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martedì 30 settembre 2014

Un romanzo avanero di Miguel Aceves Mejía, di Ciro Bianchi Ross

Pubblicato su Juventud Rebelde del 7/9/14


Miguel Aceves Mejía, uno dei tre grandi della canzone “ranchera”, visse un romanzo fugace con una ragazza cubana.
Correva il mese di febbraio del 1958, e il soprannominato “Re del Falsetto” osservava, all.Avana, un contratto con il circuito CMQ-Radio e Televisione che prevedav le sue presentazione ne El Casiono de la Alegría, il programma musicale più popolare sul piccolo schermo cubano di allora quando, Bertha Gulías, una giovane cubana di 19 anni gli rubò il cuore. La giornalista Daphne E. Marante, delle Edizioni Cubarte, offrí i dettagli della storia.
Che tu sia felice
Un incontro casuale e inatteso propizia questa relazione fugace. È un pomeriggio plumbeo e noioso. I cugini di Bertha giocano a domino e la ragazza, dopo essersi affacciata un centinaio di volte alla porta su strada, in attesa di ciò che non arriva, cerca di far uscire musica dalla ghitarra. Intanto sua madre, sarta di mestiere, lavora alla confezione di un vestito che le aveva ordinato Rosita Quintana, l’attrice messicana conosciuta come “la Chata” e che da un momento all’altro passerebbero a prendere.
Suonano alla porta e la sarta intuisce che è l’inviato  della “Chata” e in effetti dalla’angolo in cui è seduta, vicino alla macchina da cucire, sente che chiedono del vestito, ma  - che vergogna! – il capo non è pronto. Affronta amabilmente il visitatore. È un modello di una certa complessità, necessita attenzione e c’erano altri ordini precedenti, gli spiega, Ma venga avanti, signore, si accomodi...Accetta una tazzina di caffe? Questa offerta è una caratteristica comune in tutti gli strati sociali del Paese per dimostrare ospitalità, è rara una casa dove non si offra al vistatore l’infusione pregiata. Il nuovo arrivato assentisce. Certo che degusterà questo caffè, dice, e davanti all’insistenza della signora della casa finisce per sedersi. Non è un fattorino qualunqueche le ha inviato la Quintana per il suo vestito. Si tratta di Miguel Aceves Mejía, il popolare interprete di El jinete e sopratutto de La malagueña. Senza andare oltre, la sua interpretazione di Sonaron cuatro balazos, si sente ancora oggi, qualche volta alla radio cubana.
Bertha di 19 anni ha, seduto nella sala di casa sua, uno dei grandi rappresentanti, assiema all’allora già defunto Jorge Negrete e Pedro Infante, della musica ranchera, una stella del cine messicano che sullo schermo condivide ruoli con grandi figure come Lola Beltrán – Guitarras de media noche – 1957, Lola Flores – Tú y las nubes – 1955, Libertad Lamarque – Cuatro copas – 1957, e María Félix – Camelia – 1953 e che protagonizza congiuntamente uno dei films più ambiziosi dell’epoca nel quale, fra gli altri, intervengono Katina Ranieri e Ima Sumac oltre a una cantante del calibro di Edith Piaf.
Aceves Mejía guarda Bertha e il viso gli si apre in un sorriso. È vero, ha lavorato molto con Rosita Quintana. Hanno raggiunto tanta chimica di coppia nel film A los cuatro vientos (1954) che i produttori decisero di unirli in altre produzioni come Que seas feliz (1956). La conversazione fluisce per altre vie e nessuno torna a nominare il vestito de la Chata. Alla fine il cantante si accomiata, non senza annunciare che ripeterà la visita.
Senza parole
