas de salud y Che Guevara le permitió
irse a su casa, donde debía esperar el reclamo de la justicia. En el
viaje de ida hacia su domicilio, se metió en una embajada. Martínez
Sáenz guardó prisión. En el mismo año de 1959 publicó en La Habana su
libro Por la independencia económica de Cuba, con el que pretendió
justificar su gestión en el Banco y cuyo prólogo está fechado en la
prisión militar.
Tampoco escaparon a la justicia revolucionaria el brigadier general
Hernando Hernández, ex jefe de la Policía Nacional, y el general de
brigada Julio Sánchez Gómez, del Ejército, jefe de la Cabaña primero y
luego del campamento de Managua, acusado por su actitud represiva
durante la Huelga del 9 de abril de 1958 y por los muertos que
aparecieron en Ciudad Jardín.

Antibatistianos

El ex candidato presidencial Carlos Márquez Sterling, derrotado en las
elecciones de 1958, fue profesor de la Universidad de Columbia. Pasaba
largas horas inclinado sobre su maquinita Smith Corona y escribió
varios libros, pero nunca sus memorias. Conocía demasiado bien la vida
republicana y no deseaba descubrir públicamente bajas pasiones,
mezquindades e intrigas, sino exaltar lo mejor de sus compatriotas y
disimular sus defectos.
También escribió varios libros el coronel Ramón Barquín, líder de la
llamada conspiración de los puros, que, junto con un grupo de
oficiales, lo llevó a la cárcel en 1956. Tras la huida de Batista
asumió, vestido todavía de preso y sin encomendarse a nadie, la
jefatura de las fuerzas armadas, pero su momento había pasado. El 1ro.
de enero no era el 4 de abril, y, desalentado, terminó traspasando el
mando al comandante Camilo Cienfuegos. Aun con sus grados de coronel,
fue asesor del Ejército Rebelde. Dice en su libro Mis diálogos con
Fidel, Raúl, Camilo y el Che, que apareció después de su muerte, que
por razones familiares y de salud, rechazó el Ministerio de Defensa.
Aceptó el cargo de embajador extraordinario y ministro
plenipotenciario de Cuba en Europa, una misión especial y de carácter
itinerante que le permitiría familiarizarse con armamentos, técnicas y
programas de ejércitos europeos. En 1961 se estableció en Puerto Rico,
donde tuvo una exitosa carrera como propietario y director de un gran
colegio. Como corredor de largas distancias, participó y ganó no pocas
competencias para hombres de la tercera edad. Un estadio
puertorriqueño lleva su nombre. Falleció el 3 de marzo de 2008.
Terminó asimismo en Puerto Rico el doctor José Miró Cardona,
presidente del Colegio de Abogados de Cuba y secretario ejecutivo de
la Sociedad de Amigos de la República. El Gobierno Revolucionario le
confió el cargo de primer ministro, que desempeñó por pocas semanas.
Fue después embajador en España. Desertó, y Washington lo designó, en
vísperas de la invasión de Girón, presidente de un hipotético Gobierno
cubano en el exilio. Murió en 1963.
Aureliano Sánchez Arango, ministro de Educación del presidente Prío,
murió en 1976 en Estados Unidos, donde vivía con su modesto salario de
inspector de escuelas. Nicolás Castellanos, ex alcalde de La Habana,
falleció en Puerto Rico el 10 de febrero de 1985. Había vuelto a su
antiguo oficio y atendía una herrería. Mario Salabarría, uno de los
protagonistas de los sucesos de Orfila (1947), murió en Miami con 94
años, del corazón. La Condesa de Revilla de Camargo murió en 1963, en
España. La carta en la que reprocha a los dirigentes cubanos haberse
apropiado de su palacete del Vedado, es falsa. El escribidor preguntó
a sus sobrinos sobre la veracidad de la misiva, y respondieron que su
tía tenía demasiada clase para un gesto como ese.

Padre e hija

María Luisa Lobo, la hija de Julio, vino a Cuba en 1975 con el
propósito de reclamar unos manuscritos de Napoleón que su padre había
dejado en depósito. No pudo recuperarlos, pero empezó a mirar la Isla
sin rencor. Volvió muchas veces y trabajó aquí en un libro sobre La
Habana que apareció después de su muerte, en 1998. Sus cuatro hijos
entonces viajaron a Cuba y esparcieron sus cenizas en el central
Tinguaro, en Matanzas, el preferido de la familia.
Cuando salió de Cuba en 1960, Julio Lobo tenía una fortuna que —de
acuerdo con los parámetros actuales— se calcula en 5 000 millones de
dólares, pero según confesó solo llevó a su exilio una pequeña maleta
y un cepillo de dientes. A diferencia de otros grandes capitalistas
cubanos como los Falla Bonet  que, ante la llegada de la Revolución,
sacaron del país entre 40 y 50 millones de dólares, Lobo compró tres
centrales azucareros en 1959 y continuó engrosando su colección de
obras de arte. Especialistas aseguran que se arruinó dos veces; una en
Cuba y la otra en Wall Street, cuando se vio obligado a pagar los tres
centrales mencionados.
En 1965, en España, comenzó la segunda etapa de su exilio. Su capital
se había reducido a unos 200 000 dólares; pero, aun sin el esplendor
de antes, supo vivir, dijo su hija, feliz y sin amargura. El hombre
que tuvo entre sus amantes a las actrices más célebres de Hollywood,
que sobrevivió a tres infartos y a un atentado de bala que le arrancó
un pedazo de cráneo y le ocasionó secuelas motoras  permanentes, pasó
los dos últimos años de su vida con el cuerpo totalmente paralizado,
salvo la boca y los párpados, atendido con esmero por su primera
esposa, que terminó perdonándole todas sus infidelidades. Murió el 30
de enero de 1983, a los 84 años de edad, y lo inhumaron vestido de
guayabera y envuelto en una bandera cubana. Así lo había decidido.

Ciro Bianchi Ross
cbianchi@enet.cu
http://wwwcirobianchi.blogia.com/
http://cbianchiross.blogia.com/






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