Nel pomeriggio del 23 febbraio suona il telefono della famiglia Gulías. Aceves Mejías vuole parlare con Bertha. Si presenterà questa sera nel cabaret Sierra, centro notturno di secondo piano ubicato nella calzada de Concha, nel popoloso quartiere di Luyanó e desidera invitarla. È un gran piacere per lei, è qualcosa di grande che lui la tenga presente, ma no, non accetta l’invito. È nubile e le convenzioni sociali e i “cosa diranno” impediscano che si rechi in un luogo come quello con la sola compagnia di un uomo, un artista per giunta. Aceves Mejía non cede. Questo non è un problema. Bertha può rispondere al suo invito in compagnia della sua signora madre e di tutti i suoi cugini, se così desiderano. La ragazza rimane senza parole. Non sa cosa dire, ma alla fine dice che sì, che andrà. Quando appende il telefono la famiglia la scherza. Mezz’ora prima di uscire per il cabaret non sa ancora che vestito mettersi. Ha provato cinque abiti che rimangono stesi sul letto e nessuno le va bene.
Nel cabaret Sierra ci sono luci e musica pailettes e cin cin in coppa. Aceves Mejía canta e Bertha e il messicano non perdono occasione per farsi fotografare. Una di queste foto li ritrae con le facce molto vicine. Mejía in giacca e cravatta, stringe cona la sua mano sinistra quello destro della sua compagna che vorrebbe sorridere, ma guarda la fotocamera come fosse impaurita.
Commozione all’Avana
La Direzione a gli Sport del Governo del generale Fulgencio Batista convoca il II Gran Premio di Cuba, nel quale prenderanno parte le figure più importanti della Formula uno dell’automobilsmo mondiale, fra loro l’astro argentino del volante Juan Manuel Fangio, cinque volte campione del mondo e vincitore, l’anno precedente, del I° Gran Premio. Competiranno anche figure come Stirling Moss e il marchese de Portago, fra gli altri 20 corridori stranieri e cubani. La dittatura si vanta della celebrazione della corsa il 24 febbraio, dell’inaugurazione del Cinerama e del combattimento boxistico per la cintura mondiale dei pesi leggeri che disputeranno, all’Avana, il cubano Orlando Echevarría e il campione nordamericano Joe Brown.
Un commando del Movimento 26 de Julio si propone il sequestro di Fangio. Sa che un fatto come questo si ripercuoterebbe in tutti i continenti e lo prende come un modo per richiamare l’attenzione verso la lotta che si porta avanti, a Cuba, contro la dittatura batistiana. Dimostrerebbe la forza della Rivoluzione, attiva non solo sulla Sierra Maestra, ma anche nelle città, incluso l’Avana.
Anni dopo quel fatto uno dei suoi protagonisti dirà: “Volevamo richiamare l’attenzione sul processo rivoluzionario cubano e procurare che il mondo conoscesse l’esistenza della contesa guerrigliera sulla Sierra Maestra e la lotta clandestina nelle città. In poche parole: che si conoscesse di più su Cuba e sulla sua confrontazione per mezzo delle armi. Il sequestro di fangio sarebbe una breve detenzione. Una detenzione patriottica”.
Mai più
Fangio passerà poco più di 24 ore in  mano ai suoi sequestratori che lo consegneranno a funzionari dell’Ambasciata argentina, a trda notte del giorno 24. Se il sequestro era stato rischioso, la liberazione risultava ancora più difficile e rischiosa. Avvandonare il campione in qualsiasi angolo sarebbe stato facile. Ma si temeva che la dittatura lo assassinasse per incolpare, poi, il 26 de Julio.
Fra il sequestro e l’apparizione del corridore, tutti i corpi di Polizia cercarono di trovare dove fosse trattenuto Juan Manuel Fangio. Oltre mille agenti di Polizia, agli ordini del colonnello Orlando Piedra, capo dell’Ufficio Investigativo, parteciparono alla ricerca straordinaria, effettuando centinaia di perquisizioni. Intanto auto di pattuglia del Servizio Militare d’Intelligenza e la Sezione Radio Motorizzata della Polizia Nazionale, mantennero stretta sorveglianza su strade, sentieri e aeroporti per evitare che la stella potesse essere portato fuori dall’Avana.
Bertha e Aceves Mejía non tornarono più a vedersi dopo quella sera al cabaret Sierra. Nella conversazione che sostenne con la giornalista  Daphne E. Marante, lei lascia intravvedere che fu il clima di repressione che si istaurò all’Avana dopo il sequestro di Fangio a far si che la coppia smettesse di vedersi.
“La commozione creata dal sequestro di Fangio fece si che il cabaret cancellasse il suo spettacolo, influendo sull’animo degli spettatori e dal quale non potero sfuggire Miguel e Bertha. Il sequestro di fangio fu tutto un successo per il movimento 26 de Julio, ma il romanzo rimase troncato”, dice la Marante. La spiegazione sembra troppo semplice allo scriba. Dovevano esserci altri motivi. Una delle parti poteva essersi disincantata e la differenza d’età fra i due – 24 anni – deve aver influito. Un fatto non si può ignorare. È in quell’anno 1958 che Aceves Mejía, con già 43 anni d’età, decide di riannodare la relazione con l’argentina Rita Martínez con la quale terminerà sposandosi nello stesso anno e che sarà sua moglie per tutta la vita.
Di ritorno
Il messicano venne a Cuba per la prima volta nel 1951. Già allora aveva partecipato come tesimone alle nozze di Benny Moré, quando il Bárbaro del Ritmo contrasse matrimonio con l’infermiera messicana Juana Bocanegra, segretaria del medico e cantante Alfonso Ortiz Tirado.
Tornerà a Cuba quest’uomo che ebbe nel suo repertorio opere di compositori cubani come Jorge González Allué – Amorosa guajira -, Ñico Saquito – Así no papacito, así no -, Israel Cachao López – Repica la tambora – Miguel Matamoros – Que siga el tren – e Alfredo Brito –Dos letras y un corazon -, fra gli altri e che si iniziò come cantante di boleri e ritmi afrocubani.
In ogni modo la sua ultima visita non la fece per volontà propria. Alla fine della decade di ’60, Aceves Mejia ci visitò in modo accidentale quando l’qereo su cui viaggiava tra Santo Domingo e Città del Messico fu dirottato e obbligato ad atterrare a Santiago de Cuba. Nel terminal aereo, i suoi ammiratori cubani che erano e continuano ad essere molti, lo riconobbero egli chiesero che cantasse. Accettò volentieri la proposta. Interpretò le canzoni di sempre, quelle che rimangono radicate nell’immaginario dell’Isola. El jinete, La malagueña, La verdolaga, El pastor, Que seas feliz, La copa del olvido…nella testimonianza filmata di allora lo si vede sorridente e felice di essere in terra cubana, come a casa propria, circondato dall’affetto di autorità e popolo. In questa nostra Avana, carica di leggende, una targa di bronzo sulla facciata dell’hotel Lincoln ricorda il sequestro di Juan Manuel Fangio, il 23 febbraio del 1958. Quache isolato sotto, in una casa modesta, dorme in una scatola di cartone la storia di un romanzo che non è arrivato alla fine.
Nel retro di una delle fotografie che li si conservano, si legge:
“Bertita, quando vedi questa foto ricordati della sera che abbiamo passato assieme nel Sierra Miguel”.



Un romance habanero de Aceves Mejía

Ciro Bianchi Ross • digital@juventudrebelde.cu

Miguel Aceves Mejía, uno de los tres grandes de la canción ranchera, vivió un romance fugaz con una muchacha cubana.
Corría el mes de febrero de 1958, y el llamado Rey del Falsete cumplía en La Habana un contrato con el Circuito CMQ-Radio y Televisión, que contemplaba sus presentaciones en el Casino de la Alegría, el musical más popular en la pequeña pantalla cubana de entonces, cuando Bertha Gulías, una cubanita de 19 años, le robó el corazón. La periodista Daphne E. Marante, de Ediciones Cubarte, ofreció los detalles de esta historia.

Que seas feliz

Un encuentro casual e inesperado propicia esa relación fugaz.  Es una tarde plomiza y aburrida. Los primos de Bertha juegan al dominó, y la muchacha, luego de asomarse una y cien veces a la puerta de la calle en espera de lo que no llega, trata de sacarle música a la guitarra.  Mientras tanto, su madre, modista de profesión, trabaja en la confección del vestido que le encargó Rosita Quintana, la actriz mexicana conocida como la Chata, y que pasarán a recoger de un momento a otro.
Tocan a la puerta. Intuye la modista que es el enviado de la Chata y, en efecto, desde el rincón donde permanece pegada a la máquina de coser, escucha que preguntan por el vestido, pero —¡qué pena!— la pieza no está lista. Encara con amabilidad al visitante. Es un modelo de cierta complejidad y cuidado, y había otros encargos previos, le explica. Pero pase adelante, señor, acomódese… ¿Acepta una tacita de café? Es ese ofrecimiento un rasgo común en todos los sectores sociales del país para demostrar hospitalidad, y rara es la casa donde no se brinde al visitante la preciada infusión. Asiente el recién llegado. Claro que degustará ese café, dice, y ante la insistencia de la señora de la casa termina por tomar asiento. No es un mensajero cualquiera el que ha enviado la Quintana por su vestido. Se trata de Miguel Aceves Mejía, el popular intérprete de El jinete y, sobre todo, de La malagueña. Sin ir más lejos, su interpretación de Sonaron cuatro balazos, se escucha una y otra vez en la radio cubana de esos días.
Bertha, con 19 años de edad,  tiene sentado en la sala de su casa a uno de los grandes representantes, junto con los ya entonces fallecidos Jorge Negrete y Pedro Infante, de la música ranchera, a una estrella del cine mexicano que en la pantalla  comparte roles con grandes figuras como Lola Beltrán —Guitarras de media noche, 1957—, Lola Flores —Tú y las nubes, 1955—, Libertad Lamarque —Cuatro copas, 1957— y María Félix —Camelia, 1953—, y que coprotagoniza uno de los filmes más ambiciosos de la época en el que, entre otros, intervienen Katina Rayniere  e Yma Sumac y una cantante de la talla de Edith Piaf.
Aceves Mejía mira a Bertha y el rostro se le abre en una sonrisa. Es cierto, ha trabajado mucho con Rosita Quintana. Lograron tanta química como pareja en la película A los cuatro vientos (1954), que los productores decidieron unirlos en otras producciones como Que seas feliz (1956). La conversación fluye por otros caminos y nadie vuelve a mencionar el vestido de la Chata. Al fin se despide el cantante, no sin antes anunciar que repetirá la visita.

Sin palabras

En la tarde del 23 de febrero suena el teléfono de la familia Gulías. Aceves Mejía quiere conversar con Bertha. Se presentará esa noche en el cabaré Sierra, centro nocturno de segunda línea ubicado en la calzada de Concha, en la populosa barriada de Luyanó, y desea invitarla. Es un gustazo para ella, algo grande que él la tenga presente, pero no, no acepta la invitación. Es soltera y los convencionalismos sociales y el “qué dirán” impiden que acuda a un lugar como aquel en la sola compañía de un hombre, un artista por añadidura. Aceves Mejía no cede. Eso no es problema. Bertha puede responder a su invitación en compañía de su señora madre y de todos sus primos, si así lo desean. Queda la muchacha sin palabras. No sabe qué decir, pero al fin dice que sí, que irá. Cuando cuelga el auricular, su familia le hace bromas. Media hora antes de salir para el cabaré desconoce todavía la ropa que llevará. Se ha probado cinco vestidos, que permanecen tirados encima de la cama, y ninguno le acomoda.
Hay en el cabaré Sierra luces y  música, lentejuelas y chin chin de copas. Canta Aceves Mejía, y Bertha y el mexicano no desperdician la ocasión para fotografiarse. Una de esas fotos los atrapó con las caras muy juntas. Mejía, de cuello y corbata, aprieta con su mano izquierda el brazo derecho de su compañera, que quiere sonreír, pero que mira a la cámara como asustada.

Conmoción en La Habana

La Dirección de Deportes del Gobierno del general Fulgencio Batista convoca  al II Gran Premio de Cuba, en el que tomarán parte las figuras más importantes de la Fórmula uno del automovilismo mundial, entre ellos el astro argentino del volante Juan Manuel Fangio, cinco veces campeón del mundo y ganador, el año anterior, del I Gran Premio. Competirán asimismo figuras como Stirling Moss y el Marqués de Portago, entre otros 20 corredores extranjeros y cubanos.  La dictadura se jacta de la celebración de la carrera el 24 de febrero, de la inauguración de Cinerama y de la pelea de boxeo por la faja mundial de los pesos ligeros que disputarían en La Habana el cubano Orlando Echevarría y el campeón norteamericano Joe Brown.
Un comando del Movimiento 26 de Julio se propone el secuestro de Fangio. Sabe que un hecho como ese repercutiría en todos los continentes y lo asume como una forma de llamar la atención acerca de la lucha que en Cuba se lleva a cabo contra la dictadura batistiana. Demostraría la fortaleza de la Revolución, activa no solo en la Sierra Maestra, sino también en las ciudades e incluso en La Habana.
Diría años después uno de los protagonistas de aquel hecho: “Queríamos llamar la atención sobre el proceso revolucionario cubano y procurar que el mundo conociera la existencia de la contienda guerrillera en la Sierra Maestra y la lucha clandestina en las ciudades. En pocas palabras, que se conociera más de Cuba y de su confrontación por medio de las armas. El secuestro de Fangio sería una breve retención. Una retención patriótica’.

Nunca más

Fangio pasaría poco más de 24 horas en poder de sus captores, que lo entregarían a funcionarios de la Embajada argentina, tarde en la noche del día 24. Si el secuestro había sido riesgoso, la devolución resultaba más difícil y arriesgada aun. Abandonar al campeón en cualquier esquina hubiera sido fácil. Pero se temía que la dictadura lo asesinara para culpar luego al 26 de Julio.
Entre el secuestro y la aparición del corredor, todos los cuerpos de la Policía trataron de dar con el paradero de Juan Manuel Fangio. Más de mil agentes policiales, bajo las órdenes del coronel Orlando Piedra, jefe del Buró de Investigaciones, participaron en la extraordinaria búsqueda, acometiendo cientos de registros. Mientras tanto, carros patrulleros del Servicio de Inteligencia Militar y la Sección Radio Motorizada de la Policía Nacional mantuvieron una estrecha vigilancia en carreteras, caminos y aeropuertos para evitar que el astro pudiera ser sacado de La Habana.
Bertha y Aceves Mejía no volvieron a verse nunca más después de aquella noche en el cabaré Sierra. En la conversación que sobre este tema sostuvo con la periodista Daphne E. Marante, ella deja entrever que fue el clima de represión que se instauró en La Habana tras el secuestro de Fangio, lo que hizo que la pareja dejara de verse.
“La conmoción creada por el secuestro de Fangio hizo que esa noche el cabaré cancelara su espectáculo, influyendo en los ánimos de los espectadores, de lo que no pudieron escapar Miguel y Berta. El secuestro de Fangio fue todo un éxito para
 el Movimiento 26 de Julio, pero el romance quedó trunco””, dice Marante. La explicación parece demasiado simple al escribidor. Otros debieron ser los motivos. Una de las partes pudo haberse desencantado, y la diferencia de edad entre ambos —24 años— debe haber influido. Un hecho no puede pasarse por alto. Es en aquel año de 1958, en que Aceves Mejía, ya con 43 años de edad, decide reanudar relaciones con la argentina Rita Martínez, con la que terminaría casándose en la propia fecha y que sería su esposa para toda la vida.

De vuelta

El mexicano vino por primera vez a Cuba en 1951. Ya para entonces había participado como testigo en la boda de Benny Moré, cuando el Bárbaro del Ritmo contrajo matrimonio con la enfermera mexicana Juana Bocanegra, secretaria del médico cantante Alfonso Ortiz Tirado.
Volvería a Cuba este hombre que tuvo en su repertorio obras de compositores cubanos, como Jorge González Allué —Amorosa guajira—, Ñico Saquito —Así no, papacito, así no—, Israel Cachao López —Repica la tambora—, Miguel Matamoros —Que siga el tren— y Alfredo Brito —Dos letras y un corazón—, entre otros, y que se inició como cantante de boleros y ritmos afrocubanos.
De cualquier modo su última visita no la hizo por voluntad propia. A fines de la década de los 60, Aceves Mejía nos visitó de manera accidental cuando la aeronave donde viajaba entre Santo Domingo  y la Ciudad de México fue desviada y obligada a aterrizar en el aeropuerto de Santiago de Cuba. En la terminal aérea, sus admiradores cubanos, que eran y siguen siendo muchos, lo reconocieron y le pidieron que cantara. Aceptó la propuesta con gusto. Interpretó canciones de siempre, aquellas que permanecen enraizadas en el imaginario de la Isla. El jineteLa malagueñaLa verdolagaEl pastorQue seas felizLa copa del olvido… En el testimonio fílmico de entonces se le ve sonriente y feliz de estar en tierra cubana, como en casa propia, rodeado del afecto de autoridades y pueblo. En esta Habana nuestra, cargada de leyendas, una placa de bronce en la fachada del hotel Lincoln recuerda el secuestro de Juan Manuel Fangio, el 23 de febrero de 1958. Unas cuadras más abajo, en una vivienda modesta, duerme en una caja de cartón la historia de un romance que no llegó a finales.
En el reverso de una de las fotografías que allí se atesoran, se lee:
“Bertita, acuérdate cuando veas esta foto de la noche que pasamos juntos en el Sierra. Miguel”.





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